Estratto del documento

Antropologia dei simboli

Totem e ragù

(Seconda e terza edizione)

Genius loci

La maschera del tempo (II e III edizione) [11]

Il rapporto di Napoli con il tempo è eccezionalmente particolare. Generalmente nelle città il nuovo prende piede rispetto al vecchio, che viene confinato in appositi spazi in cui viene distinto con cura dal “nuovo”. A Napoli invece il passato si ripresenta quotidianamente nel presente, un passato ancora “irrisolto”, frammentato, disordinato e ingovernabile. Niente passa definitivamente, coesistono differenti ordini di regole in equilibrio sempre in bilico in cui risiede l’animo barocco di Napoli. L’assenza di regole è solo apparente, in realtà ci sono molti sistemi normativi che si spintonano a vicenda. Coesistono tanti mondi stratificati. Il passato emerge in ogni caso sotto forma di frammenti che assumono valore mistico-religioso (si pensi ai riti: culto dei morti, delle reliquie). Nel corpo urbano l’immaginario tradizionale trama una fitta rete simbolica che cattura frammenti appartenuti a strati diversi del tempo e della realtà, connessi in un disegno che dà senso alle attuali permanenze, che obbedisce a una sorta di metafora teatrale, come in un backstage della memoria, trasformando una inquietante simultaneità temporale in successione spaziale. Come le reliquie, i frammenti del passato sono fonte di culto. Per questo è “maschera del tempo”: rende visibile la temporalità, che facendosi spazio, appare alterata, dimenticata, dissipata, mediata. Scrisse Walter Benjamin: «Il ricordo è la reliquia secolarizzata».

Spaccanapoli: l’inguaribile ferita

(II e III edizione) [16]

Spaccanapoli incide profondamente il corpo della città, la apre in due come una ferita non rimarginata, lungo i cui bordi si può. In questa via si fondono passato e presente, bene e male. È un luogo materiale e simbolico della napoletanità. Luogo in cui le fratture sociali trovano una sovraesposizione. È un luogo, non uno spazio. Lo spazio fisico viene arricchito dai movimenti che si creano in esso, che permeano dal conflitto sociale dando a quello spazio la dignità di un luogo vissuto nel suo intimo. Spaccanapoli è una discussione (Erörterung) che indica, proprio nella forma di antica, inguarita ferita, il luogo più profondo dell’anima napoletana.

La metropoli della memoria

(II e III edizione) [19]

Napoli, compromesso tra presente e passato, un negoziato fra memoria e oblio. Il passato non passa mai, Croce diceva che “non si è ancora finito di gettare l’immondizia del 1200”. A Napoli tutto torna, o può tornare e sembra in discussione ogni linearità: dello spazio, del tempo, della storia. Un gioco dov’è difficile un ordine per la continua ricombinazione fra successione e simultaneità, della ostinata presenza del passato che non si lascia neutralizzare né assegnare alcun limite spaziale e temporale: non si lascia “museificare”. Il fatto che ci sia passato non significa che Napoli sia immobile, anzi è proprio la storia, le storie, a ricombinare elementi caleidoscopici rivelando, attraverso trasformazioni, una straordinaria permanenza di figure, abiti mentali e sociali, comportamenti, simboli dove anche i frammenti architettonici, i monumenti trovano collocazione accanto ad altre tracce o reperti. Napoli come luogo della monumentalità diffusa dove il “monumento” non è necessariamente separato da ciò che è quotidiano, il monumento non è museo, ma memoria vivente e vissuta, pilastro – non unico – di una più ampia costruzione della memoria. C’è molta familiarità con il passato sotto forma di credenze, leggende, culti. Persino i panni stesi tra due statue barocche hanno più significato di quelle statue se fossero tolte da lì e messe in un museo. Il monumento è monimento: da monere, far ricordare. Non è un caso che i napoletani del centro storico si sono tassati per restaurare la statua del Nilo (la cd statua del Corpo di Napoli): hanno compreso, o sembrano di aver compreso, la monumentalità del tempo, il tempo napoletano.

Caravan Petrol

(II e III edizione) [22]

“Comme si bbello a cavall ‘e ‘stu cammello”, canzone degli anni 60 che trasuda di realtà mista arabo-napoletana: il napoletano conquista l’India non con le armi, ma con la pizza. Napoli, città border-line, porto aperto, ha una presunta anima araba. A differenza però di Palermo, in cui l’anima è storicamente e culturalmente presente, l’anima araba di Napoli è una metafora. Napoli araba è solo una parte di una civiltà multirazziale in cui c’è sì la Napoli araba, ma anche quella spagnola, quella americana. L’Oriente di Napoli non è “puro”, è più un venir meno di quel “pensionato di lusso” che è l’Occidente. Napoli è una porta, una soglia, un misto di culture.

Memoria futura

(Solo III edizione) [25]

Decumani

(Solo III edizione) [28]

L’homo meridionalis

(Solo II edizione)

L’uomo meridionale da secoli è descritto da innumerevoli stereotipi tanto negativi quanto positivi. Vizi e virtù sono ritenuti però “naturali” e non dipendenti dalla realtà storica. Per esempio la primitività, la furbizia o la pigrizia: ognuno di questi stereotipi ha il lato negativo e quello positivo. Cafone per esempio è sia il contadino rozzo, sia colui che ha ancora l’innocenza di chi non è contaminato dalla città. C’è una reversibilità allegorica degli stereotipi, che non descrivono la differenza in se quanto l’immagine che noi ci facciamo di essa, il suo valore simbolico.

Neri a metà

(Solo II edizione)

L’Italia è un paese razzista? Segni ce ne sono molti, dal semplice etnocentrismo alle guerre fra i poveri. Si solleva un polverone che distrae da dove il razzismo davvero si manifesta. Napoli è difficilmente categorizzabile come città razzista. È aperta a tutti, ma tutti devono stare alle sue regole. Napoli ha natura creola, abituata alle differenze sociali. Il razzismo vero stabilisce ineguaglianza, soprattutto in base al sangue. Al contrario i napoletani registrano la coesistenza, e il sangue invece unisce. La ”crudeltà” al massimo si scarica sui più deboli per una questione di natura, non per questione di sangue. Razza è sinonimo di famiglia, non di etnia, nazionalità o colore.

La strage degli innocenti

(II e III edizione) [33]

I ragazzi dei quartieri disagiati sono al tempo stesso influenzati dalla tradizione storica (a Madonna dell’Arco i bambini costruiscono piccole immagini rituali delle Madonne, come fanno i loro genitori) e al tempo stesso contaminati dalla cultura di massa (televisione per esempio). La scuola dovrebbe avere lo scopo di mediare queste due realtà, in queste zone, con uno scopo diverso dalle scuole di altri “mondi” e con una delicatezza maggiore. La scuola concepita oggi fallisce nel creare questa mediazione sia linguistica sia culturale e nel far conciliare le realtà contrastanti del quotidiano e del “giusto”. È esercizio di cecchinaggio sociale, espressione implicita di un fallimento pedagogico e storico.

Poveri ricchi

(II e III edizione) [36]

Le statistiche mostrano che Napoli, nonostante sia una città fondamentalmente povera, è al top della classifica dei consumi. Com’è possibile che laddove non si soddisfano nemmeno quei bisogni primari, il cittadino napoletano si lascia attrarre da beni di lusso (televisori, macchine etc)? L’insoddisfazione del primario è prima causa del superfluo. L’acquisto diventa simbolo di riscatto, il possedere determinate cose è il modo di avvicinarsi ad una borghesia dei quartieri alti. Inoltre c’è sempre l’incertezza del futuro: se si può comprare ora, lo si fa, non è detto che domani si possa.

Una diffusa complicità

(II e III edizione) [39]

L’illegalità a Napoli è diffusa e tollerata. Normalmente l’analisi mafioso-camorrista dà spiegazione politico-giudiziaria al fenomeno, al più quella socioeconomica. Il peso dei fattori culturali invece è preponderante. La cultura napoletana, lungi dall’essere generalmente criminalizzata, ha in se le basi di una criminalità latente. La cultura della furbizia, del raggiro, della prepotenza, dell’affermazione. Abbassando la guardia, si scende a compromessi quotidiani, e indietreggiamo solo quando si supera una determinata soglia, che è quella del sangue.

Giano barocco

(II e III edizione) [42]

Napoli è una memoria dissipativa, tende a dimenticare se stessa? O invece è prigioniera del tempo? La risposta è contraddittoria: sì a entrambe le domande. Contraddittorietà che si sposa con la natura barocca della città. Barocco non è assenza di forma, ma, al contempo...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia dei simboli e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli o del prof Niola Marino.
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