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Nouvelle vague italiana

Il cinema del nuovo millennio

Vito Zagarrio

Premessa – Il cinema ai tempi del virus

Il cinema al tempo del virus, vivendo e studiando il cinema nel 2020/2021, che presenta uno scenario apocalittico, per il cinema ma soprattutto per il pianeta. Il Coronavirus ormai da due anni scompagina la vita quotidiana degli esseri umani. L'Italia, che per prima dopo Cina e Corea subisce il violento impatto del virus Covid-19, è prima incredula, poi stupefatta e impaurita. Se si rivede oggi Contagion di Steven Soderbergh (2011), sembra in realtà di guardare un telegiornale: quegli stadi adattati a immensi ospedali, il medico che si immola per gli altri morendo del virus, la ricostruzione «alla moviola» del primo contatto attraverso un pipistrello, la corsa di massa verso il vaccino. Il cinema ha sempre intuito gli eventi e annusato le catastrofi incombenti.

Il virus è la presa d’atto di un processo di mutazione che era già in corso, il cinema è mutato, lo spettatore della sala cinematografica è emigrato sulle piattaforme: Netflix, Sky, Amazon. E la diversa fruizione dell’immagine in movimento, accoppiata alla grande mutazione evocata dal virus, influisce sugli stessi plot delle serie (e dei film veicolati su piattaforma), dove emerge il tema del corpo e della sua fluidità nel tempo e nello spazio.

Il comparto dell’audiovisivo, come quello delle performing arts, è in crisi, e si rifletterà sulla distribuzione e sull’esercizio: è difficilissimo organizzare un set con l’incubo dei continui tamponi, tenendo impossibili distanze di sicurezza. I set e i palcoscenici sono stati fermi a lungo, è dilagata la disoccupazione in un settore fondamentale dell’industria dell’entertainment. Ma il virus ha anche creato una nuova estetica: i festival, i convegni, le conferenze, le lezioni universitarie avvengono sull’«interfaccia» del desktop di un computer, creando inquietanti ma anche affascinanti icone che ricordano le arti elettroniche.

Trionfa l’estetica dello split screen: l’inquadratura viene frantumata in puzzle di sotto-schermi. Il virus ha imposto una riorganizzazione dei mediascape. La didattica a distanza (DAD) impone un ripensamento del rapporto con l’allievo: si è perso il contatto diretto. Lo schermo del computer raffredda il rapporto emozionale con lo studente, ma permette l’esperienza nuova della condivisione.

Un fenomeno simile è avvenuto nei festival di cinema impossibilitati a organizzare eventi dal vivo, stante la chiusura di cinema e teatri, i festival hanno dovuto inventare nuove formule: trasformare le singole proiezioni da eventi singoli a mini-distribuzioni on demand su piattaforma. È prevalsa la logica del concerto, rispetto all’evento del solista. Nella didattica online, nei festival online, nei convegni e nelle conferenze, nelle presentazioni e nelle riunioni si è dovuto concertare piuttosto che lasciare all’azione individuale.

Con la pandemia, in Italia è cambiato drammaticamente il moviegoing col primo lockdown chiudono sale cinematografiche e soprattutto si fermano tutte le produzioni cinematografiche. Il comparto dell’audiovisivo è in ginocchio. Dopo il secondo lockdown, è rimasta la diffidenza del pubblico verso la sala, un luogo ormai bruciato rispetto alle consuetudini di una volta. Il cinema non è solo quello della sala, ma si può fruire attraverso i tanti schermi esistenti, dal computer al telefonino, dall’iPad al web. Come l’eterna Fenice, il cinema risorgerà dalle ceneri di questo virus.

Introduzione

Il cinema italiano del nuovo millennio

Dopo la Transizione Nel 1999 l’autore (Zagarrio) ha pubblicato un libretto chiamato Cinema italiano anni Novanta, questo era uno dei primi volumi dedicati al nuovo cinema italiano. Erano poche le riflessioni dedicate a una cinematografia, quella italiana, che non era apprezzata in patria. Quell’agile volumetto offriva un panorama esauriente del fenomeno di un cinema giovane, che rivendicava il suo diritto a esistere.

In un volume parallelo, all’alba degli anni 2000, parlava di un cinema della transizione, per indicare un periodo in cui il cinema sembrava in grande movimento, ma il cui approdo era incerto. C’era in quel periodo, tra la fine del secolo e svolta del terzo millennio, un fervore di riflessioni su un cinema senz’altro in mutazione. Si poteva già fare un quadro complessivo, non più connotato solo dal filo rosso del cinema giovane, ma allargato a più generazioni e più leve operanti insieme in questo decennio, dai veterani esordienti, da Monicelli ai Taviani, da Bertolucci a Moretti, da Soldini a Muccino.

Un “decennio di transizione” la definizione dello storico Rosario Villari. Secondo Villari eravamo in una società che rischiava di essere a-storica, assistevamo impotenti a fenomeni di degrado culturale, di abbassamento della capacità critica, ma al tempo stesso vivevamo un periodo di passaggio, erano scomparsi i grandi punti di riferimento del passato e ancora non si vedevano all’orizzonte i nuovi scenari.

Forse la transizione è meno vaga, nel 2020. C’è stato un qualche approdo, e l’approdo del cinema pare migliore che non quello della società italiana, del paese legale. Era difficile, nel 2001, se non impossibile, fare la storia di un decennio che era ancora in corso. Troppo recenti erano i fenomeni da osservare, troppo freschi i casi da analizzare, mancava la giusta distanza storica.

Ciò premesso, si tentavano i primi bilanci, cercando di orientarsi in una fase in cui troppo contraddittori erano gli elementi di giudizio. Anche il cinema italiano viveva una vasta mutazione genetica, quella causata dall’irruzione del digitale, di internet, della virtualità, che già influiva fortemente sui modi di produzione, sui processi lavorativi. Sulla formazione delle professionalità. Si trattava di una enorme rivoluzione tecnologica in atto, una trasformazione che già vedeva i vari mezzi contaminarsi, convergere e fondersi insieme: pellicola e digitale, film e televisione, cinema ed elettronica, e poi il vasto mondo della rete. Stavamo assistendo a una mutazione genetica a livello planetario.

A inizio 2000 si tornava a parlare di primavera del cinema italiano, così come si è parlato, per il decennio precedente di rinascita. Si assisteva, all’alba del nuovo millennio, a un forte cambiamento dei contenuti, delle ispirazioni, della visione del mondo del nostro cinema.

A un primo sguardo d’insieme, il cinema italiano tra fine Novecento e inizio del nuovo millennio viveva di paradossi: stretto tra l’elogio di alcuni critici e la generale diffidenza del pubblico, ignorato dal proprio pubblico ma spesso apprezzato all’estero, smontato nelle sale italiane e più volte premiato nelle notti degli Oscar. Gli anni 90 sono stati uno dei periodi più fecondi e creativi della storia del cinema nazionale. “Facciamo un bel cinema ma questo cinema non è né condiviso né capito. È un cinema in crisi, nato da quella degli anni 70 e 80, che ad essa vuole reagire resistendo e opponendosi, o casomai ignorandola”.

Molte cose sono cambiate, ma molte linee di tendenza che l’autore intuiva sono state confermate. Il cinema in Italia boccheggia, non c’è un sistema di norme e di leggi adeguato, i meccanismi delle sovvenzioni statali sono aberranti, i produttori non rischiano, il mercato è omologato e appiattito sulle richieste dei funzionari televisivi, la legislazione cinematografica è ancora farraginosa, e la qualità della produzione è altalenante.

Oggi non è più così le due parole, cinema e film, sono entrate entrambe in crisi, costrette a mutare in uno scenario in rapida trasformazione, che costringe a considerare documentari e serie corti e installazioni. Ma, pur nelle nuove forme ibride, si sono fatti ottimi prodotti. Si è formata, forse, una sia pure insufficiente industria. È cresciuta, suo malgrado e senza celebrazioni, una piccola nouvelle vague.

Vent’anni dopo

A vent’anni di distanza molte cose sono cambiate. È cambiata l’Italia, è cambiato il mondo, è cambiato il cinema. Il film italiano non ha più la sgradevole sensazione di non essere propheta in patria, e dimostra invece di vivere una stagione felice.

Qual è il contesto del 2020? Da un populismo all’altro, da un regime silenzioso che ha mutato le coscienze e la percezione della società, al rischio di un regime più chiassoso e celodurista, entrambi ossessionati dal ritrovare un orgoglio italiano, entrambi interessati a cavalcare la rabbia, la paura, le frustrazioni di un ex Bel Paese che è diventato brutto. Da Renzi a Grillo a Salvini è uno slittamento di icone che fa capire quanto rapidamente cambi l’Italia e con lei il mondo. Ma il work in progress dei governi italiani continua, e continua a spiazzare chi tenta di contestualizzare il cinema nell’ambito di una storia nazionale.

Tra il 1994 e il 2020 ci sono tragedie di massa, come l’immigrazione, gli sbarchi, le migliaia di morti annegati a largo di Lampedusa e di Pozzallo, come la caduta delle torri gemelle, l’inizio di un cambiamento epocale dl modo di vivere dell’occidente. Se gli anni 90 erano dominati dal fresco crollo del muro di Berlino ora c’è un nuovo crollo, quello delle torri gemelle, che condiziona drammaticamente tutto il primo ventennio del nuovo secolo. Il trauma del 9/11 condizionerà tutto l’immaginario del secolo: le serie televisive, il cinema d’azione, quello di guerra, la fantascienza e tutto il mondo dei media costruiti sulla rivoluzione digitale.

In Italia ci sono altri crolli simbolici: i ricorrenti crolli di mura a Pompei, che segnala in modo inquietante il degrado del paese e delle sue istituzioni culturali, il crollo del ponte Morandi a Genova, il cui scheletro sghembo sembra un simbolo orrorifico della discesa agli inferi dell’Italia del nuovo millennio. Ma tutto lo scenario viene scompaginato dal Covid-19, che rimanda a vecchie paure millenaristiche, che mette in crisi la salute e l’economia. Il grande virus mette il sigillo al ventennio del nuovo secolo, rende impossibile storicizzarlo senza partire da questa nuova grandissima crisi, che impone stili di vita diversi e ripensamenti sul nostro rapporto col pianeta in cui viviamo.

Anche i social hanno un ruolo importante “Un modo di elaborare la realtà, di estorcerle quel che lei era stata avara a concedere, di condividerla con gli altri e quindi, in un certo senso, di farne un evento teatrale”.

E il cinema? Non è facile rispondere in sintesi e si può tentare solo di fare una mappatura dei problemi in campo, in un universo all’insegna della complessità. La pandemia ha imposto di rimandare alcune uscite di film a tempi migliori.

L’immagine dei multiplex deserti, le fotografie delle sale cinematografiche prive di code ai botteghini e spoglie di manifesti sono un emblema da cui partire per una disamina di quest’ultimo ventennio.

Partiamo dalla parola cinema oggi il cinema non è più quello che era quando si sono scritte le prime storie del cinema. Oggi siamo di fronte a un cinema che possiamo chiamare espanso, perché si sono sempre più assottigliati i confini tra lungo e corto metraggio, tra film di finzione e documentario, tra cinema narrativo e non, tra film e televisione, tra video e tv series, tra videogame e prodotto web, tra installazione e arte elettronica. Le stesse parole cinema e film sono oggi in crisi, o perché superate tecnologicamente o perché i mezzi risultano contaminati nella globalizzazione e nella percezione delle nuove generazioni. Meglio parlare di immagini in movimento, anche se le stesse inquadrature fisse estrapolate da una sequenza possono avere dignità di analisi e garantire emozioni.

Il panorama del nuovo millennio presenta cambiamenti epocali e straordinarie ricchezze. È vero che la parola crisi è dominante nelle industrie cinematografiche, sono solo quella italiana; siamo però di fronte a uno scenario in cui soprattutto le nuove generazioni hanno il privilegio di intervenire anche in maniera non passiva, partecipando e interagendo, con il mouse o il joystick, attraverso il web e i social.

Mettiamo in relazione la parola cinema con la parola storia in fondo stiamo proprio parlando di storia, o di storie, del cinema. Abbiamo vissuto e viviamo in un’età che è stata definita da un recente libro sulla storia mondiale tra fine secolo e nuovo millennio l’età del disordine. Attenzione alla storia significa non soltanto analizzare i fenomeni macroscopici, guerre, catastrofi, emigrazioni; significa anche monitorare il cambiamento dei costumi, del modo di vivere, dei comportamenti quotidiani, che ha subito nel nuovo secolo un’accelerazione enorme: basti pensare come computer, cellulare e web abbiano mutato la qualità della vita ma anche condizionato modi e atteggiamenti della generazione digitale.

Per questo è essenziale porre il problema del rapporto tra cinema e storia, e delle loro reciproche influenze. E la relazione tra storia e cinema è anche uno dei metodi utili a studiare le immagini in movimento nel nuovo millennio. Oggi emergono metodi diversi di investigare il mondo delle immagini in movimento nell’era del disordine ma anche della complessità. Si prendano angolazioni importanti, e visioni del mondo, che hanno cambiato il modo di studiare la storia e il giudizio stesso su autori e film. Facciamo alcuni esempi: l’analisi del gender, cioè il genere sessuale, che hanno fatto ripensare a tutta la storia del cinema di solito dominato da un male gaze (sguardo maschile), da qui anche i woman studies, la prospettiva femminista. L’attenzione al tema LGBQT.

Negli anni 10 del nuovo millennio, in particolare, si è assistito, su riviste specializzate ma anche tra le pagine dei più importanti quotidiani nazionali, a un ritorno in auge della secolare discussione sul tema del realismo/anti-realismo, resa necessaria dagli sviluppi e dalla conclusione della stagione post moderna. Dietro le nozioni di realtà e di realismo c’è un enorme dibattito filosofico che noi qui possiamo solo sfiorare, ma che è senz’altro il retroterra teorico che innerva una delle maggiori tendenze di rinnovamento del cinema del nuovo millennio.

Il computer ha profondamente trasformato la comunicazione, molto più che la stampa del 15o secolo o la fotografia del 19o; e si pensi in particolare all’influenza dell’estetica del videogame sul cinema. Ed ecco allora l’irruzione del videogioco nell’immaginario audiovisivo internazionale. Il cinema italiano scimmiotta questi modelli di immaginario ecco Game Therapy, presentato alla Festa del cinema di Roma nel 2015, con grande seguito di folla giovanile e giovanissima appassionata di web per la presenza nel cast di youtubers come Favij.

Grazie al meccanismo narrativo, gli eroi, che si muovono tra parodia dell’action e la commedia giovanile, si trovano alle prese con stanze virtuali che giocano con gli sfondi dei film di genere: dal film sulle guerre mediorientali al film in costume medievale. I due amici cominciano a esplorare questi diversi set ricostruiti con una certa dovizia di particolari, uno proiettato nell’ambiente virtuale, l’altro a difendere la posizione e il controllo mentale dietro la console della macchina. Alla fine, uno dei due amici sceglierà di essere risucchiato nel gioco e di abbandonare la vita reale, che promette invece all’atro una qualche normalità. Il film non piace ai cinefili esperti di videogame, ma il puzzle è interessante e dimostra comunque quanto sia importante il modo di produzione del film, che si chiude grazie alla notorietà di nomi riconoscibili di YouTube.

Siamo comunque di fronte a un cinema di fuochi d’artificio, un cinema basato sulla motion capture, sulla computer graphic, sul lavoro corporeo degli stunt accoppiato a una pura reinvenzione della realtà. L’animazione diventa dunque il motore estetico ed economico-politico della nuova logica delle immagini in movimento: dalla Pixar alla nuova Disney, dal tanto cinema tratto dai supereroi della Marvel al cinema in 3D e alla VR. La realtà virtuale, in particolare, offre inediti scenari allo spettatore degli anni duemila, che può interagire con le immagini in movimento.

L’immaginario contemporaneo nazionale, oggi, non può non fare i conti con l’America: il cinema hollywoodiano da un lato, le serie televisive dall’altro. La forza dell’immagine americana caratterizza una diversa strategia estetica; propone una linea che può coniugare un gusto alla moda influenzato dal digitale e dal web con una certa nostalgia per l’analogico, per un cinema-cinema che pur usando le tecnologie avanzate del post-mediale rimanda a un desiderio di immagine pura ben più antico. Si può dire che si è accentuata, nel panorama internazionale dell’audiovisivo, una forbice tra un cinema mainstream tutto interno al sistema industriale e un cinema digitale-resistenziale, low budget e antisistema.

Un’attenzione particolare va dedicata alle tendenze della messa in scena nella seconda decade del nuovo millennio: prendiamo il piano sequenza, o la ripresa in soggettiva. Al long take sono stati dedicati due libri recenti che testimoniano dell’importanza di questa scelta di montaggio. Una scelta estetica che è stata ampliata dall’irruzione del digitale, da un lato, e da un sempre più largo uso della steadycam. La soggettiva, o meglio il «first person shot» è un altro punto di vista ricorrente dell’audiovisivo contemporaneo, dal cinema d’autore al porno.

Oggi non si può parlare di cinema senza parlare di televisione. A cavallo tra...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher erika-roxy di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Forme e culture del cinema italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Fanara Giulia.
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