Le due generazioni di architetti durante il fascismo
I giovani architetti vedono nel fascismo l’opportunità di scalzare dalla gerarchia gli architetti più anziani che hanno egemonizzato la scena architettonica. Denigravano il modo ottocentesco di costruire. Tra questi architetti più anziani c’erano Armando Brasini e Cesare Bazzani che realizzavano architetture ordinarie legate alla tradizione dell’architettura romana del Rinascimento e Barocco. Bazzani imposta il suo studio con tantissimi giovani architetti impiegati e durante il fascismo costruisce moltissimo in tutta Italia nei piccoli centri perché aveva forti legami con tutti i poteri economici e politici che spostavano i capitali e finanziavano le architetture per sensibilizzare e rendere la cittadinanza attiva. Bazzani usa collegamenti anche attraverso la Massoneria e realizza molto, più progetti contemporaneamente come in una catena di montaggio usando soluzioni ricorrenti tradizionali, era invidiato dai colleghi. Brasini invece era un decoratore, frequentava l’Accademia di Belle Arti ed entrò nelle simpatie di Mussolini.
Biografia e formazione di Armando Brasini
Nacque a Roma nel 1879, di modesta famiglia, non poté compiere studi regolari, limitandosi a frequentare saltuariamente l'Accademia di Belle Arti, non si laurea, ma ha capacità manuali, si forma sui cantieri. Ebbe, giovanissimo, a Roma alcuni incarichi di decorazioni a stucco per alcune chiese. La sua formazione è accademica, faceva disegno dall’Egitto, esercizi di stile dell’antico, di edifici sacri etruschi, greci, romani, dell’ordine dimensionale di Brunelleschi, del gotico, le città ideali rinascimentali, questa era la cultura con cui si era formato e venivano fuori edifici monumentali che si legavano a Roma con i monumenti storici presenti, c’era continuità nell’innovazione, muri di grandi spessori, stile eclettico e visionario, si allontana sia dal monumentalismo che dal razionalismo di quei tempi, ingigantisce gli elementi architettonici del barocco, che riesce ad attualizzare e semplificare creando un effetto scenografico. Brasini era un dandy dell’architettura, visse per tanti anni in albergo, vedeva il moderno di qualità inferiore rispetto alla cultura dell’Accademia. Era anche collezionista di disegni, elementi decorativi, vasi etruschi, in via dei Prefetti aveva un enorme studio che, secondo qualcuno, «per fasto e gusto decadente, potrebbe competere con il Vittoriale di D’Annunzio». Nel suo studio aveva resti, reperti e cose realizzate da lui, i suoi plastici, perché la sua architettura era in relazione con queste cose come se le continuasse. Mario Pisani realizza un libro elenco delle sue architetture tolte dal contesto e ambientate in un mondo che non esiste più, era definito “irrazionalista”. Si è sempre ispirato, nella sua architettura, all'arte del passato: specialmente al barocco e al rinascimentale, mescolando, talvolta, fantasiosamente gli stili e prediligendo le concezioni grandiose e monumentali, nell'intento di riallacciarsi alla tradizione artistica aulica italiana e romana in special modo. Citazionismo, aveva come riferimento i grandi, ad esempio Michelangelo, di cui citava piccoli particolari per poi reinventarli, al punto di creare falsi riutilizzando fregi, marmi, statue, rimontando affreschi del 1700 nei soffitti della sua casa privata, ricostruisce le meraviglie viste. La sua vastissima produzione rivela un'eccezionale facilità e ricchezza grafiche, e una vena più da scenografo che da architetto, in uno stile che può definirsi eclettico pur recando, evidentissima, l'impronta della sua personalità. Ma sono disperse le testimonianze dirette delle molte opere non realizzate: i numerosissimi disegni e i grandi plastici in bronzo. Muore nel 1965.
Padiglione italiano di Armando Brasini per l'Expo di Parigi 1925
Realizza un edificio piccolo ma concepito come un Altare della Patria. Fu premiato con medaglia d'oro ed ottenne la Legion d'onore. Responsabile del padiglione italiano all'Esposizione di arti decorative a Parigi del 1925, fu premiato con medaglia d'oro ed ottenne la Legion d'onore.
Edificio del Comando dell'Idroscalo di Taranto di Armando Brasini
Durante il servizio militare nella Prima Guerra Mondiale Brasini ebbe a Taranto la prima occasione di dedicarsi all'architettura, fu assegnato al Genio militare di Taranto dove progettò edifici ed aeroporti per le installazioni militari della Regione e in particolare l'edificio del Comando dell'Idroscalo di Taranto, di raffinata misura classica, con ordini e decorazioni poi una scuola dell'aviazione, monumenti agli aviatori caduti nel cimitero militare, e altre piccole cose.
Primi progetti di Brasini, Piazza Navona
Progetta anche abitazioni di cui realizza modelli in bronzo espressionisti, una casa teutonica con falde con un elemento a torre simile alla Red House. Questa per lui è la modernità tedesca, è legato all’art nouveau. Nei primi progetti piace molto a Mussolini. Brasini realizza una serie di album, va a Palazzo Venezia e presenta a Mussolini la sua idea di architettura fascista per lasciare il segno nella storia. A quei tempi a Roma c’era un tessuto molto fitto senza soluzione di continuità, superfetazioni che avevano inglobato templi ed edifici antichi, lui vuole ripulire Roma dalle cose con meno valore estetico ed artistico per ridarle l’aspetto di come era stata concepita. In collaborazione con Piacentini immagina di fare a Piazza Navona un fronte urbano scenografico di case private che facciano da quinta scenica per terminare il lato nord di Piazza Navona con un edificio in stile neobarocco che facesse leggere lo spazio originario, monta archi ed elementi presi dal passato che hanno una storia, si pone in continuità. Disegnava elementi decorativi singolari a mano, buon disegnatore. Vincono il concorso, progettano di far attraversare piazza Navona da una strada di grande traffico, aprendo un ampio arco verso via Zanardelli: dopo le prime demolizioni la continuità del prospetto fu ripristinata con un edificio ricostruito arretrato rispetto all'originale.
Progetto di Brasini area Pantheon-Piazza Montecitorio-Piazza Colonna
Sventra l'area tra il Pantheon e Via del Corso, fa demolizioni della piazza del Pantheon, di Pietra e Montecitorio.
Progetto di Brasini per una palazzina Liberty a Villa Borghese
Progetta una palazzina in stile Liberty sopra le righe.
Quando Brasini inizia a perdere il favore di Mussolini? Palazzo dell’INAIL 1932
Mussolini gli fa realizzare cose fuori da Roma e inizialmente lo considera nel punto più alto, poi scende dalle grazie di Mussolini a causa di un palazzo. Vicino a Piazza Venezia, in via IV Novembre, dal 1886 c’era il Teatro drammatico nazionale di Francesco Azzurri; criticatissimo, per esempio da D’Annunzio, viene raso al suolo nel 1926. Piacentini intendeva sostituirlo con un tunnel per collegare più rapidamente piazza Venezia alla Stazione Termini; viene invece affidato a Brasini l’incarico di erigere sul sito del Teatro la nuova sede dell’Inail. Intorno agli anni ’30 Mussolini lo incarica del Palazzo dell’INAIL (istituto nazionale infortuni) a Roma. L’INAIL viene realizzato in seguito ad una legge del fascismo per tutelare la malattia dei lavoratori. Lavora quattro anni, fino al 1932, ma poco dopo Mussolini dirà in Senato che quell’immobile è «un autentico infortunio, capitato proprio alle Assicurazioni agli Infortuni». Il Palazzo dell’INAIL presenta una decorazione importante, ricorda un palazzo rinascimentale-barocco. È un edificio in travertino romano, con grandi colonne classiche e una inutilizzabile torre di fianco. Ne seguì una serie di polemiche, suscitate dall'esorbitante spesa di costruzione. Il progettista si è giocato i favori del duce: otterrà assai meno incarichi di prima. Intanto Piacentini aveva iniziato a denigrare le idee di Brasini per avere rapporto col Duce e ci riuscì, anche per la vita al di sopra delle possibilità di Brasini, che inoltre aveva la foga di fare tante opere. Brasini, nominato accademico d'Italia nel 1929, fu invitato, unico architetto italiano, al concorso internazionale del '31, per il palazzo dei Soviet in URSS, ottenendo una menzione dalla giuria, ha un collaboratore sovietico che lo aiuta e realizza per il primo concorso (che vince, mentre il secondo lo vince Le Corbusier), un’architettura legata al terreno con contrafforti, con un grande faro, fa riferimento alla storia, il socialismo e comunismo come faro per la nazione, e ovviamente Mussolini l’ha presa male, un tradimento. Una delle sale del palazzo si riferisce al Pantheon, scavato, ombre nette, fronte principale con faro con in cima la statua di Lenin. Enorme monumento plastico massivo che rappresentava un regime totalitario.
Le idee per Roma che Brasini mette su carta
Ha messo su carta (disegnava benissimo) le sue idee per l’Urbe Massima, cioè un volume pubblicato nel 1916 con tutta la sua produzione, una proposta per la sistemazione di Spina dei Borghi e un progetto urbanistico del nuovo quartiere Flaminio, una nuova Roma tutta fatta di archi e monumenti di «inaudite dimensioni», perfino con una «piramide dantesca» di 160 metri, poi una via Imperiale per collegare la Flaminia alla via Appia, con al centro il Foro Mussolini destinato a spazzare via ogni cosa da piazza Colonna fino al Pantheon. Già nel 1925 il duce aveva immaginato qualcosa di non troppo diverso: «Entro cinque anni, da piazza Colonna, per un grande varco, deve essere visibile la mole del Pantheon», aveva detto; e, tre anni dopo, approva la pensata Brasiniana. Disegna un colonnato per Via della Conciliazione, un Foro sabaudo tra il Pincio e l’Augusteo, e uno Littorio (o Mussolini) tra il Corso, Palazzo Borghese e il Pantheon: sarebbero rimaste in piedi soltanto le colonne di piazza di Pietra, Montecitorio con il suo obelisco, la Colonna Antonina e poco altro. Per Benito aveva il pregio di «isolare i monumenti antichi; aprire grandi strade e piazze; costruire edifici che rappresentino il segno del tempo fascista». Seguono varie proteste perché il progetto ha evitato i normali canali di valutazione, ma anche per l’impegno economico che avrebbe comportato. Piacentini scrive: «È una zona tranquilla, abbastanza in ordine dal lato igienico: perché sconquassarla con un’enorme via che nessuno reclama e la farebbe fatalmente decadere?». Finché, sulla copertina del fascicolo, con un lapis blu, Mussolini annota: «A miglior tempo!». Forse in cambio, o per mera consolazione, un anno dopo Brasini viene nominato Accademico d’Italia. Secondo alcuni, tuttavia, questi progetti vengono lasciati decadere non già per la loro altisonante magniloquenza, la bruttezza o la necessità d’immani demolizioni, bensì per l’esorbitante costo che comportavano. Del resto, questa era una costante di Brasini: le sue opere erano sempre assai care. Intorno al 1920 il B. pubblicò sul Giornale d'Italia il progetto di una nuova grande arteria che, tagliando la vecchia Roma accanto al Pantheon - con opportune demolizioni -, avrebbe permesso la visione contemporanea della colonna Aureliana, dell'obelisco e della fontana del Pantheon. Negli stessi anni si dedicava a studi sulla viabilità della capitale: spina dorsale di questa doveva essere la "via Imperiale", una grossa arteria che dalla Flaminia, tagliando tutto il centro storico, avrebbe dovuto raggiungere piazza Venezia, il Colosseo e, dopo S. Giovanni, la via Appia. Nominato membro della commissione per il piano regolatore del '31, poté proporre la sua idea della "via Imperiale"; del piano furono realizzate solo le quattro arterie intorno alla zona archeologica, tra le quali la via dell'Impero (ora via dei Fori Imperiali) di cui il B. ha sempre rivendicato la completa paternità e che fu leggermente spostata, in sede di esecuzione, perché si potesse vedere il Colosseo dalle finestre di palazzo Venezia.
Il primo edificio pubblico di Brasini
Il primo edificio pubblico è il Giardino Zoologico di Villa Borghese a Roma, progetta due elementi che segnano l’ingresso come propilei, arricchiti con concavità e convessità. Ebbe nel 1909, l'incarico di progettare la recinzione e l'ingresso del giardino zoologico di Roma, che realizzò con una certa libertà in stile barocco. Animali e statue estremamente curati, distribuiti sulla facciata e sulla balaustra sovrastante. Un ingresso sul retro con due colonne spiraliformi porta al Rettilario.
Scenografie per i film di Brasini
La Mostra dell’agricoltura, dell’industria e delle arti applicate, detta più comunemente “del Lazio”, tenutasi nel 1923 presso il Galoppatoio di Villa Borghese a Roma, impegna Armando Brasini nella realizzazione di una vera e propria “cittadella” espositiva creata come “simulacro” della Roma reale; un coacervo di storia, mito, stereotipi, fantasia dissimulante la città concreta. A chiusura dell’evento, l’apparato è scelto come scenario perfetto di ambientazione della pellicola Quo Vadis, una coproduzione italo tedesca sotto la regia di Georg Jacoby e Gabriellino D’Annunzio; il peplum raccoglie la vocazione scenografica della mostra, sorta con l’intento di coinvolgere il pubblico nella mitopoietica del fascismo e di meravigliare i fruitori/spettatori attraverso un’immaginifica e, in parte utopica, ricostruzione urbana. La trama della pellicola Quo Vadis? (1924) è quanto mai scontata: durante un banchetto di corte, un vizioso e dissoluto Nerone avvia il piano per attentare alla verginità della bella Licia, schiava virtuosa e austera; difesa dal patrizio Vinicius e dall’invincibile Ursus, la fanciulla è destinata a trionfare sulle numerose nefandezze dell’imperatore, in un lieto fine struggente, consumato fra le fiamme ancora vive dell’incendio di Roma. Ricostruisce in un film la Roma Antica con la statua di Ercole, fa disegni e bozzetti in cui immagina scenografie, ricche e complesse, prospetti neorinascimentali, colonnati austeri, vie acciottolate e fondali classicheggianti, elefanti, simboli, immagina una Roma che non esiste, forse non è mai esistita. Un foro, un pomposo palazzo e un anfiteatro che funge da palcoscenico agli eccessi di Nerone. Immagina edifici come monumenti isolati, non c’è continuità, non c’è rapporto con la realtà, svuota tutto ciò che non è coerente, riprendendo la teoria di Gustavo Giovannoni di riorganizzare i centri storici per dare centralità agli edifici importanti e risolvere il problema di trovare spazi per gli standard, le macchine. I riferimenti metaforici sono il Mausoleo di Alicarnasso, la Torre di Babele, monumenti non esistiti ma evocativi, progetta ogni volta un monumento, usa il mattone, fortificazioni, architetture massive. Per la sistemazione della zona Flaminia ottocentesca inserisce la modernità, auto, tram, boulevard francese, architettura come quinta urbana. Residenze goticamente fuori dal tempo, immagini scure piranesiane, grandi ombre, inserite in una dimensione temporale che non esiste, esalta le sensazioni, evoca un riferimento alla storia, non progetta case ma monumenti alla casa, si riferisce all’alta borghesia romana, imprenditori che non erano affascinati dalla modernità perché culturalmente l’antico era uno status symbol, si rappresentavano attraverso l’architettura. Inventa monumenti dedicati non si sa a cosa, propedeutici al progetto del Palazzo Littorio che doveva essere un monumento al fascismo. Progetta scenografie per un film, anche abiti di scena. Disegnò le scenografie anche per il film Theodora con fondali neo-bizantineggianti.
Progetto per il Cimitero Verano di Brasini
Progetto per la nuova Necropoli al Verano dove sono seppelliti i poeti. Edificio a forma di montagna con radici nel terreno che spunta tipo iceberg. Qualche monumento al cimitero del Verano (Tomba Rotellini e Cappella Casati).
Opere in Libia di Brasini
Tra il '20 e il '30 su incarico di Giuseppe Volpi, governatore della Libia, progetta il Piano Regolatore di Tripoli, in esecuzione del quale sono realizzati: il Lungomare Volpi, i restauri del Castello, la Cassa di Risparmio della Tripolitania e il Monumento ai caduti. Il posteriore progetto per il Palazzo di giustizia di Tripoli non sarà invece realizzato. Realizza opere in Libia, colonia Italiana, finti castelli fortificati.
Museo del Risorgimento di Brasini
Direttore artistico per il completamento del monumento a Vittorio Emanuele II dal 1924 al 1939, eseguì il museo del Risorgimento, realizzato scavando il colle capitolino; il fabbricato di collegamento col portichetto del Vignola, la scala che sale al Campidoglio e la cripta del Milite Ignoto. Il Museo ha contrafforti di sostegno, archi, la facciata è un muro scavato, nicchie, finestre arcate piccole frequenti. Deve ospitare i resti del Risorgimento, attaccato c’è l’Altare della Patria, affianco c’è la Piazza del Campidoglio di Michelangelo con il Comune di Roma.
Edificio ipostilo di Brasini
Disegna un edificio con doppie colonne enormi, metope, ipostilo pieno di colonne, nell’area interessata anni dopo dal Danteum di Terragni, individuata già da Brasini per realizzare qualcosa da consegnare ai posteri.
Ponte sul Tevere di Brasini
Progetta un ponte sul Tevere alla romana, che rappresenta il fascismo, con sopra un edificio. Il ponte, monumentale e ridondante di decorazioni, sul Tevere all'inizio delle vie Flaminia e Cassia, era stato pensato all'incirca negli anni venti, insieme con una sistemazione a centro direzionale della zona nord di Roma, ma, dopo molte traversie, fu inaugurato solo nel 1951 come Ponte Flaminio, detto “delle
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