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Professore polentapedagogia speciale della relazione d'aiuto

Soft skills, competenze relazionali

Cercare di capire com'è una relazione efficace è fondamentale. L'approccio psicologico di Carl Rogers, sviluppato negli anni '60, ha messo a punto condizioni per una relazione d'aiuto. Esistono slides sovrabbondanti sull'argomento.

Concetti chiave di Carl Rogers

Il primo concetto su cui richiamerò l’attenzione è una polarità interna al concetto di educazione. Educare: normalmente quando si parla di educazione, educere significa portare fuori qualcosa di interno, l’idea è che una persona abbia potenzialità e risorse che devono essere aiutate a realizzarsi. Ma c’è un altro significato: che non si sono acquisite le regole per comportarsi nella società, quindi è qualcosa che viene dall’esterno e deve aiutare il soggetto ad acquisire elementi della realtà sociale.

Abbiamo una sorta di dialettica interna, l’educatore deve contemporaneamente fare due azioni distinte ed opposte: tirare fuori qualcosa e portare qualcosa dall’esterno. La tendenza è a ragionare in termini di out-out, ovvero fare l’uno o fare l’altro. Se si valorizza esclusivamente l’educare come portare fuori qualcosa di interno, non ci sarebbe educazione perché educazione ha a che fare con il contatto con la realtà esterna, e se non ci fosse, non ci sarebbe educazione.

Il concetto di oggetto transizionale di Winnicot

Winnicot ha introdotto il concetto di oggetto transizionale, il primissimo, larvale tentativo del bambino di toccare la realtà esterna. L’oggetto esterno ha un potere consolatorio come la mamma. Il bambino, quando c’è l’oggetto transizionale, si sta dirigendo verso la realtà esterna. Paradossalmente, se non ci fosse un contatto con la realtà, non potremmo dare significato ai nostri stati interni. Con il linguaggio noi significhiamo i nostri stati interni, abbiamo bisogno, noi esseri umani che abbiamo istinti, di sapere come dirigersi. Gli animali hanno l’istinto, cioè dei binari rigidi, ma abbiamo bisogno di qualcos’altro, delle forze che debbono essere completate culturalmente. Siamo fatti in modo tale che non possiamo essere senza un rapporto con la cultura.

La psicoanalisi di Freud e la pulsione sessuale

Abbiamo richiamato il tema della differenza con gli animali: loro hanno degli istinti. Freud costruì tutta la sua psicoanalisi non a partire dall’istinto sessuale, ma dalla pulsione sessuale, qualcosa che appartiene alla sessualità ma può essere culturalmente direzionata in tantissime direzioni. Non gli istinti, ma pulsioni, questo è ovvio sul versante educativo: se non fossimo immaturi, non ci sarebbe educazione.

Etologo Lorenz: se guardiamo gli animali più evoluti come i corvi, all’inizio sembrano apprendere come gli esseri umani, ma poi quegli schemi si ripetono. Invece, gli esseri umani continuano ad apprendere per tutto l’arco della vita. Questi temi, che sono così trasversali, hanno a che fare con la natura umana. Sicuramente questo elemento nella nostra evoluzione, per cui l’essere umano era incompleto, massimizzando l’interazione con l’ambiente, ci ha resi anche più fragili.

Interazione culturale e creatività

L’uomo ha bisogno di interagire con gli altri e la cultura perché non saprebbe cosa fare e neanche chi è. Quindi l’uso del dialogo diventa un modo per riconoscerci all’interno della relazione. L’altro versante, cioè educare come condurre fuori qualcosa che è dentro, spesso si usa questo termine potenzialità o risorsa nel mondo dell’economia. Non abbiamo solo risorse, ma un potenziale essenziale.

Ho usato il concetto di vero sé. Rogers parla di Sé reale, ma nella tradizione filosofica e reale, questa idea esiste nell’Agency primaria, la ritroviamo come anima in Platone. Per cui dice Winnicot, il vero sé non ci prova neanche a definirlo perché è talmente evidente e fa parte dell’esperienza del vivere. Ma quando interagiamo con delle persone sappiamo che hanno delle risorse ed identità. Ha introdotto il concetto del vero sé perché ha visto il falso sé, cioè un Sé compiacente, totalmente adattato alla realtà esterna. Avendo visto dei bambini con un falso sé, ho dovuto postulare un vero sé.

Creatività e vera identità

Il gesto spontaneo è il vero sé in azione, solo il vero sé si sente creativo e reale. Il falso sé è irreale e futile. Introduciamo altri elementi, mettendo in relazione il vero sé alla creatività; la mancanza di creatività mi impedisce di essere reale. Essere creativi mi impedisce di essere reattivi rispetto alle istanze esterne. Essere creativi vuol dire avere bisogno di stimolazioni esterne. Esempio: assunzione di stupefacenti, quindi Winnicot dice cessato lo stimolo cessa la capacità di sentirsi vivo. Ma Winnicot dice allora che la sensazione di sentirsi vivi non deve essere ancorata allo stimolo esterno. Sentirti vivo deve venire dall’interno, come dice anche Platone: l’essere vivo stimola la nostra creatività. Quando senti di non esserci, tutto ciò che c’è mi ricorda che non ci sono!

L'importanza dell'educazione creativa

La nausea di Sartre: il fatto stesso dell’esistere di qualcosa mi procura la nausea, perché se il mondo esiste, una delle competenze che viene richiesta è l’innovazione, che è basata sulla creatività. Come si può educare alla creatività? Ma Winnicot ci dice che fa parte di noi. Voler essere creativi è una fuga dalla creatività, perché orientarsi alla performance... Ma per Winnicot è la capacità di rilassarsi, cioè tornare a uno stato non integrato. Significa che se io dirigo la mia attenzione e voglio fare qualcosa, mi sento obbligato al risultato. Per essere creativo devo fare una tabula rasa. Come si può pensare a questo movimento attivo del soggetto, questa Agency? Anche la psicoanalisi nelle sue evoluzioni ha parlato ad una Agency primaria del bambino.

Epistemologia della complessità

Partiamo dall’epistemologia della complessità, Edgar Morin, che si è affermata nel secolo scorso: il tutto è più della somma delle parti. Nel sistema complesso compaiono delle proprietà collettive. Un gruppo di persone non è un insieme di persone che si scambiano qualcosa, ma a un certo punto quel gruppo sviluppa la loro identità, qualcosa di magico che lega questo tutto e diventa più delle parti.

Psicologia della Gestalt: versante della percezione. Quello che vediamo non è un insieme di elementi, ma li percepiamo già come un tutto. Oggi si dice che gli organismi sono dei sistemi viventi, quindi sono dei sistemi complessi. Non posso spiegare perché è un sistema vivente. Kauffmann dice: vedo il mio cane che mi guarda in maniera intenzionale. Ci appoggiamo alla teoria della complessità, ci appoggiamo alla teoria delle Gestalt. Curiosamente, è uscita dalle scienze umane ma entrata nella psicologia e della fisica.

Proprietà emergenti e complessità

Animali che si aggregano per sopravvivere: stormi, aggregamento di pesci, zattera di formiche, dal punto di vista del sistema complesso, è una proprietà emergente. La prospettiva della complessità è una teoria antiriduzionista. Tendiamo a pensare ai fenomeni complessi come riducibili a fenomeni più semplici. Kaufmann dice: immaginate due innamorati che passeggiano in riva alla Senna. Immaginate questi due che sono composti di molecole, che sono composti nella chimica, ecc. Quindi noi non vediamo i due innamorati, ma delle particelle che danzano. La riducibilità è riportare un complesso a qualcosa di sottostante.

Visione antiriduzionista: Philippe Anderson dice More is Different. Man mano che saliamo di complessità, di livello compaiono nuove leggi, nuovi livelli. Usare strumenti di una scienza inferiore è ucciderla, quindi si devono usare strumenti di quel livello. Berson: evoluzione creatrice, Whited: la realtà è un processo creativo, creatività che innerva la natura ad ogni livello.

Teoria della complessità e antiriduzionismo

La teoria della complessità è antiriduzionista. Brano di Federico Faggin, scrittore italiano che negli anni '60 negli USA ha inventato processore Intel e touch cellulari. Ha pensato, in linea con alcune tendenze dell'IA, che il PC può pensare. L'IA pensa che il nostro cervello è un PC e quindi anche il computer poteva pensare. Fin quando, ad un certo punto, ha capito che il PC non può pensare, poiché nonostante la potenza di calcolo sia aumentata di 50 volte, non ci sono stati guadagni. Quindi in Italia, ha fondato l’associazione sulla consapevolezza fondando queste teorie sulle teorie quantistiche.

Exducere: ci si rivolge anche ad una soggettività nucleare che richiama il vero sé, come arrivare all’Agency primaria, partire dalla teoria Gestalt dell’uno, dagli organismi che sono un’identità. Esperimento filosofo Searle: interazione con qualcuno o qualcosa che non riesci a vedere. Inengaggiamo una conversazione che sta dall’altra parte della porta, allora che differenza c’è tra un essere umano e PC, Faggin è sarcastico. Quello che Faggin dice, riferendosi a un movimento di pensiero che c’è nella zona della West Coast, dove sono allocate aziende hardware, è che ci sono tante persone convinte di poter scaricare la mente in cloud, e sono convinte, ma sono idee insensate.

Un conto è la velocità, altro è la dipendenza dallo stimolo esterno. Sono due cose da distinguere: la prima, in effetti, c’è una crescita esponenziale di velocità di connessione ed è un tema negativo; la seconda è una dipendenza da sollecitazione esterna che ci allontana dallo spazio interiore.

Il pensiero di Dewey sull'educazione

In linea con queste prospettive che avete richiamato, c’è il pensiero di questo grande pedagogista Dewey, costantemente ripreso perché era molto avanti e moderno, che aveva una visione dell’educazione: una vita è creativa e non ci si educa per un fine. Il fine dell’educazione non è esterno all’educazione, per cui l’educazione è una preparazione per la vita ma anche la vita stessa. Ci si educa perché fa parte della creatività della vita, la finalità viene dall’interno: il vero Sé ha una finalità interna.

C’è sempre un privilegiare ed exducere, valorizzare le linee del soggetto. In ogni momento educativo c’è un momento formativo e auto-formativo, che genera singolari paradossi già noti nei tempi passati. "Diventa ciò che sei avendo appreso" - Pindaro. Come si fa a diventare ciò che si è, cosa significa, perché? Un diventare ciò che siamo vuol dire realizzare le nostre possibilità, ma è qualcosa che già esiste, ma che ha già una finalità interna. Esiste questa circolarità e devo diventare ciò che sono.

Il processo di crescita e creatività

"Ognuno è per se stesso la cosa più lontana". Ciò che siamo è molto lontano da ciò che sono adesso. Questo processo assomiglia molto al processo della creazione artistica. Pirandello: un’immagine mi si installa nel cervello e metto in atto dei movimenti che danno forma a quella immagine. Parison: l’artista fa per prove ed errori, non sa mai se il passo era giusto, ma quando l’opera è compita si rende conto che l’opera era giusta.

C’è un grado di caoticità di imprevedibilità, quindi il processo artistico: l’artista è governato, sa cosa direzionare ma non sa come e lo fa per prove ed errori. Anche il nostro processo formativo è come questo: va avanti così per prove ed errori, lo fanno anche gli adolescenti nella ricerca della loro personalità. Questo fa dire a Dewey che questa imprevedibilità fa dire: "se ci fosse antitesi fra scienza e arte, lui verterebbe che l’educazione è arte perché ogni soggetto è imprevedibile e bisogna riscrivere l’educazione per quel soggetto non sapendo nemmeno se va bene. Ma non esiste antitesi fra arte e scienza."

Educazione: dualismo tra educere ed educare

Dualismo fra Educere ed Educare è quello che c’è fra identità ed ambiente. Noi esistiamo come siamo in relazione con l’altro. Noi non siamo plasmati dall’ambiente, ma esiste un rapporto costruttivo. Prigogine: la città è un organismo complesso, non vuol dire che siamo dipendenti dell’altro, ma abbiamo bisogno di una relazione con l’altro. Winnicot: una volta abbandonato l’oggetto transizionale, abitiamo sempre un’area transizionale. Il bambino disinveste l’oggetto perché si apre al mondo, trova sé stesso nel mondo, nella socialità, nello studio, nei rapporti. Abbandona l’oggetto transizionale, ma in realtà, lo scambio creativo è una via di mezzo continua per tutta la vita. Noi abitiamo in un’area transizionale perché viviamo il mondo, noi siamo degli esseri che devono reagire alle sollecitazioni esterne. Nella vita siamo governati da qualcosa di esterno, la scelta transizionale dice noi come ci stiamo.

Nella vignetta di Linus, oggetto transizionale, copertina: essere fanatico vuol dire rimanere ancorato a quell’oggetto e non si relazione con il mondo. Linus ha difficoltà a transitare attraverso una relazione con il mondo esterno. Chi rimane ancorato a sé stesso in rapporto con l’oggetto transizionale diventa un rapporto maniacale, come dice la Klein: il bambino ha pieno possesso sull’oggetto transizionale, non c’è dato di realtà, quindi diventa fanatico perché ha il pieno controllo, come il fanatico ha il pieno controllo su tutto. Voler restare in questa transizione.

L’educazione è un collegamento fra polo educare ed educere. Oggi si tende a ragionare in termini O oppure O: lo studente deve apprendere in maniera autonoma e l’insegnante è un facilitatore, ma così si valorizza solo Educere. La realtà ci insegna qualcosa, la realtà ha un suo valore. Hegel: Dio stesso, per creare la realtà, deve attivare un processo di riconoscimento dell’altro da sé, oggi forse c’è un’eccessiva valorizzazione di questa libertà di apprendimento. Troppo educare senza valorizzare il soggetto è troppo rigido, il contrario vorrebbe dire mettere in sottofondo la realtà, quindi devono convivere con l’altro.

Il Sé: c’è una soggettività nucleare, ma il sé è ciò che siamo, cosa abbiamo fatto, in cosa ci riconosciamo, entrano a far parte della persona che sono, quindi una sorta di serbatoio in cui sono iscritta in maniera soggettiva. Oggi non sono quello che ero trent'anni fa. C’è un problema di ricondurre elementi esterni: sempre Winnicot diceva la salute mentale è la certezza che stiamo facendo nella nostra vita un sé soggettivo ed un sé oggettivo. Nei casi in cui la realtà non entra in dialogo con noi ma ci viene contro, la realtà vince: casi di deprivazione e violenza in cui i bambini vincono dice si strutturano i falsi sé. Alcuni esempi per cui abbiamo bisogno di riconoscere noi stessi fuori contatto da noi, riconoscerci uscendo da noi come accade con l’opera d’arte, uscire da esso per capirla. Il quadro è oggettivare da esso.

Perché così dipingere un autoritratto? Abbiamo bisogno di ancoraggi esterni. Alcuni grandi artisti, come Rembrandt, il risultato che ne viene fuori spesso ha qualcosa di spettrale, perché dipingere se stessi è impossibile, perché dobbiamo metterci in posizione esterna.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ainos_design di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia della relazione di aiuto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Macerata o del prof Polenta Stefano.
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