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Antropologia dei simboli – Il corpo mirabile Appunti scolastici Premium

Appunti di Antropologia dei simboli – Il corpo mirabile. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Lo sguardo barocco e l’antropologia, Res extensa, Cifre Beate, Corpo in figura. Appendice ragionata, La capacità di significare del corpo, ecc.

Esame di Antropologia dei simboli docente Prof. M. Niola

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Questi eventi per quanto diversi hanno in comune le radici, che affondano nelle mutazioni

catastrofiche dell’età barocca.

La popolazione napoletana raddoppia fra la fine del ‘500 ed i primi del ‘600, quando arriva a

contare circa 300mila ab. Questa densità demografica accompagna quella architettonica ed

urbanistica. Ogni spazio perde la sua linearità, segmentandosi e sovrapponendosi sotto la pressione

di ogni classe sociale ma l’espansione urbana è determinata soprattutto da quella ‘plebe immensa’

che, concentrata dapprima nella zona del Mercato del Lavinaio, va ora collocandosi negli interstizi

dei quartieri spagnoli (costruiti da Pedro de Toledo per alloggiarvi le truppe) con tutte le sue attività

lecite ed illecite. Ma ci sono anche altre forze, quelle arrivate con le ondate migratorie e gli schiavi

mori: tutti si affrontano sulla scena urbana in una continua lotta per gli spazi che determina

negoziati, alleanze e contaminazioni. La crescita caotica della città nel corso del ‘600 è agitata da

una serie di calamità (cinque eruzioni, due epidemie di peste, tre carestie …): i cosiddetti elastici

strutturali ovvero i dispositivi di regolamentazione degli antagonismi sociali (tutti si allenano di

fronte ad un guaio …). A questo aggiungiamo una serie di catostrofi economiche, la rivolta di

Masaniello durante la quale tutte le parti in lotta si affidano alla Madonna del Carmine … un

numero immenso di monasteri, chiese, chiesette e confraternite. Napoli risulta quindi da un ins i eme

di differenze, di culture, di antagonismi che va ben oltre l’arte e l’architettura. E’ un labirinto

(metafora spaziale); un corpo frammentato (metafora organica); un intrigo (metafora scenica). E’

disseminata di SACRO: miracoli, prodigi, reliquie e corpi santi, il tutto governato da una logica

degli effetti meravigliosi, tipicamente barocca. Affianco alla nascita di nuovi santi, c’è il recupero

anche di quelli più antichi (San Gennaro, Madonna dell’Arco) e delle diverse Vergini Miracolose ->

la densità dei miracoli si accompagna alla densità delle loro interpretazioni. Delle numerose

ampolline di sangue, teste, corpi ed altre reliquie stende un elenco, a metà del secolo, un anonimo

domenicano (chi è che può attaccare Napoli se la città è così protetta da tante venerabili teste?) I

crani formano un presidio celeste che custodisce la città; presidio che trova una corrispondenza nei

luoghi fisici della città stessa dove è possibile rilevare una mappatura contrassegnata dalle reliquie

dei patroni e degli altri santi, custoditi dai diversi ordini religiosi, e che danno origine a

pellegrinaggi ed altre pratiche di culto secondo lo schema di un ‘corpo a corpo’ simbolico: quello

fra il corpo del devoto, gli ex-voto e le reliquie. Questi ultimi sono gli emblemi di un corpo

spezzato, di una notomizzazione sacrale dello spazio che suggerisce una figurazione della città

come corpo. Un corpo non geometrico ma spezzato, simbolizzato, labirintico, scompaginato dalle

stesse tassonomie che lo articolano gerarchicamente. Le stesse tassonomie che articolano, di

riflesso, la geografia dei luoghi fisici e sociali secondo l’importanza delle reliquie che li

contrassegnano.

La frammentazione aumenta ad ogni nuova devozione e la congestione del cosmo religioso

assomiglia sempre più a quella dello spazio urbano, così come il devozionismo e la scena sembrano

due emblematizzazioni delle fratture del corpo urbano e dell’intrigo degli attori sociali.

Il sanctus è vicino, a portata di mano, è un ridistributore di quella potentia divina che lo investe. Il

sanctus è potente nella misura in cui è investito-posseduto da una forza divina. E’, quindi, una

metafora incarnata e proprio come la metafora ha una natura doppia e non sostitutiva -> è solo

accostando una serie di termini che essa ci può condurre in un campo semantico più vasto. La

santità ha quindi due facce, quella dell’intercessione e quella della potentia: questa compresenza

riflette la frammentazione del cristallo sacro in virtù delle forze sociali e delle loro spinte

simboliche. Le richieste delle forze sociali sono di diverso tipo e quindi si rendono necessarie

diverse forze divine -> la domanda religiosa si riflette nella rappresentazione dei diversi poteri

soprannaturali.

Il contraltare buffo di molti santi è la maschera, come Pulcinella che si afferma in quegli stessi anni

e che nelle sue interminabili sequele disarticola il corpo, la realtà ed il linguaggio. D’altronde, la

religiosità e la scena utilizzano metafore comuni come la follia in quanto figura della metamorfosi,

dell’illusione e della tenebra ed hanno una comune tensione verso la luce. E’ teatrale, del resto,

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l’estasi dei “folli di Dio”(Orsola B.). E poi una delle fonti di rappresentazione del corpo comico può

essere proprio rintracciata nella corrispondenza fra smembramento del corpo e segmentazione della

società (vedi Pulcinella che segmenta il corpo, la realtà …), così come suggerito anche da Bachtin a

proposito dell’elevato numero di reliquie. Questa considerazione risale ad antiche concezioni

mitiche che facevano derivare i diversi gruppi sociali dalle diverse parti del corpo divino,

smembrato in un rito sacrificale. In conclusione: la vertigine barocca è proprio lo smarrimento

prodotto da un mondo troppo pieno, frammentato in una miriade di immagini che fa del sacro

stesso, un labirinto. Proprio per questo è ricorrente il tema della luce, una luce che deve

condurre fuori da questo intrigo.

2. Cifre Beate

Storia di Aurelia del Prete: è uno dei miti fondativi del culto di Madonna dell’Arco e riconduce a un

topos diffuso nell’agiografia, quello della vendetta del simulacro offeso oltre a prestarsi come

paradigma della concezione barocca del miracolo (prodigiosa ed inspiegabile manifestazione della

potenza e della volontà di una natura celata nei suoi arcana). – La credenza e l’affidamento

all’intervento miracoloso non sono appannaggio solo di una classe bassa, popolare incapace di

cogliere il senso di ciò a cui presta fede (come se la devozione bassa fosse diretta verso l’aspetto

metaforico, quello prodigioso della santità mentre la devozione alta si dedicasse alle testimonianze

spirituali ed edificanti) ma si colloca in un’area intermedia caratterizzata da una forte circolarità

culturale e dove la plebe e le elites rivelano un’inattesa complementarietà. In quest’area di incontro

fra le fonti dall’alto e le spinte dal basso, si scontrano e si contaminano le spinte devozionali, le

pratiche e le politiche del sacro. La scena religiosa di Napoli diviene un teatro, un’arena della

santità dove lo scontro fra le forze sociali viene trasferito allo scontro fra forze divine

(hagiomachia). Tutti cercano di trasferire il proprio prestigio nel lessico della religione, che oltre ad

essere indiscutibile offre il vantaggio di una maggiore operatività simbolica. (gli ordini regolari

desiderano un santo nelle proprie fila, così come una madre di sole femmine desidera un maschio)

Tutti cercano il miracolo che, nella cultura barocca che da estremamente importanza alla metafora

teatrale, è la verifica della santità. Visto che i miracoli li fa il santo, questi, quando è in vita, deve

nascondersi per sfuggire al furore devoto dei fedeli che tenta di recuperare pezzi dei suoi abiti e del

suo corpo … Quanti più santi, e quanti più miracoli può vantare un ordine tanto maggiore è il suo

prestigio sociale. C’è un costante confronto simbolico a botta di miracoli, castighi, guarigioni …

Per Hobbes, il miracolo è un’opera ammirabile di Dio che rende palese la sua volontà. Per Pascal è,

invece, un fatto che sorpassa la potenza dei mezzi impiegati. Deve essere inspiegabile e rivelarsi in

figure teometriche (misure dell’essere divino), deve rinviare ad un potere che non ci possiamo

rappresentare con l’intelligenza ma con lo stupore. Deve essere strano e non riconducibile a cause

naturali o diaboliche. Il SACRO nella religiosità meridionale si manifesta soprattutto nel SANTO,

metafora incarnata del potere divino. Se questa compresenza assicura un potere di intercessione,

una certa autonomizzazione della santità conferisce al Santo anche dei poteri taumaturgici (quasi

autonomi). Tale autonomizzazione è favorita anche dalla stessa Chiesa che propone sempre nuove

devozioni per controllare le tensioni sociali: rosario ed il rosario a chori dei domenicani, la Mamma

Schiavona, consolatrice della plebe a cui ciascuno si vota come alla patrona della propria causa,

patrona che ha, quindi, una funzione sociale variabile -> Regime di particolarismi devozionali non

controllabile dalla Chiesa. Più aumentano i miracoli e più esplodono i patronati. Il patrono é figura

emblematica della specularità fra il politico ed il sacro, il suo gruppo lo sceglie e gli si affida come

si fa con un avvocato molto potente.

La realtà del ‘600 è complessa, difficile da ordinare, da interpretare e classificare ed in questo

contesto il Sacro rappresenta una categoria per leggere tale realtà, una garanzia dello sguardo, una

luce che conduca gli uomini fuori da un labirinto. Tutte le manifestazioni del sacro si flettono verso

la retorica del teatro, del potere e della meraviglia barocca: l’accento è posto più sull’aspetto

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flaviael

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia dei simboli e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Niola Marino.

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