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Analisi del Paradiso (Divina Commedia)

Analisi dettagliata del Paradiso (Divina Commedia) di Dante Alighieri. Utilissimo per qualsiasi tipo di esame che riguarda tale argomento, come ad esempio Letteratura Italiana e Filologia Dantesca. Appunti basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Marazzi.

Esame di Letteratura italiana docente Prof. M. Marazzi

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vv. 104-105 e questo è forma ….simigliante : l’ordine dell’universo è la

causa formale che lo rende simile a Dio. L’ordine dell’universo,

secondo Tommaso, è quello che gli dà unità, così come è unitario Dio

stesso che pure contiene tutto. Nel canto XXXIII, Dante, per

illustrare lo stesso concetto, si avvale dell’immagine del libro che è

costituito da molti quaterni.

vv.106-107 qui veggion ….valore : qui, in questo ordine gli angeli e gli

uomini (l’alte creature) vedono il segno di Dio creatore (etterno

valore). Solo le creature razionali si rendono conto della presenza di

Dio nell’universo, Dio che , per indirizzare gli esseri razionali verso di

sé, ha lasciato un duo segno, una sua impronta indiscutibile nel

creato.

vv.107-108 : il quale è fine…..toccata norma : Dio, come si è detto

nella nota precedente, è il fine al quale è stato costituito quell’ordine.

vv.109-111 Ne l’ordine …….loro e men vicine : Tutto ciò che è stato

creato (tutte nature) è diretto (accline) verso il loro fine che è Dio, ma

in modo differente l’una dall’altra (per diverse sorti), a seconda che

sia più vicino o più lontano da Dio. Dante riprende qui il principio

dell’ordine gerarchico dell’universo che ha già segnalato all’inizio del

canto.

v. 112 onde si muovon a diversi porti : le creature si volgono a fini

diversi secondo la loro natura. Dante qui usa una metafora marinara

attraverso la parola porto, che verrà ripresa nel verso successivo con

“il gran mar de l’essere”, la grande e multiforme distesa dell’universo

che ha il suo culmine in Dio.

v. 114 con istinto : è la naturale inclinazione di ogni creatura che la

porta verso il suo bene.

v. 115-117 questi ne porta….stringe e aduna : attraverso tre esempi

Dante indica per nature diverse come agisce l’inclinazione naturale : il

fuoco procede verso la sua sfera collocata prima della luna; il cuore

che è il centro vitale dei bruti consente loro di muoversi e vivere; la

terra, dalla sua inclinazione naturale, viene contratta in se stessa.

vv.118-120 né pur le creature…….intelletto e amore : con la metafora

dell’arco che vuole indicare l’inclinazione naturale, dante dice che essa

agisce non solo le creature irrazionali (fuori di intelligenza), ma anche

quelle razionali (che hanno intelletto e amore).

v. 120 la provedenza, che cotanto assetta : la provvidenza divina che

determina una struttura tanto grandiosa.

vv.122-123 del suo lume….c’ha maggior fretta : con la sua luce rende

eternamente immobile l’empireo all’interno del quale si volge il primo

mobile, il più veloce dei cieli. Qui viene ripreso in altra forma il primo

verso del canto: “la gloria di colui che tutto move”.

v. 124 come a sito decreto : all’empireo che è la meta già determinata

di tutto il viaggio di Dante, come del viaggio di ogni creatura.

v.125 la virtù di quella corda : viene ripresa la metafora della freccia e

dell’arco. La virtù di cui qui si parla è l’inclinazione naturale di ogni

creatura instillata da Dio , virtù che non può condurre che ad un sito

affatto positivo (segno lieto).

v. 127 Vero è : c’è una forte avversativa che introduce una correzione

al discorso finora fatto, precisando un elemento di fondamentale

importanza, il libero arbitrio dell’uomo, grazie al quale egli può

deviare dalla strada del bene sulla quale Dio lo incammina.

vv.127-129 come forma….la materia è sorda : Dante qui si serve della

metafora dell’artista che a volte non riesce ad incarnare nella materia

l’idea che ha in sé, perché la materia resiste a farsi plasmare. Come

molte volte (molte fiate) il risultato ottenuto (forma ) non corrisponde

all’ idea dell’ artista, perché materia non risponde (è sorda).

vv. 130-132 così da questo corso …..in altra parte : così talora la

creatura si allontana dal corso tracciato da Dio , perché ha la

possibilità (il libero arbitrio proprio delle creature razionali) di

indirizzarsi in un’altra direzione, benché sia spinta dalla propria

inclinazione naturale.

vv. 133-135 e sì come….falso piacere : e come si può vedere il fuoco,

naturalmente portato versio l’alto, scendere da una nube sotto forma

di fulmine, così la prima spinta sensibile porta la creatura verso il

basso (terra), deviata da un piacere fallace.

vv. 136-138 Non dei più…..giuso ad imo : è la conclusione del discorso

di Beatrice che chiarisce il dubbio del poeta. Non ti devi stupire del

tuo salire, come non ti stupiresti di un torrente che scende da un alto

monte.

139.141 Meraviglia …..in foco vivo : Dovresti stupirti, invece, se, privo

di ogni impedimento, tu fossi rimasto a terra, come ti

stupiresti se un fuoco vivace non mandasse le sue fiamme

verso l’alto, ma le tenesse immobili a terra.

Fonti

La gloria di colui che tutto move

Il primo verso e tutta la terzina che riassume la materia della cantica

sono un concentrato di dottrina filosofica che fa riferimento in primo

luogo ad Aristotele da cui discende, in massima parte, la struttura del

pensiero dantesco, attraverso la rilettura delle opere del filosofo greco da

parte dei neoplatonici, di Tommaso e degli averroisti. Aristotele

(Metafisica, XII,7) afferma, parlando di Dio come motore immobile, cioè

causa prima del movimento, pur non avendo in se stesso movimento :

“Poiché è possibile che le cose stiano nel modo da noi prospettato- del

resto, se si respinge questa nostra spiegazione, tutte le cose deriverebbero

dalla notte o da “tutto insieme” o dal non essere”- si possono ritenere

risolte le precedenti aporie; esiste, quindi , qualcosa che è sempre mossa

secondo un moto incessante, e questo moto è la conversione circolare ( e

ciò risulta con evidenza non solo in virtù di un ragionamento, ma in base

ai fatti), e di conseguenza si deve ammettere l’eternità del primo cielo.

Ed esiste pertanto anche qualcosa che provoca il moto del primo cielo.

Ma poiché ciò che subisce e provoca il movimento è un intermedio, c’è

tuttavia un qualcosa che provoca il movimento senza essere mosso, un

qualcosa di eterno che è insieme sostanza e atto.

Un movimento di tal genere è provocato sia da ciò che è oggetto di

desiderio sia da ciò che è oggetto di pensiero.Ma questi due oggetti, se

vengono intesi nella loro accezione più elevata, sono tra loro identici.”

Tuttavia, risultano fondamentali ad intendere la terzina anche le

osservazioni che Dante stesso fa nella lettera XIII a Cangrande della

Scala, la quale serve da dedica del Paradiso al signore di Verona e, nello

stesso tempo commenta i primi versi della cantica. “Dice dunque che “la

gloria del primo motore”, che è Dio, risplende “in tutte le parti

dell’universo” , ma così che “in qualche parte di più e in qualche parte di

meno”. Il fatto che poi risplenda dovunque la ragione e l’autorità lo

manifestano. La ragione così : tutto ciò che esiste o riceve l’essere da sé o

da altro; ma risulta che avere l’essere da sé non appartiene che ad uno

solo, naturalmente al primo o al principio, che è Dio, essendo palese che

non è necessario possedere l’essere da sé, e competendo ad uno solo,

naturalmente al primo ossia al principio, che è causa di tutto essere

necessario di per sé; dunque tutto quello che esiste, tranne l’uno stesso,

riceve l’essere da altro. Se dunque si considera l’ultima creatura

nell’universo, non qualunque essa sia, è evidente che riceve l’essere da

qualcosa; e quello da cui lo riceve lo ha o da sé o da altro. Se lo riceve da

sé è il primo; se da un altro, anche quello allo stesso modo lo riceve o da

sé o da qualcosa. E procedendo così all’infinito nelle cause agenti, come

si legge nel secondo libro della Metafisica, bisognerà giungere al primo,

che è Dio. “ E così continua a lungo la dimostrazione.

Ridire

Né sa né può chi di la su discende

Dante afferma l’impossibilità di riferire, in maniera completa e

dettagliata, quanto ha visto nel Paradiso, per impedimenti soggettivi

(sa) e oggettivi (può). Questo passo riprende, quasi testualmente, la II

lettera ai Corinzi di San Paolo, in un passo che lo stesso Dante riporta

nella lettera a Can Grande : “ so che un uomo, sia nel corpo sia fuori dal

corpo, non lo so, lo sa Dio, fu rapito fino al terzo cielo, e vide i misteri di

Dio, di cui non è concesso agli uomini parlare”. E’ importantissima

questa analogia con San Paolo perché attiene al significato e alla finalità

del poema. Come San Paolo è stato assunto al terzo cielo per consentire

l’affermazione e la diffusione del cristianesimo, così Dante ha la

possibilità di compiere il suo viaggio per la rifondazione della società su

basi cristiane. Su questa tematica il poeta insiste anche nel II canto

dell’Inferno.

Perché appressando sé al suo destre

Nostro intelletto si profonda tanto

Che dietro la memoria non può ire

A chiarimento di questa terzina, la fonte più rilevante è reperibile in un

passo di Riccardo di san Vittore (De gratia contemplationis VI, 23) : “

Quando per l’uscita della mente da se stessa siamo rapiti al di sopra o

dentro noi stessi alla contemplazione delle cose divine, subito

dimentichiamo tutte le cose esterne, non solo quelle fuori di noi, ma

anche quelle che sono dentro di noi. E così quando da quello stato di

sublimità ritorniamo in noi stessi, non possiamo in alcun modo

richiamare alla nostra memoria ciò che prima vedemmo al di sopra di noi

con quella verità e chiarezza con le quali prima lo percepimmo”. La

terzina poi si sostanzia di elementi che provengono dall’interpretazione

aristotelica in ambito medievale, soprattutto Alberto Magno e Tommaso

d’Aquino, e che vogliono che la memoria, facoltà indispensabile a portare

quanto l’uomo coglie mediante i sensi alla elaborazione concettuale

dell’intelletto, quando si trova di fronte all’assenza di dati sensibili, non

può affatto entrare in azione.

A l’ultimo lavoro

Nel primo verso dell’invocazione, Dante introduce, proprio a partire dalla

cesura, un calco virgiliano, desunto dalla decima bucolica. Virgilio

dice :”extremum hunc, Arethusa, mihi concede laborem (concedimi,

Aretusa, l’ultima fatica) e anche Dante, invocando una divinità più alta,

Apollo, chiede lo stesso, sapendo quali difficoltà comporta la stesura del

Paradiso e indicandone, in un certo modo, l’ardua altezza, richiamando

quello che nel Medioevo era ritenuto il sommo tra i poeti.

Sì come quando Marsia traesti

De la vagina de le membra sue

Rifacendosi, come di consueto alle Metamorfosi di Ovidio, che costituisce

il testo principale di mitologia degli scrittori medievali, Dante colloca

qui, sintetizzato in due versi, il racconto della gara poetica tra Apollo ed

il satiro Marsia, per indicare la straordinaria forza della poesia che si

manifesta proprio in una lotta. Non a caso, Dante adopera la parola

“aringo”. “ Quando così ebbe riferito, né so chi sia stato, la miserabile

fine di quegli uomini della gente di Licia, un altro si rammenta del satiro

che il figlio di Latona punì, dopo averlo vinto col suono del flauto, sacro

alla dea Tritonide. “Perché mi strappi a me stesso?” egli diceva; “Ahime!

Mi pento. Ahimè! Un flauto non vale tanto strazio!” Ma, mentre egli

urlava, a fior delle membra gli fu strappata la pelle; né altro era se non

una sola ferita : d’ogni parte scorre sangue, affiorano scoperti i muscoli e,

senza alcuna protezione, guizzano, pulsando, le vene; potresti contargli le

viscere palpitanti e il brillio delle fibre sul petto. I fauni campestri,

divinità arboree, i fratelli satiri, l’Olimpo, anche allora a lui caro, le ninfe

e quanti su quei monti pascolarono lanose greggi e cornuti armenti lo

piansero.Si irrorò la ferace terra, si intrise nell’accogliere lacrime che

cadevano e le assorbì nelle intime vene; e, dopo averle rese acqua, le fece

scaturire nella libertà dell’aria. Da qui prende nome Marsia un corso

d’acqua che rapido scorre entro declinanti rive : il più limpido fiume di

Frigia” (Met. VI, 382-400).

Diletto legno

Attraverso questa espressione, ripresa in seguito da “fronda Peneia”,

Dante si riferisce all’a alloro, pianta sacra ad Apollo e simbolo della

poesia. Tale significato è legato al mito di Apollo e la ninfa Dafne, figlia

del fiume Peneo. Il dio, innamorato della ninfa, che non vuole cedere,

avendo promesso di mantenere la sua verginità, la insegue; ma, quando è

vicino a prenderla, gli dei invocati da lei, la trasformano in alloro. E da

quel momento, la pianta risulta sacra ad Apollo. Il mito è, come sempre

narrato da Ovidio nelle Metamorfosi. Si riportano i due versi più

significativi (Met. I, 557-558) : “Ma poiché non puoi essere mia moglie,

sarai certo il mio albero.”

E la mondana cera

Più a suo modo tempera e suggella

Il moto dei cieli, attraverso le influenze astrali, opera sul mondo

sottostante come un artista che plasma e lascia un sigillo di sé alla

materia trasformata dalla sua creazione. Tale concezione è ricorrente nel

pensiero medievale. Oltre a Dante, si può ricordare “Il libro de la

composizione del mondo” di Ristoro d’Arezzo, una delle opere in prosa di

carattere enciclopedico più rilevanti precedentemente Il “Convivio” E

trovamo adoperare lo corpo del celo colla sua vertute….e emprimare le

cose, le quali elli ha en sé, de l’operazione che elli ha fare….quasi en

modo che il suggelloemprime e dà e pone la sua significazione en

cera”(C.M. II,vi,2).

Aquila sì non li s’affisse unquanco

Sia la cultura classica che quella medievale era convinta che l’aquila

potesse fissare il suo sguardo nel sole con intensità e persistenza

superiore a quella di ogni altro vivente. Si confronti, per esempio

Aristotele (H. A. IX,xxxiv, 620°), dalla cui traduzione latina dipende

molto probabilmente l’osservazione sull’aquila presente nel Tresor di

Brunetto latini, indubbiamente conosciuto da Dante. (cercare)

Qual si fè Glauco nel gustar de l’erba

Il verso è collocato all’interno della terzina in cui Dante allude al suo

passaggio dall’umano al divino, esperienza che, per la sua natura

sovrumana, non può essere espressa con le parole, per eccellenza il mezzo

umano di espressione. E’ il poeta stesso, ai versi 71-72, a rivelare la sua

difficoltà. Rimanda pertanto all’esperienza di chi verrà assistito dalla

grazia nel provare qualcosa di simile. Alla metafora, di cui Dante si serve

in casi similari, qui viene sostituito il riferimento mitico, nella

convinzione che il mito, pur appartenendo al mondo pagano, nel suo

significato profondo, è capace di esprimere una verità eterna. L’autore da

cui Dante trae il riferimento, sintetizzato in due versi, è, come sempre

Ovidio che racconta la metamorfosi di Glauco, pastore della Beozia, in

dio marino così : “ Aveva terminato di narrare Galatea : sciolta

l’adunanza, le Nereidi partono e nuotano alle calme onde. Torna Scilla; e,

poiché non osa affidarsi all’aperto mare, senza vesti va errando sulla

asciutta rena, oppure, quando è stanca, alla vista di un anfratto solitario

d’acqua, rinfresca le membra nell’onde dell’insenatura. Ed ecco che,

fendendo i flutti, abitatore recente del profondo mare, avendo da poco

mutato il corpo nell’Eub oica Antedone, appare Glauco e si arresta di

desiderio nello scorgere la vergine. E le rivolge parole, quante ritiene che

possano attardare una donna ritrosa : quella fugge tuttavia e, veloce per

paura, giunge alla cima di un monte posto accanto al lido. Di fronte al

mare sta un enorme scoglio, che si alza con un’unica sommità, e sotto gli

alberi digrada sull’ampiezza delle onde. Quella sosta, sicura per il luogo,

ignara se colui sia un mostro o un dio. Ne guarda stupita il colore e i

capelli , che coprono le spalle giù sino alla schiena, nonché la ritorta

coda di pesce , che subentra al terminare dell’inguine. Egli se ne avvide

e, appoggiandosi ad una roccia che sporgeva vicina, “No, disse, io non

sono, o vergine, un mostro o una belva feroce, ma un dio dell’acqua, ma

un dio dell’acqua; né maggior potere sul mare hanno Proteo e Tritone e

Palemone, figlio di Atamante. Tuttavia prima ero un uomo mortale, ma

proprio perché devoto alle profonde acque, già da allora io mi affaticavo

in esse. Ora tiravo le reti che portavano pesci, ora, seduto sopra una

roccia, con la canna maneggiavo la lenza. C’è un tratto di spiaggia, che

termina in un prato verdeggiante : di essa una parte è limitata dalle

onde, l’altra da erbe che le lunate giovenche non violarono mai con i

morsi, né voi, mansuete pecore e irsute capre, mai brucaste. Né l’ape

industriosa da lì trasse il nettare dei fiori. Non da lì si colsero per il capo

festive ghirlande, né mai trassero fieno mani armate di falce. Io fui il

primo a sedermi in quella verde zolla, mentre facevo asciugare le reti e,

per esaminarli, sopra vi adagiai i pesci catturati, quelli che il caso aveva

sospinto nelle mie reti o la loro credulità negli ami uncinati. Parrebbe il

fatto una menzogna; ma che cosa mi gioverebbe l’ingannare? Al contatto

dell’erba, la mia preda cominciò ad agitarsi, a mutar lato e a guizzare in

terra come fosse in mare. Mentre me ne sto immoto e insieme trasecolo,

l’intera frotta fugge verso le onde; abbandona il recente padrone e la

riva. Restai attonito, a lungo preso da dubbi; e mi domandai se questo

avesse fatto un dio o il succo di qualche erba. Ma quale erba, mi dico,

possiede simile potere? E con la mano colsi degli steli e, dopo averli colti,

li morsi. Appena la mia gola aveva a fondo inghiottito l’ignoto succo,

ecco sentii, dentro, tremar le viscere e il mio cuore essere preso dal

desiderio di un diverso elemento naturale. Non potei contenermi a lungo;

e – o terra, che mai più dovrò possedere, io ti saluto!” così dissi e

immersi il corpo nelle acque. Gli dei del mare mi accolsero e mi

onorarono con pari dignità e chiesero all’Oceano e a Teti di togliermi

qualunque impurità mortale io avessi. Da essi sono purificato; e, dopo

aver pronunciato nove volte una formula che toglie ogni lordura, mi

impongono di immergere il mio corpo in cento fiumi. Nessun indugio : da

parti diverse scaturiscono fiumi e tutte acque si riversano sopra il mio

capo.

“ Sin qui io narrare il memorabile evento; sin qui io lo ricordo bene; ma

la mia mente non avvertì quanto avvenne dopo.Allorché essa riprese

conoscenza, in tutto il corpo io acquistai un altro me stesso da quel che

ero prima, né fui uguale nella mente. Allora per la prima volta mi accorsi

di questa barba color verderame, di questa capigliatura che io trascino

sulla distesa del mare, delle spalle forti e delle azzurre braccia e delle

cosce curvate nelle estremità a guisa di pesce squamoso. Tuttavia che mi

giova simile aspetto, che mi giova l’essere piaciuto agli dei marini, che mi

giova essere dio, se tu da tutto questo non sei toccata?(Met. 898-955).

Le parole di Dante

Breve premessa al linguaggio del Paradiso

Dante segue in generale anche nella Commedia la teoria dei tre stili :

comico, elegiaco e tragico; il primo pertiene all’Inferno, il secondo al

Purgatorio ed il terzo al Paradiso. Alla materia trattata e allo stile in cui

è trattata deve corrispondere anche un linguaggio adeguato che parte da

quello basso nella prima cantica, per elevarsi a quello medio nella

seconda e a quello alto nella terza. Tuttavia, le osservazioni precedenti

valgono in senso generale; nello specifico del testo, però, il procedimento

diventa molto più complesso e articolato : i singoli stili presentano una

base caratterizzata dal linguaggio a loro corrispondente, ma consentono

poi delle escursioni verso il basso o verso l’alto, possibili proprio perché

la Commedia, come dice il titolo e come dice Dante nella lettera a Can

Grande, è un’opera comica. Se non lo fosse stata, se fosse stata come

l’Eneide di Virgilio una tragedìa, non sarebbero potute avvenire in essa

escursioni linguistiche.

Pertanto, il linguaggio e le scelte lessicali del Paradiso sono generalmente

improntate ad un livello altissimo e tragico, ma consentono degli

abbassamenti, cosa che crea un impasto estremamente originale e

difficilmente ripetibile.

Nel caso del I canto del Paradiso, è presente l’intera varietà linguistica

della cantica, con una termologia filosofica e un abbondanza di latinismi

in tutta la parte più propriamente telogico-argomentativa, di termini più

correnti e di maggior attinenza all’esperienza sensibile all’ interno delle

metafore.

v. 1 La gloria : è un termine fondamentale che ha qui un profondo senso

teologico, indicando la manifestazione sensibile di Dio nell’universo. E’

l’elemento attraverso il quale gli uomini, che hanno bisogno di un inizio

legato ai sensi per la loro conoscenza, possono scoprire la presenza di Dio

nella realtà tangibile che li circonda. Non a caso, il maggior teologo del

‘900, Hans Urs von Balthsar, intitola Gloria la prima parte della sua

esposizione teologica del cattolicesimo, quella che ha come oggetto

l’estetica teologica.

v. 2 penetra e risplende : al di là della somiglianza dei due termini con

l’italiano corrente, essi sono dei latinismi (penetrat et resplendet nella

Lettera a Can Grande) con uno specifico valore tecnico : penetra si

riferisce all’essenza e risplende si riferisce all’essere delle cose.

v. 8 nostro intelletto : è un latinismo tratto dal linguaggio filosofico

aristotelico e abbondantemente usato nell’ambito della filosofia

scolastica, che qui indica contemporaneamente la facoltà intellettuale e

l’atto di intellezione che consente di ricavare dalla molteplicità sensibile

l’elemento generale e unitario che consente di conoscere.

v.13 lavoro : è un latinismo che significa fatica e ha la sua origine colta

nel ptimo verso della X bucolica di Virgilio, laborem.

v. 18 aringo : è una parola di origine germanica entrata nel lessico

italiano probabilmente dopo l’occupazione longobarda che indica il

campo in cui si combatteva corpo a corpo la battaglia risolutiva di un

conflitto. Qui sta a significare l’ardua lotta che dante deve affrontare nei

confronti della sua materia.

v. 21 vagina : latinismo che indica la copertura, qui la pelle del satiro

come involucro del suo corpo.

v. 29 cesare : latinismo che, attraverso la figura dell’antonosmasia, si

serve del nome proprio di chi ha tradizionalmente fondato l’impero

romano per definire in generale l’imperatore.

v. 38 la lucerna del mondo : serve ad indicare il sole e traduce quasi

letteralmente l’espressione latina più volte presente in Virgilio Plebea

lampa o Solis lampa.

v.41 la mondana cera : è una metafora per indicare la materia del mondo

che è plasmabile come la cera da parte degli influssi celesti. Si noti

l’indicazione di un processo immediatamente comprensibile al lettore,

sulla base della sua esperienza relativa alla morbidezza ed imprimibilità

della cera, per rendergli comprensibile un altro ben più complesso,

quello, appunto, dell’influsso celeste sul mondo.

v. 49 secondo raggio : è termine tecnico del linguaggio scientifico che

indica il raggio riflesso per distinguerlo dal primo raggio che è quello

riflettente.

v. 67 aspetto : è un crudo latinismo che indica l’atto del guardare,

aspectus, come deverbale del verbo auspicio.

v. 70 trasumanar : è un’invenzione dantesca, cioè un neologismo, formato

sulla base di trans (al di là) e humanus (ciò che è specifico dell’ uomo) e

significa anadare al di là della condizione umana, secondo il processo di

ascesa celeste che il poeta è sul punto di compiere.

v. 70 per verba : non è un latinismo ma un’espressione in latino:

attraverso le parole.L’espressione tecnica, in una lingua avvertita come

più solenne del volgare, viene usata in questo punto che ha un altissimo

significato teorico, anche per quanto riguarda il processo di scrittura del

Paradiso : non è possibile esprimere con parole umane un’esperienza di

orine mistico che supera l’umano. Questo è un grave nodo che dante

deve risolvere e vi riuscirà soprattutto attraverso l’uso di un processo

metaforico.

v. 72 esperienza : è un termine tecnico del linguaggio mistico che

significa esperire in corpo realtà soprannaturali. In quanto tale, è qui

utilizzato per inserire il viaggio di Dante in quell’ambito. Tuttavia, per

quanto riguarda la Commedia, essa, nella ua natura di opera letteraria,

propone uno scenario molto più complesso e articolato di quello delle

opere solamente mistiche, come, ad esempio, Il Libro dell’esperienza di

Angela da Foligno.

v. 76 rota : è una metonimia per indicare il movimento circolare dei cieli.

v. 76 sempiterni : è un neologismo dantesco che l’incessante ed eterno

movimento dei cieli determinato dalla volontà delle intelligenze angeliche

di avvicinarsi sempre più a Dio attraverso il movimento, cercando così di

appagare il loro desiderio più profondo che consisterebbe nella

identificazione con il principio divino.

v. 78 temperi e discerni : i due termini, nella clausola dell’endecasillabo,

che si riferiscono all’armonia dei corpi celesti, prodotta dal loro ruotare e

accordata e distinta da Dio, hanno la loro origine in un passo del

Somnium Scipinis di Cicerone, dove si parla del suono cosmico; qui

appaiono solo con una variazione di modo e di tempo verbale rispetto al

testo di Dante : ratione distinctis (separati dalla ragione) e acuta cum

gravibus temperans (accordando i suoni acuti con quelli gravi).

vv.80-81 che pioggia o fiume

lago non fece mai tanto disteso : è un paragone per rendere evidente,

attraverso elementi della realtà quotidiana, un grande impozzamento

d’acqua determinato da un’alluvione o dallo straripamento di un fiume,

la crescita smisurata della luce che, a parole, non è affatto descrivibile.

v. 84 di cotanto acume : è un complemento di qualità (un desiderio di

tanta intensità) espresso in una forma che ricorda quella del genitivo di

qualità del latino.

vv.92- 92 ma folgore, fuggendo il proprio sito, non corse come tu ad esso

riedi : il paragone del fulmine che scende rapidissimo dalla sfera del

fuoco(il proprio sito) vuole indurre da parte di Beatrice nel poeta e, da

parte di Dante nel lettore, l’idea di quale sia la rapidità con la quale il

pellegrino va verso la propria sfera, verso il cielo. Il interessante notare

come Dante, in tutti i procedimenti analogici, paragoni e metafore,

includa la realtà sensibile. Questo ribadisce l’affermazione di Contini

secondo cui la Commedia contiene tutta la realtà.

v. 94 del primo dubbio disvestito : metafora dove, ancora una volta, è

riscontrabile l’uso di un verbo concreto, disvestito, quasi che l’essere in

dubbio corrisponda ad essere chiusi da un involucro, da un velo che è

indispensabile togliere per attingere la verità

v. 95 sorrise parolette brevi : è una espressione estremamente sintetica

che vuole connotare il breve chiarimento di Beatrice esposto sorridendo.

C’è però in questo tratto di verso una tonalità altamente affettuosa che

scaturisce soprattutto dall’uso del diminutivo parolette.

v. 96 inretito : crea un’ altra metafora attinta dal concreto ed è il

contrario di disvestito con il quale rima.

v. 97 requievi : perfetto latino b: ho avuto pace

v. 98 ammirazion : latinismo nel significato di stupore, ripreso in seguito

da ammiro, di cui è un deverbale.

v.99 trascenda : latinismo, da trans scandere , andare oltre.

v. 100 pio sospiro : è il sospiro di amore che permette di perdonare tutto,

proprio della madre sul figlio che ha perso il senso della realtà (deliro).

Anche pio è un latinismo ed è l’aggettivo legato a pietas, termine che ha

un’accezione molto vasta, ma indica, in primo luogo, la disponibilità

verso l’altro sia egli uomo o dio. La pietas è, per eccellenza, la qualità di

Enea.

v. 104 ordine : è termine filosofico che rimanda ad un disposizione

gerarchica della realtà, in questo caso di tutta la realtà, l’universo.

v. 104 forma : termine filosofico di origine aristotelica che corrisponde al

principio che dà forma la materia. Proprio grazie al suo principio

informatore che è Dio, l’universo ha una somiglianza con lui.

v. 106 l’orma : metafora concreta che indica l’impronta di Dio creatore

nell’universo, così come l’animale o l’uomo lasciano nell’orma un segno

della loro presenza nel luogo da cui sono passati.

v. 109 accline : latinismo, incanalate, piegate verso. Il predicativo crea

una metafora che fa sorgere l’idea di un fiume che trasporta ogni cosa

verso la sua foce

v. 112 per diversi porti : comincia qui un campo metaforico marinaresco,

ad indicare le finalità delle creature a seconda della loro natura.

v.113 per lo gran mar dell’essere : continua la metafora marinaresca, la

cui ampia distesa è equiparata a quella del mare.

v. 119 quest’arco saetta : è la metafora dell’arco e della freccia che viene

ripresa ai

vv. 125-126 e indica come la creatura, spinta dall’istinto naturale,

s’indirizza velocemente al fine, al luogo, che le è assegnato. Anche qui è

visibile il processo della poesia attraverso immagini che costituiscono una

sorta di correlativo oggettivo dei concetti che Dante sta trattando.

vv.127- 129 come forma …..la materia è sorda : paragone che vuole

spiegare il libero arbitrio delle creature razionali, quelle che hanno

intelletto ed amore. L’artista non riesce sempre a trasfondere nella

materia trattata la sua idea perché essa oppone resistenza così l’indirizzo

che Dio dà alle creature razionali può deviare perché trova una resistenza

nella loro libera volontà di scelta.

vv. 137-138 se non come d’un rivo ….scende giuso ad imo : paragone

tratto dall’esperienza concreta del torrente che scende verso il basso da

un’alta montagna.Esso serve a rendere perspicuo al poeta che la sua

salita verso l’alto è completamente naturale, appunto, come quella del

torrente che scende in basso.

Dopo Dante

La sola opera della cultura europea che può stare alla pari al Paradiso

dantesco e che, nel suo disegno, lo presuppone, è Il Faust di Goethe.

Questo è una tragedia, composta dalla fine del ‘700 al 1830, che ha come

oggetto il mito di Faust, studioso e mago del ‘500 che fa un patto con il

diavolo per riacquistare la giovinezza e tutte le forze vitali. L’opera si

presenta divisa in tre parti : un prologo, l’atto primo dove è trattata la

storia di amore tra Faust e Margherita e l’atto secondo che, attraverso

una serie di allegorie, vede gli ultimi anni della vita di Faust, fino alla

sua salvezza, operata anche grazie alle preghiere di Margherita.

La parte del prologo collocata in cielo ha dei punti in comune,

soprattutto per quanto riguarda le figure dei tre arcangeli ed il loro

canto, almeno per l’intonazione altissima dei versi e l’atmosfera di un

sublime ultraterreno con il primo canto del Paradiso.

Raffaele

Intonando l’antica melodia

A gara con gli astri fratelli

Percorre il corso prescritto

Il sole con passo di tuono.

La vista dà vigore agli angeli,

benché nessuno possa fissarlo;

le opere alte inconcepibili

sono stupende come il primo giorno.

Gabriele

E ruota inconcepibilmente rapida

La terra nella sua magnificenza;

chiaro di paradiso si avvicenda

a una profonda spaventosa notte;

schiuma in larghe ondate il mare

contro la base fonda delle rupi,

e rupi e mare sono trascinati

dal moto eterno e rapido degli astri.

Michele

E le tempeste scrosciano a gara

Da mare a terra dalla terra al mare,

formando una catena di furore

che tutto avvolge irresistibilmente.

Fiammeggia il fulmine devastatore

E lo schianto del tuono lo rincorre,

eppure onorano i messi tuoi, Signore,

il soave passare del tuo giorno.

A tre

La vista dà vigore agli angeli,

benché nessuno possa fissarti

e tutte le alte opere tue

sono stupende come il primo giorno.

(Faust, 243-270)

Si noti il tema della musica delle sfere celesti , nei primi te versi di

Raffaele, che trova una corrispondenza nell’armonia cosmica del I canto

a partire dal verso 73; così come, nei versi seguenti, la luce del sole come

metafora di Dio che qui, a differenza del Paradiso, nessuno può fissare :

infatti, la dimensione di Faust è decisamente più umana di quella del

pellegrino del viaggio dantesco. E’ da osservare anche l’affermazione che

gli astri agiscono sul mondo. Nel passo di Gabriele si dice che le rupi e il

mare sono trascinati dal moto eterno e rapido degli astri.

Rapporti con le arti figurative

Esiste un quadro che illustra specificamente il volo di Dante e Beatrice

verso il paradiso. Esso è stato dipinto all’inizio del ‘500 dal grande

pittore fiammingo Hieronimus Bosch, il quale mette a frutto la sua

sfrenata e raffinatissima fantasia creativa per rappresentare scene che

cercano di spiegare la realtà attraverso un approccio mistico e

misteriosofico, seguendo i principi della grande diffusione della magia nei

secoli XV e XVI, nonché le suggestioni su quanto supera il sensibile

presenti nelle opere medievali. Su uno sfondo scuro, è rappresentato un

vortice di luce che deve indurre in chi lo vede anche il senso del

movimento rotatorio dei cieli di cui Dante parla nel canto. Il vortice

assume maggiore luminosità quanto più vi si addentra. In quello che si

può definire il secondo anello vi sono due angeli in preghiera a

rappresentare le gerarchie angeliche che presiedono al movimento dei

cieli. A conclusione, in una nuvola di luce abbagliante, si trova una

figura umana, che certamente corrispondete all’incarnazione umana di

Dio, il Cristo. All’ esterno, in preda ad un movimento ascendente, vi

sono due figure umane , in ginocchio e con le mani alzate, indubbiamente

Dante e Beatrice.

Al di là degli aspetti mistici che interessano il pittore e che trovano, in

parte, collocazione nella materia narrativa del Paradiso, è importante

osservare la forte impronta visiva che caratterizza la poesia dantesca,

anche quando tratta di realtà molto lontane dalla sfera sensibile. Proprio

questo permette al pittore una trasposizione delle parole di Dante in

immagini.(collocare la figura).

Commenti e riflessioni critiche

Il più importante dei commenti ottocenteschi, per mole, informazione e

originalità, è quello di Niccolò Tommaseo. Lo studioso lavora al

commento per circa trent’anni e unisce in esso elementi di carattere

letterario- filologico (le fonti precise dei passi, tratti dagli autori classici,

dai filosofi della patristica e della scolastica e dai testi sacri, la bellezza e

la proprietà dell’espressione usata da Dante) ad altri di carattere

ideologico sia politico sia religioso. I primi trovano spazio nella parte di

note che segue immediatamente il testo del canto ; i secondi nella parte

più estetico valutativa.

Bisogna ricordare che l’opera di Dante era stata trascurata nel ‘600 ,

ripresa e criticata( ad eccezione che da Vico) nel ‘700 e, solo a

conclusione di quest’ultimo, si era verificata una sua riscoperta, ma

soprattutto come modello di poesia, nelle opere di Vincenzo Monti

(Basvilliana e Mascheroniana). Tommaseo vuole evidenziare lo specifico

di Dante, la sua posizione nella storia, nel pensiero e nella letteratura

italiana, anche perché, nelle lotte del rinascimento per la formazione di

uno stato italiano indipendente, Dante può fungere da poeta nazionale,

da figura indiscutibile di italianità, anche grazie al suo cattolicesimo, che,

però, vede la necessità di tenere separata la sfera religiosa da quella

civile. Tommaseo, però, agisce con somma onestà intellettuale, si attiene

al testo e non forza mai il pensiero del poeta. Si riportano qui di seguito,

a livello esemplificativo, dei brevi tratti della prima (quella filologica) e

della seconda (quella letterario- interpretativa) del commento al canto.

Gloria : Ezech., XVIII, 5 “la casa era piena della gloria di Dio”. Move :

Ioan., I, 3 “tutte le cose per esso furono fatte”. August. : “chi tutto move,


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UNSIGNED

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher UNSIGNED di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Marazzi Martino.

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