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Storia della società contemporanea

Storia delle donne nell'Italia contemporanea

Analizzando l'attivismo patriottico delle italiane, gli studi si sono divisi sulla presenza o meno di una domanda femminile di cittadinanza politica. Le proteste per la discriminazione nei diritti, le rivendicazioni o le espressioni di adesione ai plebisciti nazionali appaiono comunque minoritarie e circoscritte, sopravanzate da una doverosa esibizione di appartenenza alla famiglia-nazione che in tutte le sue declinazioni politiche domandava innanzitutto abnegazione e sacrificio, riservando alle donne specifiche mansioni di sesso.

L'idea del paese che "politicizzava le donne" incastonandole nel ruolo materno, inducendole a identificarsi con l'ideale della "madre cittadina", meritevole di concorrere alla formazione della volontà politica in ragione del suo alto magistero morale. Più che un diritto, in sostanza, una funzione, una responsabilità verso la nazione. Alcune patriote del Risorgimento, travestendosi da uomo e impugnando le armi, hanno praticato una "sovversione" dei modelli di genere, esercitandosi sul terreno della virilità.

Donna Italia

Con la prima regina del Regno d'Italia Margherita di Savoia, cambiano le vecchie qualità della donna italiana: la bellezza, l'eleganza, la devozione familiare e religiosa, ma anche la cultura, l'amore per l'alpinismo, l'impegno in favore dell'educazione e formazione professionale di donne e bambini.

Diritti e doveri delle donne

Mozzoni apparteneva agli ambienti femminili democratico-mazziniani che molto precocemente avevano cominciato a organizzarsi per favorire l'emancipazione delle donne nel nuovo Stato unitario. La stessa Mozzoni che aveva indirizzato al Parlamento una petizione per il voto alle donne che aggrediva l'organizzazione di genere dello Stato nazionale, l'idea cioè che le donne non appartenessero a sé stesse quanto piuttosto alla famiglia-nazione.

La petizione individuava infatti nell'istituto dell'autorizzazione maritale il principale ostacolo al riconoscimento della parità giuridica e politica fra uomini e donne, chiedendone l'abolizione al fine di ristabilire i diritti femminili. L'istituto era stato inserito nel Codice civile italiano del 1864, prendendo a modello la codificazione napoleonica del 1804.

Italiane nuove

L’italiana nuova della nuova Italia: istruita, attiva socialmente, desiderosa di influire sulla vita pubblica. Anche le italiane avevano avuto accesso e frequentavano i licei e le università del Regno, pubblicavano libri e riviste, popolavano le strade, i luoghi di ritrovo e viaggiavano lungo la penisola, si dedicavano ad attività commerciali, educative e assistenziali, senza contare le tante operaie impiegate nelle manifatture artigianali e industriali.

Crispi si era espresso contro il voto alle donne, perché a suo giudizio destinate al ruolo di mogli e madri, ma nel 1890 il governo aveva varato una legge che conferiva loro la possibilità di votare ed essere votate nei consigli di amministrazione degli istituti di beneficenza. Il tema del suffragio amministrativo iniziava a farsi strada anche nel mondo moderato, mentre le femministe legate alla democrazia e al movimento operaio domandavano la pienezza dei diritti, organizzandosi in leghe per la tutela degli interessi femminili e associazioni simili in molte città italiane.

Nel 1902 era franata la speranza che nell'ordinamento italiano venisse introdotto il divorzio, storico obiettivo del femminismo radicale che ne faceva un tassello della liberazione delle donne; lo stesso anno la Camera approvava invece la prima legge di tutela del lavoro femminile e infantile, perseguita con determinazione dalle socialiste ma troppo spesso celebrata con ambigui riferimenti al futuro della "stirpe".

Guerre nazionali e generi di regime

Il 1908 è stato un anno importante per il movimento delle donne, riunito nel suo I Congresso nazionale che aveva rappresentato, al tempo stesso, l'apice e il punto di rottura della sua tenuta unitaria.

Lo spazio pubblico delle donne: suffragio, cittadinanza, diritti politici

Il gender gap, così macroscopico nelle procedure decisionali democratiche, tuttavia, non riguarda soltanto il numero di seggi e di posti apicali occupati da donne, ma investe soprattutto una densa opacità che queste ultime mantengono con i partiti, con i meccanismi della gestione della cosa pubblica, con l'acquisizione di leadership; in sostanza con tutto ciò che chiamiamo potere politico. Le ragioni di tale divario sono complesse e profondamente radicate in processi storici antichi.

Prendere la parola: il triennio giacobino e il 1848

Nel clima riformatore della seconda metà del Settecento, proprio quando si gettano le fondamenta della nuova sfera politica, molte donne prendono la parola per rivendicare i diritti civili e politici secondo una grammatica ascrivibile alla cultura illuminista. La valenza universalistica dei diritti d'altronde sollecita l'idea che l'uguaglianza tra i generi sia inclusa nei nuovi assetti culturali e politico-costituzionali e che dunque anche le donne possano avere un nuovo ruolo nella nuova configurazione dello Stato-nazione.

È, infatti, nel triennio giacobino che si intensificano il protagonismo e l'attivismo femminile nei circoli costituzionali, nei club, nella pubblicistica. Scrittrici, giornaliste, donne colte prendono la parola e ricoprono a tutti gli effetti un ruolo di primo piano nell'arena politica. Al di là della rivendicazione dei diritti politici, è la presenza nello spazio pubblico e la richiesta dei diritti all'istruzione che caratterizza questo tornar storico: espressioni di patriottismo si intrecciano con una presenza attiva nelle organizzazioni insurrezionali e nella Carboneria; donne nobili e colte - Giulia Carafa o Luisa Sanfelice - si trovano accanto ad ceto più umile. L'attivismo femminile è presente in tutti i luoghi delle rivoluzioni.

Rosa Califronia si è «accinta alla difesa dei diritti femminili» e precisa che con il termine "diritto" intende «l'autorità legittima di fare, e di avere, o di ricuperare ciò che è proprio; o questa medesima autorità hasca da libertà morale, o da obbligazione morale». Parole di peso che colgono il godimento di un diritto al tempo stesso come fatto di libertà individuale ma anche di legame sociale; anzi è attraverso questa «obbligazione morale» - qui proprio nel senso di legame - che scaturisce il diritto di care nello spazio pubblico. Emerge quindi un tratto importante che anche le successive generazioni di pensatrici confermeranno: la rivendicazione dei diritti politici è sempre posta in riferimento alla affermazione di un soggetto morale femminile libero e autonomo, nonché all'interno di un patto sociale improntato sulla reciprocità.

Il codice civile, i diritti negati e il primo femminismo

Un gruppo di donne lombarde invia nel 1861 una petizione al Parlamento affinché siano estesi a tutte le italiane i diritti riconosciuti dal Codice austriaco. Risalente al 1811 e in vigore nel Lombardo-Veneto, il testo austriaco attribuiva al marito il ruolo di breadwinner, ma riconosceva alla moglie il diritto di disporre liberamente del proprio patrimonio, di stare in giudizio, di stipulare contratti e ammetteva la ricerca della paternità". La petizione non avrà alcun esito positivo. In Toscana e sempre nel Lombardo-Veneto, prima dell'unificazione e solo per le amministrazioni locali, le donne proprietarie potevano, inoltre, anche votare, sebbene attraverso dei rappresentanti o per mezzo dell'invio del voto in una scheda suggellata.

Proclamato il Regno di Italia, le donne non possono godere del diritto di voto amministrativo, secondo la legge per le elezioni comunali e provinciali del 1865 (posizione confermata in quella successiva del 1888), né del diritto di voto politico in base alla legge elettorale del 1860, che precisava quella preunitaria del 1859. I diritti elettorali sono riconosciuti solo agli uomini che abbiano raggiunto la maggiore età (al tempo fissata a 25 anni) e paghino un censo pari a 40 lire (o 20 se capaci di leggere e scrivere). Le donne erano peraltro già state escluse dai plebisciti di annessione svolti a suffragio maschile.

Sul piano dei diritti civili, il Codice Pisanelli, delinea una figura di moglie del tutto sottoposta alla potestà maritale. Sebbene il codice rispetti l'uguaglianza nel diritto successorio, abolendo così primogeniture e disparità tra fratelli e sorelle nell'asse ereditario, contempla l'autorizzazione maritale che impedisce alle donne coniugate di disporre liberamente dei propri beni, di riceverli in dono, di venderli o di donarli senza per l'appunto il permesso scritto del marito. Le donne coniugate non potevano neppure gestire un'attività commerciale, né esercitare pubblici uffici, ivi comprese le libere professioni. La salvaguardia della legittimità della prole, principio cardine del patriarcato, rimane un obiettivo cruciale, tant'è che, a fronte di una irrilevante sanzione verso il marito fedifrago, alla moglie è riservato un trattamento molto più severo e certamente una riprovazione morale che non sfiorava neppure l'uomo.

In tante si erano mobilitate in occasione dei celebri Plebisciti svolti tra il 1860 e il 1870 manifestando il loro attaccamento alla patria. La battaglia per il voto, che nel complesso non è la più sentita dall'intero movimento, si concentra maggiormente tra gli anni Sessanta e Ottanta dell'Ottocento.

All'interno del femminismo italiano è possibile inoltre individuare accentuazioni diverse tra le protagoniste: per alcune la strategia egualitaria sarebbe risultata vincente e dunque tendono a sottolineare una sostanziale equivalenza tra i generi, altre considerano il raggiungimento dei diritti politici un mezzo per valorizzare la differenza sessuale come elemento gravido di un set di qualità peculiari: pacifismo, altruismo, dedizione, sensibilità.

Anna Maria Mozzoni è la figura più rappresentativa delle lotte per il suffragio e resta legata a una impostazione giusnaturalista secondo cui tutti gli umani in quanto esseri razionali devono godere di diritti e sarà l'esponente principale del femminismo liberale ed egualitario. Gualberta Alaide Beccari, di famiglia mazziniana, attraverso la sua rivista promuove sia la piena cittadinanza femminile (e una completa eguaglianza giuridica), sia un nuovo ideale di donna impegnata, responsabile, istruita, consapevole dei propri doveri. Il suo giornale ha una redazione interamente femminile proprio a sottolineare, a differenza di altre testate, l'acquisizione di un'autonoma consapevolezza politica.

Su iniziativa di Anna Maria Mozzoni e di Gualberta Beccari, un'altra importante Petizione per il voto politico alle donne giunge in Parlamento nel 1877, anche sulla spinta dell'avvento della Sinistra al potere. Si argomenta che le donne, in quanto contribuenti ed esseri pensanti, devono ottenere il diritto alla scheda elettorale.

Il 1881 è una data simbolo per l’associazionismo femminile italiano: a Milano viene fondata la Lega promotrice degli interessi femminili per volontà della stessa Mozzoni e di Paolina Schiff, una docente universitaria di origine tedesca. Si tratta di un passaggio importante perché segna l'avvio di un vero e proprio movimento che, anche se resterà alquanto composito al suo interno, ha connotati diversi rispetto alle precedenti iniziative più legate alle singole personalità.

Il suffragio femminile, la parità di retribuzione e la ricerca della paternità i principali obiettivi dell'associazione, composta da operaie, maestre, donne della minuta borghesia. Le iscritte erano divise in decurie al fine di garantire il massimo riserbo sulle adesioni che sarebbero così rimaste segrete alle altre aderenti, con eccezione del ristrettissimo nucleo dirigente (sul modello delle associazioni cospirative risorgimentali).

Le masse e le donne nella crisi di fine secolo

Le battaglie per il diritto di voto portate avanti dai movimenti femministi restano, negli anni Novanta dell'Ottocento, lievemente sotto traccia per una serie di motivi: certamente per una crescente presenza di molte militanti suffragiste nei partiti politici, che in qualche modo ne modificano le riflessioni e le azioni; per un sensibile aumento dell'impiego extradomestico delle donne che sposta l'attenzione sui temi del lavoro; per una crisi del sistema rappresentativo parlamentare incentrato sul diritto di voto secondo una logica quantitativo-individualistica (“una testa un voto”, per riprendere il noto slogan); una politica repressiva che vede nella crescente presenza delle masse sulla scena pubblica il maggiore pericolo per la tenuta del sistema.

Il corpo femminile è sempre più osservato e codificato; approcci e indirizzi differenti insistono costantemente sul nesso tra funzioni cerebrali e funzioni dell'apparato riproduttivo; le analisi e le attenzioni verso quest'ultimo divengono un'autentica ossessione al fine di giustificare il destino inesorabile delle donne alla riproduzione.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiarapollastri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della società contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Venturoli Sofia.
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