Capitolo primo: La sociologia del diritto
Definizione
La sociologia del diritto rappresenta una branca specializzata della sociologia, di cui condivide soprattutto i metodi di indagine, ma con alto grado di autonomia, data la peculiarità del suo oggetto, ossia il diritto.
Essa può quindi definirsi come la scienza che studia il diritto come modalità d’azione sociale (ossia, indaga sulle azioni umane che ad esso si ispirano, ne comprende il senso, le descrive nel loro corso temporale, ne individua gli effetti concreti e riconduce tali indagini ad una visione teorica complessiva che dia conto della posizione che in un ambito di relazioni sociali ricopre il diritto, visto nel suo complesso e nelle sue parti).
Il sociologo del diritto affronta lo studio del diritto da una prospettiva differente rispetto a quella del giurista: mentre quest’ultimo guarda al diritto come un elemento costante, al sociologo il diritto compare come una variabile, da misurare in relazione ad altre variabili che influiscono sull’azione umana.
Mentre il giurista svolge un compito al contempo tecnico e pratico, descrittivo e prescrittivo, il sociologo invece svolge un compito solo teorico e descrittivo: egli non è chiamato ad indicare ad alcuno la corretta via da seguire, ma solo a stabilire correlazioni tra i fenomeni, a darne una spiegazione teorica, in sintesi ad informare.
Visioni sociologiche generali
Gli sviluppi della sociologia coprono più di centocinquanta anni di storia. Il padre della sociologia, in quanto parla per la prima volta di “sociologia”, viene normalmente ritenuto Auguste Comte (1798-1857), esponente del positivismo filosofico. Fondamento di questa corrente era l'affermazione dell'unità metodologica di tutte le scienze e la riduzione a scienza della stessa filosofia. In questo quadro, la sociologia fu concepita come lo studio scientifico dei comportamenti sociali, diretto a fornire spiegazioni nomologiche: scoprendone cioè le leggi che li governano.
Per giustificare questa nuova scienza, la “sociologia” appunto, Comte, parte dalla situazione politica della Francia post-rivoluzionaria; qui, infatti, si stavano affrontando due forze (quella dei conservatori-reazionari, che volevano l’ordine feudale, basato sulla differenza di ceto; e quella dei progressisti-rivoluzionari, che volevano instaurare un ordine nuovo, giusnaturalisticamente ricavato), la cui dinamica oppositiva impediva qualsiasi tipo di trasformazione della società.
- Ordine e progresso: secondo Comte, il cambiamento, lo sviluppo, è un dato di fatto e ciò che realmente manca è un sapere in grado di guidarlo. In altre parole, è inutile cercare un compromesso tra le forze in gioco, perché, innanzitutto la realtà sociale va conosciuta per poterla ordinare.
- Conoscere per prevedere, prevedere per agire: è indispensabile, quindi, l’utilizzo di una scienza che consenta di comprendere i comportamenti sociali. Inizialmente, chiama tale scienza “fisica sociale”, sottolineando la necessità di calarla nella natura; successivamente, introduce il termine “sociologia” (dato dalla combinazione tra il latino societas e il greco loghia).
Due erano, quindi, le critiche mosse da Comte:
- La prima era indirizzata alla politica (i politici, infatti, non erano in grado di creare un nuovo ordine perché privi delle adeguate conoscenze) e alle fonti scritte del diritto (in quanto cristallizzavano principi e regole).
- La seconda riguardava la scienza: i risultati delle varie scienze, che si fermano ai fenomeni della vita, necessitano di essere ordinati attraverso una scienza ulteriore, che consenta di conoscere anche i fenomeni sociali, ossia la sociologia. La sociologia sarebbe, cioè, una sorta di “scienza delle scienze”.
Al riguardo, Comte, nel VI vol. del suo “Corso di filosofia positiva” elabora due leggi:
- La legge dei 3 stati. Dall’osservazione della storia emerge che la vita della società, così come quella dell’uomo, passa attraverso 3 mentalità: I. quella teologica, dove i fenomeni vengono spiegati col riferimento ad una volontà superiore che li coordina; II. quella metafisica, in cui Dio viene sostituito da principi astratti, che considerano la causa ultima dei fenomeni stessi; III. quella positiva, dove si abbandona la mentalità astratta e si cerca di comprendere i fenomeni non più attraverso cause ma attraverso “leggi” intese in senso naturalistico, “relazioni di costanza tra fenomeni mutevoli”. Secondo Comte, questo processo è irreversibile.
- La gerarchizzazione delle scienze. Comte ordina gerarchicamente le scienze pure ed evidenzia come ognuna abbia un proprio metodo: al primo posto c’è l’astronomia (che usa il metodo dell’osservazione); al secondo la fisica (che usa il metodo della sperimentazione); al terzo la chimica (che utilizza la classificazione degli elementi) e al quarto la biologia (che utilizza la comparazione tra esseri viventi).
Critica
Alcuni fondamenti di questo sistema di pensiero sono stati messi in discussione sin dagli ultimi decenni dell’800; in particolare:
- L’idea che la conoscenza dei fenomeni sociali possa muovere induttivamente dal concreto all’astratto.
- La pretesa di condurre lo studio dei mutevoli comportamenti umani secondo il modello delle scienze naturali, commisurate al carattere, ritenuto allora ricorrente e invariabile, dei fenomeni che ne costituiscono l'oggetto.
I fatti sociali non sono come i fenomeni naturali in quanto (1) per poterli osservare e ricondurre a spiegazioni generali occorre capirne il significato, che gli essere umani esprimono attraverso atti di comunicazione composti da segni più o meno complessi; (2) inoltre, la loro ricorrenza non è prevedibile in quanto i comportamenti umani non sono atti meccanici, ma azioni che i soggetti pongono in essere in virtù di propri pensieri e motivazioni e alle quali chi agisce attribuisce un senso che può essere o meno socialmente condiviso.
In questa luce, è stata fondamentale l'innovazione apportata da Max Weber (1864-1920) che incentrò l’attenzione sul carattere simbolico e libero del materiale umano che costituisce l’oggetto della sociologia. Weber, in prima persona, partecipò a due fatti storici importantissimi:
- La sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale, culminata nel Trattato di Versailles del 1919. Nella stesura di tale Trattato di pace, Weber aveva invitato a riflettere sulla differenza esistente tra colpa e responsabilità e aveva consigliato l’adozione del secondo criterio; alla fine, però, venne prescelto quello della colpa della Germania che, infatti: a) fu privata del territorio dell’Alsazia e della Lorena, che passarono alla Francia; b) fu smilitarizzata; c) fu condannata al pagamento di una serie infinita di spese di guerra, che non avrebbe mai potuto pagare. Weber provò ad avvertire che l’addossamento di tutta la colpa della guerra in capo al perdente sarebbe risultato nocivo nel medio-lungo termine: non si dovevano dare colpe ma assumersi responsabilità; il suo pensiero non fu ascoltato ma si rivelò profetico in quanto la seconda guerra mondiale scoppiò proprio per la propaganda, fatta dai nazisti, sull’ingiustizia del Trattato di Versailles.
- La stesura della Costituzione di Weimar del 1918-1919, che rappresenta la prima costituzione democratica moderna in quanto prevedeva un grande ampliamento del suffragio e un riconoscimento dei diritti sociali. Con essa si volle attribuire centralità al Parlamento, cosa che condusse poi, ad una strutturale ingovernabilità del paese, in quanto nessuno dei governi che si susseguirono riuscì ad ottenere la maggioranza in Parlamento. Anche in questo caso Weber fu profetico: egli avvertì che era imprudente squilibrare gli assetti costituzionali in senso parlamentaristico e questo non perché sia sbagliato l’organo in sé ma perché erano gli uomini che lo componevano a risultare inadatti al ruolo che si richiedeva loro, ossia quello di dare l’indirizzo politico al paese. In particolare, secondo Weber, la debolezza politica del Parlamento era dovuta alla precedente leadership di Bismarck, che era stata talmente forte da esautorare del tutto il Parlamento dalla decisione politica (in pratica, il Parlamento si limitava a vidimare le scelte di Bismarck); nel Parlamento, cioè, non si vedevano più politici di razza. Un Parlamento in cui si smetta di lottare, che non è più palestra della capacità politica, non è costitutivamente capace di discutere di politica.
Weber fondò una sociologia sistematica, incentrata sul concetto di azione e definita “comprendente” in quanto protesa a “comprendere l’azione umana secondo il suo senso”, a “spiegarla causalmente nel suo corso” e, infine, a formulare “leggi generali” basate su semplici correlazioni statistiche e capaci di suggerire previsioni non certe ma probabili.
Il punto di partenza della sociologia weberiana è il concetto di “agire sociale”, che può essere compreso e spiegato, secondo Weber, riportato a quattro tipi ideali:
- L'agire razionale rispetto allo scopo, che mira strumentalmente a conseguire finalità coerenti con i mezzi di cui l'attore dispone.
- L'agire razionale rispetto al valore, che mira alla realizzazione di valori in cui il soggetto crede, indipendentemente dalle conseguenze materiali.
- L'agire tradizionale, che il soggetto compie “per abitudine acquisita”, riproducendo irrazionalmente modelli costantemente ripetuti.
- L'agire affettivo, che il soggetto compie dando voce a sentimenti o disposizioni d'animo di natura irrazionale.
Questa tipologia costituisce, per il sociologo, una sorta di guida, di binario entro cui condurre l’osservazione delle forme concrete di azione, che egli riporterà al modello astratto cui più si avvicinano, anche se nessuna potrà mai identificarsi appieno con quel modello.
Fondamentale, in quanto destinato a rimanere patrimonio indiscusso della sociologia, è lo strumento metodologico che Weber elaborò al fine di indirizzare la comprensione dell’azione umana: i cd. “tipi ideali” o “ideal-tipi”.
Partendo dal presupposto che la conoscenza umana procede dall’astratto al concreto, egli segnalò la necessità di condurre l’osservazione delle forme concrete di azioni sulla base di categorie concettuali astratte, elaborate prima di iniziare l'osservazione.
Particolarmente importanti per il nostro studio sono i due idealtipi che Weber formula a partire dall’analisi politica e sociologica della burocrazia: quello del politico e quello del funzionario.
- Il politico è colui il quale deve voler realizzare un progetto in cui crede e per il quale si batte. La politica, cioè, è un “Beruf” (parola traducibile sia con “professore” sia, in senso religioso, con “vocazione”), ossia una vocazione professionale; essa non può essere esercitata solo per interesse personale.
- Il funzionario è, invece, colui il quale riesce a farsi rotella di un ingranaggio; egli è indispensabile ad un’impresa capitalistica, così come è necessario allo Stato amministrativo. La sua efficienza e la sua efficacia vengono valutate in relazione agli scopi dell’organizzazione di cui fa parte.
Entrambi questi tipi ideali hanno una dignità esemplare, una propria etica; anche se, per certi versi, risultano inconciliabili: basti pensare che il funzionario deve esercitare il compito che gli viene assegnato anche se lo reputa sbagliato, mentre il politico, al contrario, deve fare di tutto per cambiare le cose e renderle come le pensa (deve credere in maniera irremovibile alla giustezza delle cause che perora e non deve cedere mai).
Bisogna però sempre tenere a mente che gli idealtipi servono ad interpretare la realtà ma non corrispondono alla stessa. Nella realtà, infatti, esistono funzionari che aspirano a svolgere attività politica e politici che finiscono con lo svolgere funzioni burocratiche, in quanto si limitano a conformarsi agli ordini ricevuti, che talvolta li sovrappone, dando vita a cd. conflitti di ruolo.
Weber pervenne, quindi, ad una ridefinizione dell’oggetto della sociologia in quanto gli risultava chiara la differenza qualitativamente esistente tra questa scienza (e altre affini, come la storia e la scienza giuridica) e le scienze naturali. Tuttavia, tra le scienze umane e quelle naturali vi sono anche delle convergenze: una convergenza importante consiste nell’adozione di una prospettiva generale “sistemica complessa” (sistema = insieme di elementi interagenti).
Il modo più rigido con cui la visione sistemica trova applicazione in sociologia è quello che ritroviamo come fondamento della maggiore corrente di pensiero sociologico, quella cd. funzionalistica, di cui primo esponente fu Emile Durkheim (1858-1917), considerato il primo sociologo ufficiale. Essa si fonda sull’idea che ogni società umana costituisce un insieme di elementi interagenti, ognuno dei quali coopera in modo relativamente ordinato, attraverso le funzioni che svolge, al benessere o al miglior stato del sistema nel complesso.
[Durkheim, nel suo “Le regole del metodo sociologico”, evidenzia che i fatti sociali hanno delle caratteristiche comuni: a) sono esterni all’individuo; b) sono indipendenti dall’individuo; c) sono obbligatori rispetto all’individuo. Esempio per eccellenza di fatto sociale, è infatti, il linguaggio. Il problema però è che questi fatti si manifestano nell’interiorità dell’individuo, quali fatti psichici, per cui come osservarli? Ebbene, secondo Durkheim, bisogna utilizzare il concetto di “sanzione giuridica”, in quanto manifestazione esterna di un fatto interiore: in pratica, per capire i fenomeni sociali, bisogna guardare al tipo di sanzioni con cui la società reagisce alla violazione degli obblighi.
In particolare, in base alle sanzioni possiamo distinguere:
- Le società fondate sulla solidarietà meccanica (società semplici, fondate su pochi valori condivisi), danno prevalenza a sanzioni di tipo punitivo (si punisce chi contraddice i valori comuni), diffuse (che chiunque può far valere), necessarie e repressivo-educative.
- Le società fondate sulla solidarietà organica (società complesse), utilizzano sanzioni restitutive (che mirano a reintegrare la situazione precedente al comportamento difforme).
NB: sebbene Durkheim e Weber vivono e scrivono nello stesso periodo, non si condizionano reciprocamente.
Questa prospettiva, viene sviluppata da molti autori, fra cui Parsons e Luhmann che risentono dell'influenza di Weber: Parsons, come Durkheim, rappresenta ogni società come un aggregato di individui, o “attori sociali” che interagiscono stabilmente rispondendo ad aspettative sociali connesse agli status e ai ruoli che ricoprono nella società stessa.
Secondo Parsons questi status e ruoli, che si presentano come fasci di aspettative convergenti su ciascun soggetto, costituiscono la struttura di un sistema sociale. Essi possono entrare in conflitto tra loro, e anche ogni singolo individuo che si trovi a ricoprire più ruoli può, in effetti, nel suo intimo vivere dei conflitti di ruolo molto aspri. Nel complesso però, grazie anche all’organizzazione sociale e alle istituzioni in cui essa si articola (famiglia, scuola, organismi politici, giurisdizione), i diversi ruoli cooperano al mantenimento della struttura nel suo stato migliore. Ogni organizzazione rappresenta un sistema parziale d’azione con funzioni proprie che coopera in modo armonico con gli altri sistemi, mantenendo il sistema complessivo in tendenziale equilibrio.
Critica
Soprattutto alla fine degli anni '60, tale teoria fu investita da veementi critiche; in particolare, (1) si accusavano Parsons e i suoi seguaci di voler rappresentare in forme scientifiche il “sogno americano”, ignorando le asimmetrie e i conflitti che dividono ogni società; (2) si evidenziava l’insostenibilità dell’idea-base che ogni elemento del sistema sociale, attraverso le funzioni svolte, cooperi al benessere e all’equilibrio generale.
- A queste critiche ha cercato di rispondere Luhmann, il quale, a differenza di Parsons, ha trasfuso nella sua visione sociologica una più approfondita conoscenza del fenomeno giuridico. Egli, raccogliendo più decisamente l’insegnamento weberiano, rappresenta la società non come un insieme di esseri umani collegati da relazioni di ruolo, ma come una rete di sistemi composti da atti di comunicazione dotati di un senso sociale.
In pratica, secondo Luhmann, noi viviamo in un ambiente che ci pone continuamente delle sfide e rende incerte e tormentose le nostre aspettative: un ambiente complesso e contingente, perché incerto, aperto ad eventi mutevoli e imprevedibili. Ecco allora che i sistemi sociali sorgono per orientare e rendere più agevoli le nostre scelte concrete: essi intervengono nell’ambiente per ridurne la complessità e per rendere più stabili ed affidabili, cioè meno contingenti, le nostre aspettative.
Luhmann quindi, a differenza di Parsons, rifiuta l'idea secondo cui i sistemi sociali sono qualcosa di stabile, di “dato” aprioristicamente, di “chiuso” in sé stesso. Tuttavia, come Parsons, egli rappresenta ancora l’organizzazione umana in termini integrativi, come un insieme in cui diversi sistemi sociali cooperano, se non a mantenere un equilibrio, quantomeno a risolvere problemi essenziali della vita sociale.
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