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Capitolo primo: la sociologia del diritto

Definizione ed oggetto

La sociologia del diritto si può definire come la scienza che studia il diritto come modalità di azione. Studiare il diritto come modalità d’azione significa indagare sulle azioni umane che ad esso si ispirano, comprenderne il senso e verificare se esso sia socialmente condiviso, descriverle nel loro corso temporale, individuarne gli effetti concreti e ricondurre tali indagini ad una visione teorica complessiva che dia conto della posizione che in un ambito di relazioni sociali ricopre il diritto, visto nel suo complesso e nelle sue parti.

Da questa definizione risulta che il sociologo del diritto affronta lo studio del diritto da una prospettiva differente rispetto a quella del giurista impegnato nell'analisi e nell'applicazione del diritto positivo, agli occhi del quale il diritto viene assunto come un elemento costante, il presupposto e l'orizzonte del suo operare. Al contrario, al sociologo il diritto compare come una variabile, da considerare e misurare in relazione ad altre variabili che influiscono sull’azione umana.

Un esempio è rappresentato dalla legge 1° dicembre 1970, n. 898, Disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio. Di fronte a questa norma il compito del giurista consiste nel risolvere i quesiti interpretativi che essa pone e indicarne l’interpretazione teoricamente più corretta. Questo compito interpretativo, il giurista lo affronterà avendo riguardo della lettera della norma in questione, alla sua funzione teorica (ratio), ai suoi rapporti con le altre norme e ai principi generali dell’ordinamento. Su queste basi formulerà il suo giudizio.

Ben diverso è, invece, il compito del sociologo del diritto. Ispirandosi alle teorie sociologiche sul rapporto fra norme e azioni sociali, si porrà una serie di quesiti. Tradotti i quesiti in ipotesi, il sociologo del diritto cercherà di rispondervi attingendo a conoscenze già accumulate, o svolgendo una personale ricerca con tecniche appropriate. Si formerà quindi un’opinione che, eventualmente, apporterà un contributo allo sviluppo della teoria di riferimento.

In conclusione, mentre il giurista svolge un compito al contempo tecnico e pratico, il sociologo invece svolge un compito solo descrittivo e teorico. Egli non è chiamato ad indicare ad alcuno la corretta via da seguire, ma solo a stabilire correlazione tra i fenomeni, a descrivere la successione degli eventi, a darne una spiegazione teorica, in sintesi ad informare.

Visioni sociologiche generali

Gli sviluppi della sociologia coprono più di centocinquanta anni di storia. Anzitutto, va ricordato che la sociologia, le cui basi furono poste da Auguste Comte, è nata come parte integrante di un sistema complessivo di pensiero ispirato al positivismo filosofico. Fondamento di questa corrente era l'affermazione dell'unità metodologica di tutte le scienze e la riduzione a scienza della stessa filosofia. In questo quadro, la sociologia fu quindi concepita come lo studio scientifico dei comportamenti sociali, diretto a fornire spiegazioni nomologiche scoprendone cioè le leggi (in senso naturalistico) che li governano.

Benché alcuni fondamenti di questo sistema di pensiero siano rimasti fermi, altri sono stati messi in discussione: in particolare, la pretesa di condurre lo studio dei mutevoli comportamenti umani secondo il modello delle scienze naturali, commisurate al carattere, ritenuto allora ricorrente e invariabile, dei fenomeni che ne costituiscono l'oggetto. I fatti sociali non sono come i fenomeni naturali. Per poterli osservare e ricondurre a spiegazioni generali occorre comprenderli, capirne il significato che gli esseri umani esprimono attraverso atti di comunicazione composti da segni simbolici più o meno complessi e operanti a livelli più o meno alti a seconda del grado di sofisticazione di ciascuna cultura.

Inoltre, i comportamenti umani non sono atti meccanici, ma piuttosto azioni che i soggetti pongono in essere in virtù di una motivazione, che si dirigono verso qualche obiettivo e alle quali chi agisce attribuisce un senso che può essere o meno socialmente condiviso. In questa luce, è stata fondamentale l'innovazione apportata da quegli studiosi che hanno incentrato l’attenzione sul carattere simbolico e libero del materiale umano che costituisce l’oggetto della sociologia. Fra costoro va ricordato Max Weber, che fondò una sociologia incentrata sul concetto di azione e definita “comprendente” in quanto protesa a “comprendere l’azione umana secondo il suo senso”, a “spiegarla causalmente nel suo corso”.

Fondamentale è lo strumento metodologico che Weber elaborò al fine di indirizzare la comprensione dell’azione umana: i cd. “tipi ideali” o “ideal-tipi”. Partendo dal presupposto che la conoscenza umana procede dall’astratto al concreto, lo studioso segnalò la necessità di condurre l’osservazione delle forme concrete di azioni sulla base di categorie concettuali astratte, elaborate prima di iniziare l'osservazione. Un esempio significativo di questo modo di procedere riguarda proprio il punto di partenza stesso della sociologia weberiana, cioè il concetto di azione sociale o “agire sociale”, che può essere compreso e spiegato, secondo Weber, attraverso le motivazioni che vi inducono, e riportato a quattro tipi ideali:

  • L'agire razionale rispetto allo scopo, che mira strumentalmente a conseguire finalità coerenti con i mezzi di cui l'attore dispone;
  • L'agire razionale rispetto al valore, che mira alla realizzazione di valori o ideali in cui il soggetto crede, indipendentemente dalle conseguenze materiali;
  • L'agire tradizionale, che il soggetto compie “per abitudine acquisita”, riproducendo irrazionalmente modelli costantemente ripetuti;
  • L'agire affettivo, che il soggetto compie dando voce a sentimenti o disposizioni d'animo, sempre di natura prevalentemente irrazionale.

Questa tipologia costituisce, per il sociologo, una sorta di guida, di binario entro cui condurre l’osservazione delle forme concrete di azione, che egli riporterà al modello astratto cui più si avvicinano, anche se nessuna potrà mai identificarsi appieno con quel modello. Weber diede vita ad una teoria sociologica sistematica.

A ribadire questa posizione intervenne anche Giddens affermando che “la scienza consiste nell’uso di metodi di indagine sistematici, nel pensiero teorico, nella sistemazione logica degli argomenti, allo scopo di sviluppare un corpo di conoscenze riguardanti un determinato oggetto di studio”; si deduce allora che non solo la sociologia è una scienza, ma altresì può stabilirsi una linea comune fra il campo delle scienze cd “naturali” e quello delle scienze umane, cui la sociologia appartiene.

Una convergenza importante consiste nell’adozione di una prospettiva generale systemica. Un sistema può definirsi semplicemente come un “complesso di elementi interagenti”. La sociologia non si è mai sottratta al fascino della prospettiva sistemica, sin dalle sue origini. Il modo più rigido con cui la visione sistematica trova applicazione in sociologia è quello che ritroviamo come fondamento e fulcro della maggiore corrente di pensiero sociologico, che si suole definire funzionalistica, in quanto fondata sull’idea che ogni società umana costituisce un insieme di elementi interagenti, ognuno dei quali coopera in modo relativamente ordinato, attraverso le funzioni che svolge, al benessere o al miglior stato del sistema nel complesso: una visione che guarda agli aggregati sociali allo stesso modo con cui si guarda a un organismo vivente.

Questa prospettiva, i cui primi fondamenti si ritrovano nelle opere di Durkheim, viene sviluppata da molti autori, fra cui Parson e Luhmann, che risentono fortemente dell'influenza di Weber in quanto insistono sul carattere culturale e simbolico dell’interazione umana. Parson, come Durkheim, rappresenta ogni società come un aggregato di individui, o “attori sociali”, che interagiscono stabilmente rispondendo ad aspettative sociali connesse agli status e ai ruoli che ricoprono nella società stessa. Secondo Parson, questi status e ruoli costituiscono la struttura di un sistema sociale. Essi possono bensì entrare in conflitto tra loro, e anche ogni singolo individuo che si trovi a ricoprire più ruoli può, in effetti, nel suo intimo vivere dei conflitti di ruolo molto aspri. Nel complesso però, grazie anche all’organizzazione sociale e alle istituzioni in cui essa si articola, i diversi ruoli cooperano al mantenimento della struttura nel suo stato migliore. Ogni organizzazione, ogni istituzione rappresenta un sistema parziale d’azione con funzioni proprie che coopera in modo armonico con gli altri sistemi, mantenendo il sistema complessivo in tendenziale equilibrio.

Soprattutto alla fine degli anni '60, tale teoria fu investita da veementi critiche il cui fulcro consisteva nell’accusa, mossa a Parson e ai suoi seguaci, di ignorare le asimmetrie e le diseguaglianze, i conflitti che dividono ogni società. Altre critiche furono mosse contro l’idea-base che ogni elemento del sistema sociale cooperi al benessere e all’equilibrio generale.

A queste critiche ha cercato di rispondere Luhmann rappresentando la società non come un insieme di esseri umani collegati da relazioni di ruolo, ma come una rete di sistemi composti da atti di comunicazione dotati di senso sociale. Ogni sistema compare, pertanto, come una mera struttura significativa, indirizzata cioè a conferire un senso particolare alle aspettative d’azione sociale e si presenta come uno strumento che si costituisce per adempiere a funzioni essenziali per la vita umana.

Noi viviamo, secondo Luhmann, in un ambiente che ci pone continuamente delle sfide e rende incerte e tormentose le nostre aspettative: un ambiente complesso, in quanto presenta un eccesso di possibilità rispetto a quelle concretamente attuabili e contingente, perché incerto, aperto ad eventi mutevoli ed imprevedibili. Ecco allora che i sistemi sociali sorgono per orientare e rendere più agevoli le nostre scelte concrete: essi intervengono nell’ambiente per ridurne la complessità e per rendere più stabili ed affidabili, cioè meno contingenti, le nostre aspettative.

È chiaro che nel passaggio da Parsons a Luhmann si risente la consapevolezza che la società umana può essere indagata in termini sistematici solo a condizione di attenuare la rigidezza concettuale, di rifiutare l'idea secondo cui i sistemi sociali sono qualcosa di stabile, di “dato” aprioristicamente, di “chiuso” in sé stesso.

Altri autori costruiscono visioni più aperte. Così avviene con le cd. teorie del conflitto, che provengono da due distinti filoni: 1- quello marxista, risalente alla teoria di Marx ed Engels; 2- e quello liberale, risalente alla teoria economica di Smith, alla teoria politica di Stuart Mill, alla teoria sociologica di Spencer.

Tratto comune tra i due filoni è l'idea che la società umana non sia armonicamente integrata, ma, divisa in gruppi fra loro contrapposti. La differenza tra i due filoni è che, mentre il primo rappresenta questa contrapposizione in termini dicotomici, come conflitto tra due classi portatrici di opposti interessi (borghesia e proletariato), rimediabile solo attraverso il successo dell'una sull'altra, il secondo la rappresenta in termini pluralistici, come incontro-scontro fra interessi di molteplici gruppi che nascono e spariscono, in una serie di rapporti in cui i conflitti possono conflagrare o trovare soluzioni temporanee di tipo istituzionale, senza peraltro mai estinguersi.

Le teorie dell’integrazione e le teorie del conflitto guardano entrambe alla società e ad ogni aggregato umano sociale sinteticamente nel suo insieme o, per usare una metafora, dall'alto: sono cioè teorie macro-sociologiche. Altre teorie sviluppatesi nel XX secolo scendono nell'arena dei rapporti sociali e li esaminano più analiticamente, dal basso, situandosi al margine della psicologia sociale e presentandosi come teorie micro-sociologiche: l'azione sociale appare così sminuzzata nelle sue singole e quotidiane manifestazioni.

Su questo terreno (quello micro-sistematico) ha operato con successo la corrente interazionistica nata a Chicago negli anni ’20, la quale si caratterizza per aver studiato gli aspetti più problematici dell’intersoggettività, ciò che rende agevole o ardua l’interazione tra i soggetti, le loro intese o i loro fraintendimenti, spesso determinati dal fatto che essi conferiscono o meno alle azioni lo stesso senso, diano alle parole lo stesso o un diverso significato.

Partendo dal punto di vista sociologico, il diritto si presenta precisamente come un sistema di peculiari atti di comunicazione e che buona parte della sua efficacia in una società dipende dal comune riferirsi dei soggetti agenti agli stessi usi linguistici, oltre che agli stessi valori a cui si ispirano le norme giuridiche.

Un'altra corrente di pensiero micro-sociologica è quella che si ispira all’idea della scelta razionale: una corrente nata non per caso sul terreno politico ed economico, rivolta a conseguire il massimo risultato con il minimo sforzo. Anche qui l’attenzione s’incentra sistematicamente sul condizionamento reciproco dei soggetti che interagiscono, che appare dipendente dalle chances di cui essi dispongono e dalle loro capacità di intuire le situazioni e di giocare in modo conveniente le loro carte: questo accostamento conduce infatti a vedere l’interazione sociale come un gioco – con vincitori e vinti, secondo le prospettive della teoria dei giochi.

Fra le diverse teorie di pensiero sociologico vi sono dei punti comuni: 1- La generale convinzione che la sociologia presenti un carattere peculiare in quanto il suo soggetto, la società umana, non è un dato obiettivo, ma piuttosto un costrutto, cioè il frutto di una costruzione culturale cui partecipano tutti gli attori sociali, cioè gli innumerevoli individui.

Tutti gli attori sociali non solo contribuiscono, con le loro percezioni, a delineare le fattezze del “oggetto-società”, ma altresì, rappresentando questo oggetto e formulando previsioni sul suo sviluppo, contribuiscono a mutarlo, giacché gli aggregati sociali non sono inerti, ma tendono a reagire anche alle rappresentazioni che ne vengono fornite, ora uniformandovisi, ora sottraendovisi; 2- La tendenza ad adottare una prospettiva sistematica ed elastica che prevede l'interdipendenza di tutti gli elementi di ciascun sistema di azioni sociali, sia di tutti i sistemi fra loro.

Di questi sistemi l'odierna sociologia riconosce sia il carattere culturale-simbolico, come precondizione di ogni analisi e osservazione, sia la costante mutevolezza. Si riconosce sempre più, altresì, che queste caratteristiche dipendono dalle scelte dei soggetti stessi. In altre parole, i soggetti, rimossi dalla scena ad opera della teoria sociologica funzionalistica, alla Luhmann, vi sono ritornati sino a far riscoprire un concetto di società che alla fine del XIX secolo era stato elaborato da Simmel: la società intesa come un continuo associarsi e interagire fra i soggetti e i sistemi costituiti dalle loro intenzioni.

In questo movimento continuo il diritto è sempre rilevante anche se nell’organizzazione dei rapporti sociali, i suoi caratteri e il suo peso variano a seconda delle epoche, degli ordinamenti economici, dei regimi politici, delle forme culturali.

Concetti e tematiche fondamentali

Ogni sistema d’azione sociale può esser osservato in modo sincronico e in modo diacronico. Nel primo caso esso viene fotografato in un momento specifico, nel secondo viene filmato in movimento. Il primo tipo di osservazione è essenzialmente statico, il secondo dinamico. Come disse Eraclito “tutto scorre”, ed è quindi illusorio “isolare” un singolo momento nel continuo procedere della vita sociale, tuttavia esso risponde ad un’esigenza di comodità analitica perché consente soprattutto di individuare i fattori principali del mutamento sociale e a distinguere le variabili indipendenti dalle variabili dipendenti di ogni sistema d’azione sociale.

Ai fini dell’analisi della società il primo quesito che si pone al sociologo è se essa sia unitaria o differenziata, se l’eventuale differenziazione interna corrisponda a una diversità di posizioni sociali, aspettative, accesso ai beni materiali o simbolici, a una diversità di ruoli e di status, se, infine, questa eventuale diversità sia rigida o elastica, se cioè i soggetti siano, e fino a che punto, costretti ad accettarla o possano rifiutarla.

È un quesito aperto se siano mai esistite società perfettamente ugualitarie. L’ideale di una società ugualitaria è certamente ricorrente nella storia umana, anche se la realtà ha quasi sempre tradito questo ideale. In sintesi l’esperienza passata e presente rivela pressoché ovunque l’esistenza di una stratificazione, cioè di una suddivisione della società in diversi strati. Diverso è peraltro il tipo di stratificazione sociale riscontrabile nei vari contesti, così come sono correlativamente le posizioni sociali, cioè gli status e i ruoli che gli individui possono ricoprire. Comune a tutte le società è però l'esistenza di una stratificazione sociale.

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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ResPublica di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Mittica Maria Paola.
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