Antropologia culturale
1. Lo studio della cultura
L'antropologia definisce lo studio della specie umana, delle sue origini preistoriche e delle sue diverse espressioni culturali. Solitamente si dividono quattro campi di studio (four fields):
- Antropologia fisica: studio della specie umana e della sua evoluzione da un approccio biologico
- Archeologia: studio delle culture umane del passato mediante l’analisi dei loro resti materiali
- Antropologia linguistica: studio della comunicazione umana dalle origini alle forme odierne
- Antropologia culturale: studio delle differenze e somiglianze tra culture contemporanee
L’orientamento italiano definisce le discipline demoetnoantropologiche (DEA), che racchiudono:
- Demologia: lo studio della storia delle tradizioni popolari (folklore)
- Etnologia: lo studio comparativo delle culture extraeuropee (2 o più culture a confronto)
- Antropologia culturale: lo studio delle “società complesse” nella contemporaneità
1.1 - Origini e storia
Nel XX secolo, Malinowski definì l’approccio del funzionalismo, che assimila le culture agli organismi biologici, le cui singole parti collaborano al funzionamento dell’intero insieme (religione, famiglia). Franz Boas introdusse il concetto di relativismo culturale, ossia la convinzione della necessità di comprendere le singole culture a partire dai valori e dalle idee che sono propri e al contempo dell’inopportunità di giudicarle in base a standard vigenti in contesti culturali diversi.
Tra le due guerre mondiali, Radcliffe-Brown abbracciò una prospettiva struttural-funzionalista e diede vita all’antropologia sociale, ossia lo studio del funzionamento e delle strutture sociali primitive. Nello stesso periodo, Levi-Strauss ha ispirato lo sviluppo dell’antropologia simbolica, ossia lo studio della cultura come sistema di significati: il miglior modo per comprendere una cultura è raccogliere aspetti relativi ai sistemi di parentela, ai miti, alle narrazioni, ed analizzare i loro temi soggiacenti. Geertz diede vita all’antropologia interpretativa, ed evidenziò la necessità di comprendere una cultura concentrandosi su ciò che le persone pensano, sui simboli e i significati che ritengono importanti. Perciò, la cultura non è un oggetto di laboratorio analizzabile a prescindere dalla presenza dell’antropologo, poiché questi è calato nella situazione. Clifford e Marcus, alcuni anni dopo, misero ulteriormente in crisi la concezione “positivista” di una conoscenza scientifica oggettiva e neutrale.
1.2 - Il concetto di cultura
Si definisce cultura l'insieme dei comportamenti e delle credenze appresi e condivisi dalle persone. Al plurale, il termine indica le micro-culture (culture locali), cioè l’insieme di specifici schemi di comportamenti e di pensiero appresi e condivisi che si riscontrano presso una determinata area e un particolare gruppo umano. Il concetto di cultura comprende diverse caratteristiche:
- La cultura è distinta dalla natura: le esigenze primarie universali e naturali della vita si declinano in modi differenti nei diversi contesti culturali:
- Mangiare: la cultura condiziona le scelte alimentari (quali cibi sono accettabili e quali no), i tempi e i modi del nutrimento e i vari significati connessi al cibo e all’alimentazione
- Bere: ogni cultura stabilisce cosa sia corretto bere, quando bere e con chi
- Dormire: la cultura determina chi dorme con chi e la quantità di tempo dedicato al riposo
- Andare di corpo: esistono differenze culturali nel grado d’intimità riservato all’evacuazione
- La cultura si basa sui simboli: un simbolo è un oggetto, una parola o un’azione dal significato culturalmente codificato, attraverso il quale condividiamo, conserviamo e trasmettiamo la cultura
- La cultura è appresa: poiché basata su simboli, la cultura deve essere appresa in ogni contesto
- La cultura è un insieme organico e coerente: lo studio di pochi aspetti di una data cultura fornisce una comprensione talmente limitata da potersi considerare errata o ingannevole
- Le culture interagiscono e si trasformano: un potente motore delle trasformazioni culturali contemporanee è la globalizzazione, il processo di intensa interconnessione e scambio di merci, informazioni e persone a livello globale. Vi sono quattro teorie dell’interazione culturale:
- Scontro di civiltà: l’espansione globale del capitalismo e degli stili di vita euro-americani ha generato delusione, alienazione e risentimento presso gli altri sistemi culturali
- McDonaldizzazione: il mondo sta diventando culturalmente omogeneo, influenzato dalla “cultura del fast-food” e dai suoi principi (produzione di massa, velocità, servizi impersonali)
- Ibridazione: detta anche sincretismo, si ha quando gli aspetti di due o più culture si combinano tra loro per formare qualcosa di nuovo, ossia un ibrido
- Localizzazione: risalta la trasformazione della cultura ad opera delle micro-culture locali
1.3 - Mondi culturali molteplici
All’interno di ogni micro-cultura si distinguono alcune dimensioni fondamentali:
- Classe: categoria basata sulla posizione economica occupata nella società, misurata in termini di entrate o di ricchezza, esibita attraverso uno stile di vita ed inquadrata in un sistema gerarchico
- Razza / Etnia: mentre il termine “razza” è riferito a un gruppo di persone che condivide certe caratteristiche biologiche (colore della pelle), il termine “etnia” si riferisce al senso di identità di un gruppo, basato sulla condivisione di un retaggio, una lingua, una religione o altri elementi culturali. I popoli indigeni sono gruppi minoritari che hanno legami di lunga durata con le loro terre native
- Genere: comportamenti e modi di pensare culturalmente appresi e attribuiti a maschi e femmine
- Età: il ciclo di vita degli esseri umani conduce le persone attraverso stadi culturali per ciascuno dei quali è necessario apprendere il corretto comportamento e modo di pensare
- Istituzioni: organizzazioni stabili create per scopi specifici e dotate di micro-culture (scuole)
1.4 - Tre dibattiti teorici
Il determinismo biologico cerca di spiegare il comportamento umano a partire da fattori biologici come i geni e gli ormoni. In quest’ottica, i comportamenti e i modi di pensare che danno vantaggi in termini riproduttivi hanno maggiori probabilità di essere trasmessi alle generazioni future. Di contro, nell’ottica del costruzionismo sociale, i comportamenti e le idee degli esseri umani sono meglio spiegabili come prodotti dell’apprendimento modellato dalla cultura (e non dai geni). Questa prospettiva enfatizza l’influenza delle esperienze infantili e dei ruoli familiari sui comportamenti.
L’antropologia interpretativa (Geertz), o interpretativismo, studia la cultura attraverso l’analisi di ciò che pensano gli individui che ne fanno parte, a partire dai simboli per loro rilevanti. I materialisti culturali, invece, studiano gli aspetti materiali dell’esistenza, ovvero i modi in cui gli esseri umani abitano determinati ecosistemi traendo da questi ciò che è necessario per la loro sussistenza. Per spiegare la cultura, i materialisti usano un modello composto da tre livelli interconnessi:
- Infrastruttura: i fattori materiali di base (risorse culturali, economia, popolazione)
- Struttura: organizzazione sociale, parentela e organizzazione politica
- Sovrastruttura: idee, valori e credenze
Gli anni ’90 hanno visto la nascita di due nuove prospettive teoriche:
- Agentività umana: sottolinea la capacità dei singoli di compiere scelte e di esercitare il proprio libero arbitrio, ovvero il potere che gli individui hanno di creare o trasformare la cultura opponendosi alle strutture esistenti
- Strutturalismo: ritiene che il libero arbitrio sia un’illusione, poiché le scelte e i modi di pensare e di agire degli individui sono preordinati dall’azione di forze più potenti (economia, politica, media)
2. La ricerca antropologica
Fino al XIX secolo si parlava di “antropologia da tavolino”, poiché i primi antropologi portavano avanti i propri studi avvalendosi di resoconti di viaggiatori ed esploratori. Dall’inizio del XX secolo si sviluppò la cosiddetta “antropologia da veranda”, poiché l’antropologo, pur avvicinandosi alle popolazioni, non viveva insieme a loro ma chiedeva ai nativi di “raggiungerlo nella veranda della sua abitazione”. Gli studi di Morgan diedero enfasi all’osservazione diretta: il comportamento e le credenze delle diverse culture erano maggiormente comprensibili tramite l’interazione e l’esperienza dirette.
All’inizio del XX secolo, grazie al lavoro di Malinowski, prese piede il metodo della ricerca sul campo combinata con l’osservazione partecipante. Queste tecniche non richiedevano la semplice raccolta di dati, ma anche un’esperienza di vita prolungata nell’ambito culturale oggetto di studio. Il vantaggio era chiaro: il poter studiare la cultura nel suo contesto, invece di affidarsi ad informazioni di seconda mano.
Fino agli anni ’60, ogni approccio di ricerca abbracciava una prospettiva positivista. In quest’ottica, una conoscenza “scientifica”, unica, vera e oggettiva è possibile, a patto di seguire una metodologia che indaghi cause ed effetti dei fenomeni da studiare, i quali restano validi indipendentemente dalle inclinazioni soggettive, dai valori, dalla morale e dalle contingenze politiche. Con l’obiettivo di produrre una conoscenza oggettiva dei fenomeni, anche l’antropologia ha considerato il “campo” come una sorta di “laboratorio” in cui osservare e descrivere le popolazioni studiate. L’osservatore si poneva in una posizione invisibile e neutrale, ma ciò rendeva impossibile afferrare il lato umano e le variabili soggettive dell’osservato. Negli anni ’70 si fece strada la consapevolezza che la conoscenza antropologica fosse il risultato di un’interazione dialogica tra soggetti piuttosto che il risultato dell’osservazione di fatti oggettivi. Pertanto, lo stesso gruppo umano, la stessa cultura, se osservata da osservatori diversi, poteva venire rappresentata diversamente e produrre conoscenze diverse. In questo periodo, emersero tre dimensioni fondamentali della conoscenza antropologica:
- Dimensione soggettiva: il retroterra culturale e soggettivo dell’antropologo e degli osservati
- Dimensione etica: alla base della relazione tra l’antropologo e coloro che osserva
- Dimensione politica: le relazioni di potere che colorano la relazione tra antropologo e osservati
Ciò significa che la ricerca deve tener conto del contesto soggettivo, etico e politico, oltre che delle relazioni soggettive e del retroterra culturale dei soggetti impegnati nella relazione. La conoscenza antropologica non è più una conoscenza oggettiva e neutrale, bensì contestuale e intersoggettiva, in quanto prodotta da un’interazione sul campo con i propri interlocutori. Questa svolta metodologica ha preso il nome di svolta riflessiva: in sostanza, la riflessività considera la ricerca sul campo come il prodotto di un dialogo tra un ricercatore e uno o più informatori.
Per via della globalizzazione, gli antropologi hanno dovuto concepire metodi alternativi per poter efficacemente studiare la cultura di popolazioni che occupano territori più ampi, le connessioni tra le dimensioni locali e globali e il cambiamento culturale. Alla fine del XX secolo, Marcus introdusse la tecnica della ricerca multisituata, ad indicare una ricerca sul campo condotta presso più territori. Questa metodologia si rivela particolarmente adatta per lo studio delle popolazioni migranti.
2.1 - La ricerca sul campo
Al fine di produrre conoscenze utili a governi, organizzazioni o aziende, gli antropologi applicati usano dei metodi più brevi per ottenere informazioni. Tali tecniche, dette metodi di ricerca rapida, non hanno la profondità e la raffinatezza proprie di un lavoro prolungato sul campo, ma hanno il vantaggio di fornire le conoscenze “necessarie e sufficienti” per delle applicazioni pratiche. La tecnica del restudy, invece, è una ricerca sul campo presso una comunità già oggetto di studio.
Si deve inoltre prestare attenzione al fatto che molti Paesi richiedono che i ricercatori rispettino le linee guida ufficiali per la protezione dei soggetti umani. Negli USA, i comitati etici, gli Institutional Review Boards (IRB), osservano ogni ricerca per garantire che il suo svolgimento sia conforme ai principi etici. Solitamente, l’IRB richiede che tutti i partecipanti alla ricerca dichiarino per iscritto il proprio consenso informato: pertanto, il ricercatore deve informare i partecipanti sugli obiettivi, l’ambito e i possibili effetti del proprio studio, e deve ottenere da questi il loro consenso a farne parte.
In seguito alla scelta del sito, il ricercatore deve costruire una relazione etnografica, ovvero un rapporto di fiducia tra questi e la popolazione. Inizialmente, il ricercatore inizia a costruire una relazione etnografica con i leader, mentre in seguito può essere utile fare regali alle persone coinvolte nel progetto di ricerca. Tuttavia, deve trattarsi di oggetti appropriati dal punto di vista etico e culturale, ed è altresì importante conoscere le regole locali che attengono allo scambio di doni.
Molte variabili possono incidere sul modo in cui il ricercatore verrà accolto dalla popolazione locale:
- Classe sociale: spesso l’antropologo è più facoltoso e gode di più poteri rispetto agli osservati
- Razza / Etnia: essendo stata dominata da ricercatori “bianchi” euro-americani, negli anni si sono succedute diverse attribuzioni di ruolo presso le varie culture (dall’apprezzamento al disprezzo)
- Genere: spesso le ricercatrici giovani e nubili incontrano maggiori difficoltà sul campo rispetto a donne più mature o a giovani scapoli
- Età: l’età adulta dei ricercatori li facilita nello stabilire buone relazioni etnografiche con individui della loro età, piuttosto che con i bambini o con gli anziani
Lo shock culturale è la sensazione di disagio, solitudine, ansietà e scarsa competenza che si prova quando ci si sposta da un contesto culturale a un altro. In genere, più due culture differiscono tra loro, più è possibile che questo “spaesamento” induca uno shock culturale. Questa sindrome colpisce molti antropologi e può essere causata da un’alimentazione differente, da barriere linguistiche e dalla solitudine. Inoltre, al rientro a casa si può soffrire di uno shock culturale di ritorno.
2.2 - Tecniche di ricerca sul campo
L’approccio deduttivo parte da un quesito di ricerca (ipotesi) e procede raccogliendo informazioni rilevanti attraverso l’osservazione e le interviste. Questo metodo favorisce la raccolta di dati quantitativi. L’approccio induttivo, invece, non prevede un’ipotesi di partenza, ma favorisce l’osservazione informale non strutturata e la conversazione. Questa tecnica è adatta alla raccolta di dati qualitativi. I dati raccolti, inoltre, possono essere definiti diversamente sulla base di due approcci:
- Dati etici: dati raccolti a partire da quesiti e categorie appartenenti al ricercatore, che servono a verificare una sua ipotesi (materialisti culturali)
- Dati emici: finalizzati a restituire ciò che le persone osservate dicono a proposito della loro cultura, il modo in cui la concepiscono e le loro categorie di pensiero (antropologi interpretativi)
L’osservazione partecipante implica sia la condivisione delle vita quotidiana delle popolazioni, sia la loro osservazione. Tuttavia, si deve contrastare l’effetto Hawthorne, ovvero l’adozione, da parte della popolazione studiata, di comportamenti che si conformano alle presunte aspettative del ricercatore.
Per la raccolta di dati, l’antropologo può usare vari metodi:
- Intervista: permette di acquisire documentazione orale attraverso domande o conversazioni guidate. Il modello meno strutturato è l’intervista aperta, tramite la quale l’antropologo può identificare le tematiche che il suo interlocutore ritiene più importanti
- Questionario: strumento strutturato che contiene una serie predefinita di domande, che a loro volta possono essere strutturate (domande chiuse) o meno strutturate (domande aperte)
- Storia di vita: un’approfondita descrizione qualitativa della propria vita narrata da un individuo
- Indagine sull’uso del tempo: un metodo quantitativo che permette di raccogliere informazioni relative al tempo che le persone dedicano quotidianamente a determinate attività
- Testi: includono storie orali, miti, rappresentazioni teatrali, modi di dire, discorsi pubblici, barzellette, conversazioni ordinarie e materiale pubblicato in rete e nei social media
L’etnografia è il principale metodo adottato dagli antropologi per trasmettere le conoscenze che hanno acquisito sulla cultura: una descrizione dettagliata di una cultura basata sulle osservazioni e le analisi del ricercatore. Molto diffusa tra i primi etnografi era la monografia etnografica, ovvero un resoconto approfondito e accurato di una singola comunità (Malinowski e le isole Trobriand). Negli anni ’80, come si è visto
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