I luoghi di (Ri)nascita
L’esordio letterario di Goliarda Sapienza si colloca nell’arco di un decennio e comincia nei primi anni Cinquanta e include la composizione di due volumi di poesie, pubblicate col titolo Ancestrale nel 2013 e i frammenti narrativi pubblicati dopo la sua morte col titolo Destino coatto (2002). Queste due opere insieme ai primi due romanzi autobiografici (Lettera aperta, 1967 e Il filo di mezzogiorno, 1969) raccontano, oltre all’infanzia e all’adolescenza dell’autrice, le tappe della graduale conversione alla seconda vita artistica di Sapienza: il suo passaggio dalla carriera di attrice a quella di scrittrice.
L’elaborazione del lutto per la morte della madre e per la perdita delle persone care, nonché la conseguente funzione terapeutica che la scrittura assume, definiscono l’orizzonte tematico e il fil rouge che lega questi primi capitoli di Sapienza. Il proprio passato di attrice viene elaborato come la morte di una parte di sé; il racconto della nascita della scrittrice finisce per coincidere con il racconto della propria rinascita.
Ancestrale e la memoria del passato
La raccolta dei componimenti poetici, pubblicata soltanto nel 2013 con il titolo Ancestrale, prende corpo negli anni Cinquanta e viene ordinata dalla stessa autrice, ma non viene pubblicata immediatamente da Feltrinelli. Le poesie sembrano costituire una prima tappa del problematico ritorno memoriale dell’io agli anni e ai luoghi dell’infanzia. Il paesaggio siciliano viene descritto attraverso il riferimento a elementi naturali (mare, sole, lava, fiori) e nelle poesie si fa spesso riferimento alla difficoltà e al dolore del nostos, come dimostrato da luoghi claustrofobici cui arriva la memoria (la notte, il buio, una stanza sbarrata). Al tempo stesso, però, il ritorno viene descritto come inevitabile.
Inoltre, Goliarda esprime in queste poesie il dolore determinato dal lutto, che le provoca un’afasia (“non ho parole; non ho voce; non ho fiato”). Pellegrino racconta che le prime poesie furono scritte proprio il giorno del funerale di Maria Giudice. Proprio per i componimenti dedicati ai genitori, posti all’inizio della raccolta, possiamo considerare i genitori i dedicatari dell’opera.
Nella poesia dedicata alla madre, A mia madre, Sapienza parla del suo futuro ritorno in Sicilia che, a causa del lutto della madre, è sentita come una terra silenziosa e indefinita e dove l’io poetico andrà incontro a un profondo senso di solitudine (“Quando tornerò [...] nessuno m’aspetterà, nessuno mi consolerà”), dunque la Sicilia assume l’aspetto di una terra desolata e tale indeterminatezza è dovuta al fatto che il percorso regressivo agognato dall’io poetico è diretto verso un impossibile ritorno al luogo-corpo materno.
Della madre si mette in evidenza il corpo possente attraverso il riferimento al seno grande, al braccio e al polso, in quanto l’io poetico desidera l’abbraccio materno (“potessi posare la mia fronte sul tuo seno grande; potessi rivestirmi del tuo braccio, tenendo nelle mani il tuo polso affilato [...]”). C’è dunque l’immagine di un cupio dissolvi cioè il desiderio di dissoluzione nel paesaggio materno, infatti il corpo materno diventa un paesaggio (bodyscape) -> il bodyscape materno porta con sé gli elementi primordiali del paesaggio dell’infanzia come terra, sole, mare, alberi.
Il bodyscape è successivamente presente anche in componimenti dedicati ad altre figure femminili, come le amiche: ad esempio quando parla di Nica, amica dell’infanzia, descrive “il lago d’ombra” delle sue occhiaie; di sé stessa dice “il mare dei miei seni”; il mare è usato come metafora dell’utero.
In Ancestrale ci sono inoltre 4 componimenti esplicitamente dedicati al padre (Peppino Sapienza): nel primo, Secondo una fotografia di mio padre adolescente, la memoria appare mediata dal filtro di una fotografia (ecfrasi fotografica; sembra emergere con più distacco rispetto all’insostenibile lutto per la perdita della madre); i versi “un giorno gridò rivolto al mare [...]” vengono letti come la prima eredità paterna da cui scaturisce una fame (“ebbi fame”) che potrebbe indicare la fame di giustizia.
L’ingresso della figura del padre nel paesaggio ancestrale determina il riemergere dei ricordi d’infanzia collocati nello spazio urbano: i vicoli e il cortile di San Berillo, in cui sono ambientati i ricordi di Lettera aperta e di Io, Jean Gabin. La lezione del padre è strettamente legata allo spazio urbano anche perché Goliarda, in una delle sue poesie, lo ringrazia per averle insegnato quell’amore laico per tutti gli abitanti (“l’amore senza dio” per le donne, i carusi, i vecchi e i poveri); l’educazione paterna si svolge “per strade per vanedde”, infatti Peppino Sapienza, chiamato “l’avvocato dei poveri”, rendeva possibile il rapporto osmotico tra spazi interni ed esterni, tra la propria casa e le strade limitrofe. L’allegria e il camminare con passo sicuro del padre costituiscono infatti la protezione necessaria per poter percorrere senza paura i “cantoni” dei mafiosi e i “vicoli più scuri” frequentati dalle prostitute.
Il ruolo fondamentale di Peppino era, inoltre, quello di incoraggiare e coltivare la vocazione artistica della piccola Goliarda (“leggevamo vicini sul balcone [...] mi guidavi nell’altro trasudante di passione” -> cioè dal puparo Insanguine, dove si svolge una parte dell’apprendistato artistico di Goliarda; “la tua fronte mi indicava la bellissima Angelica [...] la spada d’Orlando sguainata in difesa del giusto e del meschino”).
In un altro componimento si descrive il padre che si china verso la piccola Goliarda a “raccontare”, accompagnata dall’impossibilità di Goliarda di abbandonarsi al ritmo del verso (quindi alla poesia), che indica che lei è pronta ad accogliere la scrittura narrativa (“vorrei al ritmo del verso abbandonarmi ma il tempo stringe e devo correre ancora”).
Prove di voce
I racconti di Destino coatto (frammenti narrativi privi di titolo) rappresentano una seconda stazione che precisa e definisce i luoghi del nostos già trattati nelle poesie, e allo stesso tempo, rappresentano una sperimentazione di mescolanza di scrittura finzionale e autobiografica, che si troverà nelle opere successive. Se il contesto è lo stesso di Ancestrale, cambiano però le figure: adesso in quel medesimo paesaggio dell’infanzia fanno la loro comparsa anche i fratelli e le sorelle di Goliarda come Carlo e Licia.
Inoltre, anche qui vi è la tematica del “ritorno difficile” a casa (nostos), col tema dell’impossibilità del ritorno (“Non posso tornare”) e viene tracciata la topografia dello scenario urbano in cui si è mossa Goliarda bambina: viene identificata la via Pistone, dove si trova l’abitazione dei Sapienza, in quell’atmosfera claustrofobica già presente in Ancestrale (ad es. si parla del vicolo buio e senz’aria).
Fra questi frammenti emerge anche il tema della disappartenenza, che spiega la difficoltà del ritorno: Goliarda Sapienza, da una parte, ammette la sua condanna allo sradicamento e al moto perpetuo ma, allo stesso tempo, spiega che non può lasciare la stanza che chiama casa, dove i mobili hanno messo radici nei muri (“qualcuno me l’aveva detto: non muoversi, non fare neanche un passo. Io, forse perché ero tanto giovane, mi sono mossa, [...] così quel piccolo passo da Catania a Roma, mi costringe adesso a muovermi sempre, a spostarmi”).
Per certi versi Lettera aperta e Il filo di mezzogiorno raccontano le vicende che portano la scrittrice a compiere quel piccolo passo da Catania a Roma e le conseguenze di tale scelta, e ricostruiscono il percorso verso il mondo del teatro e del cinema. Ma già nei racconti contenuti in Destino coatto è possibile osservare l’insorgere di alcuni flash della memoria della vita dell’attrice: questi frammenti rappresentano prove di voce in cui Goliarda racconta brevi momenti della vita di persone e personaggi che ha conosciuto realmente oppure ricorda alcuni episodi del suo passato adottando in questo caso la terza persona -> sembra mettere in atto, attraverso la scrittura, quel training consigliatole dal puparo Insanguine individuato come esperienza per assecondare e approfondire la sua vocazione teatrale e cinematografica (in Lettera Aperta Goliarda dice “leggevo tutto il giorno e imparavo a memoria tutti i lavori teatrali che trovavo per casa. La notte poi li recitavo da sola facendo tutte le parti, come i pupari. Il commendatore Insanguine mi aveva detto che, solo facendo tutte le parti come il puparo, si imparava a conoscere i personaggi diversi da noi. Imitando le loro voci [...] si diventa attori veri”).
In Destino Coatto si trova anche un racconto autobiografico, nonostante sia raccontato in terza persona, che ha come protagonista un’attrice: “a 16 anni era stata ammessa all’Accademia d’Arte drammatica con la borsa di studio. Era troppo magra per essere bella ma aveva temperamento. [...] Per fortuna dopo i 30 anni era ingrassata quel tanto che le mancava e oggi era un’attrice perfetta, piena e bella nel corpo” -> emerge la centralità della metamorfosi del corpo nell’apprendistato attoriale: la descrizione della situazione dell’attrice avviene attraverso l’embodiment, ripreso anche nel Filo di mezzogiorno in cui racconta la preparazione per l’ingresso all’Accademia d’Arte drammatica volta all’acquisizione della borsa di studio, con l’obiettivo di superare i problemi di dizione legati all’idioletto siciliano, insistendo sull’esercizio del corpo che la conduce al controllo delle corde vocali. Attraverso il corpo Goliarda esprime anche la volontà di dire addio al mondo della recitazione per non volersi più conformare a un modello di perfezione corporea (la protagonista di Grande bugia è un’attrice che vuole ingrassare per liberarsi dal modello di perfezione imposto dal mondo dello spettacolo). Al fine di sottolineare la crudeltà della macchina teatrale, Goliarda usa il tema delle difficoltà di memoria, dei vuoti, che è un tema ripreso da Pirandello e a cui Goliarda aggiunge un surplus di carnalità: nell’istante in cui l’attrice dimentica la battuta e delude le aspettative del pubblico e del suo compagno di scena (“qualcuno bisbigliava tra le quinte [...] qualcuno gridava vicino a lei”), avviene una metamorfosi che la trasforma in statua di cera -> Goliarda esprime dunque la consapevolezza delle ragioni che hanno spinto l’attrice a uscire dal mondo del teatro.
L’istanza autobiografica emerge nella sua problematicità e affiora soprattutto attraverso l’immagine dello specchio, che può essere considerato uno dei dispositivi metaforici prediletti dalle scritture del sé. Nel racconto si descrive spesso la mancanza di coincidenza fra la propria immagine e quella riflessa (in Destino coatto ad es. Goliarda scrive “Doveva andare verso il Monte [...] ma prima doveva guardarsi allo specchio, lo specchio era lì ma quel viso non era il suo, non era quello di ieri”): Goliarda mette in pratica la formula coniata da Rimbaud, “Je est un autre” per esprimere i paradossi dell’identità, che in Sapienza riguarda anche lo spazio. Infatti il bodyscape ancestrale è stravolto dalla distanza temporale del passato (ripetizione dell’avverbio “ieri”), e sembra poter essere affrontato soltanto recuperando lo scenario urbano dell’infanzia, tornando in via Pistone (casa di Goliarda bambina), là dove tutto è cominciato.
Tuttavia, l’io poetico prova ancora a evitare il ritorno: “non fatemi tornare a quel gradino rosicchiato dai topi, arso dal vento. La mia ombra mi attende col suo viso di vecchia disseccata” -> dunque Goliarda è consapevole delle dolorose antinomie della scrittura del sé, a cui dichiara di non volersi sottrarre, al punto tale da progettare un ciclo dell’Autobiografia delle contraddizioni. E infatti, se la via che conduce a casa appare tortuosa e piena di sofferenza, è però proprio quella che imboccherà la scrittrice con i due romanzi seguenti, nati entrambi dal “destino coatto” della ripetizione delle strade emozionali di tutti “i suoi ieri”, a partire dalla coscienza che l’unico itinerario verso la gioia è quello che ha inizio nell’accettare di “tornare indietro per andare avanti”.
Il titolo della raccolta di racconti Destino coatto trova una spiegazione psicanalitica formulata dalla stessa scrittrice nel Filo di mezzogiorno: destino coatto è il termine usato per indicare il meccanismo di riesumare nel presente situazioni passate per ritrovare quelle emozioni, negative o positive che siano, perché solo quelle si sono conosciute e sperimentate e si identificano quindi con la vita stessa.
Soglie
A distanza di quasi trent’anni dall’inizio della stesura di Lettera aperta, quando ormai la propria vocazione letteraria appare confermata dalla composizione della maggior parte delle sue opere, in una pagina dei taccuini Goliarda Sapienza accenna al ciclo autobiografico (Autobiografia delle contraddizioni) che pare comprendere quasi tutte le opere in un unico progetto pensato come work in progress, che si sviluppa parallelamente alle altre opere e che segue il fluire dell’esistenza.
La scrittrice ribadisce qui alcune convinzioni implicitamente contenute nelle opere narrative: l’ambivalenza della percezione del legame materno, la posizione a favore del dubbio e delle contraddizioni come rimedio per le certezze dogmatiche, la necessaria accettazione delle bugie, da cui “nessuno può essere esente”, ma anche la volontà demistificatoria di una parola capace di riconoscere, rovesciare e contrastare l’errore e la menzogna.
In Lettera aperta si fa riferimento alle bugie: Goliarda Sapienza parla dell’inevitabile falsità di una scrittura che pretende di mettere ordine nel caos travolgente della memoria, dichiarando così un disinteresse nei confronti della verità: “non è [...] per bisogno di verità – non mi interessa affatto – che mi decido a parlarvi di quello che avendo capito mi pesa da 40 anni sulle spalle. Voi penserete: ma perché non se la sbroglia da sé? Ma visto che questa ricerca mi portava alla morte – sono stata due volte per morire “di propria mano” – ho pensato che sfogarsi con qualcuno sarebbe stato meglio, se non per gli altri, almeno per me”.
-> con il disinteresse per la verità e l’appello alla collaborazione del lettore, che diventa un cardine fondamentale della funzione terapeutica attribuita al racconto, Goliarda Sapienza viola i vincoli dei generi implicati, che vengono ibridati dalle scelte stilistiche di Sapienza: Lettera Aperta sovverte il genere del romanzo autobiografico e di quello di formazione; eppure, negando al contempo il patto autobiografico attraverso l’accenno all’inevitabile tasso di finzionalità del racconto, e negando la natura romanzesca con il riferimento alle vicende della propria vita, la scrittrice prova a reinventare i generi narrativi attraverso questo processo di contraddizione. Posta in questi termini, la non linearità della scrittura memoriale di Lettera aperta riflette la verità dell’informe e travolgente ritorno del tempo perduto (“Anche voi associate la parola “ordine” con la parola “verità”? Ho fatto sempre questo errore. [...] Visto che mi sono state dette, come a tutti del resto, più bugie che verità, come potrei io, ora, sperare di parlarvi illudendomi di arrivare ad un ordine-verità? E no: credo proprio che questo mio sforzo per non morire soffocata nel disordine, sarà una bella sfilza di bugie”, Lettera aperta); la struttura metanarrativa si configura come la questione di vita o di morte di una “bugia” necessaria a sopravvivere nel caos dei ricordi.
Inoltre, una delle caratteristiche della scrittura di Sapienza è la dimensione performativa della narrazione, che è caratterizzata da due elementi fondamentali: una costante interpellazione del lettore, che prende virtualmente il posto del pubblico come un “lettore-spettatore” e il fatto che la narrazione segue il ritmo discontinuo della riemersione del passato, dando l’impressione che racconto e ricordo coincidano.
Dunque, la memoria non viene narrata, ma viene semmai “messa in scena” e performata, presente e passato si sovrappongono e si accostano di continuo, seguendo percorsi che stravolgono la tradizionale linearità della cronologia della scrittura del sé. Non il tempo, dunque, ma lo spazio organizza i ricordi: così la Civita, la via Pistone, il cortile del civico 20 in cui ha abitato, le vie limitrofe, la Playa e gli altri spazi della geografia primordiale di Sapienza si offrono come stratificazioni cronotopiche della sua recherche, come “cavità che il tempo ha riempito di memoria”.
Fra il presente della narrazione e il passato dell’infanzia e dell’adolescenza riemerge a tratti il ricordo della morte del padre e del suo funerale, che determina un altro ritorno a casa e lega i frammenti memoriali che compongono la Lettera. Le metafore topologiche che situano la parola del presente oscillano fra due poli: da un...
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