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Storia contemporanea

L'Europa delle grandi potenze e i nuovi mondi (USA e Giappone)

Stato e società nell'Italia unita

Cavour e l'unità d'Italia

Cavour voleva fare del Piemonte uno Stato autenticamente moderno ed europeo, una vera potenza continentale. Per fare ciò, doveva indebolire gli austriaci e allearsi con i francesi, interessati anche loro al progetto di modificare la situazione. Cavour ci riuscì, lavorando sul doppio binario dell’agitazione patriottica e dell’intensa attività politico-diplomatica, stipulando gli accordi di Plombieres. Questa intesa prevedeva un nuovo assetto per la penisola italiana: tre Stati, di cui uno meridionale liberato dai Borboni, uno dell’Italia centrale, formato da Toscana ed ex possedimenti pontifici, e uno in particolare dell’Alta Italia, composto da Lombardo-Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, sotto la guida della monarchia sabauda.

Napoleone III e Cavour pianificarono un accordo che doveva portare a un nuovo assetto della penisola dopo una guerra con l'Austria. Ma non va tutto come previsto: gli austriaci perdono la Lombardia ma tengono il Veneto, i patrioti insorgono e, tramite plebisciti, Toscana ed Emilia Romagna vengono annesse. Il Mezzogiorno viene liberato dai Borbone grazie ai Mille di Garibaldi, che partono da Quarto, prima Palermo e la Sicilia, poi Calabria, Napoli.

Le tappe della spedizione dei Mille

Quarto, Marsala, Calabria, Napoli, Volturno. Teano.

Al fine di evitare un diretto attacco allo Stato della Chiesa e un inevitabile incidente diplomatico, il governo organizza un intervento militare e stringe i tempi per le annessioni, tramite plebisciti, di tutte le regioni che avessero voluto unirsi al Piemonte: si annettono Sicilia, poi Umbria e Marche. Il 17 marzo 1861 il primo Parlamento nazionale, eletto secondo la legge piemontese, proclamava Vittorio Emanuele II re d’Italia «per grazia di Dio e volontà della nazione».

Politica economica di Cavour

Quale fu il principio ispiratore della politica economica di Cavour durante la sua attività parlamentare e di Governo del Regno di Sardegna, prima dell’Unità d’Italia? Il liberoscambismo. Quale fu il programma politico di Cavour? Un programma moderato, la creazione di un blocco aristocratico-borghese contro la democrazia mazziniana e l'unificazione nazionale attraverso l'espansione di casa Savoia.

Perché scoppiò la Guerra di Crimea a cui anche il Piemonte di Cavour partecipò? Per le rivendicazioni territoriali della Russia rispetto alla Turchia. Cosa furono le leggi Siccardi? Un corpo normativo che riordinava i rapporti fra lo Stato e Chiesa.

Quale fu il nome dato da Mazzini al suo movimento fondato a Ginevra nel 1853? Partito d’Azione. Qual era la potenza europea che occupò militarmente la Lombardia ed il Veneto fino al 1859? L'Austria. L’assedio di Sebastopoli, a cui parteciparono anche truppe del Regno di Sardegna, richiama alla memoria quale conflitto? La guerra di Crimea del 1854. Con quale Paese si alleò il Piemonte in occasione della II Guerra di Indipendenza? Francia. Quali regioni dovevano essere ancora annesse quando venne proclamato il Regno d’Italia? Roma, Trieste e Istria. Come ebbe fine la prima Guerra d'Indipendenza in Italia? Con la sconfitta dei Sabaudi a Novara, l'abdicazione di Carlo Alberto in favore del figlio, Vittorio Emanuele II, e la firma dell'Armistizio di Vignale.

Politica e società in Italia dopo l'unità

Problemi: analfabetismo e brigantaggio nel meridione, con una forte ed aggressiva malcontento, violenza sugli edifici pubblici e massacri dei nuovi dirigenti che appoggiavano il nuovo governo. Governava la Destra storica, formata principalmente dal nucleo piemontese (Sella, Lanza, La Marmora) della vecchia Camera subalpina, da emiliani (Minghetti), toscani (Ricasoli, Peruzzi) e dal gruppo moderato lombardo (Jacini, Visconti-Venosta). I ceti popolari furono i più colpiti: la politica di duro fiscalismo e di assoluto rigore finanziario perseguita in particolare da Quintino Sella alla fine ebbe i suoi frutti, arrivando all’agognato pareggio di bilancio, ma poi c’è la rivoluzione parlamentare e sale la Sinistra.

Il Tirolo meridionale e la Venezia Giulia rimangono in mano agli austriaci. La «Convenzione di Settembre», siglata nel 1864 con Napoleone III, rappresentò un ottimo viatico per la successiva annessione dei possedimenti papali; prevede il trasferimento della capitale del Regno d’Italia da Torino a Firenze e il ritiro completo entro due anni delle truppe francesi dallo Stato della Chiesa.

Andate via le truppe, cercano di prendere Roma, ma il Papa rimane saldo quindi entrano attraverso Porta Pia (20 settembre 1870), dopo l’annessione Roma diventa capitale; propongono al Papa, con la legge delle Guarentigie, le condizioni per il libero svolgimento del proprio magistero spirituale, oltre all’extraterritorialità per i palazzi del Vaticano e del Laterano, alle libertà di comunicazione con il resto del mondo e ad una dotazione annua pari a quella iscritta nel bilancio dell’ex Stato pontificio.

Nel 1874 vieta ai cattolici la partecipazione attiva alla vita politica del Regno d’Italia, riassunto nella formula non expedit (non conviene), propone il boicottaggio e il rifiuto di cooperare con le nuove autorità italiane precedentemente formulato.

La Sinistra al potere ha attenuato l’inclinazione radical-democratica, ma comunque allarga le basi democratiche dello Stato, attua delle importanti riforme politico-sociali e recepisce le istanze di cambiamento espresse dal Paese reale. Ricorda Agostino Depretis, la legge Coppino del 1877 sull’istruzione elementare, resa obbligatoria, sotto la responsabilità dello Stato, fino al nono anno di età, e la riforma elettorale del 1882, che concedeva il diritto di voto a tutti i cittadini che avessero compiuto 21 anni e avessero conseguito la licenza elementare o dimostrassero comunque di saper leggere e scrivere.

Il trasformismo politico

Con il voto sale Costa, deputato socialista, e inizia una lunga fase di trasformismo: sul piano politico-parlamentare scompaiono progressivamente i motivi di divisione ideologica tra Destra e Sinistra, che convergono verso un unico blocco ministeriale per emarginare le rispettive ali estreme. La svolta moderata di Depretis ebbe come conseguenza diretta la ricomposizione dei gruppi democratici più avanzati e l’emergere della cosiddetta sinistra radicale di Agostino Bertani e Felice Cavallotti, destinati così a diventare gli alfieri dell’opposizione al trasformismo e i sostenitori di una nuova politica, maggiormente rispondente alle esigenze delle classi popolari, in ambito nazionale, e anti-austriaca, sul piano internazionale.

Mentre Depretis e i suoi governi attuano una politica estera che, oltre ad esprimere una nuova e discutibile vicinanza agli imperi centrali, suggellata dalla Triplice Alleanza del 1882, finì con l’assumere un piglio aggressivo ed un’impronta espansionistica: dal 1885 inizia il colonialismo, il cui punto di partenza fu ufficialmente l’acquisto della baia di Assab sul Mar Rosso, seguito dalla conquista di Massaua e di ampie zone dell’Eritrea, prima della sciagurata sortita in territorio etiope e della disfatta di Dogali, che nel 1887 pose fine di fatto alla lunga stagione depretisiana.

Sale Crispi ed imprime alla sua azione di governo un indirizzo apertamente decisionista e illiberale, evidenti tracce le troviamo nella ferrea politica di repressione perseguita nei confronti del movimento dei lavoratori e culminata nella proclamazione dello stato d’assedio in Sicilia e in Lunigiana. Tra le sue vittime ci fu naturalmente il neonato Partito Socialista, costituitosi nel 1892 a Genova per impulso di Filippo Turati, al culmine di una stagione di intense lotte e di straordinario attivismo organizzativo, che portò anche alla costituzione delle prime Camere del Lavoro, organismi di rappresentanza e resistenza dei lavoratori sul territorio. Ci sono anche dei provvedimenti di carattere progressivo, come la riforma amministrativa, che rese finalmente elettivi i Sindaci dei Comuni con più di 10.000 abitanti, e la stesura del nuovo codice penale, che aboliva finalmente la pena di morte.

Colonialismo crispino

Nella politica estera il colonialismo crispino fu orientato all’ulteriore rafforzamento dei possedimenti italiani in Eritrea e alla definitiva soluzione della questione etiope con la drammatica sconfitta subita ad Adua dalle truppe italiane il 1° marzo 1896, il suo governo cade.

L'Italia giolittiana

Dopo la caduta di Crispi c’è una crisi politica. Sul fronte governativo essa si manifestò nel ritorno alla guida del governo di Rudinì. Sul piano politico la comune sensibilità conservatrice si espresse alla fine in due tendenze:

  • Interprete della prima fu principalmente Sydney Sonnino, che, nel celebre articolo del 1897 "Torniamo allo Statuto", propose di porre fine alla prassi parlamentare introdotta di fatto da Cavour, a favore di un ritorno ad una interpretazione più restrittiva dello Statuto Albertino, che rendesse il governo responsabile solo di fronte alla corona e che lasciasse quindi alle Camere i soli compiti legislativi.
  • Un’opzione istituzional-parlamentare, utile, dal suo punto di vista, a ridimensionare il potere di rappresentanza delle forze «anti-sistema», neutralizzandone sul piano parlamentare la forza di interdizione e, più in generale, il potere di condizionamento, senza per questo però dare adito alla loro repressione.

Tra le file del composito fronte conservatore, erano convinti che proprio questa fosse l’arma necessaria a garantire l’ordine pubblico e a tenere sotto stretto controllo ogni forma di protesta sociale. Alla fine la seconda tendenza vince, vengono ripresi i metodi crispini in materia di ordine pubblico e di un opprimente controllo nei confronti di qualsivoglia iniziativa assunta dal movimento operaio e dalle forze dell’Estrema Sinistra.

Nel 1898 scoppiarono in tutto il Paese i moti per il pane, che rappresentarono una forma di protesta tipica delle società preindustriali, oltre che del protagonismo operaio. Viene soppresso con violenza, il culmine fu raggiunto a Milano, dove, complice la proclamazione dello stato d’assedio e il conseguente passaggio dei poteri all’autorità militare, le truppe del generale Bava Beccaris usarono l’artiglieria contro la folla inerme, provocando un centinaio di morti e oltre cinquecento feriti. Culminò con l’arresto di molti capi socialisti, radicali, repubblicani e cattolici intransigenti.

Dopo la bocciatura del progetto presentato da Rudinì e la caduta del suo governo, per un lunghissimo anno le forze dell’opposizione (socialisti, repubblicani e radicali) riuscirono, mediante la tecnica dell’ostruzionismo, ad impedire l’approvazione delle proposte assolutamente liberticide in materia di espressione, associazione e sciopero, presentate dal governo guidato da Luigi Pelloux, che, tentando a questo punto la prova di forza, optò per lo scioglimento della Camera. Ma comunque la linea repressiva fallisce in favore dei liberali e progressisti, sostenuti anche dal nuovo re Vittorio Emanuele III, con il governo Saracco, poi con Zanardelli, che elegge Giolitti come Ministro degli Interni. «Uno Stato autenticamente liberale non avrebbe avuto nulla da temere dallo sviluppo delle organizzazioni operaie e niente da guadagnare da una politica di indiscriminata repressione nei loro riguardi», nel 1901 pronunciò la frase «credo che bisogni mettere allo stesso livello di fronte alla legge sia il capitalista che il lavoratore».

Ricorda la costituzione del Consiglio Superiore del Lavoro, organo consultivo competente in materia di legislazione sociale nonché organo di rappresentanza delle organizzazioni sindacali e degli imprenditori. La legge sulla municipalizzazione dei pubblici servizi, permetteva appunto ai Comuni l’esercizio diretto di servizi di pubblica utilità, come gas, trasporti ed elettricità. Questo governo permise al movimento sindacale di crescere sia nei centri urbani, dove andarono diffondendosi le Camere del Lavoro, sia nelle aree rurali, che furono teatro dello sviluppo delle leghe bracciantili, destinate a riunirsi, nel novembre del 1901, all’interno della Federazione Italiana dei Lavoratori della Terra (Federterra). I salari crebbero del 35% nel settore industriale e del 40% in quello agricolo.

Sul piano finanziario a favorire il consolidamento del sistema italiano fu il complessivo riassetto del comparto, disposto in seguito alla crisi della Banca romana. La crisi del 1892/93 mise in luce l'insuccesso e il definitivo dissesto degli istituti di credito mobiliare che, incapaci di far fronte ai problemi di liquidità, caddero in dissesto pur in presenza di consistenti rifinanziamenti da parte degli istituti di emissione. Mise in evidenza un intreccio fra speculatori edilizi, politica e i vertici della banca. Una crisi del settore delle costruzioni trovò l’Istituto capitolino, e altri istituti di minor rilievo, esposti finanziariamente sul fronte dei mutui edilizi che non riuscirono più ad onorare per mancanza di liquidità. Per porre un freno al disordine creditizio si decise di riformare tutto il settore bancario. Il 10 agosto del 1893 viene fondata la Banca d'Italia, che sarebbe poi divenuta (ma solo nel 1926) l'unico istituto di emissione italiano. Giolitti si dimette per le accuse.

Il protezionismo infine, varato nel 1887, rese possibile la creazione di una moderna industria siderurgica, progressi anche nell’industria cotoniera, altamente meccanizzata e agevolata dalle tariffe protezionistiche. Due settori chimico e meccanico; + 30% l’aumento del reddito medio pro-capite nel primo decennio del Novecento, nonostante il permanere di un alto tasso di analfabetismo (37%) e la grande emigrazione di massa verso l’Estero. Il governo Giolitti non riuscì ad incidere profondamente sulla strutture sociali del Sud, ma fu senza dubbio in grado di agevolarne lo sviluppo economico in tempi piuttosto rapidi, come dimostrato in particolare dalla costruzione del centro siderurgico di Bagnoli. Nel 1905 gli bocciano la statizzazione delle ferrovie, si dimette, la fa fare a Fortis e poi torna al potere. Ricorda anche la conversione della rendita, ossia la riduzione del tasso di interesse versato dallo Stato ai possessori di titoli del debito pubblico, a diretto beneficio della finanza pubblica, vista la sensibile contrazione degli oneri per interessi gravanti sul bilancio dello Stato. Si sviluppò un’accesa conflittualità tra lavoratori e associazioni padronali, confluite poi nel 1910 all’interno della Confederazione Italiana dell’Industria (Confindustria).

Dopo un’altra ritirata, Giolitti propone un programma particolarmente ambizioso e progressista, che prevede l’introduzione del suffragio universale maschile e il varo del monopolio statale delle assicurazioni sulla vita, funzionale al finanziamento delle pensioni di invalidità e vecchiaia dei lavoratori. La sua approvazione è il culmine del riformismo giolittiano.

Il primo sciopero generale in Italia

Il primo sciopero generale in Italia si ebbe nel 1904. Motivazioni del movimento operaio e atteggiamento del governo in proposito.

La guerra di Libia

Nel 1910 si consolida e diventa un’autentica formazione politica l’Associazione Nazionalista Italiana, ben organizzata e con mire espansionistiche. A causa anche di grandi interessi economici il governo Giolitti interviene militarmente sul fronte libico, ma i costi della guerra sono ingenti e le risorse del Paese poche. Nell’ottobre del 1912 i turchi accettarono quindi di firmare la pace di Losanna, che, pur prevedendo la rinuncia da parte del sultano alla sovranità politica sulla Libia, non pose certo fine alla resistenza anti-italiana delle varie popolazioni arabe presenti sul territorio; nonostante ciò, la maggior parte dell’opinione pubblica borghese la supportò con trionfali manifestazioni patriottiche.

Provoca un complessivo rafforzamento dei clerico-conservatori e dei nazionalisti, a destra, e degli intransigenti tra le file del Psi, a sinistra. Preoccupati dai progressi delle forze laiche e socialiste, il papa e i vescovi decisero allora di favorire le tendenze clerico-moderate, che miravano a far fronte comune con il blocco d’ordine per bloccare l’avanzata delle sinistre, alle elezioni del 1913 il Presidente dell’Unione elettorale cattolica, Ottorino Gentiloni, invitò ufficialmente i cattolici ad appoggiare quei candidati liberali che si fossero impegnati a rispettare un programma in linea con i capisaldi dell’etica cattolica. Proprio il patto Gentiloni contribuì quindi a garantire ai liberali un’ampia maggioranza, divenuta però sensibilmente più eterogenea e divisa che in passato, al punto tale da rendere sempre più problematica se non impossibile, in conseguenza anche di una complessiva radicalizzazione della dialettica politica, la mediazione giolittiana.

La Francia dal Secondo Impero alla Terza Repubblica

Bonapartismo, il confronto con la Prussia e la sconfitta

Napoleone III dà vita ad un assetto politico e statuale nuovo e del tutto originale, chiamato bonapartismo, che rappresentò in Europa un modello unico ed assolutamente centrale sul piano geopolitico, per influenza, potere e prestigio. Caratterizzato da un profilo autoritario, questo particolarissimo paradigma politico-statuale assegnava però un ruolo alla sovranità popolare, chiamata ad esprimersi attraverso lo strumento dei plebisciti, utile a conferire un’ufficiale legittimazione al sistema di potere in realtà incentrato sulla forza delle armi, quindi il centralismo autoritario si univa ad una forte dose di paternalismo, ad un blando riformismo sociale e ad una prassi di governo apertamente demagogica.

Sul piano economico-sociale vediamo la prepotente crescita di una nuova e dinamica borghesia mercantile e finanziaria e le ambiziose aspirazioni tecnocratiche (costruzione di nuovi ponti, canali, assi viari e collegamenti ferroviari). La campagna in Oriente si concluse con un nulla di fatto per la Francia, che riuscì però, in sede di conferenza di pace, a ritagliarsi il ruolo di paladina dei principati danubiani e quindi di tutte le nazionalità oppresse, che lottavano contro l’assetto geopolitico venutosi a creare a seguito del Congresso di Vienna. Di qui le simpatie di molti patrioti italiani, anche di ispirazione democratica, destinate però a trasformarsi in sentimenti di aperta ostilità, a seguito del «tradimento di Villafranca» e della posizione assunta dallo stesso Napoleone III a proposito della spinosa questione romana.

Napoleone III sottovaluta la forza (e la preparazione militare) della Prussia e le stesse capacità di Otto von Bismarck, che riesce nel consolidamento della Prussia e nel compimento dell’unificazione tedesca a svantaggio della Francia; il 19 luglio 1870 Napoleone III dichiara guerra alla Prussia, ma viene sconfitto a Sedan con Napoleone III caduto prigioniero.

La sconfitta di Sedan (1870)

Cosa accadde in Francia in occasione della sconfitta di Sedan (1870) nella guerra con la Germania? L'imperatore Napoleone III fu imprigionato e a Parigi venne proclamata la Repubblica (4 settembre): Adolphe Thier venne nominato Primo Ministro. La Francia fu costretta a subire l’occupazione tedesca fino a che non fosse stato pagato quanto dovuto e a cedere al Reich l’Alsazia e la Lorena.

La questione d'Oriente

Cause e conseguenze per la Francia di Napoleone III: La campagna d'oriente di Napoleone III si è conclusa sul piano squisitamente militare, con un nulla di fatto per la Francia, che riuscì però, in sede di conferenza di pace, a ritagliarsi il ruolo di paladina dei principati danubiani e quindi di tutte le nazionalità oppresse, che lottavano contro l'assetto geopolitico venutosi a seguito del Congresso di Vienna.

La Comune di Parigi e la Terza Repubblica

Nel Paese completamente allo sbando nel frattempo c’è una drammatica crisi interna, in parte ancora legata alle tensioni politiche e sociali che i fatti del ‘48 avevano alimentato e che il regime bonapartista solo in parte era riuscito a soffocare: in particolare il conflitto tra città e campagna, tra rivoluzionari della capitale e delle principali realtà del Paese e i conservatori, tra istanze e ideali di progresso e rigurgiti vandeani; per l’elezione dell’Assemblea generale vincono i moderati e i conservatori, con un capo del governo che non riesce a domare gli insorti, la Guardia Nazionale non segue gli ordini ed essi “vincono”.

La Comune: il generale modello di autogoverno cittadino, per la prima volta sperimentato in Francia con questa stessa accezione tra il 1793 ed il 1794 e sostanzialmente replicato nel 1871, sulla scorta però di un ben diverso imprinting; fu il più radicale esperimento di democrazia diretta che mai si fosse tentato fino a quel momento in Europa, per effetto dell’abolizione di qualsivoglia distinzione tra potere esecutivo e potere legislativo, dell’elezione dei funzionari pubblici, peraltro in qualsiasi momento revocabili, e dalla sostituzione dell’esercito regolare con delle milizie popolari; la settimana poi viene represso nel sangue da un esercito governativo comandato da MacMahon (più di 20 mila vittime).

La Terza Repubblica

C’è un nuovo assetto istituzionale dal 1875, quello della Terza Repubblica: il potere legislativo è esercitato da una Camera eletta a suffragio universale maschile e da un Senato solo parzialmente elettivo, assegnando quello esecutivo ovviamente ad un governo guidato dallo stesso Presidente della Repubblica, votato dalle due camere riunite e dotato quindi di ampi poteri, un interessante compromesso fra una soluzione presidenziale all’americana e una di stampo apertamente parlamentare, con maggioranza repubblicana, che governerà a lungo, anche per la sua scissione tra la corrente più moderata dei cosiddetti «opportunisti», guidata da Jules Ferry, e quella dei «radicali», capeggiata invece da Georges Clemenceau.

Segue un periodo di deciso riformismo economico-sociale, civile e politico, grazie al varo della legge sulla libertà di associazione.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher LisiBisi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università telematica "e-Campus" di Novedrate (CO) o del prof Anglani Giorgio.
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