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stabilizzati, il repertorio dei soprannomi è mutato nel corso del tempo, anche in seguito alla nascita

di nuovi e al declino di altri. I soprannomi individuano caratteristiche e particolarità dei

soprannominati, ricordano eventi della loro vita, possono basarsi sulla somiglianza del

soprannominato con un personaggio famoso, reale o immaginario o avere ulteriori motivazioni.

Quando il soprannome è usato come nome d’arte, allora diventa pseudonimo, come Jovanotti è

lo pseudonimo di Lorenzo Cherubini.

I cognomi italiani, nati in momenti diversi a seconda delle aree geografiche e stabilizzatisi solo in

epoca moderna, discendono dall’appellativo di un capofamiglia, indicato con un nome dato per lo

più in base a caratteristiche fisiche o alla professione esercitata o alla località di provenienza o di

lavoro. Sono stati distinti vari tipi di cognome, ma i principali sono cinque:

1. quelli costituiti da un nome proprio, per lo più maschile, come Vitale, Gentile, De Luca;

2. quelli costituiti da soprannomi, relativi a caratteristiche fisiche o a comportamenti del

capofamiglia, come Rossi, Moro, Bruni, Ricci, Testa, Capello, Gamba;

3. quelli costituiti da toponimi, che ricordano l’origine della famiglia o il luogo di lavoro, come

Messina, Caserta, Di Napoli, Romano, Lombardi;

4. quelli costituiti dal mestiere del capofamiglia, come Fabbri, Ferrari, Barbieri, Pastore;

5. quelli dati ai trovatelli, a cui fanno capo forme diversamente distribuite nel territorio nazionale,

come Esposito, Innocenti, Travato, Casadei.

A volte il cognome si presenta composto anche da un articolo determinativo, come La Rocca, o da

preposizioni articolate, come Della Valle, e notevole è la presenza di nomi latineggianti, come De

Santis o De Matteis. Altri cognomi ancora rilevano l’origine straniera della famiglia, come Fabre,

Gruber, Lopez, Martinez.

Fanno parte dell’onomastica anche i marchionimi, cioè i nomi di aziende, scuole, esercizi pubblici.

Alcuni esempi sono il detersivo Mastro Lindo, il dentifricio Colgate, il sapone Dove, la crema di

nocciole Nutella, il medicinale Tachipirina, l’automobile Giulietta.

La deonomastica è lo studio delle parole e delle espressioni ricavate dai nomi propri, come il pan

di Spagna per indicare un tipo di dolce, la cottura a bagnomaria per indicare un recipienti immerso

in acqua che bolle o il ritirarsi sull’Aventino per indicare l’atteggiamento di isolamento in segno di

protesta.

Capitolo3: Lessico

Il lessico è l’insieme delle parole di una lingua. L’unità fondamentale del lessico è il lessema, che

non sempre corrisponde ad una parola, come nel caso delle parole polirematiche, come sala da

pranzo o pentola a pressione. Il lessico è il livello della lingua più esposto al contatto con la realtà

extralinguistica, ma non riproduce meccanicamente il mondo esterno. La linguistica moderna ha

elaborato il concetto di arbitrarietà del segno per impostare correttamente il rapporto tra le parole e

le cose che esse indicano, dette referenti. Innanzitutto il nome delle cose è generalmente

immotivato e l’individuazione delle cose varia da lingua a lingua. All’interno del lessico è possibile

individuare i rapporti tra i vari lessemi che costituiscono una precisa struttura sul piano

sintagmatico (che fa riferimento al legame che un lessema ha con gli altri) e sul piano pragmatico

(che studia il legame di un lessema con altri che potrebbero comparire al suo posto). Per

analizzare il lessico, la lessicologia, cioè lo studio del lessico, si lega ad un’altra branca della

linguistica, cioè la semantica, che studia specificatamente i significati.

In ogni lingua molti lessemi non hanno un solo significato, ma più significati, a seconda di contesti

in cui vengono impiegati: si parla allora di polisemia. In genere la polisemia è dovuta all’aggiunta

di altri valori al significato fondamentale del lessema, come il cavallo dei pantaloni o l’attrezzo della

ginnastica oppure la chiocciola della posta elettronica, il microfono detto giraffa. L’omonimia è

generalmente diversa dalla polisemia e si ha tra lessemi del tutto indipendenti sul piano del

significato, ma coincidono solo sul piano del significante, come pésca/pèsca, àncora/ancóra, a/ha.

I lessemi completamente diversi sul piano del significante, ma che invece coincidono nel significato

fondamentale sono detti sinonimi, come faccia è sinonimo di viso o volto. I lessemi che hanno un

significato opposto si dicono antonimi, come bello/brutto, maschio/femmina, felice/infelice. I

lessemi che hanno un significato generale si dicono iperònimi, mentre i lessemi che hanno un

significato ristretto si dicono ipònimi: mammifero o quadrupede sono due iponimi di animale e

sono due iperonimi di cane e gatto. 4

Negli studi lessicali è stata fatta un’opportuna distinzione tra il lessico, che comprende l’insieme

delle parole di una lingua, e il vocabolario, che costituisce una parte ben delimitata del lessico,

usata in una scienza (il vocabolario della chimica), in un linguaggio settoriale (il vocabolario della

moda), da un gruppo sociale (il vocabolario dei giovani). Nei linguaggi scientifici, il vocabolario è

ordinato gerarchicamente ed è costituito da termini il cui significato è ben circoscritto. Nei

vocabolari delle scienze, i lessemi hanno esclusivamente una funzione denotativa, cioè servono

a definire in modo oggettivo e neutro; nel linguaggio comune, molti lessemi hanno una funzione

connotativa esprimendo anche valutazioni soggettive, affettive o espressive del parlante. Tra i

lessemi possiamo distinguere le parole semanticamente piene (nomi, verbi, aggettivi, alcuni

avverbi), che costituiscono la maggioranza del lessico di ogni lingua, e le parole grammaticali o

funzionali o parole vuote, numericamente più ridotte, che servono per legare tra loro le altre

parole all’interno di frasi, periodi o blocchi di testo (articoli, pronomi, preposizioni, congiunzioni,

molti avverbi). Mentre le parole grammaticali sono tendenzialmente chiuse perché in esse non si

possono inserire nuovi elementi, le parole piene sono invece aperte perché si arricchiscono

continuamente di nuove entrate, cioè di neologismi. Al tempo stesso ci sono anche delle perdite,

cioè parole che dopo un certo tempo cadono in disuso e diventano arcaismi. I contatti con altre

lingue sono fondamentali perché determinano l’introduzione di prestiti, cioè di parole tratte

appunto da altre lingue. Il fenomeno del prestito, comune a tutte le lingue, è dovuto a fattori

extralinguistici, come la contiguità territoriale, i movimenti demografici, gli eventi politici, gli scambi

economici o i rapporti culturali. Perché questi scambi avvinghino, è necessaria la presenza di

parlanti bilingui. Il prestigio è la superiorità di un popolo di un determinato campo a determinare

l’accoglimento di parole della lingua di quel popolo in altre lingue. Tradizionalmente si usa

distinguere tra prestiti di necessità, che denominano referenti d’origine straniera in precedenza

sconosciuti, e prestiti di lusso, che sostituiscono termini già esistenti nella lingua che li importa.

L’italiano dispone di un lessico molto ampio, che è progressivamente cresciuto nel corso dei secoli.

Un italiano conosce solo una parte molto ridotta di questo lessico e il vocabolario di ciascuno varia

in base all’età, alla cultura, alla professione, agli interessi, ai rapporti sociali…. Gli stessi dizionari

raccolgono solo una parte del lessico italiano. Il dizionario dell’italiano contemporaneo più ampio è

il Grande dizionario italiano dell’uso (noto con la sigla GRADIT) diretto da Tullio De Mauro e

pubblicato nel 1999 in sei volumi. Esso comprendo 250.000 lemmi, ma il GRADIT non può

comunque dirsi completo perché molte parole, usate in certi ambiti specialistici sono rimaste

escluse dal lemmario. All’interno del patrimonio lessicale è possibile distinguere porzioni di lessico

comuni a tutti gli italiani o comunque largamente condivise. De Mauro individuò il vocabolario di

base, formato da circa 7.000 lessemi che costituiscono la base di tutti i testi, scritti e parlati, nella

nostra lingua. Il vocabolario di base è suddiviso al suo interno in 3 fasce:

il lessico fondamentale, (2.000 lessemi) che comprende le parole funzionali (e, a, un, perché,

• come, solo, …), verbi, sostantivi, aggettivi e gli avverbi più frequenti che rispondono ai bisogni

più naturali e immediati e che sono noti praticamente a tutti coloro che parlano italiano (essere,

avere, casa, gatto, …);

il lessico di alto uso, (2.500-3.000 lessemi) che comprende parole impiegate frequentemente

• sia nello scritto che nel parlato e noti a tutti coloro che hanno almeno un livello d’istruzione medio

(pregiudizio, privilegio, definire);

il lessico di alta disponibilità, (2.300 lessemi) che comprende parole legate ai fatti, oggetti ed

• eventi della vita quotidiana che, anche se non vengono nominati spesso, sono ben noti ad ogni

parlante (dentifricio, forchetta, …).

Il lessico fondamentale e quello di alto uso hanno una lunga durata e comprendono molte parole

derivate dal latino ed attestate fin dai primi secoli dell’italiano, mentre il lessico di alta disponibilità è

più legato alle trasformazioni sociali e alle mode e comprende quindi anche parole entrate in

italiano in tempi recenti o recentissimi. Al vocabolario comune appartengono 45.000 lessemi che

compaiono in testi più complessi, soprattutto scritti, comprensibili a chi è fornito di un’istruzione

medio-alta. Il vocabolario di base e il vocabolario comune costituiscono il vocabolario corrente, al

di fuori del quale si situano i lessemi che sono propri o della sola lingua letteraria o dei vari

linguaggi settoriali, ognuno dei quali ha una terminologia specifica. Infine esistono le parole dei

gerghi, cioè parole proprie di linguaggi usati da gruppi ben definiti per comunicare tra loro in modo

da non farsi comprendere da estranei, e le voci regionali, estesi sull’intero territorio nazionale. 5

Nella varietà dei dialetti italiani, i geosinonimi sono voci del dialetto di un parlante che sono

ancora vive localmente e che vengono indicati con termini che variano da zona a zona. Le ricerche

hanno mostrato come i regionalismi toscani hanno non hanno più molta capacità di espressione

sul territorio nazionale: ad esempio il veneziano giocattolo ha vinto sul toscano balocco.

Recentemente è stata elaborata la nozione di geoomonimi, cioè termini formalmente identici, ma

che hanno significati diversi: ad esempio lea significa viale in Piemonte e fango a Venezia.

Dal punto di vista etimologico, le componenti del lessico italiano sono 3:

le parole di origine latina, tra le quali vanno tenute distinte quelle di tradizione popolare e le

• voci dotte;

i prestiti o forestierismi, cioè le parole attinte ad altre lingue con cui l’italiano è entrato in

• contatto;

le neoformazioni, cioè le parole formate all’interno del sistema italiano, attraverso i vari

• meccanismi, come la derivazione e la composizione.

A queste 3 categorie bisognerebbe aggiungere i deonomastici, cioè i nomi propri che sono

diventati nomi comuni o tutte le parole derivate dai nomi propri, le voci che hanno una matrice

espressiva o onomatopeica, cioè le parole come abbaiare, miagolare…, e le voci inventate dal

nulla.

All’interno della componente latina vanno individuate le parole popolari che dal latino sono

passate nella nostra lingua, spesso rimanendovi stabilmente fino ad oggi. Dalle parole popolari

vanno tenuti distinti i latinismi, le parole dotte (o culturismi) che non sono passate dal latino

classico al latino volgare e poi all’italiano, ma sono state recuperate nel lessico italiano in momenti

diversi. La distinzione tra parole popolari e parole dotte riguarda quindi l’origine e non l’uso attuale.

Spesso, da una stessa base latina sono derivate due o più parole italiane, una popolare e una

dotta, che vengono chiamate allòtropi: la parola popolare si riconosce come quella che più si è

allontanata dalla base sia dal punto di vista formale che nel significato, mentre il latinismo risulta

più fedele alla base latina anche sul piano formale, oltre che nel significato. La componente greca

si può accostare a quella latina di origine dotta. I grecismi sono stati introdotti prevalentemente in

epoca moderna per via dotta e sono spesso propri del linguaggio specifico internazionale. Alcuni

esempi sono agonia, catastrofe, protagonista, la ginnastica aerobica, le luci psichedeliche.

All’interno dei prestiti o forestierismi, cioè parole tratte da altre lingue con cui la nostra è venuta in

contatto per vicende politiche, economiche o culturali. Sebbene si parli di prestiti, la lingua

provenienza non si priva di alcuna parola, né la lingua che riceve è tenuta alla restituzione. Come

per maschera, che è entrata in inglese nella variante màscara ed è tornata come mascàra per

indicare un cosmetico per gli occhi. Parole del genere sono definite “cavalli di ritorno”. Si parla di

prestiti sistematici quando il prestito consiste semplicemente in un nuovo significato aggiunto a

voci già esistenti, tra i quali si distinguono quelli omonimici, basati sulla somiglianza del

significante (come assumere nel senso di supporre), e quelli sinonimici, in cui la somiglianza si ha

solo nel significato (come stella nel senso di divo o diva del cinema o dello spettacolo basato

sull’inglese star). Una parola o una locuzione straniera può entrare in un’altra lingua grazie al

procedimento del calco, che è una specie di “traduzione”. Come per i prestiti, anche per i calchi si

distingue tra quelli omonimici, basati sulla somiglianza del significante (come processore

modellato su processor), e quelli sinonimici, in cui la somiglianza si ha solo nel significato (come

fine settimana è un calco di week-end). Se passiamo in rassegna le varie categorie di forestierismi

del lessico italiano troviamo i germanismi, cioè voci tratte dalle lingue delle varie popolazioni

germaniche che invasero la nostra penisola dopo il crollo dell’impero romano (come guancia,

balcone, fiasco), gli arabismi, diffusi nel Medioevo (come ragazzo, magazzino, melanzana,

zucchero), gli ebraismi (come amen, osanna, alleluja), i gallicismi, provenienti dalla civiltà

francese o provenzale (come élite, garage, menu, parquet), gli ispanismi, (come movida, ola, brio,

regalo), i tedeschismi (come strudel, blitz, kaputt), i nipponismi (come judo, karate, kamikaze,

karaoke, sudoku) e gli anglicismi, i più numerosi e frequenti (come question time, e-mail, goal).

L’italiano ha sfruttato anche il prestito interno, arricchendo il suo lessico anche con

dialett(al)ismi, cioè voci tratte da vari dialetti parlati nella nostra penisola, come il calabrese

‘ndrangheta o il napoletano finire a tarallucci e vino.

I neologismi sono le parole nuove, entrare da poco nel lessico d una lingua per indicare nuovi

concetti. I neologismi combinatori mettono insieme elementi già esistenti nella lingua per coniare

nuove parole, mentre i neologismi semantici aggiungono nuovi significati a parole già esistenti. 6

Negli ultimi anni i vocabolari hanno sempre più largamente accolto i neologismi. Ma nel complesso

delle parole nuove bisognerebbe distinguere tra gli occasionalismi e i veri e propri neologismi,

destinati ad insediarsi più o meno stabilmente nel lessico.

Capitolo4: Fonetica e fonologia

La lingua parlata si fonda sulla produzioni di suoni (o foni) e quindi, per descrivere una lingua,

bisogna conoscere come essi vengono prodotti. Nella lingua scritta i foni sono resi con le lettere

dell’alfabeto, detti grafemi.

La fonetica è il ramo della linguistica che studia i foni. i suoni che fanno parte del linguaggio

articolato vengono prodotti dall’apparato fonatorio, costituito dai polmoni, i bronchi, la trachea, la

laringe, la cavità orale e la cavità nasale. Il linguaggio verbale riesce, combinando una quantità

abbastanza ridotta di foni, a produrre un gran numero di parole e quindi di significati. In italiano i

suoni vengono prodotti solo durante l’espirazione: l’aria che proviene dai polmoni risale, attraverso

la trachea, nella cavità orale e fuoriesce dalle labbra. Nel percorso verso l’uscita l’aria incontra una

serie di organi che sono da ostacolo alla sua uscita o che determinano variazioni nell’apertura

della cavità orale. Si producono così foni diversi. Se le corde vocali restano inerti in fase di

espirazione, si realizzano foni sordi; se invece sono tese ed entrano in vibrazione, si realizzano

foni sonori. Se il velo palatino, cioè la parte posteriore e molle del palato, è staccato dal fondo

della faringe, l’aria esce anche dalle narici producendo foni nasali; se invece il velo palatino è

sollevato contro la parte superiore della faringe, l’accesso al naso è impedito e i foni sono orali.

Solo all’interno dei foni orali si ha la distinzione tra vocali e consonanti. Le vocali sono foni sonori

che si producono quando le corde vocali vibrano regolarmente e l’aria nella cavità orale non

incontra veri e propri ostacoli, ma solo piccoli restringimenti. Le consonanti sono invece foni

sonori o sordi che si realizzano quando l’aria nella cavità orale incontra resistenze dovute alla

chiusura del canale o ad un suo notevole restringimento. Esistono anche foni intermedi tra le vocali

e le consonanti che sono detti semiconsonanti o semivocali, prodotti come alcuni vocali, ma

caratterizzati da una durata più breve. In italiano, le vocali sono gli unici foni su cui può cadere

l’accento. La fonologia, invece, studia i foni in astratto, nel loro configurarsi, all’interno di una o

più lingue, come sistema, per individuare i fonemi, cioè le più piccole unità distintive di una lingua,

di per sé non portatrici di un significato, ma funzionali per determinare le differenze di significato. Il

loro numero varia da lingua a lingua, ma è comunque sempre ridotto rispetto a quello dei foni. I

fonemi di una lingua sono individuabili attraverso la “prova di commutazione” in parole o forme che

differiscono per un singolo sono, dette “coppie minime”, come male/mele (/a/ e /e/ sono fonemi),

mela/tela (/m/ e /t/ sono fonemi), pane/cane (/p/ e /c/ sono fonemi).

I foni esistono nella dimensione orale, nel parlato. Lo studio dei grafemi, cioè delle lettere

dell’alfabeto, e delle altre notazioni usate solo nello scritto, come l’apostrofo, gli accenti o le

virgolette detti segni paragrafematici, è chiamato grafematica.

Il sistema fonologico dell’italiano è costituito da 7 vocali (in posizione tonica, cioè accentate), 2

semiconsonanti e 21 consonanti.

Le vocali sono i foni sonori prodotti nella cavità orale senza che si frappongano ostacoli nell’aria

che esce. In italiano esse sono gli unici foni che costituiscono il nucleo della sillaba e che quindi

possono ricevere l’accento. In posizione tonica, cioè accentata, le vocali sono 7 e si dispongono

nel triangolo vocalico. In posizione atona, cioè non accentata, le vocali si riducono a 5 e si hanno

fenomeni che vengono indicati come costantemente chiusi (/e/ e /o/). Due vocali contigue in sillabe

diverse formano uno iato (pa-e-se, in-vi-o, le-o-ne). Per evitare lo iato, la vocale finale di una

→ →

parole cade spesso davanti una parola iniziante per vocale (la epoca l’epoca, di accordo

d’accordo) e in /w/ (lo uomo l’uomo): si tratta di un fenomeno detto elisione.

L’italiano ha 2 semiconsonanti: la /j/ (jod), palatale o anteriore, e la /w/ (wau), velare o posteriore.

Questi due foni possono comparire solo prima o dopo una vocale appartenente alla stessa sillaba,

con la quale costituiscono un dittongo. Il dittongo è ascendente quando /j/ o /w/ precedono la

vocale (piano, ieri, questo, uomo) e discendente quando la seguono (baita, lei, poi, voi, lui, causa).

Nei dittonghi discendenti, la /j/ e la /w/ vengono indicate piuttosto come semivocali che in fonetica

sono la [j] e la [w]. Oltre ai dittonghi, in italiano sono possibili, seppure rari, anche i trittonghi,

costituiti da 2 semiconsonanti ed una vocale (aiuole) o da una semiconsonante, una vocale e una

semivocale (miei). 7

In italiano, le consonanti sono 21 e si possono disporre secondo uno schema. La lunghezza

consonantica è un tratto fonologico tipico dell’italiano: possono infatti essere lunghe o brevi e la

loro lunghezza determina una differenza di significato, cioè ha un valore distintivo, come copia/

coppia, fato/fatto, cadi/caddi. In particolari sequenze di due parole appartenenti alla stessa catena

fonica, la pronuncia dell’italiano standard prevede un rafforzamento della consonante iniziale della

seconda parola. Le parole che provocano il raddoppiamento fonosintattico sono:

tutti i monosillabi “forti”, come avverbi, pronomi, verbi, nomi, il numerale tre, l’aggettivo blu e le

• forme olofrastiche sì e no;

alcuni monosillabi “deboli” non accentati, come alcune preposizioni, i pronomi che, chi e alcune

• congiunzioni;

alcune parole bisillabe, come qualche, come, dove, sopra;

• tutte le parole ossitone, cioè accentate sull’ultima sillaba, come dirò, vedrò, virtù….

In italiano, come in tutte le lingue, i foni non vengono pronunciati isolati, ma in gruppi tra loro legati

da varie proprietà, detti sillabe. L’elemento fondamentale della sillaba è il nucleo, che può essere

preceduto da un attacco e seguito da una coda. La coda, insieme al nucleo, forma la rima:

sillaba rima

(attacco) nucleo (coda)

Se la sillaba è priva di coda, cioè se la vocale è in posizione finale di sillaba, si dice che è aperta

(o libera), altrimenti si definisce chiusa (o implicata). L’attacco, che può anche mancare (a-mo), è

normalmente formato da una qualunque consonante (mo-do, ca-ne, sa-le). E’ possibile che un

attacco sia ramificato, ad esempio può essere formato da due o tre consonanti (pre-mio, stra-no).

La coda è normalmente costituita da una sola consonante (for-no) o da una semivocale (mai, cau-

sa). Nell’italiano tradizionale è sempre aperta la sillaba finale di parola: infatti tutte o almeno la

stragrande maggioranza delle parole finiscono in vocale.

L’accento non è un elemento fonetico in senso stretto, ma un tratto “soprasegmentale”, cioè che è

al di sopra della sequenza di suoni: consiste infatti nel far emergere nella catena fonica una sillaba

per durata, intensità o altezza melodica. L’accento italiano è prevalentemente di natura intensiva e

si realizza con l’aumento della forza espiratoria durante la pronuncia del nucleo vocalico di una

sillaba. L’italiano ha un accento mobile, cioè la cui posizione nelle parole composte da più di una

sillaba può variare e in genere non è predicibile. L’accento italiano ha anche valore fonologico: la

sua diversa posizione serve a distinguere parole altrimenti identiche (papa/papà, àncora/ancóra).

Nelle parole ossìtone, l’accento cade sull’ultima sillaba, nelle parole parassìtone, l’accento cade

sulla penultima sillaba, e nelle parole proparossìtone, l’accento cade sulla terzultima sillaba. Le

parole formate da più di tre sillabe, spesso, oltre all’accento tonico primario, portano un accento

secondario sulla prima o sulla seconda sillaba. In italiano alcune parole possono essere prive ai

accento: sono i monosillabi deboli, come le preposizioni, alcune congiunzioni, gli articoli e le forme

pronominali. Le forme pronominali possono procedere (e si dice pròclisi, come in lo vedo, glielo

dico) o seguire (e si dice ènclisi, come in parlami, vedersela) le forme verbali.

Dal punto di vista del ritmo, sono brevi tutte le vocali atone, sono lunghe tutte le vocali in sillaba

aperta e brevi quelle in sillaba chiusa. Le vocali accentate finali di parola, infine, sono brevi.

L’intonazione è un tratto soprasegmentale che riguarda la frase e che riveste una notevole

importanza nell’italiano parlato se si pensa alla distinzione tra le frasi affermative ed interrogative.

Capitolo5: Morfologia riflessiva

La morfologia riflessiva è il livello di analisi linguistica che studia come si esprimono, nei nomi,

negli articoli e negli aggettivi, i concetti di genere (maschile/femminile) e di numero (singolare/

plurale); nei pronomi anche quelli di persona (1ª, 2ª o 3ª) e di caso (soggetto/oggetto); nei verbi

anche quelli di tempo (presente, passato o futuro), di modo (indicativo, congiuntivo…), di aspetto

(perfetto, imperfetto…) e di diàtesi (attiva/passiva). Lo studio delle varie forme individuate, dette

forme flesse, costituisce la morfologia flessiva. La morfologia lessicale studia invece la

formazione delle parole mediante la derivazione o la composizione (da borsa: borsista, borsetta, 8

borseggiatore, portaborse…). L’elemento minimo dell’analisi morfologica è il morfema, cioè la più

piccola unità linguistica dotata di significato. Sulla base dell’analisi morfologica, le lingue del

mondo sono state suddivise in due grandi categorie:

1. le lingue analitiche o isolanti, in cui ogni significato è rappresentato da un elemento unico, che

costituisce da solo una parola autonoma, non cambia forma e non può essere legato a un altro

elemento (si parla infatti di morfemi liberi);

2. le lingue sintetiche, che tendono ad unire in una sola parola più morfemi non autonomi, ma

legati tra loro (si parla infatti di morfemi legati) e portatori di significati diversi; possiamo così

distinguere tra il morfema lessicale (o radice), che dà significato alla parola, e i morfemi

grammaticali, che danno l’informazione morfologica. Alle lingue sintetiche appartengono le

lingue flessive, in cui normalmente una parola è costituita da una radice lessicale ed un

elemento chiamato desinenza, che porta informazioni di carattere morfologico e che ha anche

la funzione di segnalare i rapporti tra le parole all’interno della frase o del testo.

Ad esempio, nella parola case distinguiamo due morfemi: la radice cas-, che dà significato alla

parola, e la desinenza -e, che in questo caso indica che si tratta di un nome femminile al plurale.

Particolarmente frequente nella morfologia italiana è l’allomorfia, cioè l’alternanza di più forme che

hanno lo stesso valore morfologico nelle radici e nelle desinenze, come in amico/amici, filologo/

filologi, volsco/volsci.

Il nome marca la categoria del numero (singolare/plurale) e del genere (maschile/femminile). Il

maschile è il genere non marcato, in cui normalmente si inseriscono le nuove parole che entrano

nel lessico e che non sono formate con suffissi. La terminazione in -a favorisce la scelta per il

femminile. Il numero diventa da singolare a plurale con la sostituzione della desinenza del

singolare con un’altra, che marca appunto il plurale. In italiano si possono individuare 6 classi

diverse di nomi:

Classe Forma (Sing./Pl.) Esempio Genere Eccezioni

1 -o/-i campo/campi m mano/mani f

2 -a/-e casa/case f

fiore/fiori,

3 -e/-i notte/notti, m/f carcere m/carceri f

cantante/cantanti

4 -a/-i papa/papi m arma/armi f, ala/ali f

5 -o/-a dito/dita sing. m, pl. f

re, città, virtù,

specie, crisi, caffè,

6 varie; invariabile m/f

piuma, biro, film,

autobus

Di queste 6 classi:

- la 1 è produttiva e ci vengono generalmente inseriti i nomi maschili uscenti in -o (gazebo/-i);

- la 2 è produttiva e comprende tutti i nuovi femminili in -a (lambada/-e);

- la 3 è tenuta in vita soprattutto dall’inserimento di parole nuove terminanti con i suffissi -tore, -

trice, -zione e dai participi presenti verbali sostantivati (come cantante);

- la 4 è tenuta in vita dalle nuove parole di genere maschile uscenti in -ista e dai grecismi in -ma

(teorema, linfoma, enzima, comma);

- la 5 non è più produttiva;

- la 6 è produttiva, in particolare grazie al mancato adattamento all’italiano dei nomi stranieri che

entrano nel nostro lessico.

Negli esseri animati si ha per lo più la corrispondenza tra genere grammaticale e sesso (il padre, la

madre). Non mancano le eccezioni, come la sentinella, la guardia, la guida (prevalentemente

uomini). Il mutamento del genere grammaticale in rapporto al sesso è detto mozione. 9

Gli aggettivi sono flessi secondo le categorie del genere e del numero, che vengono espresse

contemporaneamente da un unico morfema vocalico nella prima classe (buono/buona/buoni/

buone), mentre la seconda classe ha due sole forme flesse, singolare e plurale (grande/grandi). La

classe degli aggettivi invariabili si è progressivamente arricchita nel tempo (rosa, viola, cantanti

rock, film western).

L’articolo determinativo e indeterminativo individua i nomi che procedono come determinati/

indeterminati (c’à differenza tra la penna che sto indicando e una penna qualsiasi). L’articolo

determinativo ha spesso una funziona analogica di ripresa (un’automobile ha tamponato un

pullman e mentre il pullman non ha subito danni, l’auto si è distrutta) o cataforica di anticipazione

(la signora che parla è la madre di Giuseppe). Dell’articolo indeterminativo l’italiano ha solo il

singolare, mentre al plurale si usano gli indefiniti alcuni/-e, certi/-e, dei-degli/delle.

L’italiano è una lingua PRO-drop, cioè che consente la caduta del pronome, infatti basta dire vado

a casa invece che io vado a casa. I pronomi personali singolari mantengono l’opposizione latina tra

una forma per il soggetto (io, tu, egli/ella) e una per l’oggetto (me, te, lui/lei). Al plurale,

l’opposizione è neutralizzata dalle prime due persone (noi, voi), mentre per la terza abbiamo per il

soggetto essi/esse e per l’oggetto loro. Esso ed essa sono due forme ormai in disuso. I pronomi

personali tu, lei, ella, voi e loro svolgono anche la funzione di allocutivi. Nei rapporti paritari o

confidenziali, si usa tu al singolare e voi al plurale, nei rapporti gerarchici o con persone di cui non

si è in confidenza, si usa lei, ella o il tradizionale voi al singolare e loro al plurale. Oltre alle forme

toniche, esiste una serie di pronomi atoni, detti clitici. Il paradigma dei pronomi atoni è poi

completato da ne, ci e vi. Altre funzioni

Persona, numero Soggetto

e genere Forme toniche Forme atone Altre forme atone

1ª sing. io me mi

2ª sing. tu te ti

egli, lui, esso,

3ª sing. m. lui, esso, sé (rifl.) lo, gli, si (rifl.) ne, ci, vi

si (impers.)

3ª sing. f. ella, lei, essa lei, essa, sé (rifl.) la, le, si (rifl.)

1ª pl. noi noi ci

2ª pl. voi voi vi

3ª pl. m. essi, loro loro, essi, sé (rifl.) li, loro, si (rifl.)

3ª pl. f. esse, loro loro, esse, sé (rifl.) le, loro, si (rifl.)

I clitici nel parlato sono molto più frequenti che nello scritto (mi bevo una birra, ci guardiamo una

partita). Nel palato si tende ad estendere la forma gli anche al femminile (invece di le) e al plurale

(invece di loro). Il pronome ci ha allargato la sua sfera d’uso: sostituisce quasi sempre il vi e svolge

la funzione di “attualizzante” con vari verbi, in particolare con essere e avere (c’è tanto disordine,

ce l’hai l’ombrello?). Come il ci, anche il ne tende ad attribuire valori particolari ai verbi con cui si

accompagna, come convenire, fregarsene (me ne frego)….

Nell’ambito dei numerali, nell’italiano contemporaneo esiste la tendenza ad usare i cardinali al

posto degli ordinali, con la conseguente perdita dell’accordo di genere e numero (Lo Squalo 2,

Tg1, Canale 5). I pronomi dimostrativi (questo, codesto, quello), sia nel parlato che nello scritto,

tendono a perdere il proprio valore. Così, nel parlato il valore dei dimostrativi è spesso ribadito

dalla presenza di un avverbio (questo qui/qua, quello lì, quello là). Tra i relativi, il che per il

soggetto e il complemento oggetto e il cui per gli altri complementi possono essere sostituiti da il/la

quale, i/le quali.

Il verbo è la parte del discorso che fornisce il maggior numero di informazioni del punto di vista

morfologico. Nei tempi principali della forma attiva le informazioni vengono date con suffissi legati

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al tema verbale, mentre nei tempi composti della forma attiva e passiva informazioni vengono date

con i verbi ausiliari (essere e avere) premessi al participio passato. Il participio passato fornisce

l’indicazione del genere (Maria è stata davvero gentile). Nella scelta dell’ausiliare, nei verbi

transitivi si ha normalmente avere all’attivo ed essere al passivo, mentre nei verbi intransitivi si può

avere ora uno, ora l’altro ausiliare. Nelle forme flesse dei paradigmi verbali, i morfemi o desinenze

si aggiungono a volte alla radice, a volte al tema, costituito dalla radice e da una vocale, detta

vocale tematica, che varia a seconda della coniugazione a cui il verbo appartiene:

per la I coniugazione, la vocale tematica è -a;

• per la II coniugazione, la vocale tematica è -e;

• per la III coniugazione, la vocale tematica è -i.

Delle tre coniugazioni, la I, comprendente i verbi che terminano all’infinito in -are, è quella dal

paradigma più regolare. Inoltre è la prima per numerosità ed è molto produttiva. La II coniugazione,

caratterizzata dall’infinito in -ere, comprende solo un certo numero di verbi di derivazione latina, dai

paradigmi quasi sempre irregolari, e non è più produttiva. La III coniugazione, a cui appartengono i

verbi che hanno l’infinito in -ire, comprende una sottoclasse di verbi che presenta la radice

terminante in -isc- nelle tre persone singolari e nella 3ª persona plurale del presente indicativo e

congiuntivo e alla seconda dell’imperativo (come finire: finisco, che finiscano, finisci!). Questa

sottoclasse ha avuto una certa produttività che non si è del tutto esaurita.

La categoria del tempo si riferisce al momento dell’enunciazione, visto come contemporaneo,

anteriore o posteriore all’azione descritta dal verbo, e distingue il presente, il passato e,

dall’indicativo, il futuro, che sono detti tempi deittici. Il presente indica che l’evento è

contemporaneo al momento dell’annunciazione, ma può riferirsi ad un’azione abituale o

atemporale. Inoltre si usa anche con riferimento al passato, come presente storico. Il futuro si

riferisce invece ad un’azione posteriore al momento dell’enunciazione. Nel tempo passato, riferito

ad eventi anteriori al momento dell’enunciazione, si distinguono l’imperfetto (che indica eventi

passati durativi o abituali), il passato prossimo (che indica un evento trascorso definitivamente

concluso) e il passato remoto (composto con un ausiliare, indica un evento che può ancora avere

effetti sul presente). Gli altri tempi, tutti composti con gli ausiliari (il futuro anteriore, il trapassato

prossimo e il trapassato remoto), sono detti tempi anaforici perché esprimono anteriorità o

posteriorità non rispetto al momento dell’enunciazione, ma rispetto ad un altro tempo espresso nel

testo o ricavabile dal contesto.

La categoria del modo esprime certezza o incertezza sulla realizzazione dell’evento. L’indicativo

è il modo della realtà e delle frasi principali. Il congiuntivo esprime dubbio e incertezza ed è il

modo tipico delle frasi dipendenti, completive, interrogative indirette, relative limitate o introdotte da

congiunzioni. Il condizionale esprime una modalità controfattuale o di dubbio. L’imperativo

esprime ordini, esortazioni o preghiere. Tra i modi non finiti, l’infinito e il gerundio si usano nelle

dipendenti implicite e molto spesso in perifrasi verbali. Il participio presente ha ormai valore

pienamente aggettivale o nominale, mentre il participio passato, che è l’unica forma verbale che

marca il genere, si usa in frasi dipendenti implicite e nei tempi composti della forma attiva e

nell’intera diatesi passiva.

Nell’italiano contemporaneo, il presente indicativo compare anche al posto del futuro. Il futuro

acquista spesso valori modali, esprimendo ipotesi, previsioni, dubbi, incertezze, doveri e opinioni.

Anche l’imperfetto è un tempo in notevole espansione, sempre con valori modali per esprimere

un’irrealtà del passato, cortesia o un valore “di citazione”. Il passato remoto è alquanto in

regresso e ad esso è preferito il passato prossimo con riferimento ad azioni concluse e lontane

nel tempo. Il congiuntivo non è morto, ma presenta segni di debolezza perché cede sempre più

campo all’indicativo. Il condizionale spesso viene sostituito dall’imperfetto indicativo. L’imperativo

è spesso espresso dal presente indicativo. Per quanto riguarda i modi non finiti, l’infinito è usato

come imperativo generico in avvisi o istruzioni (inserire la carta). Per quanto riguarda la forma

passiva, spesso essere è sostituito con venire. Infine, le perifrasi verbali si stanno sviluppando e

diffondendo: la più frequente è stare+gerundio per esprimere la duratività dell’azione, poi abbiamo

anche stare per+infinito per indicare il futuro imminenziale, stare a+infinito e stare per+infinito.

Capitolo6: Morfologia lessicale

La morfologia lessicale studia i meccanismi attraverso i quali da parole già esistenti si formano

parole nuove. Per arricchire il lessico, oltre ad assumere termini da altre lingue, dal latino e dal 11


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2015-2016

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