Didattica e conoscenza
Capitolo 1: Costruire esperienze educative
L'educazione come fabbricazione
Mierieu, nel libro intitolato “Frankenstein educatore”, mette al centro il problema del significato di educare, utilizzando come sfondo il romanzo di Mary Shelley sulla storia di Frankenstein. Se ci pensiamo, tale storia ha una grande importanza pedagogica, in quanto il dottor Frankenstein voleva realizzare un uomo migliore, un uomo più forte. Il dottore studia e si impegna fino a quando non riesce a creare e dar vita a una creatura, la quale, però, non rispetta le sue aspettative e quindi decide di abbandonarla. La creatura, però, sopravvive e successivamente leggerà il diario del suo creatore, il dottore, e scoprirà di essere stata rifiutata. Da qui nascono l’ira e l’odio che fanno della creatura il mostro che tutti chiamano col nome di Frankenstein. Mierieu nel suo libro riporta anche altre storie di creazione e di educazione come la storia di Pinocchio, ma anche la storia di fabbricazione in cui Dio crea l’uomo a sua immagine e somiglianza, gli consente di fare tutto ciò che vuole a patto che segua la sua volontà, la volontà di Dio. Quando l’uomo disobbedisce Dio lo punisce e l’uomo diventa “cattivo”.
Possiamo notare come ci sia un peccato originale in chi educa pensando di fare del bene: chi educa è convinto che il bene degli altri sia ciò che egli progetta. L’educazione non deve avere come obiettivo quello di creare mattoni tutti uguali, di normalizzare e conformare persone e i propri comportamenti; la figura dell’educatore può essere paragonata a quella dell’artigiano che costruisce muri a secco: l’artigiano non usa mattoni tutti uguali, anzi cerca e utilizza mattoni diversi che si completino a vicenda (ad esempio dei mattoni più pesanti per la base, pietre più leggere per le parti superiori…). L’artigiano comprende il valore di ciascuna pietra, di ciascun mattone e cerca di trovare a ognuna la sistemazione più adatta. Gli educandi, i ragazzi, allo stesso modo, hanno delle caratteristiche diverse che devono essere valorizzate dall’educatore.
Che cos'è la conoscenza che stiamo costruendo?
Visalberghi insiste sul fatto di utilizzare apprendimento-insegnamento ma anche insegnamento-apprendimento per riferirci alla trasmissione di conoscenze: questo perché si vuole mettere l’accento sul fatto che alla base di questo rapporto vi è interazione e che il protagonista non è l’educatore ma l’educando. La conoscenza esiste solo quando è trasmessa e solo quando c’è qualcuno che la comprende. Non vi è un modo giusto e un modo sbagliato di comprendere: leggendo un libro io comprendo e rielaboro ciò che leggo sulla base della mia esperienza e questo non sempre corrisponde a ciò che l’autore voleva dire. Esiste quindi un rapporto di libertà infinita e solo se si riesce ad entrare in sintonia si produce qualcosa di efficace.
Natura dell'educazione
Nell’accezione più diffusa tra economisti, ingegneri ma anche dai valutatori dell’INVALSI e dell’ANVUR, “qualità” si riferisce alla corrispondenza a un certo standard di processo o di prodotto: dunque la qualità viene intesa come conformità, come un qualcosa di misurabile. Al contrario, però, il Dizionario critico di Filosofia di Lalande aveva specificato che la qualità non è misurabile. Nella ricerca sociale quando ci riferiamo a dati qualitativi, intendiamo quei dati che si riferiscono a categorie ampie, si prestano solo a determinate operazioni e soprattutto ci permettono di comprendere la complessità e la ricchezza dell’esperienza.
È stato confermato che le procedure da square, le quali sostengono la cosiddetta cultura della valutazione non funzionano: parliamo di farsi un modello, definire gli obiettivi, misurare le distanze tra gli allievi, misurare i risultati. Lo scrittore Pirsig utilizza il termine Squareness (assenza di qualità) per definire il pensiero analitico, il quale al fine di esaminare le cose in modo freddo finisce per privarle di qualità. Tutto questo ci serve per dire che il lavoro di educatori/insegnanti è solo in parte razionalizzabile e programmabile perché si basa sui rapporti, perché è sempre diverso e perché vive nell’esperienza. Per capire se come educatori stiamo svolgendo un buon lavoro e quindi stiamo aiutando i nostri allievi non vi è un test, sta tutto nella relazione educativa tra allievo e insegnanti: il fatto di renderci conto che ci sia qualcosa di sbagliato nel modo in cui stiamo svolgendo le cose ci fa capire che teniamo ai ragazzi e alla loro educazione, altrimenti non ci saremmo posto il problema.
Esperienza ed educazione
Alla base del nostro apprendimento ci sono le esperienze: noi siamo il risultato di un lungo percorso di esperienze, di rapporti con gli altri. Secondo Vygotskij l’unico educatore in grado di creare nuove reazioni nell’organismo è l’esperienza: l’esperienza personale dell’educando diventa la base del lavoro pedagogico. Dal punto di vista scientifico non si può educare un’altra persona, non si può influenzare e apportare dei cambiamenti nell’organismo altrui, possiamo solo educare noi stessi e cambiare le nostre reazioni tramite l’esperienza.
Quando pensiamo all’educazione, la prima cosa che ci viene in mente è l’esperienza della scuola. Dewey ci invita a riflettere sulla differenza tra la modalità in cui apprendiamo a scuola e il modo in cui apprendevamo prima di avvicinarci alla scuola, quando si giocava liberamente, si esplorava il mondo, si imitavano gli adulti e abbiamo imparato a parlare semplicemente ascoltandoli. Quindi l’esperienza a scuola è sicuramente un’esperienza ma bisogna ragionare sulla qualità di tale esperienza. Secondo Dewey e la sua teoria dell’esperienza, l’esperienza stessa richiede una forma di interazione, un rapporto con qualcosa o con qualcuno, un problema, una sfida da superare. Ogni esperienza fatta diventa parte del nostro bagaglio con cui affronteremo le esperienze successive; ogni nuova esperienza ci permette di dare significato a quelle precedenti.
Dewey elabora un criterio per distinguere le esperienze educative da quelle non educative: il criterio di continuità dell’esperienza. Secondo tale criterio le esperienze educative sono quelle che stimolano il soggetto a proseguire un certo percorso; questo non significa che le esperienze educative sono per forza dei successi, possono essere anche dei fallimenti purché stimolino il soggetto a proseguire, a cercare nuove soluzioni. Le esperienze educative quindi ci spingono a provare, a ripetere, a perfezionarci e quindi ad ampliare i nostri orizzonti. Le esperienze non educative, al contrario, sono quelle che non ci stimolano a proseguire, anzi ci convincono di non essere portati ad apprendere e ci fanno perdere il gusto di apprendere. Un’esperienza non educativa è un’esperienza che blocca.
Andiamo ad approfondire il concetto di interazione: abbiamo già detto che l’esperienza richiede una forma di interazione, un rapporto con qualcos’altro o qualcun altro. Il bambino nell’interazione trova la modalità giusta per prove ed errori. Visalberghi ci aiuta a comprendere alcune dinamiche dell’esperienza con il confronto tra gioco e lavoro. Secondo Visalberghi l’attività ludica è quella che ci porta al miglioramento: un gioco per essere divertente deve avere alcuni elementi di difficoltà, delle sfide, dei problemi da risolvere. Per divertirsi è necessario riuscire almeno in parte e quindi sono necessarie delle certe conoscenze che derivano da esperienze precedenti. È inoltre necessaria una certa progressività, ovvero un aumento graduale della difficoltà che non rompe il continuum delle esperienze, così da stimolare il giocatore al fine di migliorare.
Il gioco è fine a sé stesso, quindi si gioca per il piacere di farlo mentre il lavoro ha degli scopi ben precisi, almeno nei lavori ripetitivi e non creativi. Il lavoro alienante e ripetitivo non coinvolge il lavoratore, il quale è estraneo al fine del lavoro che sta eseguendo; il gioco e il lavoro artigianale e creativo, invece, vedono la presenza di un fine condiviso da chi esercita l’attività. Quindi il lavoro artigianale e creativo è più vicino al mondo del gioco che a quello del lavoro, in quanto mantiene alcune caratteristiche del gioco le quali, come direbbe Visalberghi, consentono un’esperienza ludiforme. Quindi l’artigiano vive un’esperienza creativa, ludiforme che trova punti in comune col gioco mentre l’operaio che svolge un lavoro ripetitivo vive un’esperienza immediata, ovvero un’esperienza che non mi fa apprendere qualcosa di significativo.
Un altro concetto importante di Dewey è quello di interesse. Dewey sostiene che l’interesse non deve per forza avere la forma del ludico e del piacere. L’interesse, per Dewey, è quel qualcosa che sta tra lo scopo e lo sforzo e l’impegno che viene richiesto allo studente.
Le cose da insegnare
Un tempo i Ministeri definivano dei programmi prescrittivi, i quali contenevano tutti gli argomenti che uno studente di una certa classe doveva necessariamente imparare. Tali programmi non hanno mai funzionato, in quanto gli insegnanti non riuscivano quasi mai a completarli del tutto. Ad oggi questi programmi sono stati superati e si sono trasformati in delle indicazioni con annesse delle premesse sull’insegnamento per competenze ed obiettivi.
Secondo Dewey per la scuola è impossibile costruire un’Enciclopedia dei saperi, anche se alcuni esperti hanno provato a selezionare e definire quelli che sono i saperi minimi, quelli essenziali che tutti dovrebbero conoscere. Esistono alcuni criteri che ci aiutano a capire come organizzare i contenuti di conoscenza e quali selezionare:
- I contenuti più adatti sono quelli che l’insegnante conosce bene e ama
- I contenuti da selezionare devono avere un certo impatto sull’esperienza del singolo studente
- Ogni esperienza proposta deve avere una certa corporeità e quindi non deve essere superficiale
- In ogni esperienza è necessario individuare percorsi differenti in relazione alle caratteristiche personali degli studenti
- Il quinto criterio si riferisce al rapporto tra i contenuti e l’ambito disciplinare in cui questi vengono collocati
- È bene evitare di sostituirsi agli studenti pur di raggiungere un certo risultato atteso
Caratteristiche personali degli studenti:
- Ritmo di apprendimento
- Requisiti fanno riferimento a delle conoscenze che derivano da esperienze precedenti
- Modalità preferenziale di apprendere parliamo degli stili cognitivi: visivo, uditivo, linguistico, non verbale, olistico, analitico, verbale, sintetico…
- Codice linguistico posseduto fa riferimento alla capacità di comprendere l’uso linguistico dell’insegnante
Cosa fare se il bambino non possiede lo stesso codice linguistico dell’insegnante? Normalmente l’insegnante cerca di calibrare il codice linguistico su un taglio medio, quindi non troppo elaborato e non troppo semplice. Di fronte a degli studenti che non comprendono quel codice linguistico l’insegnante utilizza immagini, video, foto, propone gite, laboratori pratici… ciò non è giusto. Per sostituire un termine linguistico non si può che utilizzare un altro termine linguistico; non possiamo sostituire la parola con un’immagine o con un video perché questo non stimolerà il codice linguistico del bambino, il bambino non imparerà nuovi termini linguistici. Quindi bisogna stimolare gli studenti ad apprendere nuovi termini linguistici non sostituendoli ma utilizzandoli e spiegandoli.
Il ruolo dell'esperto
Per molti secoli i bambini hanno imparato osservando gli adulti lavorare, andando a caccia con i genitori, osservando e aiutando, come in una sorta di apprendistato permanente. Con l’istruzione di massa le cose sono poi cambiate: nei primi anni del 900 ad insegnare nelle scuole e nelle università erano letterati ma successivamente i docenti non venivano più scelti tra chi esercitava le lettere o la scienza ma tra i laureati delle rispettive discipline; in questo caso si metteva ad insegnare persone che avevano una minima esperienza di ciò che dovrebbero insegnare e che quindi non possiamo considerare esperti. Così l’expertise è passata dalle persone ai libri e gli insegnanti diventano dei semplici divulgatori di ciò che contengono i libri di testo e gli studenti non sono altro che contenitori da riempire di contenuti. L’insegnante deve essere esperto di ciò che insegna, deve sentirsi tale e deve essere riconosciuto come tale; in questo modo l’insegnante riuscirà a trasmettere ai propri studenti il gusto del fare e del fare insieme.
Esperienza e disciplina
Il problema che affligge ogni insegnante è sicuramente quello di ottenere docilità, ricettività e obbedienza, quindi la condotta. Se la didattica si basa su esperienze caratterizzate da un senso e da delle qualità riconosciute dallo studente, allora questo problema scompare. Perché? Perché quando si svolge un’attività sul serio la disciplina è implicita ed è necessaria se si vuole raggiungere lo scopo prefissato. Se l’attività in questione richiede l’intervento di più persone, oltre all’autocontrollo, entra in gioco quello che Dewey chiama “controllo sociale”, ovvero il controllo che i membri di un gruppo esercitano pretendendo che ognuno faccia la propria parte.
Valutazione o comprensione
Una didattica basata sull’esperienza comprende anche un’attività di valutazione di tutti coloro che fanno parte del processo educativo. In alcuni modelli educativi, spesso, quest’attività assume il carattere del giudizio di chi insegna su chi impara. Parliamo di giudizio che comporta effetti negativi e punitivi se lo studente non risponde alle aspettative dell’insegnante. In questo modo si va a creare una sorta di disturbo nel rapporto tra insegnante e studente perché l’insegnante viene visto come un nemico al quale gli studenti cercano in ogni modo di sfuggire. Questo non avviene per esempio nel rapporto tra un allenatore e la propria squadra, dove chi ha dubbi o un problema non esita a chiedere indicazioni o delucidazioni. Nella scuola non è così, gli studenti raramente chiedono chiarimenti all’insegnate, preferiscono chiedere a un compagno: questo perché si ha paura del giudizio, si ha paura che quella domanda possa influire negativamente sul nostro percorso, su un eventuale esame o voto.
Misurare e valutare
I test e le tecniche di misurazione sono degli strumenti di conoscenza molto utili sia all’insegnante che all’allievo, purtroppo però, spesso e volentieri questi test vengono utilizzati come soluzioni di problemi e in modo improprio. Un esempio è sicuramente quello della media dei voti: molto spesso gli insegnanti tendono ad usare voti negativi per punire una cattiva condotta, di conseguenza si avrà come media un risultato che non rappresenta le abilità di uno studente, perché abbiamo anche dei giudizi sul comportamento e non solo sulle capacità dello studente.
Lo scopo della misura dell’apprendimento è quello di fornire dei feedback agli studenti del lavoro e dello studio svolto e quello di fornire all’insegnante informazioni da utilizzare a scopo educativo, per esempio, per decidere quali strategie adottare per migliorare le competenze dei propri allievi. In particolare, possiamo identificare alcune funzioni delle misure di apprendimento, utili all’insegnante:
- Definire il punto di partenza dell’attività didattica
- Comparare i risultati di uno studente col resto della classe
- Comparare il livello della propria classe con quello di altre realtà territoriali o nazionali
- Misurare e tenere traccia dei miglioramenti e progressi degli studenti
- Verificare se l’attività didattica proposta finora è efficace o meno
- Capire le difficoltà dei singoli studenti
Va inoltre precisato che il risultato di un test va sempre relazionato alle condizioni in cui esso viene svolto, alle caratteristiche della prova stessa, al contesto in cui si svolge. I test e le interrogazioni vanno visti come uno strumento per raccogliere informazioni così da migliorare la proposta educativa e non come sinonimi di valutazione, in quanto nella valutazione entrano in gioco anche i valori, le responsabilità e gli scopi di chi sceglie.
Educazione e scienza dell'educazione
I processi di apprendimento-insegnamento sono complessi e comportano diverse modalità di rapporto, spesso con l’integrazione di azioni contraddittorie. È bene studiarne a fondo le caratteristiche, evidenziarne gli aspetti ricorrenti e conoscere i percorsi che hanno dimostrato una certa efficacia. Questo compito è di tutta la comunità che deve affrontare il compito educativo con una mente aperta. Il sapere educativo per essere tale deve essere condiviso: è necessario quindi un certo coinvolgimento di studiosi di vari ambiti, di insegnanti ma anche di genitori e gli allievi stessi.
Capitolo 2: Didattica: segni e significato
Significato del termine e struttura della disciplina
In generale il termine didattica, nei vocabolari e nelle enciclopedie pedagogiche, viene presentato ponendo l’accento sull’analisi etimologica della parola e sulla riflessione epistemologica, considerando anche l’evoluzione storica. Per quanto riguarda l’etimologia, la parola didattica fa riferimento alla relazione apprendimento-insegnamento, quindi all’atto di insegnare da parte del docente e all’attività di apprendimento svolta dallo studente.
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