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Niccolò Machiavelli (1469 – 1527)

Niccolò Machiavelli pensa al mondo come invariabile nelle sue componenti (energie fisiche e qualità morali), ma in perpetuo movimento nella ripartizione e nelle combinazioni di queste. La “virtù” dell’uomo, intesa come forza di volontà, fronteggia la “fortuna”, che rappresenta la somma di tutti gli elementi più o meno imprevedibili che possono ostacolare la progettualità umana. In altre parole, la virtù è la capacità di incidere sugli avvenimenti, cogliere e sfruttare le situazioni favorevoli e saper riconoscere quelle negative; la fortuna è tutto ciò che non dipende dalla virtù. Il motore degli avvenimenti storici sono le passioni umane.

Machiavelli ha un atteggiamento realistico nei confronti della politica (scienziato della politica) e vuole capire i veri meccanismi della politica (realismo). Studia il meccanismo politico slegandosi dal carattere morale e religioso: è amorale (politica e morale totalmente separati), ed ha una posizione polemica nei confronti della Chiesa Cattolica. Quest’ultima, infatti, ha una funzione politicamente negativa, sia perché, in generale, sottrae allo stato la parte migliore dell’uomo, la spiritualità, sia perché, in Italia, lo Stato Pontificio non è abbastanza forte per unificare la penisola, ma, contemporaneamente, è in grado di impedire che altri lo facciano.

Le opere più importanti per il pensiero politico sono: “Discorsi nella prima decade di Tito Livio (1512 - 1519)” e “Il Principe (1513)”. Le due opere sono scritte nello stesso periodo, ma si contrappongono.

Nella prima, La Repubblica viene indicata come il tipo di governo più capace di resistere al movimento ciclico che porta al succedersi di Monarchia, Aristocrazia e Democrazia mediante il passaggio alle rispettive forme corrotte della Tirannide, Oligarchia e Demagogia. Essa è una forma di governo misto che unisce in sé le tre classiche forme di governo, assumendone gli aspetti migliori. Il regime popolare sostiene un forte potere centrale, il popolo partecipa attivamente alla vita pubblica, la possibilità di elevarsi a tutta una serie di cariche pubbliche rappresenta l’aspetto aristocratico, il potere centrale assicura coesione e rapidità di decisione, l’autorità della Repubblica è regolata dalle leggi e delegata dal popolo. Proprio come Tito Livio, Machiavelli esalta l’autorità politica della comunità.

Nella seconda, invece, l’autore si sofferma sulla figura del Principe, mettendo in risalto il potere di uno solo. Un Principe vuole creare un proprio principato o, se ne è già in possesso, mantenerlo; vuole quindi conquistare o mantenere il potere. Uno stato può essere acquisito con armi e virtù proprie, con fortuna ed armi altrui, con la scelleratezza e per consenso. Dunque, per avere successo in politica occorrono armi e virtù, armi ed esercito; il migliore esercito è quello che si forma quando il Principe arma il proprio popolo e non formato da soldati mercenari. I problemi per conservarlo sono esaminati in riferimento ai rapporti con l’esterno, sia all’interno delle relazioni con i sudditi.

L’essenza della sovranità è l’esercizio del potere. La figura del principe è lontana dai ritratti umanistici: egli regge il suo stato con le leggi e con la forza; deve saper bene usare la forza e l’astuzia (il leone e la volpe). Per il principe, che deve evitare il disprezzo e l’odio dei sudditi per il pericolo di instabilità che ciò comporta, è meglio essere temuto che amato: l’amore è un sentimento troppo instabile, rispetto al timore che si avvale della minaccia della pena. È proprio dalla premessa della natura non buona degli uomini che scaturisce la necessità per il principe non di essere virtuoso, ma di sembrare tale e di tenersi pronto, quando occorre, a sostituire ai comportamenti virtuosi i loro contrari. Le virtù, infatti, sono quelle qualità del Principe che non sono morali, ma bensì simulazioni e dissimulazioni (egli può mentire ed ingannare se necessario). Il fronteggiarsi di virtù e fortuna è quantificato in ragione del cinquanta per cento delle probabilità per l’uno o per l’altro. Se questo rapporto fosse stato a vantaggio della virtù, Machiavelli avrebbe dato prova di un volontarismo ottimistico, se a favore della fortuna, l’uomo si sarebbe trovato paralizzato dall’incombere del caso. Ponendo in equilibrio i due termini egli lascia spazio all’agire calcolato, che può sempre cercare la realizzazione dei propri obiettivi. Nell’imprevedibile della fortuna, inoltre, vi è una dose di prevedibilità, che la scienza della politica può mostrare e che l’intelligenza umana può cogliere, per far volgere la fortuna a proprio vantaggio o limitarne i danni. Il perfetto modello di “Principe”, secondo Machiavelli, è impersonato dal Principe Borgia.

Riforma protestante: Lutero e Calvino

Martin Lutero

Il 31 ottobre 1517 Martin Lutero appende le sue 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittemberg; così facendo, egli proclama un ritorno all’ordine, alla semplicità e alla moralità originaria. Ciò comporta, nel giro di pochi decenni, la spaccatura dell’unità religiosa dell’Europa Occidentale ed il riproporsi del problema del rapporto tra potere spirituale e potere temporale. Il punto cardine della dottrina luterana consiste in due regni:

  • Il regno spirituale: interiore, che ci lega a Dio e che si esprime con riflessioni intellettuali (legami individuali e interiori). Il contatto con Dio risiede nella nostra mente.
  • Il regno dell’esteriorità: riguarda la realtà (feudo, corporazioni); è inferiore, ma indispensabile.

La chiave della salvezza non risiede nelle opere, ma nella fede; l’uomo è stato inviato da Dio sulla Terra per riscattare i propri peccati. Lutero inizialmente non vuole creare una chiesa nuova, ma parla di interiorità: non serve una struttura per entrare in contatto con Dio ed ognuno può essere sacerdote di se stesso (sacerdozio universale). Ogni persona, grazie all’intelligenza, può interpretare le Sacre Scritture; questo aspetto rappresenta un attacco alla Chiesa, la quale aveva il monopolio dell’interpretazione. Lutero traduce in tedesco la Bibbia, così che tutti la possano interpretare.

Lutero, grazie alla protezione dei principi tedeschi, riesce a fondare una chiesa solida. Si pensa alla politica di Lutero come principesca: si concentra tutto il potere nelle mani di un’unica autorità e non vi è nessuna possibilità di censura o di opposizione nei confronti del potere politico (assolutismo: legittimità dell’assoluto potere del sovrano; l’individuo ed i sudditi non hanno alcun valore).

Giovanni Calvino

Giovanni Calvino sviluppa la sua riforma in ambiente urbano (Ginevra), oltre che mercantile, e concepisce il rapporto tra politica e religione in modo diverso rispetto a Lutero. Siamo di fronte ad una Repubblica, con un’assemblea (Concistoro), formata da capi della chiesa riformata, da capi notabili della città e da mercanti, che guida la città. In questo modo, si mescola il potere politico a quello religioso.

Dio ha inviato l’uomo sulla Terra per testimoniare la sua grandezza anche nella vita terrena (etica della dimostrazione della grandezza divina); dunque, il successo economico di un individuo è visto positivamente poiché è una dimostrazione della grandezza di Dio.

Riaffermazione del principio di obbedienza, per cui ogni suddito è tenuto ad obbedire all’autorità politica, in quanto ogni autorità proviene da Dio (principio comune a Lutero e Calvino). Il principio di obbedienza si trasforma in diritto di resistenza e nel dovere di punire l’eresia quando i seguaci della religione riformata si trovano in condizione di minoranza.

Calvino percepisce la natura delle appartenenze politiche e religiose sotto forma di patto/contratto:

  • Patto tra Dio e popolo: patto religioso
  • Comunità di ordine terreno e politico tra Sovrano e popolo: patto politico

Monarcomachi: coloro che combattono ed uccidono il sovrano per idee religiose diverse. La diffusione del luteranesimo in numerosi principati tedeschi e nei paesi scandinavi, lo scisma d’Inghilterra, che si dava una chiesa nazionale, e il diffondersi del calvinismo, in Francia, nei Paesi Bassi e in Scozia, incisero profondamente sulle vicende europee e si inserirono nel processo di formazione dello stato moderno. Nel XVI secolo la riforma si diffonde enormemente in Francia; si creano scontri tra cattolici e calvinisti (ugonotti), che portano a numerose guerre di religione ed a stragi come quella di San Bartolomeo. In linea di massima, la riforma accelerò il consolidamento del potere monarchico.

Jean Bodin (1529 – 1596)

Le lotte di religione in Francia avevano portato al formarsi di un partito, i “Politici (Politiques)”, che puntavano al consolidamento del potere monarchico come garanzia di unità e di pacifica convivenza. Jean Bodin, giurista e funzionario della Monarchia francese, ne fa parte ed il suo intento è quello di scindere la politica dalla sfera religiosa, in quanto crede che i conflitti religiosi siano inutili. Questa sua idea, viene espressa nell’opera “Colloquio dei sette saggi (1593)”, pubblicata solo dopo la morte, nella quale l’autore si dimostra tollerante nei confronti delle sette religioni. È importante ricordare, a tal proposito, l’Editto di Nantes, emanato da Enrico IV (nato ugonotto e divenuto cattolico), il quale non vedeva gli ugonotti come nemici, ma come qualcosa da tollerare.

Con l’opera “De la Repubblique (1576)”, chiamata anche “I sei libri sulla Repubblica”, Bodin svolge una teoria dello stato moderno che si distingue nettamente per il vasto impianto che la sostiene e per la decisa affermazione della sovranità del potere politico. Egli prende le distanze sia da Machiavelli, che a suo parere fonda la Repubblica sull’empietà e sull’ingiustizia, sia dai monarcomachi, che fomentano la ribellione e aprono la strada all’anarchia, ritenendo che si debba riportare la politica a principi universali.

La famiglia e le “cose comuni” sono le componenti elementari dello stato. Alla famiglia è attribuita una posizione di priorità in quanto nucleo naturale cui spetta il diritto di proprietà e che ha il suo capo nel pater familias. Le “cose comuni” integrano necessariamente le sfere private delle famiglie. Bodin rifiuta sia il comunismo completo che la riduzione astratta ai puri rapporti tra persone. L’indicazione del governo “giusto” pone lo stato in parallelo con la persona umana e gli assegna la prospettiva etica del bene supremo, anche se, in primo luogo, restano i compiti immediati della conservazione e della difesa.

Il governo “giusto” segue le leggi naturali e le rispetta (diritto naturale), rispetta la tradizione costituzionale del paese e convoca gli stati generali, chiedendo così consiglio ai sudditi. Il sovrano deve rispettare il patrimonio delle famiglie e, se vuole tassarle, deve avere il consenso delle stesse. La sovranità unifica le varie parti della Repubblica e la costituisce in un unico corpo; essa, quindi, costituisce l’essenza dello stato. Il potere del sovrano è assoluto e perpetuo, dunque non ammette poteri esterni superiori, è all’origine di ogni potere interno, non ammette limiti di legge, non può autolimitarsi (perché ciò costituirebbe una vana contraddizione), non dipende da una concessione a termine, non ha scadenze ed è da intendere come il potere che dura per tutta la vita di colui che lo detiene (sovranità perpetua, dinastia). Il potere di uno stato bene ordinato si presenta, quindi, esplicitamente come unico, indivisibile ed inalienabile.

Il rapporto sovrano-sudditi, che si caratterizza per la supremazia della volontà sovrana e per l’obbedienza che le corrisponde, estromette dalla sfera politica le fedeltà religiose; ciò da una parte implica il principio di tolleranza religiosa, dall’altra individua nella struttura accentrata del potere, e nella sua supremazia, l’elemento capace di imporsi alle forze disgregatrici e centrifughe.

La prerogativa primaria del potere sovrano è quella di emanare e revocare le leggi (oltre che applicarle e sanzionarle con delle pene): una legge è tale non per la validità dei suoi contenuti, ma in quanto posta in essere dalla volontà del sovrano. Le altre prerogative, come dichiarare guerra e trattare la pace, la nomina dei magistrati, il giudizio come estrema corte d’appello, ecc. sono ugualmente espressione del potere unitario e assoluto.

Affrontando il problema dei tipi di regime, Bodin riprende l’antica distinzione tra monarchia, aristocrazia e democrazia, rifiutando l’idea di forme miste: le prerogative sovrane sono indivisibili e nei tre regimi appartengono rispettivamente al re, a una minoranza e alla maggioranza. La rigidità di questa tripartizione è attenuata dalla combinazione dei tipi di regime con le tre forme di governo che sono: monarchico, aristocratico e democratico. Se il regime si definisce in base al possesso della sovranità, il governo si riferisce a coloro che esercitano tale potere. Vi può essere quindi una monarchia a governo democratico (quando si concedono cariche pubbliche sia a nobili che a plebei), a governo aristocratico (quando le cariche sono riservate a nobili o ricchi), a governo monarchico (quando il re mantiene per sé l’esercizio della sovranità). Bodin predilige la monarchia a governo aristocratico o monarchico: la sovranità può sussistere propriamente solo nel regime monarchico.

Teoria del giusnaturalismo moderno

Agli inizi del Seicento gli stati che si sono affermati nell’Europa cinquecentesca si secolarizzano e si rafforzano, quasi sempre nella forma politica dell’assolutismo. Alla fine della Guerra dei trent’anni, con la pace di Wesfalia (1648), essi danno luogo ad un nuovo e riconosciuto assetto politico internazionale, che cancella definitivamente le tracce di un superiore potere accomunante e sancisce l’esistenza di una pluralità di unità politiche indipendenti e sovrane, che delimitano i loro spazi con la mobilitazione delle proprie risorse e con l’esercizio della forza. Il pensiero politico, davanti al disegnarsi di queste nuove condizioni e in concomitanza col maturare di un moderno razionalismo, elabora una nuova impostazione, quella del giusnaturalismo moderno, che afferma l’esistenza di fondamentali leggi della natura, valide per tutto il cosmo e riguardanti anche gli esseri umani.

Nella filosofia cristiana del Medioevo, l’idea delle leggi di natura si inquadra nella più vasta concezione di Dio, come essere onnipotente, creatore dell’intero universo: le leggi naturali sono allora le norme universali poste da Dio, le quali sovrastano le leggi positive, poste in essere dalle istituzioni che reggono i vari stati, e che, in quanto superiori, devono essere rispettate anche dalle autorità politiche. Nel Seicento, il giusnaturalismo compie una svolta precisa e si trasforma in una teoria che prescinde da ogni presupposto religioso e che si pone come autonomo e razionale fondamento dei rapporti sociali. Esso dichiara che esiste un insieme di principi razionali, che sono profondamente inscritti nella razionalità di ciascun uomo, grazie ai quali è possibile spiegare sia la vita sociale che l’obbedienza politica.

  • Descrizione dello stato di natura: gli uomini non sono in grado di convivere pacificamente solo con le leggi di natura; devono quindi far dominare la ragione con stabilità organizzativa ed uscire dallo stato di natura.
  • Contratto di tipo razionale (patto comune): occorre un potere politico ben organizzato.
  • Sovranità politica: bisogna delineare in modo corretto chi fa le leggi e chi le fa rispettare (struttura solida).

Thomas Hobbes (1588 – 1679)

Influenzato dalla Rivoluzione Scientifica (ricerca razionale della scienza), Hobbes vuole portare la razionalità anche per lo studio dell’uomo, costruendo un sistema filosofico razionalista che interpreti l’intero universo. Con questa idea, egli concepisce un progetto filosofico, che, partendo dalle idee di corpo e di moto, vuole spiegare sia il mondo naturale che la realtà umana, secondo un sapere che è scientifico in quanto studia le cause generatrici dei fenomeni, e che si avvale della ragione come capacità di operare con segni convenzionali del linguaggio, riuniti in proposizioni. Dal suo materialismo (la conoscenza razionale si può riferire soltanto ai corpi, ai loro movimenti e ai loro rapporti causali) scaturisce una filosofia che consente un’interpretazione dell’uomo profondamente diversa da quella classica.

Il progetto sistematico di trattare prima i corpi, poi l’uomo, ed infine la politica, non ha esecuzione lineare: nel 1640 fa circolare un manoscritto su “Gli elementi di legislazione naturale e politica”, nel 1642 pubblica a Parigi il “De cive” e nel 1651 il “Leviatano” (le due grandi opere politiche); solo più tardi, con “De corpore” (1655) e “De homine” (1658), completerà la trilogia concepita in origine.

Nel pensiero di Hobbes, l’uomo non è che un corpo tra altri corpi, esposto ai condizionamenti esterni ed inserito nel movimento meccanico della natura; l’uomo si distingue dal resto degli altri corpi perché dotato di intelletto. La conoscenza umana nasce dai sensi: le sensazioni sono prodotte dai movimenti delle cose esterne e dagli organi di senso, l’immaginazione è la continuazione dei movimenti originati dalle sensazioni, mentre l’intelletto è la capacità di formare segni linguistici e di connettere nomi ed asserzioni. Il comportamento umano, privo di fini ultimi, si orienta ver...

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Florence92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof De Boni Claudio.
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