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La teoria della produzione

Non tutti i beni economici sono adatti a soddisfare i bisogni avvertiti dai soggetti economici nello stato in cui si trovano in natura, quindi si rende necessario trasformarli attraverso operazioni di vario genere, al fine di renderli maggiormente adatti a questo scopo.

Storia del concetto di produzione

Il primo autore che si è occupato del concetto di produzione è stato Aristotele che nel suo trattato “La Politica” affronta il tema delle:

  • Attività produttive indicando quelle attività che generano qualcosa in più rispetto a ciò che viene inizialmente immesso nel processo produttivo (ad esempio l’agricoltura o l’artigianato);
  • Attività sterili, non produttive, come il commercio o il prestito di denaro.

Su quali siano le attività produttive nel tempo si interrogano altre scuole di pensiero. I fisiocratici, scuola di pensiero che si sviluppa alla corte di Luigi XIV, guidati da Francesco Quesnay, sono coloro che credono nel potere della natura. Secondo i fisiocratici l’unica attività produttiva è l’agricoltura perché, grazie alle proprietà naturali e indistruttibili del suolo, si riesce a generare un prodotto netto (SURPLUS) tra ciò che è immesso nel ciclo produttivo e ciò che è prodotto (ad esempio si può passare da un chicco di grano a una spiga di grano).

Un altro autore che si occupò del concetto di produzione è Adam Smith che nel suo lavoro “Sopra la causa della ricchezza della nazione” si occupò di capire quali fossero le attività produttive. In questo periodo il concetto di ricchezza è legato alla possibilità di accumulare beni materiali. Infatti Adam Smith afferma che sono produttive le attività che generano beni materiali.

La definizione di produzione accettata oggi è quella di Nassaw Senior secondo cui “la produzione è la trasformazione di beni e servizi iniziali in beni e servizi finali caratterizzati da un livello di utilità superiore”. Secondo Senior non c’è differenza sostanziale tra il lavoro di un calzolaio e quello di un lustrascarpe poiché entrambi danno vita a una trasformazione: il primo trasforma cuoio, lacci e cera in scarpe, il secondo trasforma un paio di scarpe sporche in un paio di scarpe pulite. La produzione è ogni trasformazione che comporta creazione di utilità.

I tipi di produzione

I tipi di produzione sono:

  • Trasformazione spaziale: trasferimento di un bene dai luoghi dove è abbondante, e perciò è meno utile, ai luoghi dove è più raro o manca totalmente, nei quali al bene è attribuita una utilità superiore. Ad esempio il trasferimento di prodotti dalla campagna alla città;
  • Trasformazione materiale: insieme di operazioni eseguite per trasformare beni e servizi iniziali in altri, fisicamente diversi dai primi, in grado di dare al consumatore un livello di utilità superiore. Ne sono esempi la trasformazione: 1) della lana in tessuto, 2) di farina, acqua, sale e lievito in pane, 3) di acqua, cemento e inerti in calcestruzzo;
  • Trasformazione temporale: attività che si occupano di sottrarre i beni dal mercato quando sono abbondanti, e perciò meno utili, per poterli usare quando sono più rari e perciò quando dispiegano una utilità superiore. Un esempio di trasformazione temporale è rappresentato dall’accantonamento in un deposito del grano raccolto in estate per poterlo ricollocare sul mercato in inverno;
  • Trasferimento da persona a persona: attività con la quale i beni sono trasferiti dai soggetti che gli attribuiscono una utilità minore, a quelli che gli attribuiscono una utilità superiore. Un esempio è il trasferimento dei capitali finanziari dai risparmiatori agli investitori, attuato a mezzo delle banche.

La produzione: problema tecnico o economico?

La produzione è un problema contemporaneamente tecnico ed economico. È un problema tecnico poiché, indipendentemente dal tipo di trasformazione, la produzione richiede sempre competenze tecnico-specialistiche. Ad esempio la realizzazione di un manufatto edile va condotta nel rispetto delle regole della statica e della tecnica delle costruzioni, al fine di ottenere una struttura in grado di rispondere adeguatamente alle azioni della gravità e delle altre sollecitazioni esterne.

Il problema, però, è anche economico per due motivi. In primo luogo, qualunque attività produttiva comporta l’impiego di risorse scarse –i cosiddetti fattori della produzione- che potrebbero essere destinate ad usi alternativi e la decisione di adoperarle per quell’uso, sottraendole ad altri usi, può essere presa correttamente solo con ragionamenti di carattere economico. In secondo luogo, lo stesso risultato atteso dal processo produttivo può essere ottenuto con combinazioni diverse dei fattori della produzione, a ciascuna delle quali compete un costo. Ad esempio un mc di calcestruzzo può essere ottenuto o utilizzando gli operai o usando una betoniera.

I fattori della produzione

I beni e servizi appropriabili che in qualsiasi modo concorrono al processo produttivo costituiscono i fattori produttivi o fattori della produzione. Il costo di produzione è la somma dei prezzi dei fattori che entrano nel processo produttivo. Nello specifico, i fattori produttivi, secondo il modello neoclassico, sono riconducibili a cinque categorie:

  • Le risorse naturali: insieme degli elementi che rientrano nel processo produttivo ma che non sono stati creati dall’uomo (ad esempio terra, minerali, materie prime, acqua, clima). Tali risorse costituiscono un fattore originario non aumentabile.
  • Il lavoro: ogni attività fisica o mentale svolta dall’uomo e finalizzata alla produzione di beni o servizi. Costituisce un fattore originario aumentabile.
  • Il capitale: ogni bene ottenuto con un processo produttivo ma sottratto al consumo per essere reimpiegato in un nuovo processo produttivo (ad esempio impianti industriali, fabbriche, macchinari, magazzini, capannoni). Il capitale è un fattore derivato perché costituisce il risultato di un precedente processo produttivo.

Il capitale può essere:

  • Circolante cioè ogni forma di capitale che esaurisce la sua attività in un singolo processo produttivo (ad es. combustibile);
  • Fisso che può essere usato in più processi produttivi prima di esaurire la funzione per cui è stato realizzato (ad es. un macchinario industriale). Per il capitale fisso si pone la questione del deprezzamento o perdita di valore del bene che ha nel tempo a seguito dell’uso per cui è stato progettato e realizzato. Un’altra questione riguarda la convenienza a sostituire un macchinario e rientra nel giudizio di convenienza economica.

Il capitale può essere:

  • Tecnico (capitale differenziato) rappresentato dai beni utilizzati nel processo produttivo (macchinari);
  • Finanziario (capitale indifferenziato) rappresentato dalla valuta e dalle cambiali emesse dal soggetto che attua il processo produttivo.
  • L’organizzazione statale rientrano tutte le funzioni:

Generali svolte dallo Stato per garantire le condizioni che rendono possibile lo svolgimento delle attività produttive (ad esempio i trasporti, sicurezza nazionale e locale, informazione); Specifiche finalizzate ad incentivare lo sviluppo di determinati settori economico-produttivi attraverso azioni di politica economica (ad esempio finanziamenti pubblici, taglio delle tasse, agevolazioni).

  • La capacità imprenditoriale che si manifesta attraverso le particolari attitudini dell’imprenditore a pianificare ed attuare l’iniziativa. Particolari attitudini organizzative dell'imprenditore possono favorire il superamento di condizioni economiche sfavorevoli per l'impresa, compensando a volte la mancanza di adeguati mezzi tecnici e finanziari.

L’impresa e la figura dell’imprenditore

L’impresa è l’organismo tecnico-economico che rende attuabile il processo produttivo, cioè la trasformazione di beni iniziali (fattori della produzione) in beni finali (prodotti) in grado di dispiegare un’utilità superiore. L’azienda è la parte materiale dell’impresa che attua il processo produttivo cioè fabbricati, macchinari, impianti, ecc.

L’imprenditore, è definito da Schumpeter, come il soggetto economico responsabile dell’unità di produzione che, in vista di un profitto, acquista i fattori della produzione sul mercato dei fattori produttivi, organizza i fattori nel processo produttivo per realizzare servizi o beni di consumo, assume il rischio tecnico e economico della produzione, vende i prodotti sul mercato dei servizi o dei beni di consumo. L’imprenditore è il soggetto che decide:

  • Cosa va prodotto,
  • Come va prodotto,
  • Quando va prodotto,
  • Quanto va prodotto,
  • Dove va prodotto.

Il compenso dell’imprenditore (il profitto) tiene in conto:

  • L’attività di organizzazione e le sue competenze;
  • L’assunzione del rischio.

L’attività di gestione si realizza attraverso:

  • L’acquisizione dei fattori produttivi (fabbricati industriali, materie prime, macchinari e impianti produttivi, mano d’opera, capitali finanziari, diritti, brevetti, ecc.);
  • L’organizzazione e la direzione della produzione dal punto di vista tecnico ed economico (per quanto concerne, cioè, l’impiego nella produzione dei fattori tecnici e dei capitali finanziari);
  • L’assunzione del rischio (tecnico ed economico) connesso all’attività imprenditoriale.

- Il rischio tecnico deriva dalla eventualità di imperfezioni tecniche dei beni prodotti (ad esempio, una partita difettosa di un capo di abbigliamento, una certa quantità di alimenti avariati, ecc.);

- Il rischio economico è connesso alla eventuale mancata vendita dei beni prodotti a seguito di un mutamento della domanda di mercato.

I prezzi d’uso dei fattori produttivi

A ciascun fattore della produzione corrisponde un compenso o prezzo d’uso. La rendita può essere definita come il compenso del fattore produttivo risorse naturali. Per i terreni agricoli può essere:

  • Assoluta la cui origine può essere ricondotta al pensiero della scuola Fisiocratica, è attribuibile alla capacità dell’attività agricola di generare un surplus (o prodotto netto) tra quanto è immesso nel processo produttivo e quanto ne deriva, a seguito dello sfruttamento delle proprietà naturali e indistruttibili del suolo. Per questo motivo al proprietario fondiario spetta una rendita;
  • Differenziale relativa ai terreni agricoli che si differenziano da quelli della stessa zona per le specifiche caratteristiche di fertilità, come pure per la diversa localizzazione rispetto ai luoghi di vendita dei prodotti agricoli. La rendita differenziale di fertilità è introdotta dall’economista inglese Ricardo secondo cui i proprietari delle terre più fertili possono beneficiare di una rendita “differenziale” dovuta ai minori costi di produzione, mentre ai proprietari dei terreni “marginali” compete unicamente la rendita “assoluta”.

La rendita differenziale di localizzazione è introdotta da Van Thunen la cui genesi deriva dal differente ammontare delle spese di trasporto che i proprietari di terreni differentemente localizzati devono sostenere per trasferire i loro prodotti al mercato. Supponiamo che in una regione agraria ci siano due terreni agricoli identici tra di loro e aventi la stessa distanza dal mercato. Immaginiamo che il primo terreno abbia una fertilità f1 maggiore della fertilità f2 del secondo terreno, di conseguenza, per ottenere la stessa quantità di bene, il costo di produzione del primo terreno sarà minore del secondo. Al mercato la vendita del bene allo stesso prezzo produrrà un ricavo (p*q), ma nel primo caso il costo di produzione è stato più basso mentre nel secondo caso è stato più alto. Quindi nel primo caso la rendita è maggiore rispetto al secondo caso.

Nella stessa regione agraria supponiamo che i due terreni sia identici tra di loro anche dal punto di vista della fertilità e che il primo terreno sia più distante dal mercato rispetto al secondo terreno. In questo caso il costo di trasporto per portare il bene dal primo terreno al mercato è maggiore di quello che si ha nel secondo caso. Quindi tenendo conto dei vantaggi e degli svantaggi, interpretati nei termini di costi.

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