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Alcestìl di Euripide

Prologo (vv. 1-76)

Il prologo dell'Alcesti si compone di due scene: la prima scena (vv. 1-27) è costituita da un monologo espositivo pronunciato da Apollo. Il dio, che si presenta armato di arco, delinea gli antefatti della vicenda e la situazione in cui il dramma prende avvio: egli spiega in primo luogo le ragioni della sua permanenza nella casa di Admeto in qualità di servo (θεῖος) e poi il particolare privilegio ottenuto quale ricompensa per la sua ospitalità e per il suo comportamento pio e puro, (v. 10), termine sacro con cui si definisce colui che ha adempiuto ai doveri inerenti al sacro e che ha osservato le norme fissate dagli dèi.

Apollo si trovava presso Admeto poiché era stato costretto dal padre Zeus a servire la casa di un mortale per espiare la colpa di aver sterminato i Ciclopi, artefici delle sue folgori, dopo che aveva ucciso con un fulmine al petto suo figlio Asclepio, dio della medicina, in seguito al richiamo in vita di un morto (ecco che anche lo stesso Apollo può essere definito in quanto soggiace alla punizione del padre Zeus); il privilegio che aveva ottenuto era stata la sottrazione di Admeto alla morte dopo aver ingannato le Moire, ubriacandole, a condizione, però, che un altro avesse lasciato la vita al suo posto (l'elemento dell'ubriacatura si evince dalle Eumenidi di Eschilo, «Così ti sei comportato anche nella casa di Ferete, persuadendo le Moire a rendere i mortali immuni dalla morte... hai sovvertito le antiche attribuzioni quando con il vino hai ingannato antiche dee»); Admeto così aveva interpellato e messo alla prova uno a uno i φίλοι, suoi i suoi "cari", a partire dal padre e dalla madre anziani, ma solo Alcesti si era dimostrata pronta al sacrificio.

La mentalità del dio non rimprovera assolutamente tale scambio, a differenza degli altri uomini che, invece, imporranno ad Admeto la negatività di tale scelta. Quello dello scambio è un motivo folclorico diffuso nel Mediterraneo e nell'Europa settentrionale: per esempio, il giorno prima delle nozze di due giovani innamorati compare una forza demoniaca che chiede la vita dello sposo (o più raramente della sposa); a ciò segue la supplica e la controfferta, in cui si dice che qualcun altro può morire al posto del prescelto, e così la sposa sceglie di propria iniziativa di offrire parte dei suoi anni all'amato. Tuttavia, a differenza di questa storia, qui l'elemento straniante è il fatto che Admeto e Alcesti sono già sposati e con dei figli e che lo scambio non sia immediato ma diluito nel tempo; inoltre, qui non vi è alcun gesto di passione e desiderio o alcuna parola d'amore da parte di Alcesti e l'ambito φίλια, ricorrente è quello della dell'amicizia, dell'affetto che lega due persone (di contro, nel Simposio Platone dirà che la scelta di Alcesti ebbe come motore il desiderio e che ella, a causa del ἔρος, φίλια).

Nell'esporre le coordinate essenziali del dramma, Apollo, però, trascura di dire:

  • Il proprio nome: la presenza dell'arco e l'esposizione dei dati da cui emerge che egli è padre di Asclepio e figlio di Zeus rendono comunque ovvia la sua identificazione;
  • Il paese in cui i fatti sono ambientati: la città di Fere in Tessaglia;
  • Le circostanze che avevano condotto Admeto in punto di morte e quanto tempo passa dal momento in cui Alcesti ha accettato di morire per lui: Admeto si limita semplicemente a dire al corifeo che da tempo (πάλα, v. 421) sapeva di dover morire prematuramente, ma che, data la sua giovane età e la bella vita che conduceva, non riusciva ad accettarlo; quindi è da presumere che Euripide dia per scontate alcune cose che il pubblico già ben conosceva, come il torto religioso arrecato ad Artemide, di cui è testimone la Biblioteca di un certo Apollodoro, dalla quale sappiamo che Apollo aiutò Admeto per avere la mano di Alcesti: per sposare la fanciulla dovevano essere legati al giogo di una biga un cinghiale e un leone; Apollo imbrigliò gli animali e Admeto guidò la biga fino a Pelia, padre di Alcesti; egli, però, si dimenticò di fare sacrificio ad Artemide, che, offesa, riempì la camera nuziale di serpenti velenosi; Apollo giunse in suo aiuto e gli consigliò di effettuare un sacrificio alla sorella e, una volta fatto, ella tolse i serpenti.

Θάνατος, nella seconda scena (vv. 28-76) compare armato di spada; egli si accorge immediatamente della presenza di Apollo e fra i due si sviluppa un acceso contrasto: Θάνατος appare deciso a difendere le proprie prerogative e la propria sfera d'azione contro Apollo, che, invece, vorrebbe salvare Alcesti. All'irremovibile posizione del dio della morte, il figlio di Zeus replica con una profezia che anticipa l'esito positivo del dramma, preannunciando appunto l'arrivo di un uomo, lasciato, almeno all'inizio, nell'anonimato (fino al Terzo Episodio), che strapperà Alcesti dalla morte. L'arrivo di quell'uomo che sappiamo essere Eracle è anticipato al χάρις, v. 60 dal sostantivo "favore, grazia", che si presuppone essere in uno schema di φίλοι; contraccambio fra Eracle e Admeto.

Eracle arriverà nella casa di Admeto non per salvare Alcesti, ma solo sulla traiettoria di una delle sue fatiche, l'ottava, che consisteva nel portare a Micene presso Euristeo di Tirinto le cavalle del trace Diomede (l'intervento dell'eroe che lotterà corpo a corpo presso la tomba di Alcesti è importante poiché riattiverà il tema della φίλια: Eracle, infatti, sarà ospitato nella casa del Admeto, il quale, per poterlo accogliere, tacerà la morte di Alcesti, visto che non sarebbe mai entrato in casa con un tale lutto, e per Χάρις si sdebiterà dell'ospitalità ricevuta lottando contro Θάνατος).

Apollo lascia la casa di Admeto: l'uscita di scena della divinità concorre a isolare l'esperienza del dolore e della fine come un evento tutto umano; inoltre, nessun dio può assistere al momento della morte poiché essa è, insieme alla nascita, un μίασμα, ovvero il massimo momento della contaminazione che turba il corso normale della vita quotidiana (anche Artemide nell'Ippolito di Euripide uscirà di scena al momento della morte di Ippolito, figlio di Teseo e della regina delle Amazzoni: Ippolito è un giovane che si dedica esclusivamente alla caccia e al culto di Artemide, trascurando completamente tutto ciò che riguarda la vita comunitaria e la sessualità; per tale motivo Afrodite decide di punirlo suscitando in Fedra, seconda moglie di Teseo e quindi sua matrigna, un'insana passione per il giovane. Questo sentimento fa apparire Fedra sconvolta e malata agli occhi degli altri; dietro le insistenze della Nutrice, Fedra è costretta a rivelare la causa del suo malessere e la Nutrice, tentando in buona fede di aiutarla, lo rivela a Ippolito, imponendogli il giuramento di non farne parola con nessuno; la reazione del giovane è rabbiosa e offensiva, al punto che Fedra, sentendosi umiliata, decide di darsi la morte; prima di impiccarsi, per salvare il suo onore, lascia un biglietto in cui accusa Ippolito di averla violentata. Quando Teseo, tornato da fuori città, scopre il cadavere della moglie e il biglietto, lancia una maledizione mortale nei confronti di Ippolito; il giovane dice al re di non avere alcuna responsabilità, ma non può raccontare l'intera storia poiché vincolato dal giuramento fatto alla Nutrice; Teseo non gli crede e lo bandisce da Atene. Mentre Ippolito sta lasciando la città su un carro, la maledizione si compie: un toro mostruoso uscito dal mare fa imbizzarrire i cavalli, che fanno schiantare il carro contro le rocce. Ippolito viene riportato agonizzante a Trezene, dove riappare Artemide, che espone a Teseo la verità sui fatti, dimostrando quindi l'innocenza di Ippolito. Il re si rivolge allora al figlio, ottenendone in punto di morte il perdono).

Θάνατος esce di scena e Apollo entra nel palazzo: egli è definito "sacerdote dei morti" (v. 25), in quanto consacra la vittima e segna la sua morte tagliandone un capello, mentre colui che muore è definito ἱερός (v. 75), cioè colui che appartiene agli dèi (inferi). Questo movimento contrario con Apollo che esce dal palazzo e Θάνατος che vi entra segna il mutamento a cui è sottoposta la dimora di Admeto che allegoricamente, dalla protezione di una divinità olimpica, passa al dominio infero della morte.

L'amicizia gioca un ruolo essenziale nella trama dei rapporti che il dramma euripideo delinea sia a livello umano che a livello divino: vi è la φίλια che Apollo ha per Admeto in virtù della purezza che li accomuna e la φίλια che unisce Admeto e Alcesti nel legame matrimoniale; inoltre, vi è l'amicizia che vincola, grazie alla reciproca ospitalità, Eracle e Admeto; infine, un atteggiamento di sincera amicizia è quello che il coro manifesta nei confronti di Admeto e della sua sposa. Tuttavia, vi è anche la situazione opposta, ovvero la totale negazione di ogni proprio φίλια là dove, invece, sarebbe ovvio attenderla, ossia nel rapporto tra padre e figlio, tra Ferete e Admeto.

Il favore che si accorda e la gratitudine che induce a contraccambiare i benefici ottenuti sono degli elementi decisivi per l'articolazione della vicenda sia a livello umano che a livello divino: non χάρις accorda la richiesta da Apollo che perciò si ritiene libero da qualsiasi obbligo di gratitudine; χάρις è il sacrificio che Alcesti fa della propria vita e è la sua richiesta ad Admeto di non risposarsi; χάρις è anche l'accoglienza data a Eracle e la sua restituzione di Alcesti alla vita. Tuttavia, la χάρις manca, secondo Admeto, nel comportamento dei suoi genitori per nulla riconoscenti nei suoi confronti.

Conclusioni sulla tragedia

Ma allora si tratta o no di una tragedia? Secondo la Poetica di Aristotele, una tragedia, per definirsi tale, non deve necessariamente terminare in modo catastrofico. Inoltre, osservando le altre tragedie presentate da Euripide nel medesimo anno, possiamo vedere come manchi un pezzo, ovvero il dramma satiresco: visto il lieto fine, si è ipotizzato che l'Alcesti fosse probabilmente, fra i quattro drammi presentati, quello che meglio rappresentava proprio il carattere satiresco presumibilmente mancante; infatti, agli autori era permesso presentare una tragedia che faceva le veci del dramma satiresco vero e proprio (un elemento che ci induce a pensare questo è, per esempio, la forza e la fame insaziabile di Eracle).

Parodo (vv. 77-135)

Θάνατος e Apollo hanno lasciato la scena vuota volgendosi alle rispettive mete ed entra il coro, che si pone una serie di interrogativi: sa che Alcesti dovrà morire, ma, davanti al palazzo, non trova elementi certi per capire se la morte sia effettivamente già avvenuta. Infatti, nessuno dei segnali visivi e acustici che tradizionalmente accompagnano il rituale del cordoglio si colgono davanti o all'interno della casa: non vi è il lamento (γόος) che veniva intonato dal familiare più stretto del defunto intorno al suo cadavere, né i gemiti levati dal coro, né le lamentazioni (θρῆνοι) dei familiari, talora affiancati da cantori professionisti e prefiche e accompagnati da movimenti ritmici di mani che percuotevano il petto o la testa o strappavano i capelli (come si può vedere nell'anfora funeraria del Dipylon), né servi accanto alla porta, né l'ἀρδάνιον con l'acqua di fonte usata per purificarsi dalla morte contaminatrice, né capelli recisi come offerta del morto sparsi sulla sua tomba o sul suo stesso cadavere (come testimonia il funerale di Patroclo nel XXIII canto dell'Iliade di Omero).

Quindi Alcesti è viva o è morta? L'incertezza sulla sua sorte, la contrapposizione tra l' "essere ancora" e il definitivo "non-essere" si presenta qui più forte che mai, e la predicazione di entrambi i dati perdura fino alla conclusione, quando ci si troverà di fronte a un'Alcesti ritornata dalla morte (c'è), con lo stesso suo aspetto (c'è), ma silente (non c'è).

La dimensione dell' "essere-non essere" si ritrova anche nel caso del simulacro (εἴδωλον), che rappresenta ma che può contemporaneamente rendere presente ciò che è assente se investito di sacralità. Uno dei simulacri è la statua per il morto, il quale è e non-è il morto, è connesso con lui ed è un tutt'uno con il soggetto che rappresenta.

Primo episodio (vv. 136-212)

La scena si anima finalmente di una presenza: dalla casa di Admeto esce un'ancella, che assume il valore del messaggero, a cui il coro può rivolgersi per verificare con sicurezza la natura e il corso degli eventi. La sua uscita non è un fuoriscena, ma, anzi, un retroscena: ella in primo luogo afferma che Alcesti "è viva ed è morta" (v. 141), formulazione che trova fondamento nella particolare condizione in cui ella versa: infatti, già votata all'Ade e dunque già appartenente al signore dei morti, la regina tuttavia ha ancora un tenue respiro che la tiene sospesa.

L'ancella, poi, racconta come Alcesti si stia preparando a esalare l'ultimo respiro, evocando uno dopo l'altro gli atti da lei compiuti: innanzitutto mostra la purificazione che ella fa del suo corpo con l'acqua pura del fiume e il suo abbigliarsi con veste e gioielli (sembra quasi la vestizione del guerriero omerico che, indossando la sua splendente armatura e i begli schinieri, si apprestava alla guerra); la donna si prepara con compostezza, addirittura senza una lacrima, senza un lamento e senza che la sua bellezza svanisca o cambi aspetto. In secondo luogo, l'ancella descrive i spostamenti di Alcesti: dapprima presso il focolare, dove rivolge una preghiera alla dea Estia perché accudisca i suoi figli, poi negli altari incoronati con rametti di mirto, nella camera nuziale, dove saluta il suo letto, e fuori da qui, dove abbraccia e accarezza i figli Eumelo (nominato anche nell'Iliade all'interno del catalogo delle navi) e Perimela e dove saluta i servi; sono, questi, tutti atti che accrescono il valore e la grandezza del suo gesto.

In particolare, il rimando al θάλαμος rinvia alla dimensione dell'ἔρος: il letto, infatti, è l'immagine concreta del legame coniugale che unisce Alcesti ad Admeto, ma indica anche la sessualità, visto che in πάρθενος, quel letto riaffiorano gli atti dell'ἔρος con cui ella ha dato addio alla sua condizione di "vergine". Alcesti lo saluta, gli dice addio, lo inonda di lacrime (come aveva fatto Penelope da quando Odisseo era partito per Ilio) e gli dà baci. Per indicare l'atto del baciare viene usato al v. 183 il presente κυνέω, storico che è rivolto a un oggetto e non ad Admeto: infatti, notando come nel discorso di Alcesti letto e marito siano termini che si richiamano in continuazione, possiamo vedere come il letto divenga qui il destinatario sostitutivo di quelle manifestazioni affettive che non saranno mai rivolte ad Admeto o che, in ogni caso, non saranno mai rappresentate sulla scena poiché non virtuose (il virtuosismo, infatti, sta nell'invisibilità); non a caso, Alcesti non userà mai parole d'amore per motivare il suo sacrificio (se non vagamente ai vv. 287-8), ma si esprimerà sempre in una forma restrittiva dettata forse dal pudore.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/02 Lingua e letteratura greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Tonnina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Susanetti Davide.
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