Significato della musica di Wagner e influenza su autori e arti
Era convinzione di Wagner e dei suoi discepoli che la musica di Wagner avrebbe avuto su di loro significato salvifico e terapeutico, tanto che alla morte di Wagner un suo discepolo si suicidò perché, morendo Wagner, la sua salvezza veniva irrimediabilmente a non attuarsi. Questo è il fascino esercitato da Wagner su autori ed arti del tempo.
Baudelaire, ad esempio, poeta e critico certo non facile agli entusiasmi, caratterizzato dal cinismo, scrive uno studio sul Tannhäuser, una delle prime opere di Wagner, entusiasta. Non a caso una rivista simbolista francese, di letterati francesi come Mallarmé che danno avvio alla poesia simbolista, si chiamava Rivista Wagneriana.
Wagner fu considerato un rivoluzionario dell’arte perché nell’opera lirica vedeva mescolate più arti: il ballo, la musica, le parole… Wagner ha dato al suo Sigfrido, quando scrive L’opera d’arte dell’avvenire, teoria della musica e della sua musica.
Il dialogo della salute di Michelstaedter
Nel Dialogo della salute di Michelstaedter c’è una dedica all’amico Emilio che l’aveva aiutato nella stesura. Michelstaedter è l’eroe che con la sua morte dona ai vivi un’etica dell’uomo forte: l’uomo che supera il proprio egoismo con la morte, elemento trascendente l’io mortale stesso. Questo è il finale; Michelstaedter giunge a ciò quasi paradossalmente: con un’antitesi o dissociazione, perché l’autore quando riscrive certe pagine del Dialogo della salute, scrive anche la testimonianza del suo fallimento, ovvero le ragioni che più l’hanno colpito e ferito, che in lui sono un ferro infuocato contro l’idea che lui aveva di se stesso come l’uomo della persuasione.
Dramma di un giovane che elabora con intensità dialettica e fervore concettuale i suoi teoremi volti a creare non il mito dell’uomo assoluto, ma un’ansia verso l’assoluto di se stesso al punto da identificarsi con questo assoluto e drammaticamente, attraverso episodi di vita comune, scopre la sua fragilità, come la costruzione del suo pensiero di fronte ai piccoli incidenti della vita crolla miseramente.
Il dialogo tra Rico e Nino
L’autore ci dice, prima di elaborare il mito wagneriano, quali sono i fatti che lo hanno indotto a non considerarsi l’uomo della persuasione. Nella penultima pagina del Dialogo della salute (versione online) assistiamo a una strana attribuzione dei compiti: è un dialogo che avviene tra due giovani, Rico, che incarna l’io dell’autore, l’io filosofico, e Nino. In questa pagina, quando l’io narrante comincia a sottolineare i limiti della sua evidente fragilità psichica, comincia ad addurre al tu, Nino, delle situazioni di vita che in realtà sono situazione dell’io, ovvero di Rico.
Ad un certo punto Rico dice: “tu pensi di poter superare di arrivare alla persuasione. E poi andrai a casa e alla serva che ti porterà il latte chiuderai la porta in faccia e griderai con voce cavernosa ‘Vattene’ e ti compiacerai della persona nuova…”. Qui Michelstaedter abbandona il dialogo di tipo socratico per inserire all’interno di questa forma una scrittura di tipo teatrale: si desume da questa didascalia posta tra parentesi, “come colpito da uno schiaffo”. Quando leggiamo una commedia e quando il drammaturgo vuole indicare all’attore quale dinamica deve avere all’interno del dialogo, inserisce tra parentesi le indicazioni.
Altra particolarità di scrittura: il silenzio di Nino viene sottolineato dalla presenza di un trattino (v. Wallace, autore che recuperava i silenzi nelle sue opere con segni grafici). Continua quella sorta di rappresentazione scenica del dialogo sopra citata, Nino è sconcertato. Rico sta sottoponendo a critica i comportamenti dell’amico Nino in forma auto-reversibile: subito dopo si legge che l’uomo della retorica è Rico e non Nino.
Nella forma teatrale Rico imputa a Nino delle colpe che in realtà dovrà imputare a se stesso. Rico dà un’ipotesi di suicidio per Nino che è però frutto del risentimento, di una codardia e di una rabbia verso la famiglia ed il mondo che lo circonda. “Vedranno come non do valore alle loro cose … Come quando mi arrabbiavo ero mortalmente ‘divinamente’ triste”: in quegli anni solo D’Annunzio era divinamente triste: qui Michelstaedter, attraverso soltanto l’avverbio, immette la psicologia suicidaria di Nino all’interno di un estetismo dannunziano in voga all’epoca, di un superomismo di marca dannunziana.
Il monologo di Rico
“Divinamente triste” è un sintagma che lega l’atteggiamento suicidario. Rico qui getta la maschera, dice che queste cose le conosce per esperienza; questa ammissione sta a dire che chi si era in malo modo rapportato con la serva, chi aveva nutrito questi sentimenti irosi verso i familiari, era lui che parlava per esperienza di vita vissuta. Monologo esteriore che riflette, secondo una chiave espressionista, sui guai e sui disagi e sulle mancanze che si offriva agli occhi dell’amico come l’uomo della persuasione, l’illuminato, colui che è al di sopra delle piccolezze della vita.
Michelstaedter e la critica sociale
Nel Novecento la parola “nausea” stabilisce una concezione di assoluta degradazione dell’individuo, che ha o nausea per se stesso o nausea per il mondo che lo circonda. È una parola tema che nel Novecento ha un significato forte e fatta propria da Michelstaedter.
Nella scrittura delle pagine l’autore si autoconfessa, è una sorta di autocritica: non è l’uomo della persuasione proprio per i motivi che abbiamo appena letto: si sente l’uomo della retorica, perché lui, il filosofo, si comporta come tutti gli altri davanti alle disgrazie ed ai casi della vita. Il suicidio di Nino era un suicidio rabbioso e meschino; Michelstaedter dopo aver illustrato al lettore il suo profondo disagio, converte il suicidio in un suicidio etico-liberatore dal senso eroico e sacrificale (parallelismo con la morte del Sigfrido wagneriano).
L'interpretazione di Cecchi
Alla fine del primo capitolo de La differenza ebraica, Cecchi, un grande critico della letteratura, anglista e critico italiano, scrive che considera l’autore un ebreo, che la sua opera sia il risultato pieno della sua discendenza etnica ebraica. Costruisce una teoria dell’esperienza michealstaedteriana all’interno di pregiudizi di tipo cattolico-cristiano.
Michelstaedter condanna il suicidio: è chiaro che il vero uomo persuaso non si suicida. Le pulsioni autodistruttive dell’autore però si pongono in contrasto con questa sua decisione, creando nell’autore un chiaro atteggiamento dissociativo: da un lato pone il suo fallimento come uomo della persuasione, ovvero proprio colui che l’ha creata come concezione è il primo a non corrispondervi, diventando un basso uomo della retorica.
Siamo di fronte ad un testo letterario che allestisce questo suicidio all’interno di una cultura del teatro o teatro della cultura che è il suicidio apostolico di Sigfrido. In contrasto con gli studiosi che hanno glorificato la morte di Michealstaedter, in questo testo ci sono strati culturali-simbolici innominabili: chi si suicida sa il motivo per cui lo fa ma non può raccontarlo, neanche tramite una lettera, almeno non può raccontarlo tanto realmente quanto avvertito da lui ma solo tramite parole da lui scelte atte a farlo.
Conclusione del Dialogo della salute
Il primo finale del Dialogo della salute: “Non posso rompere la nebbia che circonda noi uomini con il lampo del miracolo” si allaccia al fatto che il Messia ha convinto gli uomini ad aderire alla redenzione anche attraverso i miracoli: c’è una speranza alla salvezza attraverso un’educazione messiana.
“Questo è il lampo che rompe la nebbia” dice invece nel secondo finale del Dialogo della salute: se questo suo suicidio è il lampo che rompe la nebbia, significa che lo interpreta attraverso l’etica sacrificale di Sigfrido, consente a chi resta di assimilare il forte valore della sua morte permettendo loro di condurre una vita retta, etica, morale.
Nel riconcepire se stesso in primo luogo come uomo della retorica ma anche come uomo che supera la retorica attraverso la propria morte, dà un senso etico-simbolico alla propria morte; è un atto civilizzatore, annuncia una nuova civiltà attraverso la propria morte.
Vi sono un’idea di vita ed un’idea di morte retoriche.
Interpretazioni critiche e il pensiero di Cecchi
Cecchi legge Michelstaedter e l’esperienza della persuasione secondo un’accezione critica negativa. Pieri non condivide la posizione di Cecchi. La teoresi ebraica: l’attaccarsi ai rasoi dell’annegato, costruirsi uno schema mentale per poter consistere (consistere vuole anche dire elaborare una forma di pensiero che rifondi lo stesso pensiero in una prospettiva che diventi una tradizione stessa del pensiero), aver l’illusione di fondare una tradizione, facilità con cui un ebreo accolga una forma metafisica con l’adattamento della disperazione.
Cecchi qui dice in modo ellittico che la metafisica dell’assoluto, o l’ontologia della persuasione, è il risultato della facilità tipicamente ebraica di far propria una dimensione del pensiero di tipo metafisico. Ribatte anche sul fatto che l’ebreo in quanto tale ha un’attitudine speculativa tipica della sua etnia: Cecchi è già interno all’antisemitismo. Cita Assal e Spinoza: il primo è un mistico e irrazionalista, elabora pensieri estremi, il secondo è estremamente razionale che vuol dare una definizione del mondo in formule matematiche.
L’ebreo quando pensa può pensare in modo equivalentemente o super razionale o irrazionale, Cecchi non accetta nessuna delle due modalità. Torna la parola tema “consistere”. Accusa gli ebrei di “voler fondare la tradizione dal nulla”, recuperando una delle più celebri frasi dell’anarchismo esistenziale dell’Ottocento nel libro dell’ebreo Steiner L’unico. Steiner addensa in un’opera tutto il suo scibile (opera considerata parziale ispirazione al concetto di uomo superiore elaborato da Nietzsche).
Modelli di pensiero incentrati sulla costruzione di una possibile individualità che sopravanzi e sconfigga quella avanzante parità democratica data dalle masse: nell’Ottocento si impone la massa come fenomeno sociologico. Si conierà il termine uomo massa: le masse sconvolgono il mondo dapprima con la Rivoluzione Francese (1789), poi con gli scioperi, poi nel 1848… La folla che diventa un soggetto storico di forte impatto che sembra sopravanzare l’idea romantica di individuo.
Incontro tra idee e società
Attraverso certi pensatori si attivano forme di pensiero che ricominciano a pensare un individuo forte, unico; Cecchi non è un caso che si ricordi tramite questo suo voler consistere (voler fondare la tradizione dal nulla, sul punto base del vuoto), ciò che Steiner ha detto quando dice di aver fondato il suo pensiero dal nulla. Il suo pensiero infatti non appartiene nessuna concettualità così come noi la conosciamo attraverso tremila anni di storia; il nulla è in questo caso sintomo di vuoto, ma di un vuoto attivo perché in questo nulla si crea un nuovo pensiero, un concetto forte di individuo.
Per Cecchi, memore dell’esperienza di Steiner, anche Michelstaedter vuole attraverso persuasione e retorica, affermare una nuova idea di cultura dell’io e di sensibilità che alle spalle non ha quella discendenza aureolata, quel canone che invece solitamente è presente. Sono citati autori e maestri, ma non nomi canonici tradizionali. Volontà di voler fare di questa nuova cultura senza “basi” elemento civilizzatore: volontà apostolica, di “fare il Messia”.
La tradizione cristiana è umana, gli ebrei la rifiutano: devono accontentarsi perciò “… di alloggiare nella capanna del viandante, di posare il capo sopra la pietra e la mattina dopo rimettersi in pia. Obbligati …” Cecchi avanza in questo taccuino per blocchi concettuali ermetici ed ellittici.
Concetti chiave del pensiero di Cecchi
Torna il leitmotiv dell’ebreo che aveva accumulato oro (“la potenza dell’oro”). L’usura nel Medioevo era peccato mortale e quindi il Papa obbligò gli ebrei a dare i soldi in prestito come fanno oggi le banche, ovvero con un guadagno; all’epoca non si poteva essere banchieri cristiani perché l’oro era ritenuto lo sterco del Diavolo. Gli ebrei furono perciò costretti a diventare banchieri che prestavano soldi e furono poi successivamente condannati per questa stessa motivazione.
Parola chiave: estetismo. Nel 1912 Cecchi scrive La vita contro la morte. Carlo Michelstaedter esplicando i contenuti ellittici del suo taccuino (’13). La parola estetismo ha un grande senso culturale per quegli anni.
L'arte come risposta alla società borghese
È necessario partire da una priorità artistica-letteraria: nella seconda metà dell’Ottocento una certa borghesia (in modo particolare francese) si stanca di considerare l’arte al servizio dei valori della classe borghese. L’arte dopo la Rivoluzione Francese era chiamata ad un grande compito, ovvero difendere i valori etico-morale della borghesia: chi non lo faceva veniva perlomeno sottoposto ad un processo.
(Quando Baudelaire scrive I fiori del male, raccolta lirica più venduta in tutto il mondo, le sue poesie suonano subito offensive perché lo scrittore usa come metro lirico quello alessandrino, metro tipico della poesia classicista francese; ma pur usando questo metro parla di cadaveri, di donne che si amano, di crani sventrati… insomma racconta l’orrore, il patologico, il sessualmente inopportuno, motivo per cui subisce un processo dal quale sarà poi assolto / stessa cosa capita a Flaubert con Madame Bovary, che narra un adulterio e non predica perciò le virtù della fedeltà coniugale) da parte delle autorità.
Nella seconda metà dell’Ottocento si instaura un fenomeno “in risposta” chiamato l’art pour l’art (l’arte per l’arte) o Estetismo (chiamato così da chi vuole dare una cognizione negativa) o Simbolismo (chiamato così dagli studiosi). È una corrente che parla il linguaggio dell’arte e si disinteressa di servire il popolo o la classe sociale, di comunicare buoni sentimenti, ma proprio per il suo essere arte ne parla il linguaggio disinteressandosi del mondo sociale e delle sue idee morali: rende l’arte autonoma dai ceppi pedagogici, dai vincoli dogmatici. Forma auto-referenziale dell’arte.
L’arte inizia ad essere concepita anzi come luogo della dissacrazione di ogni valore puritano, cristiano… (Mallarmé, Baudelaire…). Mallarmé ad esempio utilizza un linguaggio artistico, termini tratti da una sensibilità artistica, linguaggio perciò auto-referenziato, l’arte parla il linguaggio dell’arte.
Certi teorici dell’arte, classicisti, portano critiche a questa forma d’arte perché slegata dai valori di una contemporaneità fortemente legata alla coscienza borghese; sono borghesi ed anti-borghesi al contempo. Il pensiero di Michelstaedter, il filosofo della persuasione e di una certa idea di uomo assoluto, è slegato dalla tradizione perciò auto-referenziale (come il linguaggio degli artisti de l’art pour l’art, i cosiddetti esteti), inserendosi in una cerchia di eroi anticipanti la rivoluzione delle Avanguardie storiche, in una corrente dell’arte e del pensiero che non ubbidisce più alle sollecitazioni etico-morali della classe borghese. È un pensatore anti-borghese, non è marxista ma nichilista: la sua esperienza deve essere associata alla filosofia del martello di Nietzsche perché entrambi si preoccupano di decostruire i falsi valori della coscienza europea.
Mai perdere la forte coscienza anti-borghese di Michelstaedter. Società che nega al singolo la sua autonomia, il suo diritto di pensare concettualmente, di vivere nelle forme libere del poter vivere.
Ideale di vita e critica alla società capitalistica
Ideale di vita separato dalla materialità: ti rende libero ma ti obbliga ad una vita di assoluta povertà. Stando all’interno di questo parametro possiamo dare un’interpretazione impressionista ma anche storico-culturale: all’inizio del Novecento, proprio quando esplode l’idea di una società opulenta, fortificata dalla tecnica (automobile, moto…). In questo contesto della Belle Epoque e del sistema capitalistico, molti letterati sebbene non marxisti disapprovano grandemente l’immagine di una società fondata sui riti del capitalismo, lanciando invece la proposta di un’intelligenza tragica.
A pag.31 de La differenza ebraica: prefazione di Michelstaedter scrive alla sua tesi di laurea, non verrà poi acclusa ad essa. Che cos’è una prefazione? È un breve scritto dell’autore che riflette sulla sua opera. C’è tutta una storia del modo della prefazione, così come si è imposto da qualche secolo: la prefazione sovente vuole da parte dell’autore orientare la lettura del lettore, sottolineando ad esso che quello che è stato scritto ubbidisca a un principio di verità, e, in modo particolare per questa prefazione, lo scrittore comunica quali sono gli autori determinanti gran parte del concetto di Michelstaedter di vita tragica.
Ne La differenza ebraica l’autore dice...
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