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Bazzoni – Writing for freedom: body, identity and power in Goliarda Sapienza’s narrative

Cap. 1 – Fuori dalla norma – La ricostruzione dell'identità in Lettera aperta

Lettera aperta, pubblicata da Garzanti nel 1967, è la prima opera di Sapienza, è scritta e narrata in prima persona e narra la storia di una giovane ragazza in Sicilia e allo stesso tempo di una donna matura nei suoi quaranta anni a Roma. L'attenzione sull'infanzia della narratrice si alterna con la rappresentazione del suo presente e della sua personale sfida a sopravvivere cercando di ricordare il suo passato, dopo aver perso molti dei suoi ricordi a causa dell'elettroshock. Figure e scene, in particolare della sua infanzia, creano un ritratto frammentato e complesso dell'educazione travagliata di questa bambina ma anche il tentativo di una donna di liberarsi dal peso opprimente del passato.

Nel testo il discorso imita il lavoro di ricostruzione di una memoria instabile e lacunosa, cosicché la narrazione procede per frammenti, collegamenti analogici, buchi e corposi passaggi metaforici, che riproducono la lotta di un sé caotico. La narratrice adulta si presenta come una donna che sta vivendo serie difficoltà esistenziali, che l'hanno già portata a due tentativi di suicidio. Infatti, nell'incipit di Lettera Aperta dice: “Non è per importunarvi con una nuova storia [...] che mi decido a parlarvi di quello che non avendo capito mi pesa da 40 anni sulle spalle. Voi penserete: perché non se la sbroglia da sé? Infatti ho cercato, molto. Ma visto che questa ricerca solitaria mi portava alla morte – sono stata due volte per morire “di mia propria mano” – ho pensato che sfogarsi con qualcuno sarebbe stato meglio, se non per gli altri, almeno per me”.

L'opera letteraria è dunque fortemente connessa alla vita dell'autrice: sappiamo dalla sua biografia che nel 1962 fu ricoverata in una clinica psichiatrica dopo un'overdose di sonniferi e fu sottoposta ad una serie di elettroshock che danneggiarono gravemente i suoi ricordi, per cui trascorse i successivi 4 anni cercando di ricomporre la sua memoria e i suoi ricordi, lottando con la depressione e l'abuso di alcol, che l'hanno portata ad un secondo tentativo di suicidio nel 1964. Durante questo periodo (1963-1965) subì una terapia psicoanalitica sperimentale col dottor Ignazio Majore, che sfociò in una relazione amorosa e fu seguita da una profonda crisi personale e professionale del dottore. La terapia psicanalitica la aiutò nel recupero della memoria e iniziò un processo di decostruzione del potere che la opprimeva, ma Goliarda non guarì completamente.

Lettera aperta e Il filo di mezzogiorno furono scritti durante il periodo che seguì questi eventi turbolenti e in entrambi viene descritta la ricostruzione del sé dell’autrice, attraverso la rivisitazione e la reinterpretazione del passato: Lettera aperta termina con la richiesta della narratrice di essere lasciata libera di godersi il suo corpo, riconquistato grazie alla scrittura (“Vi lascio per un po’: con questo poco di ordine che sono riuscita a fare”); intorno a me. Vorrei tacere per qualche tempo, e andarmene a giocare con la terra e con il mio corpo. Arrivederci.

In Il filo di mezzogiorno Sapienza sente l’esigenza di continuare quell’esplorazione del passato per includere “l’analisi dell’analisi” perché racconta il percorso terapeutico problematizzando e sfidando alcuni dei suoi aspetti e principi. Nel Filo di mezzogiorno lei si riferisce esplicitamente a Lettera aperta e alla necessità di andare oltre l’analisi: “... poi imbucai quella lettera che vi avevo scritto [Lettera aperta] e fui convinta di aver ritrovato il mio passato e andai al mare, ma il mare era troppo freddo e salato per il mio corpo senza pelle. [...] No, non potevo giocare col mare, né col mio corpo. [...] Quel medico, nello smontarmi pezzo per pezzo, aveva portato alla luce vecchie piaghe cicatrizzate e le aveva riaperte frugandoci dentro con bisturi e pinze e che non aveva saputo guarire”.

In L.A. e nel F.M. si evince che la formazione identitaria della bambina è influenzata dal potere, rappresentato dalla struttura patriarcale ed eteronormativa della società, dalla trascuratezza emotiva, dall’intransigenza ideologica e da modelli etici conflittuali, che provocano l’isolamento e il disorientamento della protagonista. La narratrice adulta cerca di annullare queste forme di oppressione e ricostruisce il contatto con il suo corpo, in quanto fonte di desideri e vitalità. Il concetto di Winnicott di Vero e Falso Sé, poi ulteriormente sviluppato da Alice Miller, fornisce utili strumenti teorici al fine di comprendere il meccanismo dell’oppressione derivante dalla dipendenza emotiva e dalle contraddizioni dell’educazione. L’approccio psicanalitico di Winnicott e di Miller, con la sua enfasi sul corpo come fonte di vitalità e desiderio, ci permette di comprendere che tipo di autenticità e di libertà sta cercando la narratrice.

Genere e sessualità

Il modello femminista della madre: Maria Giudice vs “le donnette”

Charlotte Ross, che ha analizzato la rappresentazione di genere e sessualità nelle opere di Sapienza, spiega che: Attraverso la narrazione delle sue memorie, Sapienza mostra al lettore il suo processo di condizionamento socio-culturale e di apprendimento esistenziale. Subisce le norme dominanti di genere e sessualità, ma confronta anche i modelli di genere più progressisti proposti da sua madre.

Maria Giudice è un modello femminile fondamentale per la giovane Goliarda. In Lettera aperta, ambientata negli anni ’30, quando il potere fascista era molto consolidato, Maria aveva interrotto ogni attivismo politico; l’unico riferimento alla sua attività politica precedente, contenuta nell’opera, è la definizione di lei come “sindacalista” e una breve storia che è stata raccontata a Goliarda dallo zio Nunzio, che riguarda un attacco fascista contro l’ufficio del giornale che Maria e Peppino codirigevano (La redazione era stata bruciata due volte. Peppino andava in galera per insulto alla morale, alla religione ecc. Maria allora si firmava direttrice responsabile. Se era Maria ad andare in prigione, si firmava Peppino: andavano avanti e indietro, dentro e fuori).

Invece quando Sapienza è una bambina, si dice che Maria Giudice era una donna dai capelli bianchi che passava il tempo nella sua stanza studiando, soffriva di insonnia e mal di testa ma soprattutto trascorreva il suo tempo aspettando che il fascismo crollasse. Prima di andare a dormire Maria racconta a sua figlia storie sulle lotte per l’uguaglianza sociale e storie su forti personalità storiche, come Cristoforo Colombo, Galileo Galilei e Musolino, che scatenano in Goliarda un sogno d’emulazione. Tuttavia, le aspirazioni della bambina vengono immediatamente messe di fronte alla differenza di genere che esiste tra lei e i suoi eroi: “Anch’io dovevo diventare come loro. Ma cosa può diventare una donna? Tutte le donne che passavano per casa erano mogli di carcerati e cameriere: solo lei, mia madre, studiava e allora dovevo studiare anch’io per diventare come lei, coi capelli bianchi e la voce forte quando discuteva con Ivanoe, con mio padre, con il professor Jsaya”.

“[...] Ho paura. Non è per me questo mestiere. “Una femmina non può essere brigante”. No? Peccato.”

Attraverso le storie che Maria racconta a Goliarda, le insegna ad ambire al raggiungimento della propria indipendenza, un modello che la bambina vede concretizzato solo nella madre: infatti, Maria sembra essere l’unica donna in possesso di quegli strumenti per diventare come Colombo e Galileo, quali l’intelligenza e la possibilità di studiare, grazie ai quali può riuscire nel suo intento di essere rispettata dagli uomini e di parlare alla pari con loro; inoltre Maria ha mantenuto uno status di indipendenza anche grazie al fatto di aver respinto il vincolo matrimoniale (con Peppino Sapienza non erano sposati ma convivevano).

Come dice Ross, per Goliarda il sentirsi diversa dai modelli normativi di genere deriva dal desiderio di essere protagonista della propria vita, un desiderio incoraggiato dal femminismo di sua madre. L’esempio di Maria instilla nella giovane Goliarda il desiderio di diventare come la madre, forte e indipendente, e dalla madre deriva l’idea di un dover essere in contrasto con le norme sociali (“per farcela dovevo spiare (e infatti spiavo) tutto quello che diceva agli altri [...] studiavo, mi preparavo a quel compito attraente e pauroso”).

Goliarda ha anche 3 sorelle più grandi di lei (Olga, Licia, che studiava all’università, e Musetta, che aveva avuto una relazione sessuale con Peppino quando ancora era minorenne, e costituisce la ragione per la quale Olga e Licia si erano trasferite in Lombardia quando Goliarda era ancora piccola) che a loro volta le fornirono un ulteriore esempio di indipendenza femminile. Questo modello di indipendenza rappresentato da Maria Giudice e dalle sue figlie si scontra con gli esempi delle relazioni di potere tra uomini e donne che la giovane Goliarda vede fuori dalla sua famiglia: le “donnette”, donne che sono deboli e dipendono dagli uomini, costituiscono la controparte negativa al modello impartitole dalla madre, e rappresentano lo stereotipo femminile in una società patriarcale, che determina la sottomissione femminile e la mancanza di autonomia soprattutto a causa di povertà e ignoranza, a differenza di Maria Giudice, che è colta e ha rifiutato il matrimonio (“Zia Grazia piangeva sempre e diceva: “Che disgrazia nascere femmina: si ha sempre bisogno di loro. Loro erano gli uomini grandi e forti.[...]Come il ‘gigante’ giù in cortile, che picchiava sempre Teresa, sua mamma e Turi”).

Quindi, vedendo queste forti differenze tra uomini e donne, Goliarda chiede al suo insegnante Jsaya una spiegazione per questa dipendenza delle donne verso gli uomini, e l’insegnante le risponde che le donne hanno bisogno degli uomini così come gli uomini hanno bisogno delle donne: questo “bisogno” Goliarda lo interpreta come una mancanza di autonomia e forte sottomissione da parte delle donne, mentre da parte degli uomini come un bisogno sessuale che soddisfano attraverso l’abuso e la violenza (“cos’era questo bisogno, per quei brutti uomini grossi come quello che alla Playa si era levato i pantaloni e si era mostrato?”).

La storia di Nica, migliore amica di Goliarda e sua sorellastra, è esemplare: Nica è una bambina creativa e curiosa ma appartiene a una famiglia del sottoproletariato e la sua unica opportunità, proprio perché ragazza povera e priva di istruzione, consiste nell’aspettare un marito. Affinché questo sia possibile, deve preservare la sua verginità, altrimenti rischierebbe di diventare come le prostitute che lei e Goliarda vedono nelle strade (“anche noi possiamo finire così; basta uno sbaglio per una femmina”).

Per questo, quando Nica ha il suo primo ciclo mestruale, subisce delle restrizioni alla sua libertà (“Mi è venuto il sangue, adesso devo stare a casa e aspettare un vero marito. Anche la spesa non faccio più, non devo farmi vedere per le strade”), perde progressivamente la sua vitalità e Goliarda interpreta questo cambiamento come una conseguenza diretta delle mestruazioni (“Cos’erano quel sangue e quei dolori? Dovevano essere terribili e forti se Nica era diventata così magra e seria e non giocava più in cortile”).

Le mestruazioni determinano il ruolo di Nica nella società, ruolo incentrato sulla sua funzione riproduttiva: appena diventa fertile improvvisamente la sua condizione cambia da bambina libera di andare in giro e di parlare a chiunque, a donna che viene limitata nei movimenti e nelle azioni. Nica muore di parto, dando alla luce sua figlia, e Goliarda usa una metafora che stabilisce una connessione tra la morte e le mestruazioni: il sangue che ha segnato il passaggio di Nica allo status di donna è il sangue risucchiato fuori dal suo corpo dai ruoli imposti di donna e madre.

Peppino, il potere patriarcale e la minaccia della violenza sessuale

Il potere maschile e la violenza entrano nella vita di Goliarda anche attraverso la figura di Carmine, un collega del padre che molestò Goliarda; l’esperienza toccò molto Goliarda bambina e condizionò fortemente anche le sue future prospettive riguardo la relazione tra i sessi (“quell’avvocato che veniva la sera da noi. Mi aveva messo le mani dentro le mutandine, e poi se le odorò al naso. Si mise a ridere. “Non scappare. Dovresti essere contenta, dall’odore si sente che sei quasi matura. Quando la mela è matura è come la femmina; basta mettersi sotto l’albero o sotto il balcone, e quella ti casca in bocca, dritta dritta.” No, non dovevo più alzarmi, né affacciarmi al balcone, come ieri. Carmine continuava a guardarmi da sotto. Aspettava”).

Questa scena è seguita dalla descrizione dello sviluppo fisico inevitabile di Goliarda, la quale informa il lettore che stava a letto perché era seriamente malata: infatti, sotto la minaccia della violenza sessuale e la limitazione alla libertà, crescere è paragonato a una malattia: la narratrice dice che dopo essersi svegliata, la sua percezione degli uomini era radicalmente cambiata -> si spaventa di suo padre e si chiede se si toglierà i pantaloni come aveva fatto un uomo sulla spiaggia.

Mentre nel passaggio che racconta l’episodio di Carmine, Sapienza associa suo padre all’atteggiamento minaccioso dei maschi; qui Goliarda ancora una volta associa suo padre alla minaccia sessuale (“Non lo avrei più guardato in faccia e se mi avesse costretto avrei dovuto ucciderlo. Non volevo sposare quell’avocato come Licia e andare nel continente. Non uccisi mio padre, ma da quella notte lo chiamai sempre l’avvocato. Lo odiavo”)

attraverso la diffusione di dettagli narrativi lungo il testo, Sapienza mette insieme i pezzi della rappresentazione della violenza sessuale esercitata dal padre sulle sue sorelle -> Licia è la figlia immaginaria di Goliarda, che nella sua fantasia lascia la Sicilia per sposare un avvocato, ma Licia è anche la sorella reale di Licia, che si trasferisce al nord insieme alla sorella Olga per scappare da Peppino Sapienza (l’avvocato), che rappresentava una minaccia sessuale per loro.

Inoltre, in Lettera aperta viene ripetuta più volte la frase “Non stuprarla” che Maria Giudice continua a gridare nell’ospedale psichiatrico in cui era stata ricoverata (“Quel grido “Non la stuprare!” che mia madre ripeteva legata nel letto del manicomio, era rivolto a mio padre. Oggi riesco ad ascoltarlo ed a capire quello che non volevo accettare. Probabilmente l’avvocato si era innamorato di qualcuna delle figlie di mia madre, e per questo le due ragazze [Licia e Olga] scapparono verso il continente”, L.A.).

Lo stupro diventa quindi un tema centrale nelle opere di Sapienza come rappresentazione della relazione di potere tra uomini e donne. In realtà la relazione di Goliarda con il padre è alquanto ambigua in quanto da una parte è attratta dalla sua immoderata, passionale e libera sessualità nonché dalla sua vitalità, della sua “arte della gioia”, ma allo stesso tempo esso rappresenta anche un potere violento e minaccioso, dunque prova repulsione per la logica di potere e prevaricazione che la libertà del padre comporta. Questa ambivalenza è possibile riscontrarla anche nell’atteggiamento di Modesta nei confronti del padre nell’Arte della gioia quando Modesta è inizialmente attratta dalla forza e della vitalità del padre, contrapposta alla sottomissione e alla miseria di sua madre e delle sue sorelle, sottomissione le che porterà ad essere stuprate dal padre.

Interessante è anche l’uso che Sapienza fa dell’immagine della lama che possiamo riscontrare in Lettera aperta, nell’Arte della gioia ma anche nel Filo di mezzogiorno: in Lettera aperta l’immagine della lama è associata alle risate e allo sguardo intimidatorio di suo padre e degli altri uomini che spaventano la bambina; nell’Arte della gioia lo stupro è descritto da Modesta come una lama che taglia la carne di un agnello (“entrava la lama tra le cosce tremanti dell’agnello”); nel Filo di mezzogiorno l’immagine della lama si riferisce all’analista nell’atto di analizzare il passato di Goliarda (“la voce dell’analista si faceva tagliente, come lama affilata entrava nelle connetture più profonde dei miei nervi segando tendini, legamenti, vene. [...] Forse mi ha staccato anche la pelle, la prima carne, la seconda, col suo bisturi psicanalitico”)

la narratrice suggerisce una rappresentazione della terapia psicoanalitica come una relazione di potere ma anche di abuso, profondamente implicati nel potere patriarcale: “lui [l’analista] comanda qui. Lui è potente”. Inoltre, in Lettera aperta nella mente della bambina gli uomini sono inevitabilmente associati al potere e il potere a sua volta è associato alla violenza e alla minaccia.

In Lettera aperta, descrivendo il timore nei confronti del padre durante la terapia col dottor Majore, si allude ad una interpretazione psicoanalitica del suo timore verso il padre: l’analista reputa sua madre Maria responsabile di aver insegnato alla figlia questo odio nei confronti del padre (Goliarda non è d’accordo, e gli dice che la madre l’aveva spinta solo ad odiare i fascisti) e in generale sostiene che Maria ha trasmesso alla propria figlia la sua aggressività e il suo odio per gli uomini; in realtà c...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giulia.li di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Michelacci Lara.
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