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Economia politica (macroeconomia)

Capitolo 1: Introduzione

L’economia mondiale è caratterizzata da profondi divari tra i livelli di sviluppo dei Paesi. Cosa si intende per livello di sviluppo? Per quale motivo alcuni Paesi si arricchiscono mentre altri restano poveri? Queste domande fanno riferimento alle tendenze di fondo del sistema economico nell’arco di decenni. Nel corso del breve periodo si manifestano problemi in relazione alle fluttuazioni della domanda aggregata (somma dei valori di tutti i beni finali acquistati in un sistema economico) che determinano situazioni di pressione sull’offerta potenziale, alternate a situazioni di parziale inutilizzo dei fattori produttivi. Nel primo caso si correrà incontro all’inflazione; nel secondo caso assisteremo alla disoccupazione, in cui si avrà una deflazione.

Macroeconomia e microeconomia

La macroeconomia è il ramo dell’economia politica che studia il funzionamento del sistema economico nel suo insieme, mentre la microeconomia si occupa dei singoli mercati. Per chiarirne la differenza consideriamo:

= Q0 P1,0 + Q1,0 P1,0 + Q2,0 P2,0 + Q3,0 P3,0 + ... + Qn,0 Pn,0

dove Q rappresenta le quantità e P i prezzi degli n beni finali, mentre è il corrispondente valore del prodotto aggregato (somma dei valori dei beni finali prodotti in un sistema economico). Nell’equazione il primo suffisso indica il tipo di bene, mentre il secondo indica il periodo di riferimento. Nel calcolo del prodotto aggregato bisogna escludere i beni intermedi. In un’economia chiusa agli scambi con l’estero i beni finali sono rappresentati dai beni di consumo, ma anche dai beni di investimento. Ciò implica che i beni finali sono indirizzati a contribuire, in modo immediato o differito, al benessere materiale della collettività.

Altra distinzione di grande rilevanza è quella tra beni e servizi: i beni sono di norma oggetti materiali, o anche diritti; i servizi sono invece prestazioni fornite da persone o da imprese.

Fatte queste premesse, si supponga che da un anno all’altro le quantità prodotte e vendute di alcuni beni aumentino, di altri diminuiscano e di altri ancora rimangano costanti. Supponiamo che anche i prezzi varino. La microeconomia si occuperà di capire questi cambiamenti sulla base di possibili variazioni delle preferenze del consumatore, di variazioni nei costi di produzione, ecc. La macroeconomia si occuperà invece del prodotto finale in sé.

Il primo dato da verificare è la variabile Z: è aumentata, diminuita, o è rimasta invariata? Il secondo aspetto da accertare è se l’eventuale variazione sia dovuta al movimento della quantità o a quello dei prezzi.

Prodotto reale e indice dei prezzi

Per studiare il movimento delle quantità e dei prezzi, consideriamo un periodo successivo a quello rappresentato:

= Q1,1 P1,1 + Q2,1 P2,1 + Q3,1 P3,1 + ... + Qn,1 Pn,1

ΔZ = Z1 − Z0

Indichiamo con ΔZ la variazione assoluta di Z tra i due periodi. Un modo semplice per distinguere l’effetto delle due componenti è moltiplicare le nuove quantità per i prezzi del periodo precedente:

Z0 = Q1,1 P1,0 + Q2,1 P2,0 + Q3,1 P3,0 + ... + Qn,1 Pn,0

Definiamo prodotto a prezzi costanti o prodotto reale la nuova variabile Z0, e prodotto a prezzi correnti o prodotto nominale dello stesso anno la variabile Z1.

ΔZ1 = Z1 − Z0

Possiamo scindere la variazione del prodotto nominale in due componenti: (a) ΔQ, dovuta alla variazione delle quantità; (b) ΔP, dovuta alla variazione dei prezzi.

L’analisi fin qui condotta ci permette di definire due degli oggetti di studio della macroeconomia: la crescita economica e l’inflazione. Possiamo considerare come indicatore della crescita economica il tasso di variazione del prodotto reale:

ΔQ = (Z1 − Z0) / Z0

Possiamo utilizzare come indicatore dell’inflazione:

ΔP = (P1 − P0) / P0 = (Z1 / Z0) − 1

dove P0 rappresenta l’indice implicito dei prezzi o deflatore del prodotto aggregato.

Livello di sviluppo e prodotto pro capite: confronti internazionali

Un indicatore frequentemente utilizzato per rappresentare il livello di sviluppo economico di un Paese è il prodotto pro capite a prezzi costanti, che misura la quantità di beni a disposizione dei cittadini in un determinato anno. Possiamo indicare con y = Y / N il prodotto pro capite di un dato Paese i, dove Y e N rappresentano rispettivamente il prodotto aggregato reale e la popolazione.

Paese 1820 1870 1913 1950 1973 2001 2016
Stati Uniti 2.080 3.736 8.101 15.241 26.603 45.878 53.015
Canada 1.545 2.894 7.026 12.022 21.896 36.884 42.969
Australia 679 4.292 8.380 13.542 21.370 36.266 44.783
Giappone 985 1.852 2.519 15.453 33.086 36.452
Germania 2.362 5.587 5.536 18.498 34.560 46.841
Corea del Sud 477 480 690 1.122 3.989 23.412 36.151
Italia 1.473 1.503 2.728 3.698 14.271 34.002 34.989
Federazione Russa 15.504 8.892 23.064
Ex URSS 2.825 5.676 14.893
Cina 741 751 881 757 1.372 4.400 12.320
Brasile 600 751 724 1.549 4.291 8.188 13.479
Egitto 917 1.146 1.605 1.983 2.218 5.485 11.430
India 878 1.340 1.417 1.301 2.086 5.961
Ghana 908 1.616 2.322 2.392 2.145 3.753
Bangladesh 1.111 1.019 1.384 3.250

La tabella riporta i dati di y per 15 Paesi negli ultimi due secoli. I dati sono espressi, da un lato, in dollari per consentire i confronti internazionali e, dall'altro, a prezzi del 2011 per rendere comparabili i valori nel tempo. La lettura in verticale della tabella consente i confronti fra i diversi Paesi per ciascun anno.

Nella contabilità nazionale si usa di frequente l'acronimo PIL per indicare il prodotto interno lordo, dove l'aggettivo "lordo" si riferisce al fatto che nel corso del processo produttivo il capitale fisso subisce un'usura fisica e un invecchiamento tecnologico, definito obsolescenza. Di conseguenza una quota del prodotto, denominata ammortamento, deve essere destinata al ripristino della capacità produttiva del capitale. Se dal PIL si detrae l'ammortamento, si ottiene il prodotto interno netto (PIN).

Sistema economico

Il prodotto aggregato che abbiamo esaminato è di norma riferito al sistema economico di un Paese. Si usa il termine prodotto interno per indicare la produzione di beni finali effettuata entro i confini di un dato Paese. Si usa invece il termine prodotto nazionale per indicare la produzione effettuata sia all’interno sia nel resto del mondo dalle imprese che hanno la residenza in un determinato Paese. Se un Paese non ha rapporti con l’estero (economia chiusa) il prodotto interno coinciderà con il prodotto nazionale.

Un problema fondamentale che ciascun sistema economico deve risolvere per la propria sopravvivenza è il coordinamento delle decisioni dei singoli soggetti che appartengono al sistema stesso. Nella storia dell’umanità il problema del coordinamento è stato risolto con tre forme principali di organizzazione sociale della produzione e dello scambio dei beni, basate rispettivamente su:

  • La tradizione
  • Il comando o la pianificazione centralizzata
  • Il sistema della libera impresa e del libero scambio (economia di mercato)

La prima si basa sul principio che se un determinato tipo di divisione del lavoro si è dimostrato efficace non deve essere modificato. Una società basata sulla tradizione è fortemente ostile all’innovazione. Nel sistema basato sul comando, la divisione del lavoro è stabilita dall’alto. Per molti anni è stato adottato da quasi un terzo della popolazione mondiale, considerato come una valida alternativa all’economia di mercato adottato da numerosi Paesi del “Terzo Mondo”. Varie vicissitudini hanno fatto sì che quest’ultima sia oggi la forma di coordinamento dominante nel mondo industrializzato.

Nell’economia di mercato la domanda dei beni e l’offerta dei singoli operatori economici, rispettivamente famiglie e imprese, mentre il coordinamento delle decisioni individuali è basato sul meccanismo dei prezzi.

Per il corretto funzionamento del mercato è necessario l’intervento di un’autorità superiore, lo Stato, a cui sono affidati due compiti fondamentali: creare un quadro di riferimento istituzionale all’interno del quale l’azione dei singoli soggetti economici si possa svolgere liberamente; cercare con strumenti appropriati di sopperire alle lacune e ai limiti del mercato e di correggerne gli eventuali errori. Questo secondo compito è affidato alla politica economica, che di norma persegue due obiettivi principali:

  • La piena occupazione dei fattori produttivi, in particolare della forza lavoro
  • Lo sviluppo economico

Lo sviluppo economico può essere definito come un processo di incremento costante della capacità produttiva del sistema con conseguente ampliamento sia della quantità sia della varietà dei beni prodotti. Il perseguimento di tali obiettivi è tuttavia sottoposto a tre vincoli principali:

  • La stabilità dei prezzi
  • L’equilibrio del bilancio della Pubblica Amministrazione
  • Il pareggio tendenziale della bilancia dei pagamenti

Questi tre vincoli possono essere sintetizzati con l’espressione stabilità monetaria, interna ed esterna.

Trend e ciclo economico

I Paesi che hanno adottato l’economia di mercato, hanno fatto registrare una notevole crescita di lungo periodo. La crescita non ha avuto un andamento regolare, ma è stata caratterizzata da fluttuazioni del prodotto interno. Si definisce ciclo economico l’alternarsi di fasi di espansione (ripresa) e di contrazione (recessione) del prodotto reale rispetto alla sua tendenza di crescita (trend) di lungo periodo. In prossimità del punto massimo (o picco) la domanda dei beni è particolarmente elevata rispetto all’offerta potenziale e di conseguenza stimola l’inflazione; in prossimità del punto minimo (o punto di sella) la domanda è bassa e genera disoccupazione. La produzione non si trova al livello del trend, essa oscilla intorno al trend.

Nella figura la linea ondulata indica, quando scende sotto il trend, questi allontanamenti ciclici del prodotto interno dal suo livello potenziale, che vengono definiti gap di produzione (output gap). Si definisce gap di produzione la differenza tra la produzione corrispondente al pieno impiego delle risorse disponibili, detta anche produzione potenziale, e la produzione effettiva. La figura mostra l’andamento del prodotto effettivo e di quello potenziale negli Stati Uniti nel periodo 1960-2010. Il gap di produzione aumenta nei periodi di recessione; viceversa diminuisce, fino a diventare negativo, nei periodi di espansione.

La seguente figura in cui sono rappresentati i tassi di variazione percentuale annua del PIL, mette in evidenza che la crisi del 2008-09 ha colpito tutto il mondo, anche se in misura inferiore i Paesi emergenti. L’andamento dell’inflazione è inversamente proporzionale al gap di produzione.

Importante è l’Indice dei Prezzi di Consumo (IPC): è l’indice dei prezzi che misura il costo dei beni acquistati dalla famiglia urbana tipo. La figura mostra l’andamento di una particolare misura dell’inflazione negli Stati Uniti dal 1960 al 2010. L’inflazione è uno dei principali problemi macroeconomici nonostante i suoi effetti siano molto meno evidenti di quelli della disoccupazione.

Macroeconomia in tre modelli

Nel breve periodo si suppone che la capacità produttiva del sistema economico e il livello dei prezzi siano dati. L’obiettivo del modello è di spiegare i fattori che determinano il livello del prodotto effettivo, il grado di utilizzo della capacità produttiva, il livello dell’occupazione, e quindi, data la forza lavoro, il tasso di disoccupazione. L’attenzione è concentrata quindi sulla domanda aggregata. Nel medio periodo si mantiene l’ipotesi della capacità produttiva data, ma si ammette la possibilità che con il passare del tempo prezzi e salari diventino flessibili. Se pertanto la domanda aggregata eccede il livello del prodotto potenziale, si avrà inflazione, mentre nel caso opposto prezzi e salari dovrebbero cadere.

Negli ultimi decenni si sono tuttavia osservati casi di inflazione anche in presenza di un certo tasso di disoccupazione. Questo paradosso si può spiegare in due modi: il primo è la presenza di imperfezioni nel mercato del lavoro che rendono difficile un perfetto incontro della domanda con l’offerta di tale fattore produttivo. Per esempio, potrebbero coesistere persone alla ricerca di un posto di lavoro, che in questa fase sono quindi classificate come disoccupate, con la ricerca di personale da parte delle imprese che in quell’intervallo di tempo hanno posti di lavoro vacanti. L’incontro tra domanda e offerta sarà ancor più difficile in presenza di una segmentazione geografica del mercato o di una segmentazione professionale. In questa situazione un certo tasso di disoccupazione, che può essere definito frizionale, è inevitabile e crea una situazione equivalente alla piena occupazione.

Un secondo motivo della coesistenza di disoccupazione e inflazione deriva dal conflitto distributivo che nelle moderne economie industriali coinvolge lavoratori e datori di lavoro. Richieste di aumenti salariali si possono, infatti, manifestare in fase di contrattazione anche in presenza di disoccupazione. Gli aumenti salariali saranno poi scaricati sui prezzi e genereranno così nuove rivendicazioni salariali per la difesa del potere d’acquisto. Si metterà pertanto in moto una spirale inflazionistica che sarà tanto più rapida quanto minore è il tasso di disoccupazione e quindi quanto maggiore è il potere contrattuale dei lavoratori. In questo modello la curva di offerta aggregata non soltanto è inclinata positivamente, ma tende anche a spostarsi nel corso del tempo.

Il comportamento del sistema economico nel lungo periodo è oggetto di analisi da parte della teoria della crescita. In questo modello non si tiene conto delle fluttuazioni di breve periodo della domanda aggregata. Si ritiene, infatti, che i periodi di espansione e di recessione si compensino e che di conseguenza tutti i fattori siano in media pienamente impiegati, fermi restando i livelli di disoccupazione fisiologici. Per quanto riguarda il livello dei prezzi, il suo andamento dipende dai rapporti che in ciascun periodo si instaurano tra domanda e offerta aggregata.

Organizzazione del testo

La contabilità nazionale fornisce il quadro di riferimento necessario per un'ordinata raccolta della documentazione statistica sulle principali transazioni che si svolgono, nel corso di un determinato periodo, fra i settori e gli operatori più rilevanti del sistema economico. La contabilità nazionale è costruita di norma per l'economia dell'intero Paese, ma spesso è estesa anche alle principali suddivisioni territoriali. Sia l'analisi macroeconomica sia la contabilità nazionale hanno ricevuto un forte impulso negli anni Trenta del secolo scorso da John Maynard Keynes il quale, di fronte alla Grande Depressione e alla disoccupazione dilagante che nel 1929 avevano colpito gli Stati Uniti, l'Europa e tutto il mondo industrializzato, cercò di elaborare uno schema interpretativo che fosse in grado di sopperire all'impotenza dimostrata dalla teoria economica tradizionale e dalle relative ricette di politica economica. La macroeconomia keynesiana mette in risalto il ruolo della domanda aggregata come motore principale della produzione e quindi dell'occupazione.

In Italia i conti economici nazionali sono attualmente calcolati dall'Istituto Centrale di Statistica (ISTAT) con il coordinamento dell'Ufficio Statistico dell'Unione Europea (EUROSTAT).

Capitolo 2: Contabilità nazionale

Si studia la contabilità nazionale per due ragioni. La prima è che i conti economici nazionali forniscono la struttura sulla quale costruiremo i modelli macroeconomici. La suddivisione del prodotto interno in redditi percepiti dai fattori produttivi ci fornisce una traccia per lo studio della crescita e dell’offerta aggregata. La suddivisione del prodotto interno dal lato della domanda in consumi, investimenti, ecc. ci fornisce uno schema per lo studio della domanda aggregata. La seconda ragione è che i conti economici nazionali permettono di apprendere alcune cifre che aiutano a caratterizzare il sistema economico. La misura fondamentale del prodotto aggregato in un sistema economico è il Prodotto Interno Lordo (PIL). Nel calcolo del PIL rientrano sia il valore dei beni materiali sia il valore dei servizi.

Produzione e remunerazione dei fattori produttivi

In un sistema economico, gli input dal lato della produzione, quali il lavoro e il capitale, vengono trasformati in prodotti, cioè in componenti del PIL. Il lavoro e il capitale sono definiti fattori produttivi e i redditi percepiti da tali fattori vengono definiti remunerazione dei fattori produttivi. Immaginiamo un sistema economico semplice, senza rapporti economici con altre economie e senza Stato.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aleevaccaroo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Di Maio Michele.
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