L'italiano contemporaneo
Capitolo 1: La lingua italiana oggi
L’italiano è stato per secoli una lingua adoperata poco nella comunicazione parlata e invece utilizzata molto più spesso nello scritto. L’italiano contemporaneo si presenta come una gamma di varietà e assume caratteristiche diverse in rapporto alle situazioni comunicative e ai tipi di testi scritti, parlati o trasmessi. L’italiano è una delle grandi lingue di cultura. La diffusione dell’italiano nel mondo non è paragonabile a quella dell’inglese, del francese o dello spagnolo che sono parlate in continenti diversi dall’Europa o usate ufficialmente nelle comunicazioni internazionali.
In seguito all’emigrazione sono diffusi gli italòfoni nel mondo, cioè persone che parlano italiano, e, grazie alla televisione, l’italiano è arrivato anche nel bacino del Mediterraneo, specie a Malta e in Albania. Nella maggioranza dei casi, però, l’italiano è usato da coloro che sono nati e risiedono nello stato italiano. Un po’ in tutta la penisola l’italiano convive da secoli con i dialetti locali usati nel parlato e nello scritto. I dialetti italiani non rappresentano varietà, deformazioni o corruzioni locali della lingua nazionale, ma derivano dal latino volgare e hanno dunque la stessa dignità della lingua.
Oggi molti italiani alternano lingua e dialetto in un rapporto che viene chiamato diglossia, cioè scelgono l’uno o l’altro codice a seconda della situazione comunicativa. Per classificare i dialetti italiani Giovan Battista Pellegrini ha disegnato una Carta dei dialetti italiani e ha elaborato anche il concetto di italo-romanzo, cioè il complesso delle lingue parlate dialettali della nostra penisola e delle isole ad essa adiacenti che riconoscono come lingua di cultura l’italiano.
- I dialetti settentrionali, parlati nelle zone a nord della linea La Spezia-Rimini, tra cui possiamo ulteriormente distinguere tra:
- Dialetti gallo-italici, parlati nelle zone anticamente abitate da popolazioni celtiche;
- Dialetti veneti, parlati nelle zone anticamente abitate dai Veneti;
- I dialetti centromeridionali, parlati nelle zone a sud della linea La Spezia-Rimini, a cui appartengono:
- I dialetti toscani, parlati in Toscana;
- I dialetti còrsi, parlati nella Carsica;
- I dialetti mediani, parlati nelle altre regioni dell’Italia centrale;
- I dialetti meridionali che si dividono in (alto)meridionali e in meridionali estremi.
Non sono dialetti italiani, ma sistemi linguistici autonomi sono il ladino, parlato nel Trentino-Alto Adige e nel Veneto, il friulano, parlato nel Friuli, e il sardo, parlato in Sardegna. Per gli usi più formali ci serviamo di norma dell’italiano, per quelli informali al dialetto. All’interno dei confini nazionali esistono inoltre le comunità alloglotte che parlano altre lingue ma comunque appartenenti al territorio italo-romanzo.
Oltre al ladino, al friulano e al sardo, le altre minoranze alloglotte sono il franco-provenzale in Valle d’Aosta e in alcune località del Piemonte, il provenzale in alcune località del Piemonte, il tedesco in Alto Adige e in alcune piccole zone dell’arco alpino, lo sloveno in Venezia Giulia, il croato in qualche comune del Molise, l’albanese in vari centri del sud, il catalano in Sardegna e i romanes, cioè le lingue parlate dai rom. La presenza delle minoranze alloglotte è dovuta alla mobilità dei confini politici e amministrativi e a fenomeni immigratori.
L’italiano presenta alcune caratteristiche proprie che consentono di individuarlo rispetto alle altre lingue e che costituiscono il tipo linguistico italiano e sono:
- L'importanza delle vocali nella scrittura sillabica e la generale terminazione delle parole in vocale;
- La libertà di posizione dell’accento tonico e la frequenza delle parole accentate sulla penultima sillaba;
- La possibilità di esprimere i concetti di grandezza, piccolezza attraverso il meccanismo dell’alterazione dei nomi e degli aggettivi;
- La formazione delle parole anche attraverso il meccanismo della composizione (cassapanca);
- La non obbligatoria espressione del pronome personale che fa dal soggetto al verbo (mangio e non io mangio);
- La preferenza per la sequenza determinato+determinante e non determinante+determinato (il libro di Paolo e non Paul’s book);
- La tendenza a centrare l’informazione semantica nel nome e non nel verbo;
- La relativa libertà delle parole all’interno della frase.
L’italiano deriva dal latino volgare, cioè dal latino parlato nella tarda età imperiale nella Romania, cioè nelle varie zone dell’Impero in cui Roma era riuscita ad imporre la propria lingua. Tra le lingue romanze, l’italiano è stata quella che è rimasta per vari aspetti più vicina al latino volgare ed è stata quella che ha avuto un più continuo contatto con il latino classico da cui ha ripreso molte parole.
L’italiano deriva nelle sue strutture linguistiche fondamentali dal dialetto fiorentino del Trecento, nell’elaborazione letteraria di Dante, Petrarca e Boccaccio e che poi i grammatici del Cinquecento porsero a modello dell’uso scritto. Il fiorentino riuscì ad imporsi sugli altri dialetti, almeno nell’uso scritto, grazie all’alto valore letterario dei grandi scrittori del Trecento che lo usarono, grazie a certe caratteristiche strutturali che rendevano il dialetto fiorentino meno lontano dal latino e grazie al prestigio culturale di Firenze.
Se prima parliamo di volgare, il termine italiano viene accolto dal Settecento, ma per molti secoli l’italiano rimase legato allo scritto colto fino all’unificazione nazionale del 1861. Prima dell’Unità, l’italiano era una lingua nota ad un numero di persone alquanto ridotto se consideriamo la quantità di coloro che sapevano leggere e scrivere, almeno per quello che riguarda la competenza attiva, cioè la capacità di servirsene. La competenza passiva, cioè la capacità di capire i discorsi in italiano, era invece molto più estesa. La maggioranza della popolazione parlava uno dei dialetti che si erano formati in Italia dopo il crollo dell’Impero romano.
Il ridotto uso parlato dell’italiano si mostrava però poco adatto alle esigenze di alcune moderne forme di scrittura. A partire dall’unificazione politica, a seguito della progressiva alfabetizzazione legata all’obbligo scolastico, l’emigrazione esterna e interna, l’urbanizzazione, le mutate condizioni sociali, economiche e culturali della popolazione e lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, l’italiano ha progressivamente ampliato i propri àmbiti d’uso, togliendo spazio ai dialetti. Dopo una prima fase dell’espansione dell’italiano che potremmo definire di sistematizzazione grammaticale, il crescente uso anche orale dell’italiano ha determinato una pressione del parlato sulle strutture dello scritto con l’emersone di tendenze evolutive e innovative. L’italiano contemporaneo appare un sistema particolarmente complesso, che mostra continuità e discontinuità tra scritto e parlato.
La lingua letteraria prevedeva una netta distinzione tra poesia e prosa (ad esempio in poesia si preferiva usare non cuore ma core). Inoltre l’uso scritto dell’italiano consentiva un’abbondante polimorfia, cioè la coesistenza di più forme tra loro sostanzialmente equivalenti, tra le quali lo scrittore era libero di scegliere la preferita (come lacrima o lagrima). Nel corso del Novecento e fino a oggi, l’italiano ha rinunciato agli arcaismi propri del linguaggio poetico e ha ridotto la polimorfia. La riduzione della polimorfia ha avuto un precedente illustre, costituito dalle correzioni di Manzoni nell’edizione definitiva dei Promessi Sposi, adeguando la prosa del suo romanzo all’uso vivo di Firenze. L’insegnamento scolastico e gli altri importanti canali di diffusione, hanno reso l’italiano contemporaneo un sistema molto più compatto rispetto al passato e hanno contribuito ad un secondo processo di standardizzazione della nostra lingua, dopo quello realizzato dai grammatici cinquecenteschi. La lingua standard è l’uso linguistico che un’interna comunità dei parlanti riconosce come corretto.
Ogni lingua, quanto più è diffusa, tanto più presenta una serie di differenze, dette assi di variazione, legate al canale di trasmissione del messaggio, al suo contenuto, ai rapporti tra gli interlocutori, alla situazione comunicativa. La variabile diamésica è quella legata al mezzo materiale in cui avviene la comunicazione, che distingue la lingua dei testi parlati, prevalentemente dialogici e generalmente indirizzati a persone conosciute e presenti, legati dunque al cosiddetto contesto situazionale, spesso essenziale per la comprensione del significato, da quella dei testi scritti, sempre monologici, spesso rivolti anche a sconosciuti e comunque destinati a durare nel tempo. Alle tradizionali categorie dello scritto e del parlato è aggiunta quella del trasmesso, con riferimento al parlato trasmesso (telefono, radio televisione, cinema), poi anche allo scritto trasmesso (Internet, sms).
La variabile diacrònica è legata al tempo: il passare del tempo determina inevitabilmente un mutamento nell’uso linguistico, dove le novità accolte vengono ratificate e imposte. Il mutamento linguistico può avvenire per fattori che determinano l’abbandono di certe forme a vantaggio di altre, lo sviluppo di processi di grammaticalizzazione, per i quali alcune parole acquistano funzioni grammaticali, e di lessicalizzazione, in cui elementi grammaticali danno origine a nuove parole.
La variabile diatòpica è legata allo spazio: una stessa lingua assume caratteristiche diverse a seconda delle singole zone in cui è usata. In Italia, la variabile diatòpica è evidente con i dialetti. La variabile diastràtica è legata alla posizione sociale del parlante e dipende dal genere, dall’età, dalla classe sociale, dalle condizioni economiche e dal grado d’istruzione.
La variabile diafàsica è legata alla situazione comunicativa, all’argomento trattato, al grado di confidenza che si ha con l’interlocutore. Da qui deriva la scelta di un registro linguistico formale o informale. Un fatto notevole è lo sviluppo di una nuova varietà di italiano, che è stata individuata e definita “italiano dell’uso medio” da Sabatini e “neostandard” da Berruto. Questa nuova varietà è caratterizzata da fattori morfosintattici e lessicali che si sono progressivamente diffusi tanto da apparire del tutto normali nello scritto e nel parlato (vieni che ti parlo, com’è che non sei venuto?, è con lei che se l’è presa). I fenomeni di questa varietà d’italiano consentono di cogliere le possibili evoluzioni e sviluppi della nostra lingua in un prossimo futuro.
Capitolo 2: Onomastica
Alcune caratteristiche della lingua che parliamo si possono individuare già sulla base del nome e cognome che portiamo, nella denominazione della città, del paese, della regione in cui siamo nati o abitiamo. Nei nomi propri italiani, il cui studio è detto onomastica, si possono cogliere il riflesso delle vicende storiche della penisola e alcuni aspetti tipologici dell’italiano relativi all’analisi linguistica come la fonetica o la formazione di parole.
Alcuni tratti tipologici dell’italiano si rilevano nel settore dell’onomastica, costituito dai nomi propri di persona e dai cognomi, della toponomastica, costituito dai nomi di luogo. L’onomastica italiana si è formata e stabilizzata nel corso dei secoli e si è alimentata con apporti di lingue diverse con cui l’italiano è venuto in contatto. Originariamente, l’onomastica è semanticamente motivata: i nomi di persona e di luogo derivano infatti da nomi comuni e come tali significano qualcosa.
Nella maggior parte dei casi, però, questo rapporto di derivazione risulta poco o per nulla trasparente, così com’è opaco anche il significato dei nomi propri che hanno un valore individuante, cioè servono ad indicare una precisa persona o un preciso luogo, e non un significato generale. La toponomastica italiana, cioè lo studio dei nomi di luogo, è costituita da una forte componente latina e neolatina. La toponomastica italiana è un settore generalmente stabile sebbene non siano mancati i fattori di mutamento per ripristinare il nome latino (Agrigento si chiamava Girgenti ed è stato modificato dal nome latino Agrigentum) o per evitare nomi sentiti come poco eleganti (Borgorose invece di Borgocollefegato).
I nomi dei fiumi, dei laghi, dei centri esistenti in epoca romanzo hanno in genere subito le stesse trasformazioni fonetiche e morfologiche che hanno portato dal latino all’italiano. Più trasparenti sono i nomi dei conti sorti in età medioevale e moderna, o comunque rinominati ex novo, nomi che sono stati ottenuti spesso attraverso un meccanismo di composizione tipico dell’italiano, che presenta l’ordinamento determinato+determinante: il primo elemento del toponimo è un nome comune, poi una specificazione individuante (Torre del Greco).
I nomi di persona sono il settore del lessico maggiormente esposto ad influssi esterni, tra i quali vanno citati i contatti con altre lingue e culture, condizioni religiose, fenomeni culturali e sociali, la moda: la scelta del nome del figlio o della figlia può essere motivata dalla volontà di mantenere un nome già in uso nella tradizione familiare, dalla devozione per un santo, dall’ammirazione per un personaggio famoso, dal ricordo di un luogo. La distinzione di genere tra maschile e femminile, che si ha in italiano nei nomi comuni, si rileva anche nella terminazione della vocale dei nomi propri (generalmente quelli maschili in -o e quelli femminili in -a). La mozione, cioè il passaggio di un nome da un genere grammatica l’altro in rapporto al sesso, è quasi sempre possibile e anzi frequente dal maschile al femminile, dove si realizza normalmente dalla sostituzione in -a della vocale finale dei nomi uscenti in -o e -i; rarissimo, invece, è il passaggio al maschile di nomi originariamente femminili.
Anche tra i nomi di persona figurano nomi di tradizione latina, ebraici, greci, germanici, francesi, spagnoli, inglesi o derivati da nomi comuni di fiori. Una particolarità tradizionale dei nomi propri italiani è la loro possibilità di subire fenomeni di riduzione e sono tradizionalmente gli ipocoristici, cioè i vezzeggiativi usati da familiari e amici, alcuni dei quali sono poi diventati nomi a tutti gli effetti. Gli ipocoristici fanno cadere di dorma le sillabe prima dell’accento riprendendo quindi solo la parte finale del nome, come Tonio da Antônio. Oggi il procedimento di riduzione del nome non è sparito, ma si assiste agli accorciamenti bisillabici che troncano la parte finale del nome, come Sìmo da Simone/Simona.
Ancor più in movimento è il settore dei soprannomi. La tradizione di disegnare singoli individui di una comunità di un gruppo con nomignoli alternativi ai nomi ufficiali è molto antica e si spiega in parte con la mancanza funzione distintiva del nome in caso di omonimia. Dai nomi di famiglia sono del resto derivati spesso i cognomi. Al contrario dei cognomi, che si sono progressivamente stabilizzati, il repertorio dei soprannomi è mutato nel corso del tempo, anche in seguito alla nascita di nuovi e al declino di altri. I soprannomi individuano caratteristiche e particolarità dei soprannominati, ricordano eventi della loro vita, possono basarsi sulla somiglianza del soprannominato con un personaggio famoso, reale o immaginario o avere ulteriori motivazioni. Quando il soprannome è usato come nome d’arte, allora diventa pseudonimo, come Jovanotti è lo pseudonimo di Lorenzo Cherubini.
I cognomi italiani, nati in momenti diversi a seconda delle aree geografiche e stabilizzatisi solo in epoca moderna, discendono dall’appellativo di un capofamiglia, indicato con un nome dato per lo più in base a caratteristiche fisiche o alla professione esercitata o alla località di provenienza o di lavoro. Sono stati distinti vari tipi di cognome, ma i principali sono cinque:
- Quelli costituiti da un nome proprio, per lo più maschile, come Vitale, Gentile, De Luca;
- Quelli costituiti da soprannomi, relativi a caratteristiche fisiche o a comportamenti del capofamiglia, come Rossi, Moro, Bruni, Ricci, Testa, Capello, Gamba;
- Quelli costituiti da toponimi, che ricordano l’origine della famiglia o il luogo di lavoro, come Messina, Caserta, Di Napoli, Romano, Lombardi;
- Quelli costituiti dal mestiere del capofamiglia, come Fabbri, Ferrari, Barbieri, Pastore;
- Quelli dati ai trovatelli, a cui fanno capo forme diversamente distribuite nel territorio nazionale, come Esposito, Innocenti, Travato, Casadei.
A volte il cognome si presenta composto anche da un articolo determinativo, come La Rocca, o da preposizioni articolate, come Della Valle, e notevole è la presenza di nomi latineggianti, come De Santis o De Matteis. Altri cognomi ancora rilevano l’origine straniera della famiglia, come Fabre, Gruber, Lopez, Martinez. Fanno parte dell’onomastica anche i marchionimi, cioè i nomi di aziende, scuole, esercizi pubblici. Alcuni esempi sono il detersivo Mastro Lindo, il dentifricio Colgate, il sapone Dove, la crema di nocciole Nutella, il medicinale Tachipirina, l’automobile Giulietta.
La deonomastica è lo studio delle parole e delle espressioni ricavate dai nomi propri, come il pan di Spagna per indicare un tipo di dolce, la cottura a bagnomaria per indicare un recipiente immerso in acqua.
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