Interpretazione e oltreuomoi
Interpretazione rivelante di N.
L'interpretazione ricopre un ruolo fondamentale nella filosofia di N.; egli attribuisce a quest'ultima tanti modi tra cui anche quello di rivelare. N descrive in modo chiaro la dinamica dell’interpretazione rivelante nel primo capitolo del libro Così parlò Zarathustra quando il personaggio afferma "ed ecco giunse a me quel pensiero" questa frase rappresenta la formula suprema che descrive l’idea dell’eterno ritorno.
N. delinea due presupposti della rivelazione:
- Costituisce una rinascita nell'arte dell'ascoltare
- N. individua questa dinamica come un cambiamento improvviso
Per N. questa interpretazione rivelante è un fatto che sconvolge la vita quotidiana perché, come riportato da Così parlò Zarathustra, implica un pensiero che avviene in maniera improvvisa e del tutto imprevedibile. L’ispirazione-rivelazione è un'esperienza non una superstizione; è un fatto rarissimo che sconvolge il rapporto soggetto-oggetto. Infatti N. pensa che il filosofo è preso da questo pensiero che è attivo, non è un mero contenuto passivo; l’oggetto diventa soggetto. L’interpretazione rivelante è dotata di una capacità creatrice e simbolica. Proprio perché questo pensiero accade in maniera improvvisa, N. parla di un rapimento di un totale esser fuori di sé che lacera il principio di individualità.
Il darsi del simbolo e l'atto creativo
La quotidianità non è più adeguata per esprimere il nuovo atto proprio dell’interpretazione rivelativa. L’esperienza rivelativa scaturisce l’interpretazione nella quale le cose danno il simbolo adeguato. Si parla inoltre di fatto creativo come quell’atto che muove da ciò che in noi è più profondo e più intimo. Esso esprime la manifestazione di una forza che esprime al massimo grado. Il creare è l’esser fuori di sé a cui si accede a ciò che è più intimo; esso è una rivelazione in cui il sapere si identifica con le cose che si offrono nei simboli più adeguati. N. presenta la sua concezione di verità partendo da un’esperienza rivelante.
L'uno originario e l'individuazione
La nascita della tragedia è un’opera in primis filologica riguardante la civiltà greca antica e in secondo luogo è in funzione della decostruzione e rigenerazione della società occidentale. La filologia di N. mostra come l’elaborazione culturale, l’attività spirituale, compreso il rapporto soggetto-oggetto, si siano sviluppate attraverso l’illusione apollinea; la decostruzione si fa smascheramento in funzione di una rinascita della sintesi tra apollineo e dionisiaco. Il dionisiaco e l’apollineo sono come forza artistiche che esistono anche senza la mediazione. Rispetto a queste forze l’artista è o imitatore dell’apollineo o artista dell’ebrezza. Non a caso il fine specifico dell’opera è rivolto alla comprensione dell’unificazione tra apollineo e dionisiaco. N. affronta il problema del lirico, che è coniugato sia con la soggettività che con la figura del musicista. Da qui il fenomeno del lirico: che come genio apollineo interpreta la musica attraverso la volontà ma egli stesso è staccato da essa. La musica è il riflesso senza immagine del dolore originario. A questa figura si contrappone quella dell’artista in cui il soggetto si sente liberato dalla volontà individuale ed è diventato un medium e celebra la sua liberazione nell’illusione. L’arte è una lieta speranza.
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