Analisi dei costi
Contabilità analitica e analisi dei costi
Contabilità analitica e analisi dei costi non sono la stessa cosa: l’analisi dei costi è una parte (quella più importante) della contabilità analitica. Noi dovremo spesso occuparci del calcolo del costo di un oggetto di riferimento, cioè le metodiche che portano ad attribuire un valore, in termini di costo, ad un determinato oggetto. Supponiamo che l’oggetto sia un orologio appena prodotto; ho un’impresa che fabbrica un determinato modello di orologio. C’è un costo per quell’oggetto?
In un determinato istante di tempo, a fronte di un dato oggetto di riferimento, a fronte di una certa base dati (quantità di informazioni di cui io dispongo) io sono nella condizione di calcolare un unico valore di costo per quel dato oggetto? No, perché qui trova piena applicazione il cd. principio di relativismo.
Determinazione del prezzo di vendita
Supponiamo che la mia "esigenza conoscitiva" sia questa: io devo fissare, ancor prima congetturare/ipotizzare, un prezzo di vendita che sia per me effettivamente remunerativo. Poi dovrò poi vedere se un valore così determinato è compatibile oppure no con le dinamiche di mercato, con la concorrenza. Però, per me diventa fondamentale, per fissare un prezzo che sia remuneratore o remunerativo conoscere i miei costi.
Se l’esigenza fosse questa, quali sarebbero gli addendi di costo che dovrei considerare?
- Prima devo progettare/costruire il prodotto —> Costi di fabbricazione/progettazione. Prima ancora se ci sono stati dei costi di messa a punto del prodotto —> Costi di messa a punto.
- Dopodiché ho il bene in magazzino: per poterlo vendere al cliente bisogna che prima il cliente l’abbia acquistato —> Costi di natura commerciale.
- Dopo le funzioni industriale e commerciale, l’altra funzione che viene normalmente indicata a seguire è quella amministrativa —> Costi amministrativi.
- Finito? No: noi siamo alla ricerca di un costo, maggiorando il quale, troviamo un prezzo che effettivamente ci garantisca che quell’operazione di vendita non è in perdita. Quali altri costi devono trovare copertura attraverso i ricavi di vendita? Anche gli oneri finanziari e le imposte devono essere ricompresi —> Costi generali aziendali.
Configurazione di costo completa
Io vado a costruire una configurazione di costo che è la più completa fra quelle possibili. Cosa manca ancora? Supponiamo che io riesca a definire a livello unitario (per es. che mi venga un costo di 100€) un costo di prodotto: questo costo così calcolato si chiamerebbe costo complessivo (è una particolare variante del full cost). Se dunque io fisso un prezzo nella misura di 105 dovrei starci dentro sempre che il mercato me lo conceda. 105 è il mio ricavo di vendita unitario; 100 —> costo complessivo a livello unitario. La differenza pari a 5 come verrebbe ad essere qualificabile? L’espressione margine la si usa per economici lordi: qui ci ho messo dentro anche le imposte. Risultati: questo è un utile netto —> utile netto a livello unitario.
Investimento e costo-opportunità
Ma, supponiamo che questa impresa si avvalga di un capitale netto conferito dai soci per svariati milioni di euro. Ogni scelta implica contestualmente anche almeno una rinuncia. Fingiamo di essere un soggetto che detiene 100 mln di euro liquidi: se oggi acquistassimo dei titoli del debito pubblico italiano a 10 anni, investendo 100 mln in BTP decennali, avremmo un tasso di interesse del 3,3%. Il che significa che, se quell’investimento fosse ragionevolmente sicuro, io me ne sarei potuto stare senza fare niente e ogni anno per 10 anni mi sarei preso 3 mln e rotti di interessi al netto d’imposta.
Supponiamo che io voglia invece fare rendere di più questo mio capitale e che io abbia investito questi miei denari in un’impresa che produce orologi. Se l’impresa fosse un’impresa costituita ex novo e che non stava operando, il primo anno sarà addirittura fisiologico avere una perdita: hai un problema di avviamento. Dopo 10 anni però bisogna che quell’impresa generi utili: che differenza c’è fra utili e profitti? L’utile è banalmente una differenza positiva fra ricavi e costi. Se io ho conferito 100 mln di euro nel capitale sociale di un’impresa; questa impresa dal 4° anno mi genera contabilmente un utile di 10€; contabilmente c’è un utile, il che vuol dire che i ricavi sono superiori ai costi per 10€.
Utile e costo-opportunità
Sono contento di un utile di 10€ in una società in cui ho investito 10 mln di euro? No, non è proporzionato: contabilmente l’utile c’è, ma dal punto di vista gestionale quell’utile per me è un utile incapiente/insoddisfacente. Perché? Perché bisognerebbe sempre fare una valutazione in termini di costo-opportunità. Se io avrei potuto avere ogni anno 3,3 mln di euro standomene al di fuori dell’attività d’impresa che per definizione viene considerata rischiosa, se investo in un’attività ancora più rischiosa di quella dei titoli di stato, io mi devo attendere una remunerazione media annuale che sia maggiore del 3,3%.
Il concetto di costo-opportunità è strettamente legato ai cd. oneri figurativi; ci sono degli oneri (costi) che non possono essere contabilizzati: non posso fare una scrittura contabile per gli interessi che avrei potuto percepire se avessi investito in titoli di stato e invece non percepisco perché ho investito nella mia attività di impresa. Però quello per me è un parametro estremamente importante per capire se l’attività di impresa si sta svolgendo in un modo per me conveniente oppure no. Se a regime io, avendo investito 100 mln di euro, ottengo un utile che è meno di 3,3 milioni di euro al netto d’imposta, io non ci sto guadagnando: io avrei potuto ottenere di più standomene fuori dal cd. rischio d’impresa.
Ricavi e oneri figurativi
Quindi non è sufficiente che il ricavo di vendita unitario mi copra tutti i costi che io contabilizzo (costi collegati alla funzione industriale, commerciale, amministrativa, costi finanziari e tributari), ma io devo avere anche una copertura di quelli che sono i miei oneri figurativi. Almeno un onere figurativo ce l’ho sempre perché è connaturato al capitale netto, ai finanziamenti propri, ai finanziamenti dei soci. Questo onere figurativo che è sempre presente si chiama tecnicamente interesse di computo sul capitale proprio investito. Se noi avessimo investito 100 mln di euro ad un tasso di interesse del 3,3%, per noi complessivamente l’interesse di computo sul capitale investito sarebbe pari a 3,3 mln di euro —> i primi 3,3 mln di euro di un eventuale utile sono contabilmente un utile (questi interessi di computo non li posso contabilizzare), ma non sono un effettivo beneficio per l’imprenditore perché quel beneficio lì lo si poteva ottenere anche in altro modo e fin da subito.
Condizioni per il successo dell'impresa
Quand’è che un’impresa va bene? Quali condizioni devono essere verificate? L’impresa non deve essere strutturalmente in perdita, ma, anzi, deve riuscire a dare un rendimento che sia adeguato rispetto agli investimenti che hanno fatto i soci (ROE). Inoltre ci deve essere una certa proporzione fra finanziamenti propri e finanziamenti da terzi: non devo essere troppo indebitato (se sono troppo indebitato vuol dire che ho fatto molto ricorso alla leva finanziaria —> se il rapporto fra ROD, cioè il costo dei finanziamenti da terzi, si impenna rispetto al ROI, cioè la redditività dei miei investimenti [se il ROI scende e il ROD sale, lo spread o divario fra i tassi diventa negativo e io sono tanto più massacrato quanto più ho fatto ricorso alla leva].
Queste cose si possono riassumere in un’unica condizione: che l’impresa dimostri l’attitudine/tendenza (non sistematica annuale capacità) a generare adeguati livelli di reddito -> non è una condizione che debba essere verificata sempre assiduamente —> è normale che in certi momenti della vita dell’impresa ci siano delle perdite —> e se ci sono delle perdite il ROE è negativo —> e un ROE negativo non può essere soddisfacente in termini assoluti.
Ma questo non comporta la morte dell’impresa, se prima e dopo abbiamo avuto dei livelli di redditività invece molto elevati —> problema di attitudine/capacità mediamente di generare adeguati livelli di reddito. Adeguato sta a dire che non è sufficiente che ci sia un utile contabile, o meglio che i ricavi superino i costi: è necessario che quell’utile sia capiente, tale da coprire gli oneri figurativi —> quelle forme di remunerazione che l’imprenditore o i soggetti che hanno conferito fattori produttivi nell’impresa potevano avere e ai quali essi hanno rinunciato non investendo lì il loro danaro.
Obiettivo e vincolo dell'impresa
L’impresa è una realtà privata for profit: un’impresa sta in piedi solo se, rispetto all’obiettivo, si rapporta in questo modo -> obiettivo di vantaggio economico, beneficio economico, di redditività. Finora però l’assente è il vincolo: l’obiettivo ha a che fare col reddito (profitto), mentre il vincolo ha a che fare con la dimensione finanziaria. Nel perseguire questo obiettivo di una tendenziale adeguata redditività aziendale, l’impresa deve stare attenta a non trovarsi mai, in nessun momento, in una condizione di insolvenza (condizione in cui non sono in grado di far fronte alle obbligazioni assunte con normali mezzi di pagamento). La solvibilità deve essere sempre presente, mentre la redditività entro certi limiti può attendere —> ci possono essere periodi in cui non soltanto la redditività non è adeguata, ma addirittura la redditività è negativa e c’è una perdita: pazienza purché prima ci siano stati periodi buoni e dopo ne seguiranno altri altrettanto buoni —> è un’attitudine media/tendenziale quella che deve emergere.
Più della metà delle società di capitali italiane espongono nei loro bilanci strutturalmente delle perdite d’esercizio: tu puoi essere in perdita per 1 anno o 2/3 anni, ma non puoi essere per 15 anni sistematicamente in perdita, perché se sei strutturalmente in perdita per 10/15 anni vuol dire che la tua attività è un’attività antieconomica e se tu applicassi la razionalità economica di comportamento quell’attività la chiuderesti o la cambieresti. Se invece non la chiudi o non la cambi la conseguenza che surrettiziamente in qualche modo si fa largo è che forse quei bilanci non sono così “veritieri e corretti”.
Valore aggiunto e ipotesi di prezzo remunerativo
1/4 delle imprese italiane dichiara di aver un valore aggiunto negativo: il valore di quello che produci è inferiore rispetto al valori che consumi per produrre —> usi ebano per produrre carbonella per barbecue...
Per riassumere, quali sono i costi che ci devo mettere dentro nel mio conto per trovare un’ipotesi di prezzo che sia effettivamente remunerativo?
- Costi di fabbricazione (costi industriali)
- Costi di sviluppo/messa a punto/progettazione
- Costi commerciali
- Costi amministrativi
- Costi generali aziendali
Oneri figurativi
Questi sopra sono costi che passano per la contabilità e vengono riflessi in bilancio; però non bastano; bisogna inserire anche gli oneri figurativi. Di oneri figurativi almeno uno c’è sempre: l’interesse di computo sul capitale proprio investito (collegato al capitale proprio). Se la realtà aziendale è piccola ci possono essere anche altre situazioni che danno vita a oneri figurativi: per esempio ci possono essere delle persone vicine ai soci, che lavorano apparentemente in modo gratuito per l’impresa.
Es: in un ristorante la sera la figlia e la moglie del proprietario vanno a servire ai tavoli senza che venga loro corrisposto uno stipendio —> non sono dipendenti: apparentemente lavorano gratis. L’impresa ha un vantaggio perché si avvale di un fattore produttivo, il lavoro, senza per questo rilevare un costo a C.E. Queste due persone lavorano gratuitamente per l’impresa perché si aspettano che l’impresa avrà maggiori utili e una parte di quegli utili sono utili contabilmente parlando, ma se io ragionassi in termini di profitto (extra-utile) non si tratta di un profitto —> io dovrei togliere dall’utile contabile, oltre all’interesse di computo sul capitale proprio investito dovrei togliere anche queste retribuzioni figurative questi stipendi figurativi.
Altro es: abbiamo costituito da poco una piccola S.r.l; siamo in 3 soci; siamo in una fase di start up e cerchiamo di far decollare questa cosa; io ho un capannone inutilizzato; io potrei decidere che per i primi 3/5 anni do la disponibilità gratuita di questo capannone alla nostra società. Il capannone rimane di mia proprietà; lo do in comodato gratuito quindi io non ottengo nessun tipo di compenso. La società ha un vantaggio perché se avesse dovuto affittare o addirittura acquistare o ottenere in leasing un capannone di quel tipo, avrebbe comunque sostenuto dei costi. Ma a regime bisogna che il risultato economico sia tale da coprire anche questo onere figurativo —> fitto figurativo.
Costo economico tecnico
Quindi, io dovrei determinare, in questo caso, un costo nel modo più completo fra quelli possibili, andando non solo a considerare i costi precedentemente elencati (costi industriali, commerciali, amministrativi e generali aziendali), ma anche tutta l’incidenza a livello unitario o la quota unitaria degli oneri figurativi: questa configurazione di costo tecnicamente si chiama costo economico tecnico. È il costo economico tecnico che dovrebbe essere assunto come base per fissare il prezzo, se il mercato ce lo consente.
Se il costo complessivo a livello unitario è 100; se il costo economico-tecnico (con gli oneri figurativi) a livello unitario è 103; se io fisso il prezzo di vendita a 102 (posto che il mercato me lo consenta) e sono monoprodotto, la mia impresa esporrà un utile perché 102 > 100. Contabilmente ho un utile però questo utile non è capiente/soddisfacente in quanto non è in grado di coprire gli oneri figurativi. Ci sarebbe un utile, ma non ci sarebbe profitto. Se io, invece, fissassi il prezzo di vendita a 106 o a 105, io avrei non soltanto un utile sotto il profilo contabile, ma avrei anche un profitto, dato che il ∆ (differenza fra ricavo complessivi e costo complessivi) sarebbe tale da coprirmi anche gli oneri figurativi e lasciarmi qualcosa.
Pertanto, in una condizione di ottimo l’impresa deve sempre cercare di avere dei profitti e non soltanto degli utili; io posso avere degli utili senza avere dei profitti; se ho dei profitti c’è anche l’utile sotto il profilo contabile. Questo perché il mio obiettivo era quello di trovare un costo che potesse essere utile per fissare un prezzo.
Redazione del bilancio d'esercizio
Ora, invece, cambiamo l’esigenza conoscitiva: io devo redigere il bilancio d’esercizio; vado in magazzino e vedo che ho una giacenza di prodotti finiti di un determinato tipo (orologi da polso).
- La mia esigenza è di trovare un valore di costo che sia funzionale alla redazione del bilancio di esercizio. Devo valutare le rimanenza/magazzino.
- Art. 2426, comma 9, c.c. —> criteri di valutazione —> valutazione delle rimanenze degli altri beni e dell’attivo circolante —> la valutazione delle rimanenze deve avvenire al minor valore fra costo storico (d’acquisto/di produzione) e supposto valore di realizzo —> devo quindi trovare un valore di costo.
- Il costo viene determinato nel comma 1 —> con riferimento al costo di produzione il costo è dato dai costi diretti di produzione + quote di costi indiretti di produzione —> non possono essere compresi nel valore di costo i costi di distribuzione; d’altra parte, se il bene ce l’ho in magazzino vuol dire che il bene non è ancora stato venduto: quindi non l’ho distribuito —> non posso ricomprendere in un bene che non è ancora venduto dei costi che ancora non sono stati sostenuti. Il che vuol dire che non puoi ricomprendere costi di natura commerciale nei beni che hai in magazzino —> se il bene è in magazzino vuol dire che ancora non è stato venduto.
In sostanza la legge dice che la valutazione deve avvenire tenendo conto dei soli costi industriali —> sul parametro costo la valutazione deve avvenire sulla base dei soli costi di fabbricazione, dei costi industriali. Quindi se questa è l’esigenza conoscitiva non ci posso mettere né i costi commerciali né i costi amministrativi: è cambiata l’esigenza conoscitiva, cambia il processo attraverso cui attribuisco il valore.
Produzione aggiuntiva
E se la mia esigenza conoscitiva invece fosse quella di sapere, data una certa struttura produttiva, data una certa capacità produttiva installata, dato un certo numero di dipendenti, con alcuni margini ulteriori di capacità produttiva, quanto mi costerebbe produrre un pezzo in più? Io produco 100.000 orologi all’anno; se ne voglio produrre 100.001, quell’uno in più quanto mi costa? Se questa fosse la mia esigenza, quali sono gli addendi che dovrei metterci?
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