Commedia: Paradiso - Canto VII
Indice
- 1 - 9 Canto e allontanamento delle anime
- 10 - 51 Dubbio di Dante e sua soluzione da parte di Beatrice
- 52 - 120 Nuovo dubbio di Dante e sua soluzione
- 121 - 148 Spiegazione di Beatrice sulla corruttibilità degli elementi e sulla resurrezione dei corpi
Canto e allontanamento delle anime
Finito il suo discorso, Giustiniano intona un inno e, insieme con gli altri spiriti, si allontana.
«Osanna, sanctus Deus sabaòth, superillustrans claritate tua felices ignes horum malacòth!». Così, volgendosi a la nota sua, fu viso a me cantare essa sustanza, sopra la qual doppio lume s’addua; ed essa e l’altre mossero a sua danza, e quasi velocissime faville mi si velar di súbita distanza.
Parafrasi: [Giustiniano inizia, in latino] "Osanna, Santo Dio degli eserciti, che sovrillumini con la tua luce i beati fuochi di questi regni!" Così, accompagnando col movimento il ritmo del proprio canto, mi apparve cantare quest'anima, sopra la quale un secondo splendore raddoppia il primo. Questa e le altre si mossero secondo la sua danza e mi si resero invisibili per la distanza che subito frapposero tra loro e me, come delle faville velocissime.
sabaòth = plurale dell'ebraico "saba", che significa "esercito". Dio degli eserciti vuole forse dire "Dio dell'universo" | superillustrans = verbo in latino che intende un calare dall'alto, forse inventato da Dante stesso | malacòth = altro termine ebraico | la nota sua = il suo ritmo | sustanza = l'anima di Giustiniano | addua = aggiunge | súbita = improvvisa (si legge con l'accento sulla prima sillaba)
Stile: "quasi velocissime faville" è chiaramente una similitudine che paragona le anime veloci alle faville | notare, come ovvio, che la prima terzina è tutta in latino (con alcuni termini biblici di derivazione ebraica). Questo conferisce solennità al canto di Giustiniano | anche addua è probabilmente un verbo di formazione dantesca | Nota l'allitterazione dei suoni "s" e "v" in "eSSa", "moSSero", "Sua", "VelociSSime", "faVille", "Si", "Velar", "Subita".
Concetto chiave: Giustiniano intona un canto, le altre anime lo seguono danzando e velocissime si allontanano in gruppo.
Dubbio di Dante e sua soluzione da parte di Beatrice
Dante ha un dubbio: come è possibile che una giusta vendetta possa essere giustamente vendicata? Non osa chiedere, ma Beatrice, leggendo il suo pensiero, si dichiara disposta a dare una soluzione: avendo l'umanità peccato in Adamo, la pena della Croce, che Gesù patì, fu giusta limitatamente alla sua natura umana. Ma riguardo alla persona divina che era in lui, la pena fu sacrilega.
Io dubitava e dicea ‘Dille, dille’ fra me, ‘dille’, dicea, ala mia donna 'che mi diseti con le dolci stille’. Ma quella reverenza che s’indonna di tutto me, pur per Be e per ice, mi richinava come l’uom ch’assonna.
Parafrasi: Io ero preso dal dubbio e mi dicevo "Parla, parla!" alla mia donna, "così che mi disseti con le dolci gocce". Ma quella reverenza che si fa signora di me, anche solo nell'udire i suoni che compongono il suo nome, mi faceva abbassare il capo come la persona che cede al sonno.
diseti = disseti | stille = gocce | reverenza = timoroso rispetto | s'indonna = si fa signora (domina), si impadronisce | pur per = nel solo | ch'assonna = che ha sonno
Stile: Molte cose da notare. Intanto l'allitterazione di "Dicea", "Dille", "Diseti", "Dolci" | Poi il poliptoto del verbo "dire" nelle varie forme. Ricordo che un poliptoto è " una figura retorica in cui una parola ripetuta a breve distanza all'interno di un enunciato, pur essendo la stessa, assume una funzione sintattica diversa". In questo caso, cambiano il modo e il tempo verbale fra "diceva" e "dille" | poi, la similitudine: "come l’uom ch’assonna", che paragona il suo chinare il capo per rispetto a quello di una persona stanca che si addormenta | poi la metafora: 'che mi diseti con le dolci stille’, la quale mette in relazione la sete con la "sete" di conoscenza" e le gocce d'acqua che dissetano con gli insegnamenti di Beatrice | ultimo aspetto da notare, il verbo "s'indonna" è assolutamente di formazione dantesca.
Concetto chiave: Dante ha una domanda ma il timore reverenziale che ha nei confronti di Beatrice lo frena e gli fa chinare il capo.
Commento: Un passaggio complesso, a causa dell'unione non chiara di discorso diretto e indiretto da parte del Poeta | Le sillabe "Be" e "Ice", che Dante menziona, messe insieme rivelano il nome "terreno" della donna amata: Bice, cioè il diminutivo di Beatrice (come "Dante" è diminutivo di "Durante").
Poco sofferse me cotal Beatrice e cominciò, raggiandomi d’un riso tal, che nel foco faria l’uom felice:
«Secondo mio infallibile avviso, come giusta vendetta giustamente punita fosse, t’ha in pensier miso; ma io ti solverò tosto la mente; e tu ascolta, che le mie parole di gran sentenza ti faran presente.
Beatrice poté lasciarmi poco in quello stato e, con un sorriso tale, che renderebbe felice un uomo nell'Inferno, cominciò:
"Ciò che, senza possibilità di errore, io so, è che ti fa pensare come giustamente possa essere stata punita una giusta vendetta, ma io ti scioglierò presto la mente dal dubbio, e tu ascolta, perché le mie parole ti faranno dono di un'importante verità".
cotal = in quel modo | sofferse = poté sopportare | nel foco (dell'Inferno) | faria = farebbe | miso = messo | solverò = scioglierò dal dubbio
Stile: dire che il sorriso di Beatrice avrebbe potuto rendere felice un uomo all'Inferno è sicuramente un'iperbole, un'esagerazione! Altrimenti sarebbe blasfemo | nota la ripetizione di "giusta" e "giustamente". Scelta fatta da Dante, quella dell'usare figure di ripetizione e parallelismi, per supportare l'andamento argomentativo dei canti.
Concetto chiave: Beatrice sa, dalla contemplazione del vero in Dio, cosa affligge Dante, e quindi non lo lascia in quello stato di silenzio dubbioso: gli spiegherà come sia possibile che una giusta vendetta abbia potuto essere giustamente vendicata.
Per non soffrire ala virtù che vole freno a suo prode, quell’ uom che non nacque, dannando sé, dannò tutta sua prole;
onde l’umana specie inferma giacque giù per secoli molti in grande errore, fin ch’al Verbo di Dio discender piacque
u’ la natura, che dal suo fattore s’era allungata, unì a sé in persona con l’atto sol del suo etterno amore.
"Per non aver rispettato il limite posto, per il suo bene, alla sua volontà, l'uomo che non fu generato, condannò l'intera sua discendenza causando la propria condanna. Per questo fatto la specie umana giacque ammalata dall'errore per secoli e secoli, fino a che il Verbo di Dio non volle scendere nel luogo in cui, per la sola virtù dello Spirito Santo, unì alla sua persona la natura che si era allontanata dal suo Creatore".
soffrire = aver rispettato | freno = limite | virtù che vole = volontà | a suo prode = per il suo bene | quell'uomo che non nacque = perifrasi per "Adamo", che fu creato e non generato | onde = per questo, per cui | inferma = ammalata | giacque giù = se ne stette prostrata | errore = peccato | Verbo = Figlio | u' = dove | allungata = allontanata | fattore = fautore, creatore | etterno amore = amore divino, cioè lo Spirito Santo
Stile: "l’umana specie inferma giacque" è metafora che paragona l'umanità afflitta e prostrata dal peccato originale a un malato costretto a letto.
Concetto chiave: Beatrice parla del peccato originale e del fatto che abbia colpito l'intera umanità, la discendenza di Adamo, fino al momento dell'incarnazione di Cristo. Egli ha unito la propria natura divina a quella (peccatrice) umana per amore divino.
Commento: "al Verbo di Dio discender piacque". In realtà si deve intendere che il Figlio, nella Trinità, fu eletto per farsi uomo | Si parla di Adamo, e non di Eva, perché egli era stato creato direttamente da Dio e perché attraverso il maschio, secondo la dottrina, si trasmetterebbe la virtù informativa (cioè la facoltà dell'anima di dare la forma a un corpo), mentre dalla femmina offrirebbe solo la materia da plasmare | attenzione a un dettaglio importante: il peccato originale, prima della venuta di Cristo, ha separato gli uomini da Dio. Questo peccato continua ad affliggere gli uomini dopo Cristo, ma egli ha offerto la possibilità di ricongiungerci al "nostro fattore" tramite il battesimo, anche se questo non ci restituisce tutti i doni speciali che Dio aveva fatto ad Adamo | quel "u'" che Dante usa per indicare il luogo dove Cristo ha unito l'umano al divino è il grembo di Maria. Con l'Incarnazione, nella persona del Figlio di Dio si congiungono due nature: quella divina e quella umana, come abbiamo detto. Una persona, due nature. Questa dottrina arrivò a Dante per mezzo del Compendio di San Tommaso d'Aquino.
Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: questa natura al suo fattore unita, qual fu creata, fu sincera e buona; ma per sé stessa pur fu ella sbandita di paradiso, però che si torse da via di verità e da sua vita.
"Ora fa attenzione a quello di cui sto per parlare: la
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