I greci e i persiani: politica e civiltà
I greci non avrebbero chiamato i persiani “politici” perché non ritenevano di avere relazioni di carattere politico con i persiani. Credevano che la politica avesse a che fare direttamente con la forma della polis. Questa è la distinzione tra civiltà e vichingo. Tutti gli altri non sono né civilizzati né costituiscono grandezze con le quali avere relazione di tipo politico.
Le polis greche
Le polis erano delle piccole città di provincia. Eppure, i greci non ritenevano che l’impero fosse una forza politica. È nel corso di una storia bimillenaria che il termine politica si è esteso oltre la forma e la dimensione della polis. Noi ci occuperemo di una parte di queste vicende.
Democrazia e schiavitù
La stessa cosa vale per la forma di democrazia. I greci pensavano che la forma democratica potesse convivere con l’esistenza di schiavitù, che l’essere umano potesse essere trattato come uno schiavo di un padrone. Ci poteva essere la democrazia nonostante la presenza di esseri umani considerati appena un po' meglio degli animali domestici, ma che non erano pienamente umani. La stessa cosa vale per le donne; si è potuto parlare di democrazia per molto tempo, senza prendere per ipotesi che un essere umano donna potesse farne parte (menzione sul libro di Tocqueville “La Democrazia in America”). Ancora nel 18° secolo la democrazia non designa una forma di governo, non si stabilisce ancora che sulla base del suffragio si debba misurare la democratizzazione.
Il concetto di uguaglianza
Un altro concetto importante nell’affrontare la politica è il concetto di uguaglianza. È il nome di una differenza naturale tra gli esseri umani, che gli antichi hanno concepito nella loro idea di democrazia. L’idea che siamo tutti uguali, in realtà, si afferma nella storia recente con la Rivoluzione francese, mentre le istituzioni politiche europee hanno potuto sopravvivere facendo a meno dell’idea che gli esseri umani fossero tutti uguali. Dal punto di vista storico ci interessa come sia stato possibile che ad un certo punto sia stato possibile riflettere sulla natura dei consociati che fanno parte della vita pubblica come uguali e non più come diversi. Per noi oggi non è possibile discutere di politica senza l’uguaglianza, ciò che non ha fatto la precedente società per quindici secoli.
Concetti astratti e sociali
Tutti questi concetti sono di natura astratta, nel senso che queste parole chiave che designano la vita sociale e le sue caratteristiche hanno il compito di rappresentare degli insiemi e delle relazioni generali, delle quali è difficile fare un’esperienza diretta. Pensiamo ad un concetto tanto materiale quanto astratto come quello di Repubblica italiana. Essa è un soggetto concreto, un’autorità che sanziona, che rilascia documenti; questa autorità designa un insieme, di cui noi non facciamo esperienza diretta del suo insieme.
Il concetto di popolo
Concepirsi come parte di un insieme astrattamente definito comporta la forma che assumono certe esperienze. Un concetto astratto come quello di “popolo” assegna delle forme concrete e individuali (es. passaporto). Designare un certo sistema politico come democratico crea delle aspettative in coloro che lo attuano. In realtà, l’astrazione dei concetti che ci occuperemo è strettamente collegata con lo spazio di esperienza e con gli orizzonti di aspettative di persone molto concrete. Questi elementi sono mutati insieme con il significato con cui essi vengono identificati.
Il diritto di voto
Attraverso una lunga presenza di movimenti e organizzazioni politiche, viene riconosciuto il diritto di voto. I concetti condizionano il modo con cui l’essere umano pensa di sé nel sociale. Come faremo queste operazioni? Prendendo in esame fonti tra loro diverse (immagini e tendenzialmente testi).
Le opere di Lorenzetti
Buon governo
Nelle prime immagini del ppt su Lorenzetti, sono rappresentate le procedure attraverso le quali decisioni vengono prese. “Buon governo”. L’immagine rappresenta i nove, è il perfetto esempio del buon governo.
Il conflitto con l'Impero
Prima di cominciare a descrivere l’affresco di Lorenzetti, è utile leggere un piccolo stralcio di una Costituzione. Il problema del lungo conflitto che l’Imperatore ingaggia con i comuni (che sono prevalentemente esperienza tutta italiana) è che i comuni si ritengono delle grandezze che si autogovernano. L’Imperatore invece riteneva che gli si consentisse di governare su tutti i territori dell’Impero. Dunque, l’Imperatore non poteva accettare che ci fossero delle porzioni del suo Impero che non governava e che si governassero da sole. In cima alla struttura politica si trova l’Imperatore ed è lui a decidere chi governa e dove, ne consegue quindi che il potere deriva dall’Imperatore.
Autogoverno dei comuni
Questa struttura è destinata a entrare in conflitto con una logica di organizzazione politica completamente diversa, quando alcuni comuni italiani decidono di autogovernarsi e di investire alcune persone di una qualche autorità, alla quale suddetta non viene conferita dall’alto ma dai cittadini del comune. Dal punto di vista dell’organizzazione dell’Imperatore, che qualcuno potesse governarsi da sé, costituisce un attacco nei confronti dello stesso e quindi l’assunzione di una posizione di conflitto con tali entità.
L'affresco del buon governo
Osservando l’affresco del buon governo, troveremo le cosiddette virtù:
- Pace sdraiata su un’armatura. In questi testi la Pace non è rappresentata quasi mai come uno stato di quiete, in quanto essa è una cosa da ottenere e su questa visione se si lascia andare le cose come vanno, ciò non sarà una situazione di concordia e armonia. La Pace è una figura vincitrice sul conflitto, essa si ottiene sedando i conflitti. In tutti i testi del Cinquecento, la Pace è uno scopo prevalentemente sul piano interno, perché il principale problema degli Stati, non è tanto quello della battaglia con lo straniero, ma quanto dal lato interno nel combattere le proprie guerre. La guerra così come viene pensata è la guerra civile e non quella con l’esterno. La Pace si ha quando la città è unita.
- Fortitudo (la fortezza cioè la capacità di non vacillare davanti alle avversità).
- Prudenza (una virtù legata al fatto che non siamo onniscienti e onnivedenti e non potendo prevedere le avversità, cerchiamo in qualche modo di prevederle e non pensare solo al momento, ma anche a quello che accadrà dopo, sulla scorta di ciò che accadrà dopo).
- Virtù teologali sono la fede, la speranza e la carità.
- Virtù cardinali sono la prudenza, la saggezza, la fortezza e la giustizia.
- Magnanimità: la disposizione di essere buoni verso gli altri. Le persone con animo grande sanno distinguere le cose grandi dalle cose minute.
Il governo tirannico e dispotico
Le caratteristiche che distinguono il governo tirannico da quello dispotico sono le virtù. Crudeltà, che contiene l’idea di merito. Superando lo scoglio di capire cosa vogliono dire i termini latini delle figure che stanno sul divano. Dal punto di vista concettuale un governo per essere buono deve operare secondo la Giustizia, al contrario di quello che riteniamo noi non è una virtù cieca, ma anzi nell’affresco si notano gli occhi aperti.
La giustizia cieca
“La giustizia cieca” quando riteniamo che la legge funzioni perché la legge è uguale per tutti. La giustizia non è un’opinione. La visione di giustizia cieca è osservabile solo nell’Ottocento ed è stata possibile da quando appunto si è pensato che tutti gli uomini fossero uguali. Precedentemente si pensava infatti, che gli uomini non fossero tutti uguali. “Una città con tutti gli uomini uguali, sarebbe un casino” (Platone). “Affidare un governo ad una donna sarebbe come dare il governo ad un cane”.
Concordia e armonia
Concordia che dona armonia. Dai piatti della bilancia della Giustizia, partono due corde:
- Giustizia commutativa.
- Giustizia distributiva.
La nostra corda parte dai piatti della bilancia, unite dalla Concordia e passano dagli uomini con le tuniche e termina nelle mani della figura con la Corona seduta sul divano (esso rappresenta il comune di Siena). Il tutto dona un certo ordine ed equilibrio. La figura posta al centro è la rappresentazione allegorica del Comune nel suo insieme quanto delle magistrature che la presiedono, l’idea che ci sia un collegamento della Giustizia che si dona di sapienza; solo chi governa secondo Giustizia, governa bene e rappresentare una forma di governo in ordine.
Virtù e governo
Questa santa virtù, là dove la giustizia governa, regge la corda e induce all’unità della quale parlava il ‘Costituto’, per cui la giustizia si può rappresentare solo con la sapienza. Quando si è in pace si fa del bene comune il loro signore, un ricorso ai magistrati, i quali strumento per ottenere la pace, l’assenza di guerre civili e l’unità. Il bene comune per mezzo dei magistrati per governare non deve mai distogliere gli occhi dalle virtù. La ragione per la quale si conferisce all’autorità politica denaro, tributi e potere è fatto per la ragione che l’autorità politica ha di mira il governo secondo la giustizia. Quindi un buon governante è un mezzo per ottenere questi fini, avendo tutta una serie di virtù.
Il pensiero politico di Machiavelli
Macchiavelli e le virtù
La possibilità per i cittadini di stare nella fila ordinata (affresco). La sicurezza prodotta dall’ordine serve per avere una vita prospera e felice, dal punto di vista di Lorenzetti questo effetto è garantito dal fatto che il governo politico della città (rappresentato dalla figura seduta sul divano), sia un governo virtuoso giocando un ruolo di maggior rilievo. In un’immagine del buon governo di questo tipo, la premessa è che la Giustizia e la Sapienza alla quale essa deve sempre rivolgersi, insieme alle virtù teologali e cardinali, garantiscono che se il Sovrano le rispetterà sarà un buon sovrano e se il magistrato e tutti i membri della città saranno virtuosi, agiranno bene con una forma di buon governo, garantendo una buona vita ai sudditi e il sistema vita sociale sia buono. Le magistrature che governano il Comune e che hanno la funzione di fare le buone leggi (leggi giuste) agiranno così se rispetteranno tutte le virtù e saranno quindi ‘timorati di Dio’; dunque se vuoi agire per produrre il bene comune (come fine ultimo delle istituzioni) se vuoi produrre bene comune, devi agire secondo virtù. Non si può quindi avere una vita buona e civile laddove non ci sono le virtù.
La fortuna secondo Machiavelli
Il pensiero politico di Machiavelli si distacca dalle concezioni medievali, egli infatti costituirà un caso de tutto particolare per la sua epoca. Egli avrà una forte attività politica anche grazie allo studio dei grandi classici, saranno di fondamentale importanza per la redazione delle sue più grandi opere [Il Principe, i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio (pubblicate post-morte)]. È forse anche grazie alle sue attività presso la Cancelleria di Firenze che egli matura la sua visione di politica, non intesa come ambito dove vige l’armonia delle parti, ma anzi dove vi è la dominazione del caso, dai rapporti di forza, violenza e dalla simulazione. Il problema che solleva Machiavelli non è nuovo, esso infatti articola l’instaurazione di un’organizzazione politica ben ordinata che riesca ad organizzare la vita pubblica.
Il mondo mutevole di Machiavelli
Il nostro autore pensa il Mondo come qualcosa di mutevole, esso non cessa mai di porre gli uomini di fronte al cambiamento e alle circostanze che si trovano continuamente ad affrontare. Il cambiamento inteso da Machiavelli non è però inteso nel lungo periodo, ma piuttosto una variabile cangiante (cambia in base alla luce, inteso quindi in base al relativo periodo storico), l’autore a ciò dà il nome di fortuna. La fortuna sarà un tema importante per l’autore, in quanto essa è considerata ‘arbitra’ della metà delle nostre azioni. È quindi fondamentale per stabilire gli effetti delle azioni degli uomini e quindi delle decisioni politiche tese ad istituire un ordine stabile. La fortuna è vista come una forza travolgente, che non è arginabile, ma possono essere adottati alcuni provvedimenti per farla risultare meno dannosa. È qui che intervengono i governi, che hanno il complicato compito di agire in un mix di mutevolezza delle circostanze e delle passioni degli uomini, adattandosi quindi alla “qualità de’ tempi”. Questa capacità è considerata una virtù, ma non intesa come forma di bontà e nulla a che fare con il senso delle tradizionali virtù (teologali e cardinali), ma designa la capacità di agire con energia, astuzia e di valutare correttamente e tempestivamente le varie circostanze che si presentano di volta in volta.
I Discorsi della prima deca di Tito Livio
In quest’opera Machiavelli analizza la storia sociale e istituzionale di Roma, l’attenzione dell’autore è rivolta all’osservazione delle dinamiche di trasformazione delle istituzioni romane e come ciò può essere aperto alla storia di Firenze e dell’Italia contemporanea. Andando a riprendere ciò che è stato detto con la fortuna. Il corpo politico deve rinnovarsi periodicamente, in quanto sarà soggetto a conflitti, corruzione e lotte che rischiano di disgregarlo. Machiavelli indica la Repubblica come unico tipo di governo longevo, perché capace di resistere al movimento ciclico che porta alla successione di Monarchia, Aristocrazia e Democrazia che successivamente comportano forme di governo corrotte dall’Oligarchia, alla Tirannide, alla Demagogia. Vede quindi nella Repubblica l’unica forma, forma in cui:
- Il popolo partecipa attivamente alla vita politica;
- Il potere centrale assicura la coesione e la rapidità di decisione;
- L’autorità della Repubblica è regolata dalle leggi e delegata dal popolo;
- Il conflitto che interviene tra le parti forma un equilibrio dinamico il che dà elasticità all’apparato. È chiaro che il conflitto debba manifestarsi nel rispetto delle leggi, la violazione di ciò comporterebbe alle principali cause di corruzione e distruzione dell’ordine politico.
La conclusione di Machiavelli
Machievelli giunge quindi ad una conclusione: se le vecchie istituzioni non riescono più a garantire la stabilità politica e la libertà ci sono due soluzioni:
- Un politico particolarmente accorto si rende conto di ciò che accade per tempo, ma si troverebbe nell’impossibilità di agire perché probabilmente nessuna forza politica condividerebbe la sua visione.
- Oppure la mancanza di tempestività comporterebbe d’improvviso un’azione con caratteristiche e mezzi straordinari (violenza e armi), stravolgendo così il modo di procedere previsto dalle leggi.
Quindi, ne risulta che di fronte ad una Repubblica nella quale si afferma la corruzione, il rinnovamento degli ordini è molto difficile da perseguire.
Il Principe di Machiavelli (1532)
In quest’opera Machiavelli si concentra ancora una volta sulla fondazione di un ordine politico e del suo mantenimento, lo fa dal punto di vista del Principe, si sofferma soprattutto dal punto di vista del “Il principato nuovo” conquistato con armi proprie e con la capacità del principe. Nel diciottesimo capitolo Machiavelli scrive: “Il principe deve fare quello che fanno le magistrature descritte dall’affresco di Lorenzetti, pieno quindi di virtù”. C’è un punto molto importante per capire la riflessione machiavelliana: il principe deve sembrare virtuoso. Le virtù sono soltanto parvenza di ciò che fa il principe, secondo Machiavelli i cittadini che osservano le azioni del principe e le giudicano, sono in realtà superficiali e si accontentano di ciò che sembrano (gli uomini sono disposti a vivere nella parvenza che una cosa è così, seppur essa è distante dalla realtà fattuale. Sarà compito del principe saper governare la cosa) e se anche qualcuno avesse capito come stanno le cose, non avrebbe il coraggio di dirlo.
La percezione del potere
Secondo Machiavelli gli esseri umani capiscono poco e coloro che capiscono sono in estrema minoranza. Dunque, finché saranno pochissimi, il principe non ha bisogno di essere davvero virtuoso e sembrare di esserlo è ritenuto abbastanza per ottenere il consenso dei cittadini. Da questo punto di vista un buon ordine politico è dove vigono la pace e l’unità (Aristotele Lorenzetti), e l’immagine di Machiavelli è la stessa di Lorenzetti. Un principe che garantisce il suo potere garantisce l’unità della città. Secondo Machiavelli mantenere l’unità significa conservare la pace sociale, egli dice: “Se un principe mantiene unità e pace, i mezzi saranno considerati onorevoli” (anche senza esserlo veramente).
La modernità di Machiavelli
La dimensione della parvenza è tipicamente moderna e non troviamo traccia nel lavoro di Lorenzetti e traduce in un cambiamento, perché un conto è che si dice che un principe è virtuoso, un altro è ciò che dice Machiavelli, esso è buono se mantiene pace e unità. Nella trattazione di Lorenzetti erano le virtù teologali e cardinali che mantenevano il buon governo. Anche se è chiaro fare di esercizio virtù, è anche chiaro che se n’
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