Storia medievale (Cortonesi)
Ciò che viene descritto come orizzonte temporale è l’Europa di tradizione latina innervata da apporti del germanesimo, permeato anche da altri influssi. L’asse temporale è V-XV secolo con aperture verso il tardo-antico. Esso è il frutto del pensiero di intellettuali vissuti tra il XIV e il XV secolo e fu vista come tale anche dagli illuministi per venire poi recuperata con il romanticismo.
Il medioevo plurale
Si parla di medioevo “plurale”: barbarico, rurale, cittadino, guerriero, eretico e letterario. Si distinguono alcuni segmenti cronologici: “alto medioevo” (V-X secolo) e un “basso” (XI-XV secolo). C’è una sottodivisione in un periodo “tardo antico” e un “pieno medioevo”.
Il primo (IV-VI secolo) assume un’età in cui vengono dissolvendosi tratti caratteristici del mondo romano e prende la costituzione dei regni latino-germanici, anni in cui la Chiesa procede verso una più stringente definizione dottrinaria e al consolidamento della propria organizzazione. L’alto-medioevo viene a ridursi ai secoli VII-X in cui nel clima delle “seconde invasioni” matura l’esperienza della dissoluzione dell’impero carolingio con il tentativo di dar vita a stabili ordinamenti politici e sociali nell’Europa centro-orientale.
Pieno medioevo
Ai secoli XI-XII-(XIII) ci si riferisce come “pieno medioevo”: età della crescita demica, dello sviluppo urbano, del rifiorire economico e sociale e di un’importante rinascita culturale (costruzione delle monarchie nazionali per esempio). Se l’aggettivo “tardo” è sinonimo di “basso” lo si usa per definire i secoli conclusivi della media aetas: il XIV e il XV secolo.
Il medioevo comincia con un tracollo demico, le cui conseguenze peseranno fin verso la fine del primo millennio. Comincerà poi una crescita della popolazione che si protrarrà fino ai decenni iniziali del Trecento e sarà interrotto dalla Peste nera. Data la scarsità di popolazione, l’Europa altomedievale si presentava vagamente coperta da foreste, paludi e brughiere e il cambiamento era nell’aria già nel X secolo per cui le esigenze sussistenziali di una popolazione in forte sviluppo indussero una popolazione in via di sviluppo a una diffusione sempre maggiore dell’agricoltura. L’allevamento venne compresso in spazi sempre più limitati.
La vicenda demografica esercitò una forte incidenza insieme al cambiamento dei quadri organizzativi del lavoro: si tratta di un’agricoltura che si sottrae alle logiche di un’economia meramente sussistenziale e sempre più finalizzata al mercato. Fu determinante l’affermazione delle corporazioni nella sfera del lavoro artigianato che accompagnò la rinascita delle città e lo sviluppo dei comuni. Importante fu la distinzione tra un’epoca di interpenetrazione tra ufficio pubblico ed ecclesiastico con la formulazione trecentesca di Marsilio da Padova che nel Defensor pacis ebbe a teorizzare la distinzione dei due ruoli.
L'impero romano e la crisi del III secolo
La deposizione di Romolo Augustolo (476), segna il passaggio dall’età antica al medioevo. La caduta dell’impero giunse alla fine di un percorso plurisecolare che vediamo avviarsi già dal III secolo. Agli inizi del 200 l’impero continuò a chiamarsi res publica che si protendeva a dominare l’Europa occidentale fino alla penisola iberica e al Vallo di Antonino eretto nel 142 a segnare il confine tra Britannia e Calcedonia (Scozia); giungeva a oriente fino alla Mesopotamia e ai territori settentrionali dell’Arabia.
Il confine orientale era costituito per lungo tratto dal Reno e dal Danubio oltre il quale i romani si erano spinti per iniziativa di Traiano conquistando la Dacia. Molti regni dalla varia configurazione si trovavano a coesistere nell’ambito di un organismo politico di tipo federativo con 50 milioni di abitanti. Diversi fattori garantirono l’unità di tale costruzione: dall’efficienza di un’amministrazione che portava la presenza di Roma, la riscossione dei tributi, il ruolo delle onnipresenti città: centri di aggregazione sociale, perno della struttura amministrativa.
L’economia beneficiò di un mercato ampio e il sistema di comunicazioni stradali agevolava i rapporti e il latino rappresentava una lingua di universale diffusione. Agli inizi del III secolo si delinearono motivi di preoccupazione per la sicurezza e l’integrità delle province. Nel 224 l’ascesa al trono di Persia della dinastia sasanide rilanciò l’attività militare con ripetuti attacchi alle province orientali romane nel corso delle quali fu ucciso l’imperatore Valeriano. Vi furono anche incursioni oltre il limes delle popolazioni germaniche e nel 251 Decio cadde a Nicopoli (Bulgaria) cercando di arginare l’avanzata dei goti. Questo clima di insicurezza indusse Aureliano a cingere Roma (271) di una poderosa cinta muraria.
La militarizzazione del potere politico fu solo una delle cause della crisi del III secolo insieme a quella economica e sociale con l’incremento della spesa pubblica dovuto all’aumento delle spese per la difesa, il conseguente inasprimento della pressione fiscale e lo spopolamento di molte campagne. Poi le difficoltà cui veniva incontrando il sistema schiavistico della produzione legato al latifondo e alla villa. Da rilevare come la trasformazione della villa che si andava caratterizzando come organizzazione bipartita marciava di pari passo con la crisi della piccola e media proprietà fondiaria che risentiva dell’accresciuta riforma fiscale. Ciò comportava che un buon numero di proprietari minori finissero col chiedere la protezione degli esponenti dell’aristocrazia senatoria.
Riforme di Diocleziano
Diocleziano cercò di dare una risposta sul piano politico-amministrativo ed economico-sociale, egli era stato proclamato imperatore dell’esercito. Egli perseguì il titolo controllo dello Stato su un’economia che minacciava di sfaldarsi. Voleva vincolare i contadini alla terra lavorata evitando ulteriori abbandoni delle campagne e anche le associazioni di mestiere urbane furono oggetto di un più rigido inquadramento, tutto ciò rallentò il declino economico.
Diocleziano procedette a una riforma costituzionale volta ad assicurare un più stringente controllo sui territori dell’impero e una successione non conflittuale alla carica di imperatore, la tetrarchia prevedendo la presenza di due “Augusti”, ciascuno dei due affiancato da un “Cesare”. Gli Augusti avrebbero lasciato il trono dopo vent’anni dal loro insediamento e i loro successori avrebbero provveduto alla nomina dei nuovi Cesari. Lo stesso Diocleziano procedette alla prima applicazione della riforma nel 293 riservandosi il governo della parte orientale dell’impero con dimora a Nicomedia e affidando l’Occidente a Massimiano con capitale Milano.
Nel 297 provvedette a riformare l’assetto amministrativo dei territori istituendo le quattro prefetture dell’Oriente, dell’Illirico, dell’Italia e della Gallia e suddividendole in dodici “diocesi” articolate in 101 province con a capo un dux con funzioni militari e un praeses con funzioni civili, il corpo burocratico conobbe un notevole incremento. Nel 305 i due Augusti abdicarono a beneficio dei Cesari ma si registrarono gravi difficoltà perché i figli degli Augusti non accettarono di rinunciare alla successione.
L'era di Costantino
Si pervenne a uno scontro che vide prevalere Costantino e Licinio che governarono con il titolo di Augusto fino al 324 fino a quando il primo prevalse completamente sul secondo. L’opera di Costantino tentò di consolidare le riforme volute da Diocleziano e sul piano economico aggiunse la riforma del sistema monetario (trimetalismo) e rimase tale fino alla riforma carolingia. Poi la capitale fu trasferita a Bisanzio nel 330 in cui venne a insediarsi un altro senato per volontà imperiale.
Politicamente due sono gli elementi da evidenziare: I) accentuazione dell’assolutismo imperiale, II) nuovo atteggiamento nei confronti dei cristiani che si videro concessa la libertà di culto con l’editto di Milano del 313. La separazione fra carriere civili e militari per garantire una specializzazione delle funzioni favorirono una maggiore penetrazione dell’elemento germanico nell’ordinamento militare e un’ascesa dello stesso nel IV secolo alle più alte cariche. L’ordo senatorius continuava a presidiare le postazioni più alte nella gerarchia politica e sociale. Esso era costituito da aristocratici detentori di latifondi, esponenti di vertice di gerarchie militari…
Divisione dell'impero dopo Teodosio I
La prospettica di una divisione dell’impero oggettiva si ebbe con la morte di Teodosio I con l’accentuazione delle differenze tra le due parti. L’impero fu diviso tra Arcadio (Oriente) e Onorio (Occidente) e la corte si stabilì a Costantinopoli e Milano. Poiché molto giovani vennero affidati a due personalità di spicco del mondo germanico: il generale vandalo Stilicone e il goto Rufino, prefetto del pretorio, ciò per aprire all’elemento germanico favorendo l’insediamento di popolazioni entro i confini. Ciò però suscitò malcontento nell’ambito dell’aristocrazia. Con gli inizi del V secolo si accentuò la pressione esercitata dalle popolazioni germaniche.
Stilicone guidò gli eserciti imperiali contro i visigoti, poi contro le tribù soprattutto nell’Italia padana soprattutto a Milano e poi la capitale diventò Ravenna e morì, perduto l’appoggio di Onorio, vittima di una sollevazione di truppe. Nel 410 i visigoti di Alarico giunsero a Roma per saccheggiare. Poi svevi, alani, visigoti e vandali tolsero ai romani la Gallia meridionale, la penisola iberica le province d’Africa. Per arginare l’orda degli unni si tentò un’alleanza con le genti germaniche. Ezio nel 451 li fece ripiegare nei Campi Catalaunici a Troyes ma poi si ripresentarono distruggendo Aquileia avanzando verso il Mincio e si fermarono dopo l’incontro con Leone I e poi ci fu un vuoto di potere.
Nel 455 Roma patì il secondo saccheggio con i vandali di Genserico. Importanti in questi anni furono lo svevo Ricimero e lo scito Odoacre che depose Romolo Augustolo insediato dal padre Oreste. Solo Giulio Nepote gli resistette continuando a governare alcuni territori dalmati e ben presto ucciso dai suoi soldati (480). Odoacre restò al potere per tredici anni perseguendo un difficile equilibrio fra le componenti latina e germanica e poi verrà spodestato nel 489 da Teodorico.
Il cristianesimo
Le tormentate vicende politiche e militari dell’impero romano diffusero nella società un sentimento di insicurezza che spinse alla ricerca di nuove religioni. Vi furono molti culti provenienti dall’Oriente offrono una speranza di liberazione dal dolore e dalla morte. In questo contesto si diffuse il cristianesimo prima tra gli esponenti della diaspora ebraica e poi tra i ceti più diversi e fu oggetto di persecuzioni perché vista come una forza sovversiva per i suoi legami con il mondo giudaico sia per l’intransigenza del suo monoteismo spinto a respingere il culto tributato alla figura dell’imperatore.
Il cristianesimo continuò a ottenere consensi fino a dopo aver ottenuto da Costantino nel 313 la libertà di culto e divenne nel 380 con l’editto di Tessalonica religione di Stato. Risultò determinante il favore incontrato presso le classi aristocratiche cittadine. Queste, in virtù di una cultura ellenistica aliena agli eccessi rituali di molti culti, accolsero la nuova esperienza religiosa, contenendone il possibile impatto eversivo sull’ordinamento sociale. Vi sono due anime: la prima condizionata dalle dottrine gnostiche di origine iranico-ellenistica. L’altra dei ceti dirigenti e fautrice di un’istanza di organizzazione istituzionale che prevalse e determinò l’inquadramento delle comunità di fedeli.
L’evoluzione organizzativa delle comunità cristiane finì col favorire l’integrazione del potere politico nel sistema sociale romano. La svolta nella politica imperiale si ebbe con Costantino che nel 313 concesse ai cristiani la libertà di culto e deliberò la restituzione dei beni confiscati e nel corso del IV secolo le sedi vescovili si moltiplicarono localizzandosi nelle città. La circoscrizione territoriale su cui i vescovi esercitavano il loro ministero fu la “diocesi”: questa diffusione su scala più ampia della struttura ecclesiastica fu il presupposto di una penetrazione capillare del cristianesimo anche nei territori più lontani dalle città e con il moltiplicarsi delle sedi vescovili si sentì la necessità di creare un coordinamento e furono istituite più province comprendenti più episcopati.
Le chiese metropolitiche furono in Occidente Aquileia, Milano, Ravenna e Roma e in Oriente Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e Costantinopoli. A Roma venne riconosciuto un primato ideale, destinato a rivelarsi fonte di contrasti con altre Chiese. La diffusione del cristianesimo fu accompagnata da una costante riflessione sui contenuti dottrinali che aveva il suo nucleo centrale nel problema dell’incarnazione di Cristo. Il confronto era alimentato dall’attitudine alla speculazione filosofica di tradizione ellenistica da cui i vescovi provenivano, fu però esasperato dalla diversità di posizione sui temi della fede.
L’assenza di un organo superiore che decidesse inasprì le divergenze di vedute tra i vari patriarcati. Le polemiche coinvolsero anche i fedeli e Costantino decise di convocare a Nicea un’assemblea generale di vescovi per porre fine alla controversia relativa al dogma trinitario, ossia alle tre persone di cui si sostanziava la divinità: Padre, Figlio e Spirito santo. Il concilio, per pressione dell’imperatore, condannò la dottrina di Ario che attribuiva al Padre una natura superiore a quella del Figlio. Le deliberazioni di Nicea furono imposte a tutta la cristianità grazie all’intervento del potere politico ma i seguaci di Ario rimasero numerosi in Oriente continuando a diffondere le loro dottrine.
Costantino, poco prima di morire, mutò atteggiamento e appoggiò i vescovi ariani. Il credo di Nicea prevalse con il concilio di Costantinopoli (381) con Teodosio I. le dottrine di Ario si erano diffuse tra i popoli germanici divenendo un elemento di identità etnica. Vi furono atteggiamenti repressivi nei confronti degli altri culti. In questi anni si sviluppa anche il donatismo che sosteneva una posizione rigorista negante validità ai sacramenti amministrati da persone indegne. Al centro del dibattito sui fondamenti della fede rimaneva la riflessione sulla persona di Cristo e sulla relazione fra la sua umanità e divinità.
Nestorio sosteneva che in Cristo esistevano due persone distinte ma la sua dottrina fu avversata e condannata durante il concilio di Efeso (431). Si sostiene anche un’unica natura di Cristo (monofisismo), diffusa in Egitto e in Siria e appoggiata da Teodosio II. Esso fu poi condannato nel 451 a Calcedonia dove si dichiarò ortodossa la posizione diosifita. Tutto ciò portò al riconoscimento della superiorità del papa di Roma, un primato che aveva subito una sanzione da Valentiniano III.
Prese vita anche un movimento monastico già presente in Asia. Esso nacque tra il III e IV secolo nel mondo cristiano per iniziativa di singoli individui di provenienza sociale varia che scelsero di condurre una vita ascetica. Per iniziativa di Pacomio di organizzarono gruppi di asceti. Dall’Egitto le comunità monastiche si diffusero in Palestina, Siria e Asia Minore e dal IV secolo si diffuse anche in Occidente con la crisi morale. Dalla Gallia passò alla Britannia.
Il monachesimo irlandese fu caratterizzato da un forte rigore spirituale e molti missionari si trasferirono sul continente per creare nuovi centri di vita monastica. Figura di spicco fu quella di Colombano che fondò il monastero di Bobbio nell’Italia settentrionale completò l’evangelizzazione della Britannia nel VII secolo. L’evangelizzazione di Bonifacio fu sostenuta dai pipinidi. In Italia i primi gruppi di asceti si formarono alla fine del IV secolo in ambiente femminile intorno alla figura di Girolamo.
Si colloca l’esperienza di Benedetto da Norcia che lo fondò a Montecassino e nel 540 propose un’interpretazione moderata della regola del monachesimo orientale. Questa regola fu poi voluta come unica nel concilio di Aquisgrana (816-817) per i monasteri occidentali.
Le migrazioni e i regni latino-germanici
Tra il IV e V secolo irruppero entro i confini dell’impero di Roma popolazioni che si muovevano lungo di esso. La crisi politica, militare ed economica complicava il quadro. Si parlerà dei germani anche se un popolo germanico dall’omogenea identità etnica e culturale non è mai esistito. I rapporti tra romani e germani non possono essere ridotti a mera conflittualità armata perché si ebbero molti scambi e l’arruolamento di soldati germani nell’esercito romano.
La situazione si fece più complessa nella seconda metà del IV secolo quando alcune genti entrarono per avventurarsi entro confini. Strana fu la vicenda dei goti e con i visigoti si ebbe la foederatio (alleanza) ma a volte si preferì l’hospitalitas con cui franchi e alemanni poterono stanziarsi sul Reno impegnando a vigilare il limes. L’urto di queste popolazioni fu però inevitabile. Vandali (parte centrale e meridionale della penisola iberica e poi Africa), alani (Portogallo), svevi (Galizia) e burgundi si stanziarono in parti diverse dell’impero.
Le popolazioni germaniche dettero vita ai regni “latino-germanici”.
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