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Alessandro Manzoni (Milano, 1785 – Milano, 1873)

La vita

Alessandro Manzoni nacque il 7 marzo 1785 a Milano, da Pietro Manzoni e Giulia Beccaria (figlia di Cesare Beccaria) – che aveva una relazione con Giovanni Verri (fratello dei più noti Pietro e Alessandro), malignamente indicato come possibile padre di Alessandro - sposati da 3 anni e tra cui intercorrevano ben 26 anni di differenza: differenza che non assicurò un matrimonio felice, tanto da portare alla separazione consensuale nel 1792, l’anno dopo in cui Alessandro fu mandato in collegio a Merate presso i padri somaschi.

Giulia iniziò presto una nuova relazione con il conte Carlo Imbonati, insieme al quale, nel 1796, si trasferì a Parigi. Nello stesso anno, per timore dell’arrivo delle truppe napoleoniche in Lombardia, i collegiali di Merate furono spostati a Lugano, sempre dai somaschi. Nel 1798 il giovane Alessandro cambiò sia istituto sia educatori: dai somaschi ai barnabiti, prima vicino a Magenta, poi a Milano. Manzoni rimase in collegio fino al 1801, quando rientrò nella casa paterna di Milano: un’infanzia e un’adolescenza, quindi, lontane dal padre e, soprattutto, dalla madre.

Del 1801 sono il primo amore per Luigina Visconti, i cui genitori troncarono per la condotta disinvolta di Manzoni, e i primi esercizi poetici: il poemetto Del trionfo della libertà e alcune altre poesie. Non servì a fargli cambiare stile di vita nemmeno un soggiorno a Venezia (1803-1804), dove il padre lo mandò per allontanarlo da amicizie pericolose, ideologicamente e moralmente. Al ritorno a Milano, Manzoni conobbe Vincenzo Cuoco (1770-1823), storico e intellettuale napoletano, emigrato in seguito alla violenta repressione della rivoluzione napoletana del 1799, che lo introdusse all’opera di Giambattista Vico e alle ricerche storiche.

Nel 1805 la madre lo invitò con l’intento di farlo conoscere a Carlo Imbonati, che però morì prima del suo arrivo. L’incontro con la madre fu per Alessandro la rivelazione di un amore che sarebbe durato per sempre. Proprio per consolarla, scrisse il poemetto Versi in morte di Carlo Imbonati, che costituì il debutto pubblico di Manzoni poeta. A Parigi Giulia introdusse il figlio nel salotto di Sophie de Condorcet (1764-1822), frequentato dai migliori intellettuali del tempo, i cosiddetti idéologues (“ideologi”), acerrimi oppositori di Napoleone dal punto di vista politico: tra essi, soprattutto lo storico Claude Fauriel (1772-1844), con il quale Manzoni strinse una profonda amicizia.

Difficile valutare con esattezza l’influsso, comunque profondo, che le conversazioni con gli idéologues ebbero su Manzoni. Certo è che l’immersione in un ambiente culturale tanto vivace e all’avanguardia ebbe una funzione di stimolo e di apertura per il giovane Manzoni – aveva vent’anni quando arrivò a Parigi -, che ne risentì positivamente per tutta la vita. Da Parigi, Manzoni e la madre tornarono più volte in Italia: nel 1807 Alessandro conobbe Enrichetta Blondet, con cui si sposò secondo il rito calvinista e da cui l’anno dopo ebbe la primogenita Giulia.

La produzione poetica di Manzoni proseguiva, ma parcamente e con fatica, sempre in direzione neoclassica: scrisse Urania e A Parteneide. Il matrimonio d’amore con Enrichetta e la nascita di Giulia sembrarono scuotere il generico teismo di Manzoni; fino ad allora, infatti, egli era stato sostanzialmente indifferente ai problemi di religione rivelata, tanto che aveva accettato senza discutere il matrimonio con rito calvinista: nel 1809 fece battezzare Giulia secondo il rito cattolico e l’anno dopo ricelebrò il matrimonio secondo il rito cattolico.

Ha trovato credito a lungo il racconto secondo cui la conversione di Manzoni sarebbe avvenuta in seguito a un evento traumatico, conosciuto come il “miracolo di san Rocco”: durante i festeggiamenti per le nozze di Napoleone con Maria Luisa nel 1810, Manzoni perse di vista Enrichetta, portata via dalla gran folla. Provò un enorme spavento e si rifugiò nella chiesa di San Rocco, dove chiese a Dio, come prova della sua esistenza, di fargli ritrovare Enrichetta, come avvenne infatti. In realtà, si tratta di una ricostruzione inattendibile: la cronologia degli avvenimenti, difatti, ci dice che non si trattò di un fatto improvviso, ma di un percorso lungo e tormentato, che impegnò tutto l’uomo Manzoni, nella sua interezza di cuore e di ragione, di spirito e di corpo, di sentimento e di intelligenza.

Il ritorno a Milano – dovuto, probabilmente, anche al desiderio di allontanarsi da un ambiente dichiaratamente ateo o anticlericale - può essere considerato la manifestazione esteriore più visibile di una serie di mutamenti interiori provocati dalla conversione: essa, tuttavia, non va vista come un rovesciamento radicale delle sue precedenti convinzioni, ma come un loro chiarimento e un loro riorientamento.

La conversione ebbe subito delle conseguenze anche nell’ambito della produzione poetica: Manzoni abbandonò i precedenti progetti e cominciò la stesura di una serie di Inni sacri, che dovevano celebrare le principali festività liturgiche, con l’obiettivo di opporsi alla scristianizzazione della società operata dal secolo dei Lumi.

Erano anni di grandi sconvolgimenti politici: dopo la definitiva sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815 si avviò la dura restaurazione con il ritorno degli austriaci nei loro possedimenti, e in particolare nel Lombardo-Veneto. La passione politica e civile di Manzoni, che già si era manifestata nel poemetto giovanile Del trionfo della libertà, e aveva poi taciuto negli anni del dominio napoleonico, si risvegliò: le idee di libertà dallo straniero e di indipendenza nazionale sono alla base della canzone politica Aprile 1814 e del frammento di canzone Il proclama di Rimini.

Il fallimento delle speranze politiche inaugurò un periodo di grande lavoro letterario, ma anche di grandi sofferenze psicofisiche. La salute, infatti, non lo assisteva: il «male di nervi», che già lo aveva tormentato episodicamente, si fece continuo, aggravato probabilmente proprio dalla disperata situazione politica e dalla delusione nel vedere la Chiesa appoggiare senza riserve la restaurazione politica. Si parla, a questo proposito, di “crisi del 1817”, che fu insieme psicofisica, politica, religiosa ed esistenziale.

La crisi si risolse poco alla volta e la prima testimonianza della ripresa fu il ritorno al lavoro sugli Inni sacri: rinnovato atto di fede nello Spirito Santo e nella Chiesa. Esso inaugurò un periodo di grande attività letteraria e di straordinario fervore creativo, nel quale nacquero quasi tutte le grandi opere manzoniane: le Osservazioni sulla morale cattolica, la tragedia Il conte di Carmagnola, le odi Marzo 1821 e Il cinque maggio, la tragedia Adelchi e il Fermo e Lucia, corretto poi nei Promessi sposi, comprensivo della Storia della colonna infame. Sul versante della riflessione storica e poetica scrisse la lettera Sul Romanticismo, il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia e la Lettre à M. Chauvet sur l’unité de temps et de lieu dans la tragediè.

In famiglia si susseguirono in quegli anni avvenimenti lieti e tristi: la nascita dei figli Sofia, Enrico, Clara (morta a due anni), Vittoria, le continue malattie cui andava soggetta Enrichetta, indebolita dalle ripetute gravidanze, i disturbi nervosi di cui Manzoni seguitava a soffrire, l’interruzione misteriosa dell’amicizia ventennale e ormai strettissima con Claude Fauriel.

Sul piano politico l’adesione da parte di Manzoni alle idee liberali e romantiche era nota, anche se lo scrittore milanese non prese mai posizione direttamente: egli diventò in quegli anni l’anima e il punto di riferimento del movimento romantico italiano, tanto che nella sua abitazione si riunivano di frequente gli intellettuali romantici per discutere di problemi politici, letterari e religiosi.

Si dice comunemente che l’attività creativa di Manzoni si sia esaurita nel 1827, con la stampa dei Promessi sposi. In realtà, negli anni seguenti Manzoni si dedicò alla scrittura di testi di argomento storico, filosofico, critico-letterario, coerentemente con la sua idea di letteratura. Nel 1850 furono pubblicati il dialogo di argomento Dell’invenzione e il discorso Del romanzo storico, nel quale Manzoni condannava il genere letterario del romanzo storico – cioè, di fatto, i propri Promessi sposi -, in quanto esso unisce ciò che insieme non può stare, vale a dire il vero della storia e il falso dell’invenzione; nel 1855 invece uscì la nuova edizione delle Osservazioni sulla morale cattolica, con l’inedita appendice Del sistema che fonda la morale sull’utilità. Infine, Manzoni si dedicò negli ultimi anni all’incompiuto saggio comparatico La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859.

Ma è certamente vero che il lungo periodo compreso tra il 1827 e il 1873 fu quasi del tutto speso nella ricerca dell’unità linguistica, anticipazione e prefigurazione dell’unità e della libertà politica d’Italia. Tali ricerche si incentrarono inizialmente sui Promessi sposi: da subito insoddisfatto del linguaggio troppo poco popolare del suo romanzo, si dedicò a un paziente lavoro di rifacimento linguistico, secondo il modello del fiorentino parlato dalle classi colte. Completato il rifacimento, Manzoni continuò a interessarsi agli studi linguistici con il costante obiettivo di dare agli italiani una lingua in cui tutti potessero riconoscersi.

Sul piano più strettamente privato, l’esistenza di Manzoni fu contrassegnata, dal 1830 in poi, da una serie di lutti: i primi e più gravi furono la morte della moglie Enrichetta Blondet, nel 1833, seguita dalla scomparsa della primogenita Giulia l’anno successivo. La necessità di governare la famiglia e di essere assistito, data la malattia di nervi, lo convinsero a sposarsi di nuovo, nel 1837, con Teresa Borri, a sua volta vedova Stampa. Il matrimonio con Teresa, che aveva già un figlio di primo letto, il diciassettenne Stefano, fu felice, anche se i rapporti della donna con la numerosa famiglia di Manzoni non furono sempre facili. Inoltre, in quegli anni, si fece anche sempre più forte l’amicizia e la solidarietà con il filosofo e prete roveretano Antonio Rosmini (1797-1855).

All’unità d’Italia, nel 1861, uno dei primi atti di Vittorio Emanuele II fu la nomina a senatore di Alessandro Manzoni, che si recò apposta a Torino per votare a favore della proclamazione di Vittorio Emanuele II a re d’Italia. Manzoni è di fatto considerato uno dei patri culturali della libertà e dell’Unità d’Italia: Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Giuseppe Verdi - tutti noti anticlericali – si recarono in visita a casa sua. Manzoni, d’altronde, fin dalla giovinezza mantenne sempre ottimi rapporti con persone di ogni convinzione, politica e religiosa, pur rimanendo rigorosamente fedele alle proprie idee.

Il 6 gennaio 1873, uscendo dalla chiesa di San Fedele, dove si recava ogni giorno ad ascoltare la messa, cadde e batté la testa contro uno scalino: non riuscì a riprendersi e morì il 22 maggio.

Le costanti letterarie: l’amore per la libertà, la verità e l’originalità

L’amore per la libertà, l’amore per la verità, la ricerca di originalità: queste sono le costanti che caratterizzano tutta la produzione letteraria manzoniana.

Da un capo all’altro della sua lunga vita, Manzoni è sempre stato animato da una tensione alla libertà che si manifesta in tutte le sue opere, assumendo diverse forme: la libertà politica, la libertà religiosa, la libertà dalle passioni, la libertà di giudizio, la libertà nelle scelte linguistiche, retoriche, formali. Dopo la conversione Manzoni considererà queste diverse forme di libertà come la conseguenza della libertà essenziale, insegnata da Cristo: la libertà dal peccato.

La stessa continuità si può cogliere a proposito dell’altro grande tema manzoniano: l’amore per il vero. Poiché la letteratura deve avere una finalità etica, lo scrittore per i suoi soggetti deve attingere dagli innumerevoli esempi offerti dalla storia. La fedeltà al vero costituisce una sorta di faro che ha sempre guidato Manzoni, prima e dopo la conversione, la quale non fa che ricondurre alla verità di Cristo tutti i veri a cui lo scrittore si è di volta in volta dedicato.

Infine, Manzoni rimase sempre fedele al principio di originalità, in tutti gli ambiti. In ambito letterario, sperimentando forme e argomenti nuovi: basti ricordare che è il primo a scrivere tragedie senza le unità di tempo e di luogo, ottenendo risultati di rilievo, e a comporre un romanzo che, per di più, ha come protagonisti personaggi di umile condizione. In ambito storico, sottopose a verifica convinzioni storiografiche ai suoi tempi ritenute indiscutibili e approdò a conclusioni diverse. In ambito generalmente culturale, egli combatté una strenua battaglia contro i luoghi comuni, in tutti i campi del sapere. Amore per la libertà, fedeltà al vero, originalità di scrittura e di giudizio si fondono poi tra loro in un unico, inscindibile impasto.

È chiaro, per esempio, che la scelta di forme metriche originali o di una lingua nuova per un genere nuovo non è altro che la necessaria conseguenza del desiderio di trovare le modalità metriche, retoriche e linguistiche più adatte a raccontare il vero, che di volta in volta Manzoni assume come oggetto; e si radica in un’attitudine di libertà grazie alla quale lo scrittore riesce a svincolarsi dai legami tanto delle idee ricevute e dei luoghi comuni, quanto delle forme metriche e retoriche trasmesse dalla tradizione letteraria.

L’opera

Le opere pre-conversione

La produzione giovanile di Manzoni, cominciata già nel 1801, è caratterizzata da almeno tre elementi comuni:

  • Una grande maestria nel possesso degli strumenti linguistici, retorici e poetici e un’approfondita conoscenza della tradizione latina e italiana;
  • Un notevole sperimentalismo, dettato dalla continua ricerca di una propria voce originale, che lo porta a confrontarsi con diversi autori e a scegliere diverse forme metriche e diversi argomenti;
  • Il tentativo di convertire le belle forme e il bello stile della nostra tradizione poetica in un linguaggio che fosse capace di esprimere pienamente contenuti “veri”.

Una delle prove più significative è il poemetto Del trionfo della libertà (1801): l’opera è composta da quattro canti in terzine dantesche, intessute di ricordi della Commedia, dei Trionfi di Petrarca, ma soprattutto della Bassvilliana e della Mascheroniana, gli ultimi successi poetici di Vincenzo Monti, il dichiarato modello di Manzoni. È un testo imbevuto di ideologia politica giacobina – l’ala estrema dei rivoluzionari francesi -, nel quale, con toni accesi e lessico conseguente, si inveisce contro il potere politico e religioso, alleati nella sanguinosa repressione della rivoluzione napoletana del 1799, e viceversa, si esalta la libertà della Roma repubblicana e della Rivoluzione francese.

È di grande importanza la tappa costituita dal poemetto in endecasillabi sciolti In morte di Carlo Imbonati (1806), personaggio celebrato da Manzoni quale esempio di virtù solitaria, la cui azione, opposta al vizio imperante nella società, può contribuirne al miglioramento. Il giovane Manzoni si fa dettare da Imbonati, che gli appare in visione, un decalogo morale al quale resterà sempre fedele. Centrali, in questo decalogo, sono la dirittura morale e la fedeltà alla libertà e alla verità: «non ti far mai servo», gli dice Imbonati, «il santo vero / mai non tradir: né proferir mai verbo / che plauda al vizio, o la virtù derida». È questa la via da seguire per «toccar la cima» dell’esercizio poetico e se anche capiterà di cadere lungo la salita, almeno ciò sarà avvenuto seguendo una propria via originale e non sulle tracce di altri. Dunque sono già enunciati quei principi cardine del pensiero manzoniano: libertà, verità e originalità.

La produzione seguente è invece incentrata sui moduli neoclassici; in particolare nel poemetto Urania (1809), Manzoni riprese un tema già trattato da Monti nella Musogonia e poi ampiamente sviluppato da Foscolo nelle Grazie: il ruolo civilizzatore della poesia e delle arti belle in generale, rappresentate dalle Grazie. Si tratta di

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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