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Il tipo linguistico italiano

L’italiano presenta delle caratteristiche proprie, le quali consentono di individuarlo rispetto alle altre lingue romanze e non, che nel loro complesso costituiscono il tipo linguistico italiano:

  • L’importanza delle vocali nella struttura sillabica italiana e la generale terminazione delle parole in vocale.
  • La libertà di posizione dell’accento tonico e al tempo stesso la frequenza della parole accentate sulla penultima sillaba.
  • La possibilità di esprimere concetti di grandezza, piccolezza ecc. attraverso il meccanismo dell’alterazione: aggiungendo a nomi, aggettivi, e in alcuni casi anche avverbi, dei suffissi diminutivi, accrescitivi vezzeggiativi ecc. → -ino/-a; -one/-a; -etto/-a.
  • La formazione della parole anche attraverso il meccanismo della composizione, che prevede la possibilità di unire nome + nome (cassapanca); verbo + nome (lavastoviglie); nome + aggettivo (cassaforte) ecc.
  • La non obbligatorietà dell’espressione del pronome personale che fa da soggetto del verbo.
  • La preferenza per la sequenza determinante + determinato (tipica delle lingue romanze) → il libro di Marco, la maglia rossa, pausa caffè ecc.
  • La tendenza a concentrare l’informazione semantica (come le altre lingue romanze) non nel verbo posto al centro della frase (tipica delle lingue germaniche), ma nel nome che si trova più all’esterno (lingue esocentriche).
  • La relativa libertà dell’ordine delle parole all’interno della frase, che consente di porre il soggetto dopo il verbo.

L’italiano standard

Il concetto di lingua standard dal punto di vista linguistico generale è piuttosto complesso; semplificando si può dire indicare come standard l’uso linguistico che l’intera comunità di parlanti riconosce come corretto: quindi il modello di lingua proposto dalle grammatiche, quello usato dalle persone istruite, sia nello scritto che nel parlato. Il termine standard è stato osteggiato da alcuni linguisti, anche in quanto parola straniera, le proposte alternative quali: letterario, normale, normativo, non si sono imposte.

L’etichetta di italiano letterario non si è imposta, oltre che non convincere, per vari motivi: l’italiano standard contemporaneo non è riconducibile, in toto, alla tradizione letteraria che pure ne è alla base, infatti costituiva il modello standard del passato; inoltre l’italiano letterario contemporaneo presenta una grande quantità di realizzazioni sul piano linguistico, spesso in esplicita violazione con lo standard tradizionale, e non costituisce più il punto di riferimento per lo standard contemporaneo.

Un particolare problema della nostra lingua è che non ha un preciso standard nel parlato, principalmente sul piano fonetico, questo è anche conseguenza del fatto che l’italiano non differenzia sul piano della grafia alcune delle opposizioni fonologiche → e chiusa, e aperta. In verità un modello per lo standard parlato c’è ed è quello del fiorentino emendato, basato sulla pronuncia colta fiorentina, dalla quale vengono eliminati tratti locali; per questo è definito emendato. Questo modello, non è praticato nell’istituzione scolastica, ma insegnato in apposite scuole di dizione e viene usato da alcune categorie professionali, in particolare: attori e speaker.

Le varietà dell’italiano contemporaneo

Il riferimento all’italiano standard non è sufficiente per cogliere la realtà dell’italiano contemporaneo: infatti all’interno del repertorio linguistico si possono individuare un gamma di varietà, che hanno tra loro differenze anche sensibili. Per affrontare questo bisogna fare riferimento al concetto di variazione: ogni lingua, tanto più è diffusa nello spazio e nel tempo, tanto più presenterà una serie di differenze, dovute a variabili, dette assi di variazione, legate al canale di trasmissione del messaggio, al suo contenuto, ai rapporti tra gli interlocutori, alla situazione comunicativa ecc.

  • Variabile diamesica → legata al mezzo materiale in cui avviene la comunicazione, che distingue la lingua dei testi parlati (dialogici e indirizzati in prevalenza a persone che si conoscono e legati anche al contesto situazionale), da quella dei testi scritti (monologici e spesso rivolti a sconosciuti e destinati a durare nel tempo). Un esempio di questo può essere la frequenza di utilizzo del pronome io molto più presente nel parlato che nello scritto.
  • Variabile diacronica → legata al tempo; infatti il passare del tempo determina forzatamente un mutamento nell’uso linguistico e solitamente avviene prima nel parlato che nello scritto. Il mutamento può avvenire per fattori interni alla stessa lingua, lo sviluppo di processi di grammaticalizzazione primaria e secondaria, attraverso i quali le parole acquistano funzioni grammaticali o ne acquistano di nuove, e di lessicalizzazione dove elementi grammaticali danno origine ad altre parole. Possono portare cambiamenti anche fattori esterni come il contatto con lingue straniere.
  • Variabile diatopica → legata allo spazio; una stessa lingua può assumere diverse caratteristiche a seconda delle singole zone in cui è usata; questa variabile in Italia è molto importante: grazie alla presenza e alla ricchezza dei dialetti, che hanno riflessi notevoli sull’italiano che a quei dialetti si è sovrapposto, soprattutto sul piano fonetico e su quello lessicale, dando vita agli italiani regionali.
  • Variabile diastratica → legata alla posizione sociale e quindi dipende da diversi fattori: genere (in alcune lingue la varietà usata dalle donne è diversa da quella degli uomini), l’età (la lingua giovanile presenta notevoli differenze), la classe sociale, le condizioni economiche, il grado di istruzione. In Italia ha maggiori riflessi linguistici il grado di istruzione e non quello relativo al reddito. La varietà bassa usata nel parlato e nello scritto dai semicolti è stata spesso definita italiano popolare.
  • Variabile diafasica → legata alla situazione comunicativa, all’argomento trattato, al grado di confidenza che si ha con l’interlocutore; da questi fattori deriva la scelta di un registro linguistico formale o informale: a questa variabile appartengono anche i sottocodici; ossia i tratti, prevalentemente lessicali, propri dei linguaggi settoriali o lingue speciali.

Lessico

Il lessico è il complesso delle parole di una lingua; l’unità fondamentale del lessico è il lessema e non la parola: intesa come ogni elemento linguistico dotato di autonomia nella forma e nel significato. Tuttavia il lessema non sempre corrisponde a una parola, poiché, allo stesso tempo, ha due significati di diversa ampiezza: uno più ristretto e uno più ampio. Più ristretto in quanto molte parole formalmente diverse costituiscono in realtà un unico lessema (funzioni paradigmatiche del verbo: il lessema di base è l’infinito); ed è più ampio poiché può essere formato da più parole tra loro combinate, nei composti non univerbati e nelle cosiddette polirematiche o unità lessicali superiori (Es: problema base, sala macchine, effetto serra, sala da pranzo, pentola a pressione, perdere corpo, mettere in bocca ecc.) e nelle frasi idiomatiche (Es: piantare in asso, mangiare la foglia, tagliare la corda).

Il lessico è il livello della lingua che è più esposto al contatto con la realtà extralinguistica, per questo la linguistica moderna ha elaborato il concetto di arbitrarietà del segno. Questo serve a regolare correttamente il rapporto tra le parole e le cose che esse indicano (dette referenti): essendo il nome degli oggetti e più in generale di tutte le cose immotivato. Facilmente dimostrabile, basti pensare alla varietà dei nomi che lingue o dialetti diversi danno agli stessi oggetti, agli stessi animali ecc.; inoltre anche l’individuazione di ‹‹cose›› varia da lingua a lingua: ad un’unica parola di una lingua, che indica più referenti, in un’altra possono corrispondere più parole (Es: glass = vetro, bicchiere; glasses = occhiali; nipote = grandson, granddaughter, nephew, niece).

Nel patrimonio lessicale è possibile individuare i rapporti tra i vari lessemi, che non sono casuali, ma in realtà costituiscono una struttura, tanto sul piano sintagmatico (legame che un lessema ha con gli altri che compaiono in un determinato enunciato), quanto sul piano paradigmatico (legame di un lessema con altri che potrebbero comparire al suo posto in un determinato enunciato). Per studiare ed analizzare il lessico da questo punto di vista, la lessicologia si lega ad un’altra branca della linguistica, la semantica (studio dei significati).

All’interno degli studi lessicali è stata fatta un’opportuna distinzione terminologica tra il lessico, che comprende la totalità dei lessemi di una lingua, e il vocabolario, che costituisce una parte ben delimitata del lessico, usata in una scienza, in un linguaggio settoriale, da un gruppo sociale (vocabolario chimica/moda ecc.). In modo particolare all’interno dei vari linguaggi scientifici il vocabolario è ordinato gerarchicamente ed è costituito da termini il cui significato è ben definito. Inoltre, sempre all’interno dei vocabolari scientifici, i lessemi hanno esclusivamente una funzione denotativa, ossia servono a definire in modo oggettivo, neutro; mentre nel linguaggio di tutti i giorni molti lessemi hanno un funzione connotativa, ossia esprimono anche valutazioni soggettive, affettive o espressive del parlante.

L’ampiezza lessicale di una lingua non è facilmente precisabile, tuttavia è possibile analizzare le sue diverse componenti: tra i vari lessemi possiamo distinguere le parole semanticamente piene (nomi, verbi, aggettivi e alcuni avverbi), che costituiscono la grande maggioranza del lessico di ogni lingua; e le parole grammaticali o funzionali (o parole vuote), che sono numericamente molto più ridotte. Queste servono solo o soprattutto per legare tra loro le altre parole all’interno di frasi, periodi o blocchi di testo (articoli, preposizioni, pronomi, congiunzioni e molti avverbi); queste classi grammaticali sono tendenzialmente ‹‹chiuse››, poiché in esse non si possono inserire altri elementi.

Il lessico, come affermato poco fa è difficilmente circoscrivibile: in effetti esso è costituzionalmente ‹‹aperto››, ossia si arricchisce continuamente di nuove entrate (neologismi), ma nello stesso tempo subisce anche delle riduzioni, è il caso di parole che dopo un certo periodo di tempo cadono in disuso (arcaismi). Oltretutto tanto più una lingua è adoperata da una comunità di parlanti, tanto più è portata ad allargare i confini del suo lessico. Una grande incidenza sul piano lessicale la hanno i contatti con le altre lingue, che vanno a introdurre quelli che si chiamano prestiti linguistici.

Questo fenomeno del prestito, che risulta comune a tutte le lingue, è principalmente dovuto a fattori extralinguistici, come ad esempio: contiguità territoriale, movimenti demografici, eventi politici, scambi economici, rapporti culturali ecc. All’interno del prestito linguistico riveste grande importanza il concetto di prestigio: ossia la superiorità di un popolo in un determinato campo a favorire l’accoglimento di parole della lingua. Il prestigio di una lingua è rilevabile dalla sua capacità di diffondere non solo termini concreti, ma anche nomi astratti, aggettivi, verbi ecc. (i nomi rappresentano la componente più alta). Ad ogni modo il prestito riguarda in maggior misura il lessico, è infatti molto difficile che degli influssi stranieri riguardino altri livelli di analisi linguistica.

Dal punto di vista linguistico, a proposito del prestito, si può notare come la lingua di provenienza non si priva di nessuna parola, né quella che la riceva è tenuta ad una restituzione. Inoltre si possono distinguere due tipi di prestiti: il primo è detto prestito di necessità, ossia una determinata lingua ha la necessità di denominare dei referenti d’origine straniera che precedentemente erano sconosciuti (Es: computer). Il secondo tipo è detto prestito di lusso, ossia un referente che, soprattutto in seguito a fatti di moda, va a sostituirne uno già esistente in una determinata lingua. Tuttavia tale distinzione, da un punto di vista scientifico non regge, perché da un lato tutto può essere denominato attraverso meccanismi interni di formazione della parola, dall’altro le parole straniere possono avere connotazioni diverse dalle corrispondenti voci italiane.

Lessicologia semantica

All’interno di ogni lingua molti lessemi non hanno un solo significato: in questi casi si parla di polisemia. Tra i possibili significati (detti accezioni) è però possibile notare, sempre, qualcosa che è comune a tutti: ad esempio un verbo polisemico come mettere può significare, a seconda del contesto, tanto “porre”, “poggiare”, “indossare”, “introdurre” ecc. o “volare” che può significare anche “correre”, “viaggiare in aereo”; in tutte le loro accezioni si può sempre ritrovare l’idea del movimento. Solitamente la polisemia è dovuta all’aggiunta di altri valori al significato fondamentale del lessema, in base a processi di metafora, metonimia ecc. Degli esempi per questo tipo di fenomeno possono essere i nomi di animali associati agli individui per sottolinearne una componente caratteriale (Es: Franco è un asino), oppure per indicare parti di oggetti (Es: il cavallo dei pantaloni, la chiocciola della posta elettronica, l’attrezzo ginnico la cavallina ecc.). Può accadere che i significati secondari diventino quelli principali o si può addirittura perdere del tutto, nella consapevolezza dei parlanti, il legame tra questi e il significato di base: come per la parola penne degli uccelli, che ormai è molto lontana dalle penne per scrivere in origini si chiamavano così proprio perché le penne degli uccelli erano utilizzate per scrivere) o ancora le penne come tipo di pasta (così chiamate proprio per una certa somiglianza con le penne degli uccelli).

Altro fenomeno presente nelle lingue è l’omonimia, diverso dalla polisemia, in quanto si ha solamente tra lessemi del tutto indipendenti sul piano del significato, che coincidono però su quello del significante. Questo tipo di convergenza può aversi solo sul piano grafico (Es: pèsca/pésca; àncora/ancóra), o solo su quello fonetico (detto: omofonia) ad esempio con a preposizione e ha verbo. Gli omonimi possono anche appartenere a categorie grammaticali differenti e possono essere legati dal punto di vista etimologico (si verifica nei processi di conversione), ma con molta più frequenza si producono casualmente, soprattutto in seguito a prestito linguistico (Es: lama = animale delle Ande, sacerdote buddista, parte affilata di un coltello).

Esistono anche lessemi totalmente diversi sul piano del significante, ma che coincidono nel significato, e sono detti sinonimi. Tuttavia un sinonimo assoluto, ossia lessemi tra loro intercambiabili in qualunque contesto, non esistono o ad ogni modo sono estremamente rari. Mentre molto frequente è la sinonimia parziale (Es: faccia, viso, volto, che risulta possibile solo con riferimento umano), nonostante indichino lo stesso referente, molti lessemi non possono dirsi sinonimi perché appartengono ad ambiti d’uso, registri o vocabolari settoriali diversi (Es: morire ha alternative quali: spirare, crepare, schiattare, mancare, decedere, spegnersi, o altre locuzioni quali: salire in cielo, tirare le cuoia); altri lessemi non sono sostituibili con un sinonimo in certe combinazioni (Es: è il caso di matrimonio che non può rimpiazzare nozze in polirematiche come: viaggio di nozze, lista di nozze, nozze d’argento). La sinonimia viene sfruttata in modo particolare in italiano all’interno di determinati tipi di tesi, molto meno nel parlato ed esclusa dai linguaggi settoriali, quanto meno nella maggior parte dei casi.

Esistono anche lessemi che hanno un significato opposto detti antonimi, che vengono tradizionalmente distinti in:

  • Bipolari (maschio/femmina) che non permettono gradazioni di sorta.
  • Graduabili che rispetto ai primi ammettono gradazioni (caldo/freddo, buono/cattivo).
  • Lessicali che non rivelano dal punto di vista formale la contrapposizione (bello/brutto).
  • Grammaticali che risultano trasparenti, poiché l’uno è derivato dall’altro (felice/infelice; caricare/scaricare; violenza/non violenza). Particolarità di questi antonimi è che sono preferiti nella neologia (non vedenti e non udenti, al posto di ciechi e sordi che non sono considerate politicamente corrette).

La relazione di antonimia non è solo paradigmatica, ma anche sintagmatica: infatti un lessema può avere o acquisire antonimi diversi a seconda del contesto (Es: libero che può essere contrapposto a servo o schiavo da un punto di vista storico, ma anche ad occupato, con riferimento ad un posto a sedere o ad una linea telefonica, e anche a coniugato come indicazione dello stato civile).

Altre relazioni semantiche, molto importanti dal punto di vista delle strutture del lessico, in quanto riguarda i rapporti gerarchici tra le parole, sono quelli detti iperonimia e iponimia. All’interno di una lingua sono presenti dei lessemi che hanno un significato generale che comprende quello più ristretto di altri, questi lessemi si chiamano iperonimi.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sdrullo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Felici Andrea.
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