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La passione di Perpetua e Felicita

Prefazione di Eva Cantarella a cura di Marco Formisano

Prefazione

Nel marzo del 203 d.C., una giovane donna viene messa a morte nell’anfiteatro di Cartagine: la sua esecuzione è uno dei momenti culminanti di uno spettacolo che festeggia il compleanno di Geta, figlio maggiore dell’imperatore. Alla donna e ai suoi compagni—una schiava di nome Felicita; quattro uomini: Revocato, Saturnino, Secondolo, Saturo—era stato chiesto di fare un sacrificio in nome dell’imperatore, ma la giovane donna è cristiana e la sua religione non glielo consente: quindi, per aver rifiutato, viene condannata ad bestias. Una donna che affronta la morte per non rinnegare la sua fede.

La giovane si chiamava Vibia Perpetua e passa alla storia grazie al diario nel quale, a partire dal suo arresto, annota fatti e sensazioni in carcere: i rapporti con i carcerieri, gli incontri con i familiari (soprattutto con il padre), le sue visioni e i suoi stati d’animo. Un diario che in ambiente cristiano farà di lei un modello della martire, e che per gli storici del mondo romano è un documento estremamente prezioso: poiché i testi latini di mano femminile sono rarissimi e quei pochi esempi non consentono di conoscere i pensieri, i sentimenti, il carattere e le scelte di vita di chi li ha scritti. Di ciò sono eccezione le poesie di Sulpicia, poetessa vissuta in età augustea che scrisse 5/6 componimenti poetici, tramandati insieme ai carmi del poeta elegiaco Tibullo.

Poiché questa donna è cristiana e affronta volontariamente la morte, il suo diario è un testo che consente agli storici del cristianesimo di analizzare i rapporti tra questo e l’Impero, e agli psicoanalisti di approfondire il cosiddetto “suicidio altruistico” compiuto dai martiri.

Importanza del diario

Il primo punto rilevante è l’importanza del diario all’interno dei testi di mano femminile; Perpetua, infatti, non è l’unica donna romana che ha lasciato traccia di sé: le donne romane, a differenza di altre donne antiche (es. le donne ateniesi), ricevevano un’educazione, ma inizialmente questa era articolata attorno all’apprendimento di attività come il cucito, e di virtù come la castità, la modestia e la pietà; queste virtù continuavano ad essere esaltate come le sole, vere virtù di una donna.

Tuttavia, con il passare dei secoli, le donne si erano emancipate, partecipavano alla vita sociale e ricevevano una buona educazione, il livello quest'ultima era variabile a seconda della classe sociale a cui queste donne appartenevano:

  • Nelle case di chi poteva permettersi di pagare un pedagogo, le figlie femmine venivano istruite insieme ai fratelli;
  • Ma anche se appartenevano a ceti più bassi, di norma, le figlie femmine sapevano leggere e scrivere e lì si fermava la loro educazione;
  • Invece, le donne benestanti, dopo l’istruzione elementare, ricevevano in casa un’educazione che comprendeva materie come la letteratura, la retorica o il diritto.

Sulpicia e Perpetua

Il diario di Perpetua può essere avvicinato alle poesie di Sulpicia. In realtà, sono due le poetesse romane chiamate Sulpicia:

  • Una delle due era Sulpicia Lepidina (chiamata “l’altra Sulpicia”), vissuta poco dopo alla Sulpicia di cui le poesie sono sopravvissute; la Lepidina è celebrata, a detta di Marziale, come una moglie perfetta, che vuole solo compiacere al marito;
  • Mentre, la prima Sulpicia era di indole molto diversa: figlia dell’oratore Servio Sulpicio Rufo, mentre la madre era una Valeria il cui fratello Messalla fu compagno di studi ad Atene di Cicerone e protettore di Tibullo; Sulpicia aveva quindi la possibilità di frequentare gli intellettuali che si raccoglievano intorno a Messalla, suo zio, il quale divenne anche il suo tutore dopo la morte del padre. Sulpicia, dotata di buona sensibilità poetica, scrisse delle elegie che sono giunte a noi nel Corpus Tibullianum, vale a dire nella raccolta nella quale sono presenti anche le elegie di Tibullo.

Le poesie di Sulpicia sono, insieme al diario di Perpetua, gli unici due testi latini in cui due donne parlano di sé e in cui esprimono i loro sentimenti; dai suoi versi esce il ritratto di una donna diversa da Perpetua, ma entrambe sono determinate a vincere secondo le loro scelte o, nel caso di Perpetua, a difenderle a costo della vita; anche nella vita familiare: ambedue contestano uno dei principi cardine della vita familiare romana, l’autorità del capofamiglia:

  • Il padre di Perpetua la prega di piegarsi al potere per salvarsi la vita, Perpetua comprende il suo dolore, ma non lo ascolta;
  • Sulpicia non presta alcun ascolto ai divieti del tutore (lo zio), che non approvava la sua relazione con il suo amante Cerinto.

Stato di famiglia di Perpetua

Il secondo punto rilevante è legato allo stato di famiglia di Perpetua: ella apparteneva a una buona famiglia di Thuburbo Minus (vicino Cartagine). Al momento dell’arresto aveva 22 anni e aveva da poco partorito un bambino, Perpetua non fa alcun riferimento al padre di suo figlio: si è pensato che l’uomo si fosse totalmente disinteressato della sua sorte, oppure che fosse morto; ma ciò che è singolare è il fatto che il neonato fosse affidato a Perpetua, in contrasto con le regole in materia di matrimonio, di poteri maritali e di patria potestas: all’epoca in cui visse Perpetua, i poteri del marito sulla moglie si erano molto attenuati, difatti:

  • A partire dal II sec. a.C. era diminuito il cosiddetto matrimonio cum manu in cui la moglie usciva dalla famiglia di origine ed entrava in quella del marito, e sottoposta al potere personale di questi, detto manus;
  • Nel II sec. d.C. invece, anche se sposata, la donna continuava a far parte della famiglia d’origine e non era più sottoposta al manus maritale, tuttavia, i figli “appartenevano” solamente al marito: la patria potestas sui figli spettava al padre.

Dunque, è possibile che il bambino era affidato a lei poiché il matrimonio di Perpetua era stato sciolto dal divorzio. Le cerimonie nuziali, all’epoca, erano solo solennità sociali che consentivano di distinguere tra un matrimonio e un concubinato, la legittimità dei figli nati dall’unione e stabilivano una convivenza accompagnata dalla maritalis affectio, ossia l’essere marito e moglie; di conseguenza, perché un matrimonio venisse sciolto bastava che i coniugi cessassero di convivere e il fatto che Perpetua vivesse nella casa paterna è dunque la conseguenza di un vero e proprio divorzio.

Esecuzioni femminili

Il terzo argomento di riflessione sul diario è quello delle esecuzioni femminili:

  • Nei primi secoli di Roma, le donne accusate di comportamenti che comportavano la pena di morte venivano giudicate in casa dal paterfamilias (assistito dal tribunale domestico), e se condannate morivano rinchiuse nel carcere domestico;
  • Ma, già in età repubblicana, potevano subire dei processi pubblici, e se colpevoli venivano consegnate ai famigliari perché provvedessero a metterla a morte.

Ma, nel caso di Perpetua e le altri martiri cristiane, vennero messe a morte pubblicamente e, oltretutto, si trasformò il loro supplizio in uno spettacolo, difatti, rispettare la dignità dei condannati non era preoccupazione di nessuno, all’epoca. Ad esempio, tra i divertimenti istituiti da Nerone (racconta Svetonio) vi erano esecuzioni che venivano trasformate nella rappresentazione di scene mitologiche, nel corso delle quali il condannato a morte impersonava l’eroe o il dio destinato a morire. Gli spettacoli, i costumi e i procedimenti venivano segnati negli Atti dei Martiri.

Quel che accade a Perpetua fu che, prima di gettarla nell’arena, le si ordinò di cambiare le vesti con quelle di una sacerdotessa di Cerere (una delle divinità pagane il cui culto era celebrato nel Nord Africa), mentre i suoi compagni si sarebbero vestiti come sacerdoti di Saturno; il travestimento era stato studiato per trasformare simbolicamente la loro esecuzione in uno dei sacrifici umani che in Africa erano parte dei riti in onore di Saturno: la loro testimonianza di fede veniva, quindi, trasformata in uno spettacolo blasfemo. Tuttavia, il progetto non ebbe successo poiché la fermezza di Perpetua fece fallire l’esecuzione. A Perpetua e Felicita vennero comunque tolti gli abiti, sostituiti da una rete trasparente: la cosiddetta “passeggiata ignominiosa” per la città, in abito trasparente, era parte della pena inflitta alle adultere, era un modo umiliare una donna considerata indegna.

Introduzione. La passione di Perpetua per la letteratura

Sulle poche opere scritte da donne della letteratura di Roma antica, grava un dubbio sostanziale: ossia, le esse sono donne reali o invenzioni di altri autori uomini; inoltre, un’opera scritta in latino da una donna riveste un’enorme importanza perché a differenza che per la letteratura greca, “non c’è una Saffo latina”.

Per le poche testimonianze femminili in latino e per Perpetua, l’elemento maschile assume un ruolo fondamentale sia sul piano dell’espressione e dello stile sia nella struttura stessa del discorso, difatti, il sistema linguistico e letterario di Roma antica era avvertito al “maschile”. In particolare, nel campo della poesia elegiaca, nella cui costruzione poetica e concettuale la donna amata assume il ruolo centrale attorno al quale si snoda tutto il discorso del poeta amante: in uno studio dedicato a Properzio, si è aperta la prospettiva secondo la quale la donna amata nell’opera del poeta elegiaco era generalmente vista come una donna reale, destinataria del carme stesso; ma gli studi hanno proposto un'interpretazione della donna come creazione puramente letteraria, funzionale alla poetica “augustea” di Properzio.

Composizione e struttura. La questione dell’autore

La Passio Perpetuae et Felicitastis narra la storia dell’incarcerazione e del conseguente martirio di un gruppo di giovani catecumeni avvenuto molto probabilmente a Cartagine il 7 marzo del 203, durante il compleanno del figlio dell’imperatore, Geta. Oltre a Perpetua e Felicita, del gruppo facevano parte quattro uomini: Revocato, Saturnino, Secondolo e Saturo, quest’ultimo oltre ad essere il catechista del gruppo, rappresentava una sorta di guida spirituale nella preparazione al battesimo.

L’accusa formale in base alla quale i cristiani venivano messi in prigione e condannati consisteva nel fatto che essi non acconsentivano a fare sacrifici in onore dell’imperatore, in quanto, per il loro credo, non potevano riconoscergli uno statuto divino. Le persecuzioni contro i cristiani avvennero durante i secoli I, II, IV e particolarmente violente furono:

  • Le repressioni di Settimio Severo (193-211), sotto il quale venne emanato un editto nel 202 che vietava ai cristiani e agli ebrei di fare proseliti;
  • Quelle di Decio (249-251);
  • Di Valeriano (257-259);
  • E infine di Diocleziano, che nel 303 diede avvio alla più feroce persecuzione della storia romana, fu l’ultima persecuzione contro i cristiani.

Difatti, nel 313 Costantino e Licinio diverranno interpreti della tolleranza verso la nuova religione promulgata attraverso l’Editto di Milano; sarà poi Teodosio il Grande a proclamare il cristianesimo religione di stato con l’Editto della Tessalonica nel 380.

Un problema della Passione riguarda la lingua del testo, trasmesso, oltre che nella versione latina, anche in una versione greca e la vicenda riguardante il gruppo di martiri è stata trasmessa anche nei cosiddetti Acta SS. Perpetuae et Felicitatis in latino. Nel contesto dell’arte cristiana, la passione presenta un’“estetica composita”, ossia una varietà da un punto di vista strutturale in cui vi sono molteplici punti di vista sulla figura del martire, in particolare la vicenda di perpetua e dei comartiri viene narrata da tre voci.

Schema della Passio Perpetuae et Felicitatis

  • Premessa del “redattore”:
    • Considerazioni dottrinarie sul documento (cap.I)
    • Presentazione del gruppo di martiri (cap.II)
  • Diario di Perpetua dal momento dell’arresto sino al giorno dell’esecuzione (cap.III-X):
    • Arresto e primo incontro con il padre (cap.III)
    • Prima visione (cap.IV)
    • Secondo incontro con il padre (cap.V)
    • Processo e terzo incontro con il padre (cap.VI)
    • Seconda e terza visione: Dinocrate (cap.VII-VIII)
    • Descrizione della prigionia e quarto incontro con il padre (cap.IX)
    • Quarta visione: lotta contro l’egiziano (cap.X)
  • Visione di Saturo (cap.XI-XIII)
  • Resoconto a cura del “redattore” della fine di Perpetua e dei compagni (cap.XIV-XXI):
    • Fedeltà del documento e morte di Secondolo (cap.XIV)
    • Gravidanza di Felicita (cap.XV)
    • Esecuzione dei martiri nell’anfiteatro (cap.XVI-XXI, 10)
    • Conclusione sul significato del martirio (cap.XXI, 11)

Il testo si apre con un’introduzione a carattere dottrinario e dallo stile più ricercato, a cura di un anonimo “redattore”: in questa figura molti hanno visto un seguace dell’eresia montanista poiché in alcuni passi riportano alcuni motivi di questa dottrina, il cui credo si basa sulla convinzione che anche gli avvenimenti recenti (nova documenta) devono avere valore di esempio per i credenti proprio come le antiche testimonianze (vetera exempla) raccolte nella Bibbia (I, 1): in quanto più passa il tempo, più sarà vicina la fine della storia in termini escatologici (riferito all’apocalisse), quindi gli accadimenti più recenti si considerano manifestazioni dello Spirito Santo (I, 3-4).

Segue una breve presentazione dei martiri (II, 1) e in particolare a Vibia Perpetua, dove il redattore introduce la sua figura, la sua condizione sociale e la sua famiglia; dopo queste informazioni introduttive, il redattore presenta il diario di prigionia di Perpetua, così come lo ha concepito (II, 3). La testimonianza della martire è la sola opera antica di prosa latina scritta da una donna a noi pervenuta e tra i pochi diari giunto dall’antichità; il lettore infatti può essere partecipe sia delle vicende private e dei sentimenti dell’autrice, sia della sua vita interiore e al suo subconscio grazie alla descrizione dei sogni fatti dalla martire.

Lo stile di questa parte della Passione (dei sogni) è molto più semplice, talvolta attinge al linguaggio popolare e grecismi comuni e con una scelta di vocaboli scarna: nonostante ciò, lo stile di Perpetua, pur nella sua semplicità, è tragicamente elevato e metaforico.

Alla fine della parte contenente il diario redatto dalla martire, il redattore riprende il discorso per introdurre la visione di Saturo, trascritta dal martire stesso: quindi in realtà, anche se il titolo lascia intendere diversamente, come co-protagonista della storia va indicato Saturo piuttosto che Felicita. Riguardo a quest’ultima, molti sostengono che Felicita fosse la schiava di Perpetua, ma nel diario non viene fatta alcuna menzione di ciò, ma si sa solo che Felicita fosse sicuramente in carcere con lei.

Alla fine della visione di Saturo, il redattore assume il controllo della narrazione fino alla fine (cap.XXI) parlando del travaglio e del parto di Felicita, dell’ultima cena dei martiri e infine dell’esecuzione nel circo; la morte di Perpetua viene descritta per ultima. In chiusura il redattore conclude riprendendo il preambolo iniziale e chiude con un’invocazione alla Trinità, dicendo che i giovani catecumeni divengono ora dei “beatissimi martiri”.

Restano dei dubbi per quanto riguarda la composizione e l’attribuzione del testo:

  • In primis, la lingua originale dell’opera, greco o latino, poiché è possibile che Perpetua e/o Saturo abbiano composto i loro testi in greco e tradotti poi in latino dal redattore; tuttavia, gli studiosi sono inclini a credere originale la versione latina, questa convinzione si basa sul testo stesso: Saturo in un certo punto della sua visione sente Perpetua parlare greco con il vescovo Optato e con il prete Aspasio (XIII, 4), tale notazione sarebbe contraddittoria se il testo originario fosse greco, evidenziato proprio perché la madre lingua di Perpetua è il latino e non il greco.
  • Per quanto riguarda la figura dell’autore, in passato si credeva che la Passione sarebbe stata scritta da Tertulliano, sulla base dell’orientamento montanista del capitolo iniziale, ma lo stile “composito” è troppo distante da quello tertullianeo e, in più, in un passo del De anima l’apologista fa un riferimento errato alla passione, attribuendo a Perpetua un elemento della visione di Saturo. Anche l’autore Agostino sembra dubitare dell’autenticità del diario di Perpetua quando nel De natura et origine animae afferma di avere dubbi sulla paternità o maternità dell’opera.

Inoltre, altri punti mettono in discussione l’autenticità della scrittura di Perpetua: all’interno del diario mancano i riferimenti temporali precisi nel descrivere la successione degli eventi, vi sono soltanto indicazioni vaghe che si oppongono allo stile diaristico. Si aggiunge il fatto che la parte della narrazione attribuita a Perpetua e persino i suoi sogni contengano pressoché elementi maschili: il padre, il figlio, il fratello, Saturo, le guardie, il giudice, l’avversario egiziano nel circo, i personaggi del paradiso, il gladiatore che le punta la spada in gola e soprattutto la presenza “maschile” del redattore nell’opera.

Ciò accade anche con la poetessa Sulpicia: la trasmissione delle sue elegie dipende dal testo di un autore uomo (Tibullo), così come la parola di Perpetua si trova immessa nel discorso testuale del redattore, quindi verosimilmente di un uomo.

Acta Martyrum: un genere letterario?

All’epoca i cosiddetti acta martyrum e le passiones non...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/06 Letteratura cristiana antica

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