L’Ottocento
Le rivoluzioni industriali
e l’avvento di società e politica di massa
Dispense del corso di Storia Contemporanea
•
Università degli Studi Roma Tre Dipartimento di Studi Umanistici
Prof. Paolo Màttera Capitolo I
Prima dell’Età contemporanea: uno sguardo sull’Antico Regime
Le caratteristiche di quella che viene chiamata “Età Contemporanea” affondano
le proprie radici nelle profonde trasformazioni del periodo a cavallo tra fine ’700 e
inizio ’800. Per meglio comprendere la portata della svolta che maturò allora, può
risultare utile gettare uno sguardo veloce sulla realtà precedente, che in quella mede-
sima fase storica fu abbattuta da un lungo ciclo di rivoluzioni. È una realtà complessa
che si era formata nel corso di secoli e che in sede storica ha ricevuto una denomina-
zione precisa: “Antico Regime”.
L’Antico Regime
Antico Regime
La definizione di si impone durante la Rivoluzione francese. Nei
Cahiers de doléances redatti dalle assemblee che inviarono i loro delegati agli Stati
ancien régime
Generali nel 1789, si parla di per opporre confusamente la situazione
esistente da cambiare al nuovo regime che si attende. Il termine fu portato al livello
L’Antico regime
di concetto storiografico dalla grande opera di Aléxis de Tocqueville,
e la Rivoluzione. Da allora è entrato in uso per indicare i caratteri politici, ammini-
strativi, religiosi e culturali dell’epoca precedente la Rivoluzione francese. Concetto
nato dunque in Francia, quello di “Antico Regime” è stato esteso poi all’insieme degli
Stati e delle Società europee dell’epoca compresa tra la fine del Medioevo e le due
rivoluzioni che trasformarono la realtà sociale (Rivoluzione industriale) e politica
(Rivoluzione francese). Antico Regime?
E allora: quali erano i caratteri fondamentali del cosiddetto
Economia: il retaggio dell’agricoltura feudale
1
Nel Settecento ancora si viveva, si moriva, si lavorava, si viaggiava in maniera non
così diversa dal tardo Medioevo. Il lavoro risultava faticoso e spesso lento, perché
nelle botteghe artigiane si lavorava con i congegni manuali e nelle campagne con la
trazione animale.
L’attività economica principale era l’agricoltura. La grande maggioranza degli
uomini e delle donne lavorava infatti la terra persino se abitava nelle città; e, soprat-
tutto in Europa, si coltivava il grano, che costituiva la base dell’alimentazione. Tutta-
via, anche se erano in tanti a lavorarla, la terra aveva una produttività piuttosto bassa,
per almeno due ordini di motivi. In primo luogo la rotazione: i terreni non potevano
produrre tutti gli anni, ma dovevano essere lasciati a riposo. In ogni villaggio la terra
Storia
1 Il testo di questo paragrafo è prevalentemente frutto della sintesi da Adriano Prosperi, Paolo Viola,
Moderna e Contemporanea, Vol. II, pp. 185-186 e 193 e seguenti. Per ulteriori indicazioni, vedere la biblio-
grafia di riferimento alla fine del capitolo. 2
coltivabile veniva perciò suddivisa in due o tre zone equivalenti, opportunamente
sfasate nella produzione agricola, in modo che tutti gli anni venisse garantita la pro-
duzione; così però almeno un terzo dei terreni doveva restare inutilizzato, riducendo
di molto la produzione. Per di più – ecco il secondo motivo della bassa produttività
– non si poteva nemmeno destinare tutta la terra alla rotazione delle coltivazioni,
perché bisognava dedicare aree piuttosto vaste, molto superiori a quelle lasciate a ri-
poso, all’allevamento del bestiame; altrimenti sarebbero mancati la carne, il latte e la
forza motrice per gli aratri e i carri. Bisognava infine salvaguardare il bosco, perché il
legname era indispensabile per costruire case e attrezzi; e con la legna ci si riscaldava,
si cucinava e si alimentavano forni e fucine. Insomma: molti campi intorno ai villaggi
venivano, per un motivo o per un altro, esclusi dalla coltivazione. E quelli coltivati
rendevano a loro volta poco; né giungevano in aiuto i fertilizzanti che, tutti di origi-
ne animale, non potevano aumentare più di tanto la produttività.
Si viaggiava a piedi, a cavallo e a vela, con le distanze che risultavano perciò enor-
mi. Sicché la maggioranza delle persone non viaggiava mai, anzi: molti erano coloro
che nascevano, trascorrevano tutta la vita e morivano nel medesimo luogo; che era
poi il posto dove erano spesso nati, vissuti e morti i genitori, i nonni e i bisnonni, per
generazioni. Queste difficoltà nelle vie di comunicazione incidevano anche sulle atti-
vità economiche. I trasporti erano così difficili, lenti, al passo del cavallo o del mulo,
su strade insicure, sconnesse e rese ancor più precarie dalle piogge, che solo merci di
grande valore potevano essere gravate del costo di un viaggio al di fuori di un ambito
locale. Sicché nei limiti del possibile tutto doveva essere prodotto vicino ai luoghi di
consumo, altrimenti i prezzi sarebbero cresciuti oltre le possibilità di assorbimento
del mercato. Facevano eccezione i prodotti di gran lusso, il cui prezzo era già talmen-
te alto che il trasporto non incideva. Erano ad esempio i tessuti di seta di Lione, le
lame di Toledo e le spade di Sheffield, i violini di Cremona, i vetri e gli specchi di
Venezia, le porcellane di Limonges. Tutti manufatti creati nelle botteghe artigiane, il
cui numero stava notevolmente crescendo.
Nel variegato mondo dell’artigianato la divisione del lavoro risultava netta: non
era facile passare da un’attività all’altra, né investire in ambiti differenti. I lavoratori
corporazioni,
di uno specifico settore venivano inquadrati in nelle quali si entrava
con difficoltà e che spesso controllavano il territorio: un quartiere, una strada in cui
si affollavano le botteghe della stessa specialità. Quando si trattava di mestieri più
prestigiosi non si parlava più di corporazioni ma di compagnie o corpi. Ognuno di
questi corpi aveva una sua collocazione nella società, un suo posto nelle processioni
particolare sistema-
religiose, un rango riconosciuto da un particolare statuto e una
zione legislativa. Si trattava insomma di un’organizzazione in gruppi chiusi. E tale
assetto non era affatto un’eccezione, bensì il riflesso della più ampia organizzazione
dell’intera società.
La società
2 Antico Regime
Gli uomini e le donne di non pensavano a se stessi come persone
isolate, come individui dotati di diritti e destini parimenti individuali. Bisogna inve-
L’età delle rivoluzioni, La
2 Il testo di questo paragrafo è la sintesi da Eric Hobsbawm, Saggiatore, Marc Bloch,
società Feudale, Storia Moderna e Contemporanea,
Einaudi, Adriano Prosperi, Paolo Viola, Einaudi, Vol. I. Per
ulteriori indicazioni, vedere la bibliografia di riferimento alla fine del capitolo.
3
ce immaginare la società dell’epoca come un insieme gerarchizzato di gruppi, ognuno
dotato di una propria identità, di un posto ben precisato (e diverso da quello degli
altri) nel tessuto sociale, di un suo rapporto col potere, di diritti e doveri particolari.
Le origini di questo assetto risalivano al Medioevo, quando il monaco Aelfric, scri-
vendo al Vescovo di York in Inghilterra, aveva esposto la sua idea di società, divisa
in tre gruppi: quelli che combattono, quelli che pregano e quelli che lavorano. Era
un’idea semplice e di grande efficacia, destinata a consolidarsi nel tempo, che divi-
deva la società in base alle funzioni che ciascun gruppo svolgeva. C’erano coloro che
dovevano impugnare le armi per proteggere le città e i paesi: i cavalieri in armi che
nobiltà.
divennero la C’erano poi coloro che dovevano intercedere presso Dio e pro-
clero.
teggere gli altri con la preghiera: il C’erano infine coloro che dovevano lavorare
per produrre i beni necessari a mantenere e sfamare chi li proteggeva con le armi e la
preghiera: erano i contadini e gli artigiani, i quali ben presto in Francia assunsero la
Stato”.
denominazione destinata a grande fortuna, il “Terzo
Antico Regime
La società di non era dunque composta da individui, bensì
ordini, ceti stati.
suddivisa in gruppi, definiti oppure o A ciascuno di questi gruppi
apparteneva un insieme di individui, e a ciascun gruppo venivano assegnati un posto
ben preciso nella scala sociale e un quadro normativo peculiare. Sicché ogni persona
non aveva una collocazione nella società in base alle proprie qualità individuali, ma
in base al gruppo cui apparteneva.
A funzioni diverse per ciascun ordine, corrispondevano infatti leggi diverse, con
diritti e doveri differenti. I tre ordini non avevano pari dignità. Al vertice stava la
nobiltà, che godeva di ampi privilegi, accumulava immense ricchezze, con lo sfrutta-
mento dei contadini, e veniva esentata dal pagamento delle tasse. Simili risultavano
le prerogative dell’Alto Clero, cui si poteva accedere solo se di origine nobiliare. In
fondo alla piramide stavano tutti gli altri: la grande maggioranza della popolazione.
Un aggregato molto composito ed eterogeneo, cui appartenevano i contadini, ma col
passare del tempo anche professionisti (avvocati, procuratori, notai, medici), nonché
commercianti, uomini d’affari e artigiani. Su questo strato in fondo alla piramide
gravavano tutti i pesi, a partire dalle tasse.
Per di più, a ciascun gruppo corrispondeva anche una differente amministrazio-
ne della giustizia. Mentre per i membri del Terzo Stato erano previste pene spesso
severissime, anche a fronte di reati relativamente modesti, i nobili potevano essere
giudicati solo dai loro pari e a loro carico erano previste spesso pene molto più blan-
de. Oggi in tutti i tribunali campeggia una scritta: “La Legge è Uguale per Tutti”.
Antico Regime
E sul piano formale è senz’altro così. Ebbene: in era esattamente il
contrario; la legge era diversa e valeva in modo differente per gli individui, in base al
rispettivo gruppo di appartenenza. nascita.
Come si entrava negli ordini? In base alla Ogni ordine era separato dagli
altri da precise barriere giuridiche: si nasceva e si moriva nobili; si nasceva e si moriva
appartenenti al Terzo Stato. Per secoli infatti i nobili riuscirono a godere di una legit-
timazione al potere molto forte. Per comprendere questo fenomeno bisogna ricorda-
re dell’importanza che, in un mondo molto più esposto all’imprevisto e al rischio,
avevano alcune qualità umane come la forza fisica, il coraggio e l’abilità di battersi.
Alle origini di questo sistema sociale stava l’idea che la guida di un “capo”, con potere
e privilegi, veniva accettata perché egli proteggeva e difendeva gli altri grazie alle sue
qualità: era il più forte, il più coraggioso, il più abile, il guerriero più capace. I privile-
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gi riconosciuti e le tasse pagate erano, almeno formalmente e alle origini, il “prezzo”
pagato al “signore” in cambio della sua protezione. L’archetipo di questo rapporto
era il feudo, la cui impostazione formale e – per così dire – psicologica è stata magi-
stralmente descritta da Marc Bloch:
Essere «l’uomo di un altro uomo»: nessuna alleanza di parole era più diffusa di questa nel vo-
cabolario feudale. Comune ai dialetti romanzi e germanici, serviva a esprimere la dipendenza
personale […]. Il Conte era «l’uomo» del Re, il servo quello del signore del villaggio.
Questi vincoli presentavano una loro precisa reciprocità: da una parte la prote-
zione assicurata dal Signore, dall’altra la dipendenza, la fedeltà e l’obbedienza. Per
comprenderne le ragioni bisogna risalire alla fase profonda del Medioevo e al crollo
dell’Impero romano, con le sue articolate strutture giuridiche. Così argomenta an-
cora Bloch:
Né lo Stato né la famiglia potevano più offrire una protezione sufficiente. La comunità rurale
non aveva la forza che per la sua polizia interna; quella urbana esisteva appena. Il debole pro-
vava ovunque il bisogno di affidarsi a chi fosse più potente di lui. Il potente, a sua volta, non
poteva mantenere il proprio prestigio o la propria ricchezza, né conservare la propria sicurezza,
se non procurandosi, con la persuasione o la costrizione, l’appoggio di “inferiori” obbligati ad
aiutarlo.
Un rifugiarsi verso il capo, da un lato; dall’altro, prese di comando spesso brutali.
E poiché le nozioni di debolezza e di potenza sono sempre relative, in parecchi casi lo stesso
uomo diventava simultaneamente il dipendente di uno più forte e il protettore di più umili. In-
cominciò in tal modo a costituirsi un vasto sistema di relazioni personali, in cui fili intrecciati
andavano da un piano all’altro dell’edificio sociale. [Bloch, ed. 1993, pp. 171-174] antico regi-
Perciò, alle sue origini e nella sua impostazione di fondo, la società di
me era una società che si intendeva statica, dove le appartenenze, stabilite per nascita,
dovevano risultare fissate per tutta la vita.
Attenzione, però: era così alle origini e nell’impostazione di fondo. Non bisogna
Regime
immaginare l’Antico come una società completamente immobile, con distan-
ze insormontabili e senza la minima possibilità di ascesa sociale. Al contrario: sulla
grande massa dei contadini cominciò a formarsi, e si consolidò progressivamente tra
il ’600 e il ’700, un “ceto di mezzo”, una borghesia di mercanti, di artigiani, di funzio-
nari, di avvocati e addetti ai servizi dello Stato: «L’ascesa dei ceti medi fu un fenome-
no indiscutibile nell’Europa del XVI secolo […] quello a cavallo del Cinquecento e
del Seicento fu un periodo di rapida mobilità sociale» [Kamen, 1983, p. 231].
Molti documenti e testimonianze riferiscono che nell’Italia Centro-settentrio-
nale già dal XVI secolo una nuova pratica di consumi e di acquisti si stava diffonden-
do presso i ceti emergenti di mercanti e funzionari. Come lo sappiamo? I testamenti
possono essere una fonte di informazione molto interessante. Gli artigiani di Genova
lasciavano in eredità portate di posate e cucchiai d’argento e possedevano in numero
crescente letti con materassi più comodi (che quindi tenevano a trasmettere agli ere-
di), nonché lenzuola e biancheria. A Siena nel 1533 un modesto locandiere possede-
va una camera da letto con un materasso di piume (che per l’epoca risultava un lusso),
grandi tende e un intero baule di trapunte decorate e oggetti per la casa, nonché un
ricco guardaroba con diciassette camicie. Un secolo dopo, nei Paesi Bassi era ormai
prassi comune che mercanti e artigiani possedessero orologi, tappeti, tende, piatti di
porcellana e un numero crescente di libri. Nel 1717 la casa di un sarto di Prisengracht
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sfoggiava cinque quadri, terracotte di Delft, tende di pizzo, due dozzine di sedie, due
completi di biancheria e numerosi libri. Ancora più vistoso fu il cambiamento in
Inghilterra. Nel XVII secolo nessuna famiglia di Londra aveva servizi di porcellana.
Nel 1725 il 60% degli inventari familiari riportava sevizi e utensili per il tè e il caffè.
Potrebbe sorgere l’obiezione che gli inventari siano una fonte poco esauriente, per-
ché non tutte le famiglie li hanno trasmessi. In supporto arrivano le parrocchie, le
quali compilavano precisi registri delle famiglie indebitate che stipulavano contratti
di protezione e assistenza in caso di insolvenza. Ebbene: praticamente tutti i registri
rivelano che nel ’700 era ormai comune possedere materassi in piume, ricambi di
biancheria e dei guardaroba molto più forniti, con numerose camicie e bottoni ele-
ganti [Shama, 1993; Goldthwaite, 2009; Trentmann, 2017]
statica
In una società concepita come si stavano perciò mettendo in moto dei
mobilità sociale,
meccanismi di sia verso l’alto che verso il basso. Non bisogna per-
ciò nemmeno cedere alla tentazione semplicistica di immaginare la realtà dell’Antico
regime come quella di una società di diseguaglianza estrema, dove pochi “Signori”
prosperavano nella ricchezza a spese di una pletora di poverissimi, isole di lusso in
un mare di povertà. D’altro canto, non mancavano i casi di nobili che avevano dila-
pidato i propri averi e faticavano a sostenere il proprio stile di vita lussuoso. In più, la
nobiltà stava perdendo l’antica legittimazione, perché i suoi rappresentanti avevano
progressivamente abbandonato la vocazione guerriera, di origine feudale, per trasfor-
marsi in cortigiani, incipriati e imparruccati, che pretendevano di conservare i propri
privilegi senza più offrire il servizio che li aveva giustificati ed era loro richiesto: quel-
lo delle armi.
Cosa impediva allora un cambiamento più profondo? Perché gli impulsi al di-
namismo non soppiantavano l’antica impostazione statica? Risposta: a causa del
complesso sistema giuridico, di norme e regole, che si era stratificato nel tempo a
sancire i privilegi della nobiltà e la subordinazione del Terzo Stato. Si verificava-
no invero dei casi di ricchi commercianti o funzionari che accumulavano grandi
ricchezze e riuscivano a comprare un titolo nobiliare: alla nobiltà “di spada” dalle
antiche origini guerriere, si aggiungeva così la nobiltà “di toga”. E spesso i governi,
per riempire le casse dello Stato, avevano fatto ricorso alla vendita dei titoli. Ma non
si trattava certo di una pratica aperta a tutti. Anzi: per la maggioranza della popo-
lazione v’erano ben poche possibilità di modificare la propria posizione sul piano
giuridico. I vistosi cambiamenti della condizione materiale permettevano certo di
migliorare il tenore di vita, ma non consentivano di mutare la propria posizione
fiscale e gli obblighi verso la nobiltà. Ancora peggio era per i contadini, per i quali
spesso ogni forma di ascesa sociale o di miglioramento delle condizioni era al di
fuori persino dell’orizzonte mentale. L’atteggiamento individualista era considera-
to ribelle e il cammino verso la valorizzazione delle risorse personali guardato con
Regime
sospetto. L’impianto giuridico dell’Antico concepiva il cambiamento come
un fatto negativo. Ognuno riceveva il suo posto dalla nascita e doveva trovare la sua
collocazione in tale sistema.
A gestire questo difficile equilibrio tra l’originaria impostazione statica e i crescenti
impulsi al dinamismo stava un’apposita organizzazione dello Stato e della politica.
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Le forme di Stato e della politica in Antico Regime
3
La costruzione dello Stato moderno si è sviluppata con un processo di progressi-
va concentrazione del potere nelle mani dei sovrani. Una serie di prerogative – sulle
tasse, sull’esercito e sulla giustizia – che nel corso dei secoli erano stati assegnati ai
villaggi, alle parrocchie e soprattutto ai feudi dei nobili, in età moderna furono pro-
gressivamente – e faticosamente – concentrati nelle mani del potere centrale e dello
Stato. L’esito di questo processo non fu però univoco, bensì duplice, con due soluzio-
Stato assoluto Monarchia parlamentare.
ni differenti: lo e la
La prima formula fu realizzata nella Francia del ’600, durante i regni di Luigi
XIII (con l’iniziativa del Cardinale Richelieu) e soprattutto sotto Luigi XIV. All’ini-
zio del secolo la nobiltà aveva in realtà tentato di opporsi alla concentrazione del po-
tere nelle mani del Re, imponendo nel 1614 la convocazione di un’antica assemblea
medievale: gli Stati Generali, che riunivano i rappresentanti dei tre ordini (la nobiltà,
il clero e il Terzo Stato); ma i contrasti fra gli ordini e all’interno di ciascun ordine
resero inefficace l’assemblea, che fu sciolta e non sarebbe stata più convocata per un
secolo e mezzo, fino al 1789, quando poi sarebbe scoppiata la Grande Rivoluzione.
La debolezza delle assemblee e degli Stati Generali permise quindi alla monarchia di
Stato assoluto Monarchia
rafforzarsi progressivamente, fino alla istituzione dello (o
assoluta). absoluta legibus:
Cosa vuol dire? La monarchia era sciolta dalle leggi. Non
superiore alla legge,
perché fuori della legge, ma perché fonte suprema del diritto, del-
la decisione, della iniziativa legislativa.
La seconda formula – la Monarchia Parlamentare – fu invece realizzata in In-
ghilterra. Anche lì la monarchia si adoperò per sottrarre il potere in materia di tasse e
giustizia agli organi locali e ai feudi sparsi sul territorio; e in gran parte vi riuscì. Rag-
giunto il primo obiettivo, il Re cercò quindi di concentrare il potere anche al vertice
dello Stato. Ma lì trovò l’opposizione delle assemblee dei nobili e delle città: rispetti-
vamente la Camera dei Lords e la Camera dei Comuni, che si rivelarono ben più forti
degli Stati Generali francesi. E così, nel corso del ’600, proprio mentre in Francia si
consolidava l’assolutismo, in Inghilterra si verificavano due rivoluzioni (negli anni
’40 del secolo e nel 1688) che portarono a una coabitazione fra il Re e il Parlamento
(composto appunto dalle Camere dei Lords e dei Comuni). Il Parlamento approvava
in esclusiva le leggi: aveva conquistato il potere legislativo. Aveva in tal modo preso
divisione del potere,
forma un principio fondamentale: la che tanto avrebbe affascina-
to filosofi come Montesquieu. Stato assoluto Monar-
Ma il caso inglese era rimasto per il momento isolato. Tra e
chia parlamentare, Antico Regime
in prevaleva senz’altro Lo Stato assoluto. Vincitore in
Francia, l’assolutismo si era imposto in Spagna e si affermò anche nei tre nuovi grandi
pilastri dell’Europa centrale e Orientale: Prussia, Austria e Russia. Lo Stato assoluto
(o Monarchia assoluta) divenne quindi la formula dominante. Il Re era sovrano per
diritto divino ed era una figura sacra. Ogni autorità emanava da lui e ciò conferiva all’in-
tero edificio dello Stato coesione e solidità. Il potere centrale occupava tutti gli spazi
di que
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