Paradiso di Dante Alighieri
Introduzione
Il primo canto del Paradiso, che riguarda il volo del pellegrino Dante in compagnia di Beatrice dalla cima dell'Eden al cielo della luna, presenta una struttura tripartita: versi 1-12 enunciazione della materia tratta; versi 12-36: invocazione; 36-142: ascesa scandita dai dubbi di Dante e dalle risposte, sotto forma di discorso teologico, di Beatrice.
Prologo
L'inizio avviene attraverso una proposizione di evidente derivazione aristotelica, Dio come motore immobile dell'universo. Egli è stabile e fisso nel più alto dei cieli, l'Empireo, e, per il desiderio di raggiungerlo, spinge in ordine gerarchico tutte le creature, in primo luogo gli angeli, che sovrintendono ai singoli cieli, a tendere verso di lui. Nella proposizione il soggetto è gloria, parola fondamentale nella teologia cristiana occidentale, che indica la modalità sensibile attraverso cui Dio si manifesta al mondo.
La presenza di Dio è gerarchicamente ripartita: decresce dai cieli più alti fino alla terra, in relazione all'essenza, la specificità della cosa (penetra) e all'essere, l'esistenza della cosa (risplende). Dante ha raggiunto il cielo più alto, quello completamente pervaso dalla realtà divina, l'Empireo, e lì si è trovato di fronte ad una realtà ineffabile, indescrivibile da parte di chi ridiscende da quelle altezze al livello umano, perché al di sopra dell'esperienza sensibile, la sola attraverso cui gli uomini possono intraprendere il processo conoscitivo. Infatti, la memoria, che è lo strumento fondamentale della conoscenza, quella che permette all'uomo di comparare gli oggetti e di arrivare all'idea universale di essi, non può seguire l'intelletto, la stessa facoltà conoscitiva, quando quest'ultimo raggiunge una profondità che trascende il sensibile. Tuttavia, egli dovrà narrare, e qui sta la maggiore difficoltà, ciò che ha visto e udito, pena l'esistenza della cantica. È una sfida che il poeta lancia a se stesso, nella quale riuscirà vincitore ricorrendo ad un linguaggio metaforico che attinge le sue immagini soprattutto dagli ambiti della luce e del suono.
Invocazione
A raggiungere tanto, allora, non può che invocare il principio stesso della poesia, Apollo. Nell'Inferno e nel Purgatorio gli erano state sufficienti le Muse e Calliope, la più sublime tra loro, perché lì il soggetto, l'agente della narrazione era lui e, quindi, gli bastava il possesso della tecnica della poesia, allegorizzata dalle nove sorelle; qui, invece, il soggetto è Dio: dunque, a guidare il poeta è necessario un intervento che superi ogni umana possibilità. Apollo deve entrare completamente in Dante, trasformarsi in lui per consentirgli di ottenere la gloria poetica (alloro) allusa attraverso il richiamo del mito di Dafne.
Miticamente Apollo vive su una delle due cime del monte Parnaso, Cirra, e sull'altra, Nisa, vivono le Muse. Finora la seconda è stata sufficiente, ora occorre che il dio di Cirra entri nel suo petto con la stessa potenza che aveva avuto nella gara con il satiro Marsia, vinto e spellato. Ad Apollo Dante chiede di riuscire a rivelare solo un'ombra di quanto ha visto. Se ciò gli sarà consentito deporrà ai piedi dell'alloro, con un'ulteriore ripresa del mito dafneo, come sacrificio, la sua poesia, che esiste unicamente grazie alla materia trattata e all'ispirazione. A questo punto vi è una deprecazione perché gli uomini, in campo politico e in campo poetico, raramente si rendono degni della gloria. Pertanto, il dio di Delfi dovrebbe compiacersi e dare il suo contributo quando qualcuno se ne dimostra desideroso. L'invocazione si conclude con la possibilità che qualcuno, dopo Dante, possa chiedere, a sua volta, l'aiuto del dio e contribuire così ad innalzare il livello delle aspirazioni umane.
Narrazione
Il viaggio avviene nella settimana di Pasqua, primi giorni di aprile del 1300 in un momento astronomicamente favorevole con il sole nel segno dell'ariete, la stessa congiunzione astrale presente alla creazione del mondo. In fondo, il viaggio dantesco vuole essere una ri-creazione, una rigenerazione dell'umanità. Il sole, la luce del mondo, nel corso dell'anno si sorge da diversi punti dell'orizzonte; ma quel punto che vede unirsi quattro cerchi (l'eclittica, l'equatore, il coluro degli equinozi e l'orizzonte) a formare tre croci, attraverso un'allegoria delle tre virtù teologali e delle quattro cardinali, è particolarmente ricco di influssi positivi per l'uomo che dai cieli è plasmato e definito.
Contemplazione del sole da parte di Beatrice e inizio del volo da Dante
Il sole era al suo culmine (mezzogiorno) nell'emisfero del Purgatorio ed era invece tramontato in quello terrestre, quando Beatrice comincia a fissarlo con un'intensità maggiore a quella dello sguardo dell'aquila che, secondo i bestiari, superava qualsiasi vivente nella contemplazione della luce. Questo è il primo paragone che, allegoricamente, contiene l'identificazione di Beatrice con la teologia che fissa i suoi occhi in Dio, a cui due altri seguono, ad infittire il tessuto testuale e a determinare la contemplazione del sole da parte di Dante: processo che ne permetterà la ascesa, il volo. Come il raggio riflesso esce da quello riflettente e si slancia verso l'alto, formando con esso un angolo retto e come il falcone pellegrino, una volta disceso, si eleva di nuovo e con maggiore forza, così lo sguardo del poeta, sollecitato dall'atteggiamento di Beatrice, comincia a fissare la luce con una persistenza ed un'intensità maggiore a quella usualmente consentita ad un essere umano. Proprio da qui Dante comincia il suo superamento della dimensione terrena. A permetterlo è il fatto che l'Eden era stato creato da Dio per l'uomo nella sua condizione di purezza primigenia, quando le sue facoltà potevano esplicarsi nella loro completezza, non ancora limitate dalla macchia del peccato. Improvvisamente egli vede una luce sfolgorante e quasi raddoppiata come se Dio avesse provveduto a collocare un altro sole nell'universo. Al ritorno del suo sguardo su Beatrice, avverte una metamorfosi interiore allusa attraverso il mito di Glauco. Il pescatore della Beozia aveva osservato come i pesci catturati e lasciati sulla spiaggia riprendevano la loro vitalità mangiando un'erba che lì si trovava; anch'egli fece lo stesso, avvertì un cambiamento dentro di sé e si trasformò in un dio marino. È qui descritto, attraverso il prezioso e stilisticamente nobilitante paragone mitologico, il processo di trasumanazione, di superamento dello stato umano che non è passibile di una spiegazione attraverso le parole, umane limitate, ma può, semmai, essere indicato al lettore attraverso un procedimento metaforico, nell'attesa che il lettore stesso possa farne l'esperienza. Questo è un tipico atteggiamento della mistica, intesa come momento squisitamente individuale e indescrivibile, comprensibile appieno solo da parte di chi lo prova.
Inizio del volo e dubbi in proposito
Dante compie la sua ascesa con corpo e anima. Per indicarlo, si serve di un'espressione dubitativa come quella usata da San Paolo nella Lettera ai Corinzi dove dice di essere stato elevato fino al terzo cielo. Proprio l'alone di incertezza e di incredulità per l'evento straordinario che si sta verificando accresce di molto la poesia misteriosa di questo tratto di canto. Attirato dal movimento incessante dei cieli che Dio determina con il suo amore e dalla musica da quel movimento prodotta, il poeta punta lì il suo sguardo e si trova improvvisamente immerso in un mare di luce che, unito al suono celestiale, acuisce il suo desiderio di conoscere. E Beatrice, a questo punto, cerca di chiarire il dubbio di Dante.
Primo discorso di Beatrice sull'effettivo volo di Dante
La donna interviene per calmare l'animo commosso del suo diletto con la spiegazione di quanto sta avvenendo. Dante non capisce perché ragiona come se ancora fosse sulla terra; in realtà, si sta movendo ad una velocità ancora più alta di quella del lampo. Egli, chiarito nel suo primo dubbio, ne concepisce uno ancora maggiore. E allora Beatrice, con l'atteggiamento di una madre che viene in soccorso al figlio che delira, prosegue nella sua spiegazione e chiarisce al poeta pellegrino come può, colla pesantezza del suo corpo, oltrepassare realtà più leggere, l'aria e il fuoco.
Secondo discorso di Beatrice sull'ordine dell'universo
Tutte le cose, all'interno dell'universo, sono disposte secondo un ordine, e proprio quest'ordine è la traccia della presenza di Dio nel creato. Tale traccia è individuata dalle creature superiori, gli angeli e gli uomini. Ciascuna realtà si muove, all'interno di questo ordine, con una sorta di istinto. Così il fuoco sale verso la luna, così l'anima sensitiva si muove dentro il cuore dei bruti, così la terra si raccoglie in se stessa. L'istinto agisce però anche nelle creature razionali, quelle che hanno intelletto ed amore. La provvidenza di Dio, operatrice di un disegno tanto grandioso, rende perennemente immobile l'Empireo, entro il quale si muove il cielo più veloce, il primo mobile. Proprio all'Empireo è volto, per volontà divina, il volo di Dante. Tuttavia le creature superiori, a causa del loro libero arbitrio, possono deviare rispetto al tragitto indicato da Dio attraverso l'istinto, spinte da un falso piacere, motivo della loro cattiva riuscita e della loro rovina. Ma Dante, ora, privo di ogni impedimento e del tutto purificato dal peccato, deve percorre diritto la sua via: dovrebbe dunque stupirsi se rimanesse fermo e deve invece accogliere come naturale la sua miracolosa ascesa verso l'alto.
Parafrasi del Canto
- La presenza trascendentale (gloria) di Dio, motore primo dell'universo penetra e risplende nell'universo con maggiore intensità in alcune parti e con minore in altre.
- Nel cielo che è maggiormente pervaso dalla sua luce (Empireo) io mi trovai e vidi lì cose che non è in grado di riferire né soggettivamente (sa) né oggettivamente (può) chi discende dall'assù; perché, avvicinandosi all'oggetto del suo desiderio, il nostro intelletto raggiunge una tale profondità che la memoria non può seguirlo.
- Ma tutto quello che del paradiso ho potuto immagazzinare nella mia mente sarà ora materia della mia poesia.
- O valente Apollo, per la mia fatica finale rendimi un tale contenitore della tua potenza quanto è sufficiente ad ottenere l'alloro poetico che tu (nella forma di Dafne) hai amato.
- Fino a questo punto mi è stata sufficiente l'ispirazione di una delle cime di Parnaso (Muse), ora ha bisogno entrambe le cime per affrontare la lotta che mi aspetta.
- Entra nel mio petto e ispirami con la potenza di quando hai tratto il corpo di Marsia dalla copertura della sua pelle.
- O principio divino, se mi vieni tanto in soccorso che io possa rivelare solo l'ombra del regno dei beati che ho impressa nella mia mente mi vedrai venire al piede del tuo albero amato e cingermi delle sue foglie delle quali mi renderete degno tu e la materia trattata.
- O padre, così di rado esse vengono colte per celebrare il trionfo di un imperatore o di un poeta, per colpa e vergogna delle aspirazioni umane, che dovrebbe generare letizia nella lieta divinità deificala fronda della figlia di Peneo quando suscita in qualcuno il suo desiderio.
- Una piccola scintilla produce una grande fiamma: dopo di me, forse, si invocherà che la cima di Cirra (sede di Apollo) risponda alle preghiere.
- Il sole (lucerna del mondo) sorge agli uomini da diverse parti dell'orizzonte; ma da quella parte che congiunge quattro cerchi a formare tre croci, esso si manifesta con un corso migliore ed unito ad una costellazione più favorevole e influisce e plasma la materia del mondo in modo più consono al suo intento.
- In quella posizione (foce), il sole aveva portato il mattino sulla terra e la notte nel Purgatorio, e l'emisfero del secondo era bianco, quello della prima nero, quando io vidi Beatrice rivolta a levante che fissava il sole: un'aquila non lo contemplò mai con tale intensità.
- E come il raggio riflesso esce da quello riflettente e va verso l'alto, come il falco pellegrino che, disceso, riprende la sua salita, così, in seguito, all'azione di Beatrice che passava attraverso gli occhi alla mia immaginazione, io adeguai il mio sguardo e lo fissai nel sole più a lungo di quanto gli uomini siano soliti fare.
- In quel luogo vi sono molte più possibilità di quante ve ne siano sulla terra alle nostre facoltà, grazie al fatto che era stato creato appositamente (fatto per proprio) per gli uomini.
- Io tollerai la vista del sole né tanto né così poco che non lo vedessi mandare scintille tutt'intorno come il ferro che esce dal fuoco incandescente.; e mi sembrò che alla luce del giorno si aggiungesse un'ulteriore luce, come se Dio (quel che puote) avesse posto nel cielo un altro sole.
- Beatrice fissava con intensità il movimento dei cieli: e io fissai su di lei il mio sguardo momentaneamente sottratto dalla contemplazione delle realtà celesti.
- Guardandola, dentro di me mi feci tale quale divenne Glauco nel assaggiare quell'erba che lo rese pari ad un dio marino.
- Non è possibile esprimere a parole il processo che porta al superamento della condizione umana (trasumanar); perciò, tale esempio sia sufficiente per colui a cui la grazia permetta di fare una tale esperienza.
- Se io ero solamente quella parte di me che tu hai creato per ultima (l'anima), o amore che regoli i cieli, lo sai tu che mi hai elevato con la tua luce.
- Quando il movimento dei cieli che tu rendi eterno, attraverso il desiderio di te, mi attirò a sé con quella musica che tu accordi e distingui, mi sembrò che una parte tanto grande del cielo fosse illuminata dalla luce del sole, che pioggia o fiume non formò mai una distesa d'acqua tanto vasta.
- La novità della musica e la grande luce mi stimolarono un desiderio di conoscere la loro origine mai avvertito con tanta intensità.
- Perciò Beatrice che vedeva dentro di me come io mi vedevo, per tranquillizzare il mio animo agitato, prima ancora che io domandassi, cominciò a parlare e disse: "Tu stesso ti precludi la conoscenza con un modo di pensare deviante, così che non vedi, quanto vedresti, se tu lo rimuovessi. Tu non sei, come credi, sulla terra: ma un lampo, discendendo dalla sfera del fuoco (che è il suo luogo naturale), non è mai stato così veloce come sei tu ora che torni al tuo luogo naturale."
- Se io fui liberato dal primo dubbio, da quelle parole brevi pronunciate con un sorriso, fui colto dentro di me da un dubbio ancora maggiore e dissi: "ho già superato nella tranquillità il mio primo grande stupore; ma ora mi stupisco di come io possa ascendere in corpo attraverso corpi più leggeri del mio".
- Allora Beatrice, dopo un sospiro di pietà, rivolse gli occhi a me con quell'atteggiamento che ha una madre verso il figlio che delira, e cominciò: "Tutte le cose che fanno parte dell'universo sono disposte secondo un ordine, e questa è la struttura che rende l'universo simile a Dio.
- Gli angeli e gli uomini vedono in esso l'impronta del potente disegno divino, e l'ordine dell'universo (toccata norma) ha come fine quello di vedere in esso i segni creazione e della bontà divina.
- In quest'ordine trovano posto tutte le creature indirizzate verso Dio, in maniera diversa conformemente alla loro natura, a seconda che siano più prossime o più lontane da Dio.
- Perciò le creature si muovono con diversi fini all'interno della grande distesa dell'essere, e ciascuna ha un'inclinazione naturale, un istinto che ne indirizza il movimento.
- Questa inclinazione porta il fuoco verso il cielo della luna; questa causa il movimento nel cuore dei bruti; questa tiene stretta in se stessa la terra.
- Essa non muove solo le creature prive di razionalità, ma anche gli angeli e gli uomini.
- La provvidenza divina che dispone un così grande ordine, rende con la sua luce perennemente quieto ed immobile quel cielo (Empireo) entro il quale si muove il cielo (primo mobile) che ha tra tutti il movimento più veloce; ora proprio all'Empireo ci conduce, come ad una meta prestabilita, la virtù dell'arco divino, cioè l'inclinazione naturale, che fa pervenire ogni feccia scoccata (ogni creatura guidata) allo stato di felicità.
- Ma, come nell'opera d'arte, la forma dell'opera stessa spesso non si accorda all'intenzione dell'artista, perché la materia non si lascia plasmare, così l'uomo, a volte, si allontana dal corso tracciato da Dio perché ha la possibilità, pur così indirizzata, di deviare; e come è possibile vedere cadere il fuoco del fulmine da una nube, così l'impulso primario al bene può tirare l'uomo verso il basso attraverso il libero arbitrio.
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