Indovinello veronese
Questo è probabilmente il caso più celebre e discusso, almeno in ambiente italiano, di trascrizione di un costrutto di "latino della parola" formatosi in una situazione di oralità. L'indovinello fu copiato alla fine dell'VIII secolo in un manoscritto di origine iberica da una mano italiana, probabilmente nord-orientale. Riportiamo qui il testo:
Se pareva boves, alba pratalia araba, /(et) albo versorio teneba, et negro semen seminaba
Le difficoltà d'interpretazione si concentrano nelle prime tre parole:
- Pareva < PARARE (il metaplasmo di coniugazione è spiegabile in area veneta) o Monteverdi (pensa siano dei versi, esametri ritmici caudati), Catellani, Roncaglia: "da se spingeva i buoi (le dita)".
- Pareva < PARERE o Contini: "ciò (la mano che scrive) si assomiglia ai buoi".
- Migliorini, Baggio, PARERE con senso di esserci: "ecco apparivano i buoi".
Il resto è sostanzialmente chiaro: "aravano un bianco prato (il foglio), tenevano un bianco aratro (la penna d'oca), seminavano un seme nero (l'inchiostro)". La soluzione è ovviamente il copista. Dobbiamo evitare però di confondere oralità con popolarità: deve essere stata clericale (quindi di buona cultura metrica, retorica e stilistica) sia la fase della concezione e circolazione orale dell'indovinello, che quella della sua fissazione manoscritta. I due versi ricorrono alla metafora dell'aratura per descrivere l'attività scrittoria, che poteva essere apprezzata e diffusa solo là dove l'esercizio della scrittura era effettivamente praticato, cioè negli ambienti scolastici.
L'unico elemento che sembra contrastare con questo quadro culturale, è la lingua cui l'indovinello fa ricorso che sembrerebbe decisamente compromessa in direzione di un volgare veneto-friulano, benché priva dell’articolo determinato, tratto caratteristico dei volgari romanzi. Ma questo contrasto sfuma se si interpreta l'abbassamento di livello grammaticale e stilistico come un voluto e scherzoso mimetismo nei confronti del modo di parlare dei rustici di cui è messa in scena l'attività. Lo scriba si sente finalmente libero dalla fatica e dal vincolo di fedeltà a un testo altrui e vuole far sentire la sua voce; perciò la libertà anche nel linguaggio non è sempre casuale. D’altronde l’uso del corretto latino era pienamente nelle possibilità del copista, come è documentato dopo.
Laudes regiae di Soissons
Si tratta di una serie di acclamazioni formulari in onore di papa Adriano I, di Carlo Magno, della moglie Fastrada, e dei figli del sovrano. Devono essere anteriori al 794, anno della morte di Fastrada, e anche al 792, dato che ancora è menzionato il figlio Pipino il Gobbo, in quell'anno caduto in disgrazia presso il padre. Ci troviamo davanti a una fissazione di un costrutto orale di "latino della parola".
Le Laudes recuperano una tradizione cerimoniale risalente agli ultimi secoli dell'impero romano: quella della pronuncia collettiva di formule di omaggio, ad esempio o al momento di incoronazione del sovrano, o durante assemblee, feste, cerimonie religiose. Esse rivelano, sia sul piano fonetico sia su quello del lessico, della sintassi e della morfologia, la loro appartenenza ad un livello linguistico molto basso: lo stesso dell'assemblea popolare che era tenuta a pronunciarle. È indubbio che anche il livello del trascrittore (monaco) non doveva essere molto superiore, sono infatti da imputare a lui alcune delle deviazioni del testo della norma latina.
Glosse Silensi
Situazione comunicativa ambigua: consapevolezza del volgare meno netta rispetto alla delibera XVII del Concilio di Tours. Glosse provenienti da Santo Domingo de Silos. Qui, il copista non aggiunge le glosse, ma le copia insieme col Penitenziale, cioè trascrive un esemplare – perduto – di questo Penitenziale già a sua volta fornito di glosse; assistiamo dunque al processo di diffusione di un manuale di peccati e relative penitenze "facilitato", cioè ad uso di confessori che ormai faticavano a comprendere le prescrizioni ecclesiastiche.
La lingua delle glosse iberiche è senza dubbio volgare: almeno nella coscienza degli ignoti monaci glossatori, il sistema linguistico latino e quello neolatino appaiono due entità nettamente distinte.
Nota emilanense
Vistosamente connessa con la circolazione di stranieri sul Cammino di Santiago, questa precocissima allusione appare una delle conferme alla tesi di Bedier, secondo cui l'attività combinata di monaci e giullari lungo le grandi vie di pellegrinaggio sarebbe determinante per la diffusione dell'epica romanza.
Si tratta della Nota Emilanense, riassunto in prosa latina di un perduto testo rolandiano proveniente dal monastero di San Millán de la Cogolla, punto di riferimento obbligato per i pellegrini diretti al santuario galiziano. La Nota è costituita dal breve ma preciso sunto delle vicende della campagna francese del 778, culminata nello scontro di Roncisvalle; venne trascritta da un copista dell'XI secolo, che faceva ancora uso della littera visigotica, nella parte rimasta vuota di un manoscritto del secolo precedente. La si attribuisce alla mano di un notaio o di un monaco scoliasta.
Appartiene quindi ad un'epoca cui non possiamo riferire nessun'altra testimonianza che ci renda nota l'esistenza di una qualche versione della Chanson de Roland. È un reperto dal tenore già letterario, presenta un'elaborazione reale degli avvenimenti, lontana delle testimonianze cronachistiche o storiche tra cui quella di Eginardo.
La Nota vira in senso letterario: nei testi storiografici non compare per esempio l'uccisione di Rolando da parte dei musulmani; nella tradizione letteraria a noi pervenuta attraverso il manoscritto capostipite della Chanson, quello di Oxford, la versione degli avvenimenti è molto distante. Le differenze riguardano sia omissioni che aggiunte: non si parla del tradimento di Gano, né di Olivieri come compagno privilegiato di Rolando, vengono invece inseriti personaggi appartenenti ad altri cicli leggendari come Guglielmo d'Orange.
Questo breve sunto ci mette sulle tracce di un’elaborazione arcaica della leggenda rolandiana, probabilmente già sfociata in un vero e autonomo prodotto letterario, diffuso per tramite giullaresco: troppo preciso e ricco di dettagli per pensare che l’estensore della Nota abbia semplicemente appuntato sulla pergamena la traccia di una leggenda orale giuntagli all’orecchio.
Meno facile sembrano le considerazioni riguardo la lingua del testo di ispirazione: si trattava di un testo francese o di uno già tradotto in castigliano?
Considerazione fonetica → Di sicuro la fonte del monaco di San Millán doveva essere metrica: l'epica medievale, in quanto genere cantato e dotato di accompagnamento musicale, obbligava all'uso del verso. L’elemento che ci spinge a pensare che i versi di cui si componeva il poema perduto fossero castigliani: due forme (Rodlane e Bertlane) recano la presenza della cosiddetta e paragogica, tratto tipico del verso epico spagnolo che, non tollerando parole ossitone in rima (come Rodlan, Bertlan etc..), le rendeva parossitone mediante l'aggiunta di una -e atona.
I giuramenti di Strasburgo
Il 14 febbraio dell'842 i due figli minori del defunto imperatore Ludovico il Pio, Ludovico il Germanico (re dei franchi orientali di lingua tedesca) e Carlo il Calvo (re dei franchi occidentali) consolidano la loro alleanza contro il fratello primogenito, l'imperatore Lotario. Il giuramento, che coinvolge direttamente anche gli eserciti, è descritto fedelmente dallo storico Nitardo, osservatore acuto di vicende politiche che spesso lo ebbero testimone oculare.
Egli si rende conto dell'importanza, formale e sostanziale della cerimonia di Strasburgo: sceglie quindi di riportare nell'Historia le formule del giuramento in tutta la loro esattezza linguistica, evitando qualsiasi tipo di travestimento latino. Ciascun esercito giura nella propria lingua, ogni sovrano giura nella lingua dell'altro sovrano e dell'altro esercito: è evidente che nella formulazione dei doppi giuramenti si deve essere ricorsi a una lingua standardizzata, ai fini di renderlo comprensibili a soldati provenienti dalle diverse regioni dei due domini linguistici.
L'unico manoscritto conservato dell'Historia è posteriore di circa un secolo alla redazione dell'opera, tuttavia sembra che il copista si sia mantenuto fedele al suo modello: vi è la presenza di vistosi arcaismi nelle formule francesi (i in luogo di è, u in luogo di ò; incertezze nella resa delle finali semi-mute; mancanza di qualsiasi tipo di articolo).
Che origine hanno le formule di giuramento riportate da Nitardo? Sicuramente non ci troviamo di fronte a un testo improvvisato al momento; le formule sono marcatamente tecniche, già fissate nella consuetudine, anche se si tratta di costrutti che solo nell'oralità possono esprimere tutto il loro effetto e le loro potenzialità locutive. Wunderli ha parlato di 'oralité conceptionelle': pur redatte in ambiente cancelleresco e sulla base di un modello latino, sono comunque formule obbligate a realizzarsi in un atto di parola, che, in questo caso, costituisce l'essenza stessa del rito.
Passione di Augsburg
Molto recente è anche il ritrovamento di un secondo brevissimo testo occitanico, questa volta in versi, da riferire al pieno X secolo. Il poemetto allude ad alcuni episodi della passione di Cristo ed è nettamente diviso in sei unità metriche, due delle quali si ripetono identicamente.
-
Indovinello Veronese - Filologia Romanza (Analisi)
-
Filologia romanza
-
Giuramenti di Strasburgo, Filologia Romanza - Riassunto quadro storico e analisi completa parte antico francese
-
Eame di filologia romanza, appunti completi