Analisi canti Dantinferno
Canto I: Introduzione alla Divina Commedia
Il canto è un'introduzione a tutta la Divina Commedia. Essendo presumibilmente al suo trentacinquesimo anno di vita, ci troviamo nel 1300, anno del giubileo indetto da Bonifacio VIII. Dante si trova in una selva che rappresenta la vita peccaminosa che ha avuto dalla morte di Beatrice in poi. Il bene che vi trovò è certamente Virgilio. Il colle si contrappone alla selva e rappresenta la vita virtuosa, che conduce alla felicità naturale.
Non appena sta per mettere piede sull'erta del colle si presentano tre fiere: lonza, leone e lupa. Secondo le prime interpretazioni stanno a rappresentare rispettivamente invidia, superbia e avarizia. Secondo un'interpretazione di Pascoli, invece, sono l'incontinenza, la violenza e la frode. Un'interpretazione politica vede invece Firenze, la corte di Francia e la Roma papale.
Virgilio è rappresentativo lungo tutto il poema della ragione umana. Si noti l'anacronismo con cui Virgilio chiama i suoi antenati lombardi, quando, nella sua epoca, questa denominazione non esisteva. Altra figura importante è quella del Veltro, che ha dato luogo a diverse speculazioni: imperatore o autorità imperiale (Arrigo VII), pontefice riformatore o figura mistica, Dante medesimo con la sua opera, figura indeterminata di salvatore e riformatore.
Canto II: Introduzione alla Prima Cantica
L'allegoria tende a prevalere sull'immagine, la filosofia e la teologia sulla poesia. Dante contrappone il sonno tranquillo che stanno per avere gli animali al duro viaggio che deve affrontare. Dante è dubbioso perché ritiene di non essere degno di entrare negli inferi e cita gli esempi di Enea e S. Paolo.
La donna gentile nominata da Beatrice è la Vergine Maria, simbolo della misericordia divina. Lucia è invece la santa martire, protettrice dei malati d'occhi. Dante le fu molto devoto perché da quanto si sa soffrì di molte infermità alla vista. Beatrice è invece simbolo di tutti quei mezzi che Dio pone a disposizione dell'uomo per rendere possibile la sua salvezza.
Canto VI: Il Canto di Ciacco
Canto politico, anche detto il canto di Ciacco. Dante si trova nel cerchio dei golosi. Il custode di questo cerchio è Cerbero, che Dante trasforma da bestia della mitologia in demone. Tra i golosi si trova Ciacco, diminutivo forse di Giacomo o Jacopo, oppure soprannome per porco, secondo Boccaccio fu infatti un uomo ghiottissimo. Forse poiché molto vicino alla vita di corte di Firenze, Dante lo rende onesto ed esperto conoscitore dei mali della città.
Non si riesce comunque a identificare di preciso chi sia Ciacco. Siccome Ciacco morì quando Dante era già nato, tutto fa pensare che questa reciproca relazione fosse avvenuta dopo la morte di Beatrice, nel momento di traviazione morale quando il poeta conobbe Forese Donati e altri giovani scapestrati, è possibile che fosse amico di Forese.
Ciacco fa la prima profezia della Commedia e riguarda i Guelfi Bianchi e Neri, spiega oltretutto che tutte le anime di cui Dante chiede e che erano considerati grandi uomini politici, sono in realtà tra le anime più nere e quindi bisogna saper saggiamente distinguere tra la vita pubblica e quella privata. Virgilio spiega infine a Dante che nel giorno del giudizio universale, queste anime soffriranno di più la loro pena poiché l'anima si congiungerà al corpo, rifacendosi alla filosofia aristotelica e tomistica.
Canto XII: Il Canto dei Suicidi
Nel canto dei suicidi il protagonista principale è Pier della Vigna. Il canto è lugubre, misterioso e oscuro, come l'atto del suicidio. Sono puniti in questo cerchio i violenti contro se stessi e gli scialacquatori.
Mentre Enea ha bisogno di schiantare ben tre virgulti per essere certo del prodigio del sangue, a Dante basta togliere un ramoscello per produrre uno strazio orribile da parte dell'albero. Gli scialacquatori sono inseguiti da delle cagne nere e i loro corpi sono straziati. Per la pena degli scialacquatori Dante si rifà a una leggenda medievale. Custodi di questa cerchia sono le arpie e le cagne.
Tra i suicidi Dante incontra:
- Pier della Vigna, accusato di tradimento cadde in disgrazia agli occhi dell'imperatore che lo fece imprigionare ma, vinto dal dolore si suicidò nel castello di San Minato. Inoltre, per conquistarsi la simpatia di Dante va ricordato che il gran Capuano lottò contro le pretese ecclesiastiche verso il potere laico.
- Un fiorentino non meglio precisato, si pensa un giudice che dopo aver emesso una sentenza sbagliata tornò a casa e si suicidò.
Tra gli scialacquatori:
- Lano da Siena, uomo che sperperò tutti i suoi beni ed andò a cercare la morte in battaglia.
- Jacopo da S. Andrea, padovano e famoso scialacquatore si narra che in ritorno da una battuta di caccia diede fuoco a un casolare di campagna per divertimento.
Canto XIX: Il Canto dei Simoniaci
Nel canto dei simoniaci Dante dà sfogo a tutto il suo odio verso la corruzione dei pontefici dei suoi tempi. Il nome simoniaco deriva da Simon Mago che voleva comprare agli apostoli la facoltà di dare ai battezzati lo Spirito Santo.
Per la punizione dei dannati Dante si rifà: alla visione di Alberico dove i dannati bruciano in un pozzo pieno di fiamme e alla predica di Ildebrando che alla presenza del papa Niccolò II narra la visione avuta da un santissimo monaco. Tra i simoniaci si trova il papa Niccolò III della famiglia degli Orsini. Dante nel loro dialogo schernisce e si sdegna per l'ex pontefice. Rinfaccia al dannato la sua malvagità e finge di ignorare chi egli sia. Sia Bonifacio VIII che Clemente V, secondo il dannato, sono destinati a finire nella stessa buca in cui lui è adesso.
Dante dà anche una lezione biblica al papa riportando dei versi dall'antico testamento e dall'Apocalisse di S. Giovanni. In realtà la visione nell'Apocalisse stava a indicare la Roma imperiale ma secondo l'interpretazione medievale Dante la ricollega alla chiesa corrotta. Il poeta è per certi versi troppo severo con i papi, ma in realtà lui non se la prende con l'istituzione (dice infatti di portare rispetto per le somme chiavi), ma disprezza la persona, dimostrando ancora una volta di saper scindere la persona politica da quella privata.
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