DIFFUSIONE DELL’ITALIANO la storia dell’italiano è particolare rispetto alle altre lingue europee. L’italiano è
una grande lingua di cultura, ha più storia dell’inglese, meno del Francese e dello spagnolo. È una lingua di
media diffusione, non come l’inglese, il francese o lo spagnolo, (che hanno una estensione molto più ampia
per via del colonialismo, il 15% degli americani parla e pensa in spagnolo, il francese è lingua ufficiale
dell’Africa del nord, centrale), perché si parla in grosso modo in Italia, ma non solo. L’italiano si parla in
alcuni cantoni svizzeri (canton Ticino), in Corsica, e in parte Eritrea e Somalia. Sono stati territori italofoni
anche l’Istria, e Dalmazia, dove adesso si stanno riprendendo le fila della cultura italiana. Per motivi
economici e culturali (come la tv che ha fornito un educazione linguistica) anche a Malta, in Albania e
Tunisia, conoscono l’italiano. L’italiano è costantemente in crescita perché nelle università europee il
francese adesso si parla di meno, e lascia il posto all’italiano e lo spagnolo. con il fenomeno
dell’immigrazione, l’italiano è stato acquisito per via diretta da lavoratori stranieri di diversissima origine
(Pakistan, filippine..). Proprio grazie al prestigio italiano molte parole appartengono ormai al lessico
internazionale (s. Sonettò, allegro, pianoforte, maccheroni, ciao, dolce vita..)
I DIALETTI ITALIANI sono etimologicamente e storicamente non una deformazione dell’italiano, ma delle
derivazioni autoctone del latino volgare parlato nelle singole zone, per cui hanno la stessa dignità di una
lingua. I dialetti italiani sono particolarmente forti, anche se oggi decisamente indeboliti, ma molto italiani
si esprimono sia in dialetto locale, sia nella lingua nazionale, questo fenomeno viene definito DIGLOSSIA
(non bilinguismo), in quanto scelgono l’uno o l’altro codice a seconda della situazione comunicativa
(formale o informale). La DILALIA è invece, un fenomeno per cui ci si rivolge ai bambini in italiano e non in
dialetto, definito così da Gaetano Berruto.
Sistemi linguistici autonomi sono invece, il ladino dolomitico (parlato nelle vallate del Trentino Alto Adige e
del Veneto) e il friulano (usato nel Friuli). La classificazione dei dialetti italiani a cui facciamo riferimento è la
‘Carta dei dialetti italiani’ realizzata nel 1977 da Giovan Battista Pellegrini nell’Atlantico Italo - Svizzero,
dove Pellegrini si riferisce alle parte dialettali italiane con il concetto ‘Italo - romanzo’.
I dialetti si distinguono in:
- settentrionali, parlati nelle zone a Nord d’Italia, hanno caratteristiche che li accomunano alle lingue
romanze (spagnolo, portoghese, catalano, francese e provenzale). I dialetti settentrionali sono
caratterizzati sul piano fonetico dalla sonorizzazione delle consonanti sorde interlocali she,
l’assenza di consonanti doppie, la tendenza alla caduta di vocali atone. Inoltre in questi dialetti e in
quelli toscani vi è l’obbligatorietà del pronome personale soggetto davanti al verbo. A loro volta li
possiamo distinguere:
1. Dialetti gallo - italici, parlati in Piemonte, Liguria, Lombardia, ed Emilia - Romagna
2. Dialetti veneti, parlati nel Veneto, Trentino e nella Venezia - Giulia
- Centromeridionali, parlati al di sotto della linea ‘La Spezia - Rimini’. Comune a tutti i dialetti tranne i
toscani è il fenomeno della ‘metafonesi’ per cui si hanno variazioni nel timbro della vocale dovuti
alla presenza di -o e -u e anche la tendenza alla sonorizzazione delle consonanti sorde dopo nasale r
e l. A questi appartengono:
1. Dialetti toscani, parlati in Toscana, pur rientrando in quelli meridionali hanno tratti in comune con
quelli settentrionali. In particolare il fiorentino ha contribuito a costituire le basi dell’italiano,
particolarmente conosciuta è la cosiddetta ‘gorgia’, ossia la pronuncia aspirata delle consonanti
occlusive sorde intervocaliche p, t e c.
2. Dialetti corsi, parlati in Corsica, politicamente francese
3. Dialetti mediani, parlati nelle Marche centrali, Umbria, Lazio ad est del Tevere, e Abruzzo aquilano.
Questi conservano la distinzione latina tra -o e -u finale.
4. Dialetti alto - meridionali, parlati nelle marche, Abruzzo, Lazio, Molise, Campania, Basilicata e Puglia
5. Dialetti meridionali estremi, parlati in Salento, Calabria centro - meridionale e Sicilia.
- sardo (parlato in Sardegna)
LE MINORANZE LINGUISTICHE (ALLOGLOTTE) dovute perlopiù a fenomeni migratori, si sono quasi spente,
anche se in Alto Adige, dalla val d’Aosta al Friul, sono vivaci, perchè si parla il tedesco, in val d’Aosta si parla
anche il franco-provenzale mentre il provenzale in alcune zone del Piemonte, e sono forti le minoranze
slave, in particolare quella slovena in Friuli e Veneto, che si trova vicino al confine con la Slovenia. Si parla
croato in alcune zone del Molise, l’albanese in vari centri del sud dall’Abruzzo alla Sicilia, il grido in qualche
località del Salento e dell’Aspromonte, il catalano in Alghero e Sardegna e le lingue romanes, parlate dai
rom che si sono da tempo stabilizzati nel nostro paese. Le altre minoranze invece sono deboli perché non
sentono l’influenza con paesi confinanti, come per esempio in Basilicata, Campania, Basilicata, Molise. Le
minoranze linguistiche sono state tutelate dal nostro paese con la legge 482 del 1999.
TIPO LINGUISTICO ITALIANO l’italiano presenta alcune caratteristiche proprie sul piano fonetico,
fonologico, morfologico, sintattico e lessicale che lo differenziano dalle altre lingue romanze e non:
- l’importanza delle vocali nell’italiano, infatti quasi tutte le parole in italiano finiscono con una
vocale, a parte i prestiti.
- La libertà di posizione dell’accento tonico, e la frequenza di parole piane (accentuate sulla
penultima sillaba)
- La possibilità di esprimere concetti di grandezza e piccolezza attraverso gli alterati (diminutivi,
peggiorativi, accrescitivi)
- La ricchezza di composti che lo costituiscono
- La non obbligatoria espressione del pronome personale
- L’ordine delle parole determinato/determinante (ovvero il nome precede l’aggettivo) al contrario
dell’ordine determinante/dererminato proprio di lingue come inglese, latino e greco (dove
l’aggettivo si trova prima del sostantivo)
- L’italiano è solitamente una lingua SVO ovvero SoggettoVerboOggetto, ma ci sono tanti casi in cui
l’italiano non si rispetta questo schema. L’italiano tende. a concentrare l’informazione semantica
nel nome, e non nel verbo, al contrario del tedesco dove nomi sono più generici e i verbi più
specifici, in quanto in questi è contenuta l’informazione semantica (es. Per dire ‘vado a Roma’
cambia in base al mezzo che si utilizza).
CARATTERI DELL’ITALIANO l’italiano come tutte le lingue e i dialetti romanzi, deriva dal latino volgare, cioè
dal latino parlato in tarda età imperiale in varie zone dell’impero (che costituivano la Romania). Tra le
lingue romanze l’italiano è quella più vicina al latino volgare e quella che ha avuto anche un continuo
contatto con il latino classico, da cui ha ripreso molte parole, proverbi e strutture sintattiche (es. La
formazione del superlativo con il suffisso -issimo). L’italiano è nato come tutte le lingue, dall’elaborazione di
una parlata locale che è poi diventata di uso nazionale, infatti le sue strutture linguistiche fondamentali
derivano dal fiorentino del ‘300, lingua in cui scrivevano molti autori, il uso prevalentemente scritto ha
causato una certa stabilità nella lingua, che è stata poco soggetta al mutamento ma per questo anche poco
compatta al suo interno e fu così fino all’unità d’Italia nel 1861. Bisogna tener conto che a seguito
dell’unità, le persone che sapevano leggere e scrivere erano davvero poche, ma erano ancor meno quelle
che sapevano parlare l’italiano, dato che fino ad allora l’uso era prevalentemente scritto e limitato alla
regione Toscana. L’italiano quindi ha progredito di pari passo all’unità, in quanto necessario per via di
fattori come scarsa alfabetizzazione, condizioni sociali economiche e culturali troppo diverse, apparati
amministrativi statali inadeguati. Potremmo dire dunque, che alla base dell’unificazione linguistica vi fu la
letteratura e non il predominio politico, come invece fu per la Francia, Inghilterra e Spagna. Ciò che favorì
l’espansione del parlato fiorentino fu il grande prestigio di Firenze, che era una potenza economica enorme,
i banchieri fiorentini prestavano soldi a tutti i re di Roma, infatti Firenze entra in crisi quando i re non
riescono più a restituire i soldi. Il termine italiano venne poi definitivamente accolto in Toscana nel 700, ma
prima venne definito volgare o lingua fiorentina.
Firenze e la toscana hanno poi perso la posizione centrale sul piano linguistico, a vantaggio di Roma
Capitale e i centri industrializzati del Nord, capaci di imporre innovazioni linguistiche. Proprio per le sue
origini colte, l’italiano moderno non ha avuto un'evoluzione tale da staccarsi completamente dall’italiano
nella fase medievale (questo non accade per lingue come il francese, dove con la sua lingua antenata
ovvero la lingua d’oïl, vi erano notevoli differenze). Molti studiosi ad oggi non concordano con il definire
l’italiano moderno, una continuazione dell’italiano antico, in quanto le differenze sono tante, ma
preferiscono definirle due fasi storiche della stessa lingua.
L’ITALIANO STANDARD si intende l’uso linguistico che l’intera comunità dei parlanti riconosce come
corretto, dunque il modello di lingua proposto nelle grammatiche. Alla nozione di standard si affianca
quella di normale / normativo o letterario, quest’ultima però non è preferibile dal momento che l’italiano
contemporaneo non è riconducibile alla tradizione letteraria. Problema dell’italiano è che non ha uno
standard parlato, insegnato però nelle scuole di dizione (proprio di attori e speakers) è il cosiddetto
‘fiorentino emendato’ basato sulla pronuncia colta fiorentina, eliminando i tratti particolarmente locali.
Nella grande maggioranza dei casi nel parlato italiano si percepisce una pronuncia distante dal fiorentino
emendato, in quanto influenzata dai dialetti locali.
Ad oggi si parla anche di italiano NEOSTANDARD, termine con cui ci si riferisce ad una varietà di italiano che
presenta fenomeni molto diffusi, ma non considerati corretti (es. Utilizzare ‘lui’ o ‘lei’ o ‘loro’ come
soggetti).
LE VARIETÀ DELL’ITALIANO CONTEMPORANEO ogni lingua nelle sue manifestazioni concrete, presenta una
serie di differenze (ossia varia a seconda dei diversi contesti) legate al canale di trasmissione del messaggio,
al contenuto, al rapporto tra gli interlocutori e alla situazione comunicativa, dovute a variabili che prendono
il nome di assi di variazione, che se combinati tra loro consentono di identificare la vasta varietà del
repertorio linguistico italiano:
1. parametro diacronico, legato al passare del tempo che determina inevitabilmente un mutamento
linguistico, dovuto a fattori esterni (come i prestiti da altre lingue) o interni (che determinano
l’abbandono di certe forme a vantaggio di altre). In italiano si è verificato un processo di
semplificazione, infatti in passato era diffusa la polimorfia, fenomeno ad oggi in diminuzione (in
quanto la poesia ha rinunciato agli ar
-
Riassunto esame Linguistica Italiana, prof.Castiglione, libro consigliato, Paolo d'Achille, l'Italiano Contemporane…
-
Riassunto esame Linguistica italiana, prof.ssa Raffaella Setti, libro consigliato "L'italiano contemporaneo", D'Ach…
-
Riassunto esame Letteratura italiana, Prof. Felici Andrea, libro consigliato L'italiano contemporaneo, Paolo D'Achi…
-
Riassunto esame Linguistica italiana, prof. Coluccia, libro consigliato L'italiano contemporaneo, D'Achille