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Capitolo 10:
Nel 1901, si iscrive alla scuola d’arte, nel 1902 viene premiato per il disegno di un orologio da taschino
all’esposizione di arti decorative di Torino. Le Corbusier ha esordito come architetto nel 1905, costruendo
a soli diciassette anni una Villa per Louis Fallet.
Villa Fallet, 1905-7, Le Chaux-de-Fonds: Il progetto è quello di uno chalet tipicamente
svizzero, poggiato su una piattaforma commentata sulla facciata con blocchi di pietra. Oltre alla
pietra, i materiali utilizzati erano legno (per le capriate che sostenevano il tetto a padiglione) e
stucco.. La casa comprendeva un
seminterrato contenente i locali di servizio.
Le stanze principali erano al piano terra. Il
soggiorno si estendeva sulla terrazza
tramite una loggia chiusa che sosteneva il
balcone al piano superiore. Le zone notte
e i servizi igienici erano al piano superiore.
L'attico conteneva una camera da letto
mansardata. L'ingresso a doppia altezza era
al centro della villa, conteneva la scala,
costruita in legno e decorata con motivi naturali o ispirati alla natura e dava accesso al primo
piano, dove le camere da letto erano raggiungibili da una galleria. Sia all'interno che all'esterno, la
decorazione della villa era estremamente elaborata. Jeanneret si interessò anche al design degli
interni. Progettò un tavolo in legno, sedie e una credenza incorporata per la sala da pranzo.
Nel 1908 inizia a lavorare presso lo studio di August Perret per poi approdare nel 1910 a quello di Peter
Behrens, Egli viaggiò molto, si recò in Italia, in Grecia e in Asia minore, il suo ‘’voyage d’orient’’ fu una
ricerca dei valori perenni dell’architettura. Non imitava le opere che vedeva infatti i suoi schizzi lo
aiutavano a cogliere i caratteri salienti delle varie architetture così da imprimersi queste immagini nella
sua memoria. Egli cercò di arrivare all’anatomia dell'architettura del passato e di cogliere i principi
organizzativi. Tutte queste impressioni si mescolarono per poi divenire parte di un ricco patrimonio di
forme dell’immaginario di LC.
Nell'atelier di Perret apprese le lezioni base sul cemento armato e assorbì le idee di Viollet-le-Duc poi,
lavorando nello studio di Peter Behrens a Berlino, assimilò l'idea che una nuova architettura dovesse
fondarsi sull'idealizzazione di tipi e norme progettati per soddisfare i bisogni della società moderna, in
armonia con i mezzi della produzione di massa. Ciò è sufficiente a fornire un contesto al suo sistema
residenziale in cemento armato "Dom-ino" del 1914-15, destinato a essere capostipite di una genealogia
ricchissima.
Maison Dom-ino, 1914-15, su carta: Questa fu concepito come una " casa-kit" in grado di
contribuire alla rapida ricostruzione delle devastazioni della guerra nelle Fiandre. Jeanneret
ottimisticamente credeva che la guerra sarebbe terminata in fretta e il suo ideale era quello di
produrre in serie un campionario base di componenti, includendo gli stampi necessari, per
realizzare un semplice scheletro di cemento armato con sei punti di supporto e solette a sbalzo.
La struttura dell’abitazione, in questo modo, poteva essere montata in meno di tre settimane, e
muri fatti di conglomerati provenienti da edifici andati distrutti potevano essere utilizzati come
riempimento. Le finestre e gli arredi, tutti prodotti in serie, dovevano essere modellati sulle
preesistenze locali, e inseriti nello scheletro. 45
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La vera denominazione "Dom-ino" è una combinazione tra la parola latina che indica la casa
(domus) e il gioco del "domino" (la pianta di un'intera periferia assomigliava vagamente a una serie
di numeri sei del domino). Era intrinseca l'idea che componenti semplici, ortogonali e riproducibili
in serie potessero essere combinati per dare forma ad abitazioni e comunità moderne.
Si trattava di un'unità strutturale composta di tre piani
orizzontali, lisci sia sotto che sopra, in cui ognuno dei due
piani superiori era sor retto da sostegni di cemento armato a
sezione quadrata, mentre il livello inferiore era sollevato dal
terreno su tozzi blocchi di cemento. Nella rappresentazione
prospettica di questo scheletro le scale in cemento erano
l'elemento che collegava i diversi piani.
Bisogna notare che il Dom-ino, in confronto al sistema di
Hennebique, non faceva uso di contrafforti o travi, queste
ultime erano inserite all’interno dei solai. Le solette e i
sostegni erano completamente netti e contribuivano a
conferire un’idea strutturale completamente pura. Uno dei
vantaggi del sistema di Jeanneret, mai sperimentato, avrebbe
dovuto consistere nella rapida costruzione.
Un altro valore intrinseco e indiscutibile fu che questo sistema raggiunse con il cemento quello che
non aveva realizzato il sistema di Perret: separava la funzione di schermatura da quella strutturale
del muro, eliminando la superficie di tamponamento dal telaio. Dunque, il tamponamento era
collegato all'estremità delle solette, con la possibilità di esistere come superficie piana sospesa nello
spazio al di sopra di un vuoto. A questo punto la stabilità dell’ed ificio veniva garantita dallo
scheletro, il muro esterno, o altre forme di tamponamento, poteva essere definito senza la
preoccupazione del carico e senza l’interruzione del telaio.
Il sistema Dom-ino concedeva anche all’interno nuove libertà: le partizioni potevano essere
posizionate come si desiderava, dentro o fuori la linea della griglia dei supporti. Lo spazio era salvo
e un nuovo grado di flessibilità strutturale era acquisito. Esteticamente l'enfasi poteva ora spostarsi
dalla sottrazione di vuoti dalla massa, alla modulazione di spazi con supporti minimali. Parti delle
solette potevano essere rimosse per creare volumi a doppia o addirittura tripla altezza. Il piano
inferiore poteva essere completamente libero per la circolazione pubblica, mentre il tetto piano
poteva essere usato come una terrazza.
In una forma embrionale, lo scheletro Dom-ino spiegava per filo e per segno alcuni principi
generativi - la pianta libera, la facciata libera, il tetto a terrazza - che sarebbero diventati, negli anni
a seguire, d'importanza cardinale per l'opera di Le Corbusier. Ma se le idee del sistema Dom-ino
anticiparono alcuni aspetti dell'architettura degli anni venti, esse erano anche saldamente collocate
all'interno della tradizione razionalista.
Quando Jeanneret lavorava per Perret, nel 1908,
aveva speso il suo primo stipendio per l'acquisto del
Dictionnaire raisonné de l'architecture di Viollet-le-
Duc. Su un margine, di fianco a un'illustrazione
raffigurante un contrafforte gotico rampante, annotò
dell'insistenza di Perret a proposito dello scheletro
strutturale: «comprendi lo scheletro e comprenderai
l'arte». Allo stesso modo, il purificato diagramma
strutturale rappresentato dal Dom-ino rappresentava un genotipo, un'immagine originaria, da cui
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avrebbe potuto essere sviluppata un'architettura simbolica. Nel suo teorema Dom-ino, il
giovane Jeanneret getta le basi per i suoi futuri sistemi architettonici e urbanistici, ma con
l'aiuto dei suoi mentori precedenti e contemporanei.
Edouard Jeanneret si interessò sempre di più al cemento armato e al problema del suo utilizzo nel
contesto di una crescente industrializzazione; inoltre, suo desiderio era abbinare le potenzialità del
cemento alle lezioni che aveva appreso dalla tradizione. Tali obiettivi sono rilevanti per una comprensione
della Villa Schwob. L’idea per quest’ultima si concretizza a seguito della costruzione di uno chalet
svizzero, con i quali proventi finanzia il suo viaggio in Italia.
Villa Schwob, 1916, La Chaux-de-Fonds, Svizzera: una casa privata commissionatagli per un
lotto alla periferia di La Chaux-de-Fonds, nel 1916. L'edificio era costituito da una struttura in
cemento armato, aveva uno spazio centrale a doppia altezza con gallerie in affaccio, un tetto piano
e finestre a doppia vetratura. La zona di servizio è affacciata sulla strada, la scala occupa la facciata,
un ambiente prezioso, mentre, tramite una hall si accede alla parte nobile che dà sul giardino ed è
composta da sala da pranzo e soggiorno. Il secondo registro
prevede delle stanze di servizio e un curioso sistema di accesso alle
stanze da letto e ai boudoir. Inoltre; affacciandosi si può osservare
lo spazio sottostante. Il modello non è lontano da quello della
Maison Citrohan ma le forme assumono dimensioni
magniloquenti data la ricchezza del committente. Le influenze di
Perret, di Behrens e forse di Hoffmann sono visibili negli alzati e
n ell'uso del cemento armato; quella di Wright negli ampi spazi
interni e si può anche percepire, nel cornicione, nella simmetria e
nella proporzione, un permeante senso classico. Alcuni schizzi
dell'architetto indicano che egli stesso la considerava una versione
aggiornata di una villa palladiana con ali simmetriche e blocco
centrale. Nelle sequenze interne e nella pianta vi sono elementi che
richiamano la descrizione di Jeanneret di case romane a Pompei,
in particolare la Villa di Diomede. All’esterno gli echi della sua preparazione storica si vedono,
edificio in cemento armato rivestito da una cortina muraria con mattoni, commentata plasticamente
da una cornice strombata che profila l’edificio. Tuttavia, questo edificio era ben più della somma
delle sue fonti; la sua potente combinazione di curve e forme rettangolari dimostrava un forte
talento compositivo, un talento ancora alla ricerca della sua vera modalità espressiva.
Dalla Maison Dom-ino, LC continua a ragionare sugli stessi elementi (economicità, dignità, nuovo
abitare) e approda a soluzioni tra loro affini, tra queste la Maison
Manol. Una casa economica ambigua, realizzata tramite cellule
aggregate. La copertura insolitamente non è piana ma voltata,
posta a sbalzo rispetto al volume costante, in modo tale da
rendere gli elementi verticali di sostegno inutili. La critica che
viene mossa su questo progetto è di aver sprecato quegli elementi di sostegno che formavano un portico
di fronte alle abitazioni.
Nel 1917 tornò a Parigi e venne introdotto da Ozenfant all’avanguardia post-cubista, entrambi erano
appassionati dalla bellezza delle macchine in quanto queste potevano stimolare sensazioni romantiche.
Grazie a Ozenfant incomincia a dipingere e a conoscere le idee che si erano sviluppate a Parigi. Si trovò
subito a proprio agio con il nuovo mezzo espressivo e infatti organizzò nel 1918 una mostra con
Ozenfant. Si definirono ‘’puristi’’ e il loro catalogo fu una sorta di manifesto intitolato “dopo il cubismo”.
I loro dipinti traevano dal cubismo la combinazione di forme astratte con frammenti figurativi e il
trattamento dello spazio in strati, rifiutarono però il mondo bizzarro e frammentato dei cubisti a favore
della precisione e dell'ordine matematico. 47
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Dal 1920, Jeanneret assume il nome di Le Corbusier (il corvo) e fonda con Ozenfant la rivista L’Esprit
Nouveau. Tutti gli articoli pubblicati da LC vengono raccolti in un libro pubblicato nel 1923, “Verse une
architecture” che racchiude il suo percorso architettonico e rivela le sue idee circa l’architettura moderna.
Il percorso di LC da teorico si concretizza in un processo di trasformazione dell’architettura di carta in
architettura reale. Le Corbusier fu un architetto capace di costruire il proprio mito, tutti i suoi progetti,
infatti, erano documentati, mai scartati, seppur mai realizzati. Un’opera completa con tutti i disegni è
ancora oggi custodita alla fondazione Le Corbusier. Lui è stato l’artefice stesso della sua fama mentre era
in vita. Molti dei suoi progetti realizzati solo su carta furono poi costruiti per eventi ed esposizioni: è
questo il caso della Maison Citrohan, poi realizzata per il padiglione dell’esposizione del Werkbund a
Stoccarda nel 1927 L’abitazione è una versione grezza del suo futuro sistema scatola
Maison Citrohan, 1922, LC:
bianca su pilastri (i pilotis vengono realizzati solo a Stoccarda), con tetto piano, finestre
rettangolari di tipo industriale e soggiorno a doppia altezza. Utilizza il cemento armato nella
costruzione in serie di questa casa, essa corrispondeva all'idea esposta nel libro “Verso una
architettura” della casa concepita come una ‘’macchina per abitare’’ ovvero una casa in cui le
funzioni erano discriminante a partire dalle
questioni più basilari e ridotte agli essenziali,
rispondendo ai bisogni primari dell’uomo.
Citrohan era un voluto gioco di parole sul nome
Citroen ed è chiaro che LC era intento ad
utilizzare processi di produzione in serie, come
quelli usati per le automobili, al fine di risolvere
la crisi abitativa del dopoguerra. La casa è isolata
su tre lati e presenta tre differenti ingressi, uno di
servizio al piano terra, uno principale ed un al primo piano. Il primo registro è composto Il retro
della casa ospitava la cucina, il bagno e le camere da letto in comparti più piccoli e, al piano più
basso, c'era l'impianto di riscaldamento. A mezza altezza e sulla copertura c'erano delle terrazze.
La terrazza della copertura, in particolare, si trasforma in un tetto giardino per questioni di
coibentazione e ed anche per risarcire la natura per lo spazio sottratto nella costruzione. L'edificio
nel suo insieme era in cemento (da qui le ampie luci ininterrotte dell'interno) e la maggior parte
avrebbe dovuto, infatti, esser messa in opera sul cantiere.
Maison La Roche-Jeanneret, 1923, rue Doctor Blanche, Parigi: La pianta ad L, in realtà
descrive due case unite, gemine ma non specchiate: una per La Roche e l’altra per il fratello di LC.
Il sito è particolarmente infelice per questioni di orientamento e
complicato perché le due unità erano fondate su richieste
totalmente diverse. Il fratello desiderava un'abitazione
convenzionale e compatta per una famiglia, mentre, il collezionista
voleva usare l'appartamento per esporre la sua collezione di arte
cubista e purista ed ospitare la sua biblioteca. Oggi le due parti
sono comunicanti e sono la sede della formazione LC. Nella
scatola rettangolare, più convenzionale, egli pone l'abitazione della
famiglia e le aree private del collezionista, in corrispondenza del secondo elemento curvo che
poggiava su pilotis (che sulla facciata diventano setti) egli pone uno spazio espositivo per il
collezionista. Nell’abitazione di la Roche i piani non sono solo sovrapposti, ma talvolta, anche
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sfondati verticalmente, eliminando il solaio e creando spazi a doppia altezza. Tra i due elementi
si trova il salone del collezionista che si alza ed è pe netrato da
balconi aggettanti e da un passaggio aereo che corre dietro
un’ampia vetrata che fornisce una molteplicità di punti di vista,
posizionati a varie altezze, che richiamano un ponte di un
transatlantico. L’ingresso è posto al di sotto di questo passaggio
che unisce la biblioteca alla zona notte, interrompendo la “tutta
altezza” del resto dell’ingresso. La biblioteca è raggiungibile da
una scala che parte dall’ingresso oppure dalla promenade
architecturale che parte dalla zona espositiva. Le finestre sono a
filo con il piano della facciata, le superfici sono scarne e gli spogli
muri sono dipinti di bianco, verde o marrone. Impianti e
attrezzature sono di chiara estrazione industriale di serie, sono
infatti degli obj ect-type. Gli spazi sono collegati appositamente
per permettere l'esplorazione graduale dell’interno. La galleria che
accoglieva le opere di La Roche era uno spazio a tutta altezza con
delle prese di luce in un’asola ricavata proprio sotto l’ultimo
solaio, per garantire un’illuminazione diffusa. Un solaio
intermedio è raggiungibile tramite una lingua che sale che crea un
percorso detto “promenade architecturale”. All'esterno il muro
imbiancato con finestre sembra generare la sensazione di assenza
di peso e vede balconi intersecati, la terrazza sul tetto ed infine un piccolo giardino con il
sempreverde creato a livello dei tetti circostanti. 49
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Cité Henry Fruges, 1924/5, Bordeaux: complesso di reside