Didattica generale
Mario Gennari
Didattiche speciali di Miriam Pertica
Genesi e sviluppi della didattica speciale
La didattica speciale corrisponde all’"arte" di istruire le persone che incontrano difficoltà nello svolgimento della vita familiare, scolastica e sociale, per renderle autonome nel pensiero e nell’azione. La prima forma di didattica speciale risale al Cinquecento, con le iniziative per l’istruzione dei soggetti "sordomuti". In Europa sorgevano qua e là istituti per ciechi e per sordi, in modo particolare in Francia sorgevano le prime scuole pubbliche per soggetti ipoacusici. Il medico e educatore francese J.M.G Itard, creava una "pedagogia emendatrice per deficienti" mettendo a frutto gli studi compiuti soprattutto sul ragazzo selvaggio della foresta dell’Aveyron. Itard per primo inseriva i ragazzi non udenti in classi normali.
- Il metodo verbo-tonale (cura le tematiche dell’ascolto, della produzione orale e della comunicazione globale).
- Il metodo Braille per i non vedenti (si avvale dei processi esplorativi del tatto con l’utilizzo di punti in rilievo secondo un apposito alfabeto).
Per quanto riguarda il bambino minorato mentale, la sua istruzione, nei secoli scorsi, è stata disattesa o affidata a istituti assistenziali, più tardi a scuole differenziali per anormali, privandolo così di una vita familiare, scolastica e sociale. Il termine handicap compare in un testo giuridico soltanto nel 1975 quando l’inserimento in via sperimentale è già avviato in alcune regioni. L’inserimento spesso è fallimentare in quanto non è predisposta nella realtà locale una situazione adeguata a rimuovere gli ostacoli che producono situazioni di handicap. Inoltre, il personale non è preparato adeguatamente, quindi è indispensabile formare e reclutare insegnanti specializzati, attraverso corsi di aggiornamento e specializzazione sulla tematica dell’handicap. La nascente pedagogia speciale tende a evidenziare, in maniera positiva, le diseguaglianze per favorire il confronto e l’integrazione di più culture, condizioni, soggetti. La didattica speciale si è delineata, nel suo percorso storico, in tre momenti: le scuole per sordi e per ciechi e le classi differenziali, l’istituzione del sostegno, infine il problema dell’inserimento, dell’integrazione e della riabilitazione.
Le scuole speciali per sordi e ciechi e le classi differenziali
Le prime scuole speciali sorgono in Italia tra l’800 e il 900. Per scuole speciali si intendono tutte quelle istituzioni educative volte a combattere l’analfabetismo, specifiche per chi non è in grado di frequentare le scuole “normali” a causa delle proprie minorate condizioni fisiche. Il testo unico del 1928 comprende fra le scuole speciali quelle per militari analfabeti e semianalfabeti, quelle istituite nelle carceri e inoltre le scuole differenziali per anormali. Nel 1923 si estende l’obbligo dell’istruzione elementare ai sordomuti (ogni classe elementare per loro vale 2 anni), stabilendo inoltre che all’istruzione dei ciechi e dei sordomuti provvedano speciali istituti sovvenzionati dallo stato.
In Italia sono soprattutto i religiosi a farsi carico dei problemi riguardanti i non udenti. F. Aporti (presbitero e pedagogista italiano) si serve dell’alfabeto dattilologico, della scrittura e dei gesti. Fornari (maestro e insegnante di scuola speciale) approfondisce gli studi sulla fonetica, ma soprattutto si interessa delle condizioni mentali del non udente. Da qui nasce l’esigenza di una preparazione pedagogica dell’insegnante dei sordomuti (fino ad allora era addestrato solo alle tecniche di alfabetizzazione).
Nel corso del 900 in Italia si sperimentano i metodi dell’Italiano Segnato (I.S) e dell’Italiano Segnato Esatto (I.S.E). Nel 1987 venne pubblicato il primo manuale della lingua italiana dei segni. Con gli anni Novanta si accredita l’idea di non applicare metodi unilaterali, bensì metodi biligui o bimodali, ovvero quelli simultanei e combinati.
Per quanto riguarda i problemi dei non vedenti, la didattica differenziata si propone di sviluppare gli altri sensi per poter sopperire al difetto della vista e al fine di ottenere un miglior inserimento nella società e nell’ambiente sociale. Braille inventa un alfabeto composto di puntini in rilievo, proponendo così una cultura personale per i non vedenti. Ciò permette al non vedente, dotato di intelligenza normale, di istruirsi mediante questo unico metodo differenziato, che viene attuato in scuole speciali. La sua formazione però resta limitata all’apprendimento della lettura e della scrittura.
Alcuni giovani non vedenti dalla forte personalità, con l’aiuto del metodo Braille, si confrontano con la cultura e la società. Tra questi emerge Augusto Romagnoli, che elabora una nuova didattica per l’educazione dei fanciulli non vedenti. Questo percorso didattico si basa sulla concezione del bambino che diventa consapevole delle proprie sensazioni. Nel 1923 viene fissato l’obbligo scolastico per i fanciulli ciechi (con la stessa legge che riguarda anche i sordomuti), sottraendo la loro istruzione all’iniziativa privata, per affidarla gradatamente al pubblico intervento. Con il decreto del 1928, si stabilisce che gli alunni ciechi sono obbligati a frequentare le scuole elementari comuni da quarta classe elementare in poi. Così la società diventa più attenta nei confronti della diversità.
- Scuole per sordomuti.
- Scuole per ciechi.
- Scuole per tracomatosi.
- Scuole all’aperto.
- Scuole o classi differenziali per anomali non gravi.
- Scuole di istruzione elementare per militari, carcerati.
- Sezioni speciali di scuola materna.
- Classi di aggiornamento nella scuola media.
- Classi di scuole speciali per minorati (tardivi, minorati psichici, fisici, ...).
L’istruzione del sostegno nella scuola
L’articolo 38 della Costituzione della Repubblica Italiana affronta il tema dell’handicap: “gli inabili e i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale”. La legge del 1971 n° 118 dispone per i minorati e irregolari psichici, insufficienti mentali derivati da difetti sensoriali e funzionali che l’istruzione dell’obbligo deve avvenire nelle classi normali della scuola pubblica. Così ha inizio lo smantellamento delle strutture scolastiche specializzate, inserendo gli alunni portatori di handicap nella scuola di Stato. Quindi si introducono nelle scuole nuovi linguaggi, viene considerata accanto ai livelli di intelligenza logico-astrattiva anche l’intelligenza senso-motrice e pratica. Il criterio di valutazione dell’esito scolastico deve fare riferimento al grado di maturazione raggiunto dall’alunno sia globalmente sia a livello degli apprendimenti realizzati, superando così il concetto rigido di voto e di pagella.
Il D.P.R (decreto del presidente della repubblica) n° 970 del 1975 istituisce un corso teorico-pratico di durata biennale per la specializzazione del personale direttivo e docente, al fine di allargare le competenze in materia. La legge n° 517 del 1977 istituisce il sostegno da comprendere nella programmazione educativa del collegio dei docenti. Sono abolite le classi di aggiornamento e le classi differenziali e viene sancito l’obbligo scolastico anche per i fanciulli sordomuti nelle classi ordinarie delle pubbliche scuole, elementari e medie, nelle quali siano assicurati la necessaria integrazione specialistica e i servizi di sostegno.
Nel 1974 entrano a far parte degli organi collegiali della scuola anche i genitori e gli alunni, stabilendo così che l’insegnamento è un’attività collegiale e che l’apprendimento viene favorito dalle esperienze culturali collettive. Il documento legislativo del 1986 allarga il tema anche agli alunni in situazione di handicap gravissimo. Così il Servizio Sanitario Nazionale ha il compito di definire le tipologie di queste minorazioni gravissime, in modo che se ne possa tener conto al momento della diagnosi. Il Consiglio esprime l’urgenza di mettere a disposizione scuole specificamente attrezzate per il trattamento di alunni in situazione di handicap grave o gravissimo. Vengono quindi attivati i "poli per gravi" a cui dovrebbero accedere solo i casi non scolarizzabili.
Handicap: inserimento, integrazione, riabilitazione
Per la definizione dell’handicap si può considerare la classificazione internazionale delle menomazioni, delle disabilità e degli svantaggi.
- Menomazione: qualsiasi perdita o anomalia delle funzioni psicologiche, fisiologiche e anatomiche. Caratterizzata da perdite o anormalità che possono essere transitorie o permanenti, e comprende l’esistenza di anomalie, difetti o perdite a carico di arti, organi, tessuti o altre strutture del corpo.
- Disabilità: qualsiasi restrizione o carenza della capacità di svolgere un’attività nel modo o nei limiti ritenuti normali per un essere umano. La disabilità insorge come convergenza diretta di una menomazione.
- Handicap: è una condizione di svantaggio vissuta da una determinata persona in conseguenza di una menomazione o di una disabilità che limita o impedisce la possibilità di ricoprire un ruolo normalmente proprio a quella persona. L’handicap rappresenta la socializzazione di una menomazione o di una disabilità e pertanto riflette le conseguenze che per l’individuo derivano dalla presenza della menomazione o della disabilità.
Per inserimento ci si riferisce al modo in cui il soggetto in situazione di handicap entra a far parte di una comunità scolastica. Si definisce integrazione il rapporto di scambio culturale e sociale tra più soggetti nel rispetto delle singole culture e soggettività. È un adattamento reciproco attuato nel riconoscimento delle differenti “identità”. Per l’integrazione dell’alunno in situazione di handicap nella classe, è necessario affrontare il problema della sua identità, valutare insieme i suoi limiti e le risorse, perché egli stesso possa adattare le informazioni comunicate dagli altri alla propria situazione. Si può definire riabilitazione l’intervento specifico da attuare nei confronti del disabile. Ha come obiettivo l’educazione o la rieducazione delle funzioni fisiche e/o mentali generate da uno stato di invalidità fisica, psichica o sensoriale.
Significati e interpretazioni della didattica speciale
Con il termine didattica si indica le strategie di insegnamento e apprendimento specifiche per soggetti portatori di handicap, disadattati, o in situazioni di svantaggio familiare, scolastico, sociale. I programmi ministeriali della scuola materna, elementare e media riservano almeno un paragrafo ciascuno alle voci: diversità e integrazione, alunni in difficoltà e portatori di handicap, interventi di integrazione e di sostegno. I nuovi orientamenti dell’attività educativa nelle scuole materne statali prevedono l’accoglienza da parte della scuola materna, di tutti i bambini, anche quelli che presentano difficoltà di adattamento e di apprendimento, riconoscendo come valore educativo l’inserimento dei bambini in difficoltà. I programmi didattici per la scuola primaria invitano a valorizzare le diversità e le attitudini individuali, allo scopo di superare le eventuali difficoltà anche per mezzo dell’utilizzazione di tutti i canali della comunicazione oltre a quello verbale. La programmazione didattica deve prevedere corsi individuali di apprendimento che considerino con particolare accuratezza i livelli di partenza per stabilire traguardi adeguati. Per gli alunni in situazione di gravità sono necessari interventi qualificati di didattica differenziata, integrati da sostegni terapeutico-riabilitativi.
La valutazione degli alunni in situazione di handicap deve essere rapportata ai ritmi di apprendimento del soggetto. Nei programmi della scuola media i principi della riforma del 1962 vengono sviluppati eliminando quelle strutture come le classi di aggiornamento e differenziali, che si erano rivelate inadeguate. La pedagogia speciale si colloca nei principi di questi programmi. Per quanto riguarda la scuola secondaria superiore, relativamente all’inserimento la strada è ancora lunga. Bisognerebbe ultimare e varare la riforma, che ha visto diverse proposte legislative mai portate a essere attuate se non a livello di sperimentazione. Così una volta inserita nei programmi la voce handicap, si potrebbe passare all’inserimento anche nella scuola secondaria. Naturalmente per l’inserimento sono fondamentali piani personalizzati per l’orientamento in quanto anche i portatori di handicap possono avere i requisiti necessari per essere inseriti nella scuola superiore. Chi non possiede questi requisiti può essere orientato verso corsi biennali o triennali di formazione al lavoro per un futuro inserimento protetto.
La scuola superiore, per accogliere i portatori di handicap, non è costretta ad abbassare il proprio livello culturale, ma è obbligata a studiare percorsi didattici alternativi, a graduare sempre più e didattiche semplificando e moltiplicando i traguardi all’interno di esse.
L’alunno o l’handicap?
La parola handicap la si incontra fin dal 700 e indica lo svantaggio che si assegnava ai concorrenti migliori, al fine di portarli allo stesso livello degli altri meno capaci. Per definire una persona in svantaggio il termine usuale è handicappato, ma l’accezione della parola handicap non si riferisce a una persona ma a una situazione. Il legislatore nei programmi ministeriali ha modificato questa definizione in alunno in situazione di handicap oppure alunno portatore di handicap.
Per classificare l’handicap si può scegliere tra due diversi metodi: il primo riguarda il soggetto che ne è portatore; il secondo definisce i servizi di cui queste persone hanno bisogno. Il primo metodo avvia la seguente classificazione: handicap visivo, uditivo, motorio, verbale, cerebrale, psichico, intellettivo, sociale. Il secondo metodo, messo a punto da Agerholm, distingue l’handicap in due categorie: handicap intrinseco (insito nella persona che lo porta); handicap estrinseco (centrato sull’ambiente esterno alla persona).
L’insegnante specializzato
A seguito della legge n° 104 del 1991, la...
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