L'ottocento
Indice
- La nascita degli Stati Uniti pag. 2
- La rivoluzione francese pag. 5
- Napoleone e l'Europa pag. 10
- Le origini della industrializzazione pag. 12
- Le origini della politica contemporanea pag. 15
- Restaurazione e rivoluzioni (1815-1848) pag. 17
- Le Americhe pag. 23
- Il risorgimento italiano pag. 26
- Le rivoluzioni del 1848 pag. 28
- Società borghese e movimento operaio pag. 30
- L'unità d'Italia pag. 33
- L'Europa delle grandi potenze (1850-1890) pag. 35
- I nuovi mondi: Stati Uniti e Giappone pag. 38
- La seconda rivoluzione industriale pag. 40
- Imperialismo e colonialismo pag. 41
- Stato e società nell'Italia unita pag. 42
- Verso la società di massa pag. 44
- L'Europa tra i due secoli pag. 45
- Imperialismo e rivoluzioni nei continenti extraeuropei pag. 46
- L'Italia giolittiana pag. 46
La nascita degli Stati Uniti
La guerra di indipendenza
La guerra che tra il 1775 e il 1783 oppose le tredici colonie inglesi del Nord America alla madrepatria rappresenta la prima guerra di liberazione condotta vittoriosamente da un paese extraeuropeo. La rivoluzione americana segna la nascita di un nuovo organismo statale destinato a svolgere un ruolo da protagonista nel mondo contemporaneo. Tale rivoluzione aprì una stagione di grandi rivolgimenti politici dalla quale sarebbero usciti gli ordinamenti delle odierne democrazie.
Le colonie inglesi in Nord America
Alla metà del '700 i possedimenti inglesi comprendevano tredici colonie, tutte sulla fascia costiera atlantica, delimitate a ovest dai monti Appalachi, a nord dalla regione dei Grandi Laghi e a sud dalla Florida spagnola. La popolazione era in continua crescita e tendeva ad espandere i possedimenti verso ovest lottando duramente con le tribù indiane.
La colonizzazione inglese del Nord America, iniziata al principio del '600, fu il prodotto dell'iniziativa di compagnie commerciali e dell'emigrazione di minoranze politiche e religiose (anzitutto i puritani). L'immigrazione nei territori delle colonie era favorita dall'Inghilterra che tendeva così a contrastare la presenza americana di Francia e Spagna.
Le prime colonie
La prima colonia britannica sul suolo americano fu la Virginia, nata nel 1607 ad opera della compagnia commerciale Virginia Company, passò sotto la tutela del governo regio nel 1623 e venne abitata da realisti in fuga dalla repressione di Cromwell. Nel 1620 furono invece dei padri pellegrini puritani fuggiti dalla persecuzione della corona e della chiesa anglicana a fondare più a nord il Massachusetts, che fino al 1691, anno in cui divenne colonia britannica, sarebbe stato uno Stato indipendente.
Nel decennio tra il 1630 e il 1640, gruppi puritani dissidenti abbandonarono il Massachusetts e fondarono il Rhode Island e il Connecticut. Un'altra colonia, il New Hampshire, si separò dal Massachusetts nel 1679. Queste quattro colonie, che occupavano una regione nota come New England, avrebbero mantenuto anche in seguito la loro impronta puritana.
Le colonie del Sud
Molto diversa fu l'origine delle colonie del sud. Il Maryland nacque da una concessione di Carlo I nel 1632 a Lord Baltimore. Analoga la nascita del North Carolina e del South Carolina, che nacquero nel 1663 da una concessione di Carlo II a otto proprietari.
Fu sempre Carlo II a concedere a suo fratello duca di York i territori alla foce del fiume Hudson, in realtà occupati dagli olandesi che vi avevano fondato il porto di New Amsterdam. Nel 1664, la città fu occupata dalle truppe del duca che mutò il suo nome in New York e divenne la capitale dell'omonimo stato. Altri possedimenti a sud dell'Hudson vennero ceduti a proprietari che costituirono il New Jersey.
Altre colonie
Nel 1681 fu invece un ricco mercante quacchero, William Penn, a ricevere un'ampia regione boscosa tra lo stato di New York e la Virginia, che si sarebbe poi chiamata Pennsylvania. Nel 1703 nacque, sempre da un acquisto di Penn, il Delaware.
La colonizzazione fu completata nel 1730 con la formazione tra la Carolina del Sud e la Florida spagnola della Georgia, regione che per lungo tempo venne adibita a rifugio per poveri e luogo di riabilitazione per i detenuti.
Differenze tra le colonie
Formatesi in tempi e in circostanze diverse, le regioni del Nord America non differivano solo per la popolazione profondamente eterogenea ma anche per l'economia e l'organizzazione sociale. Da questo punto di vista si possono individuare tre zone distinte: il Nord, il Sud e il Centro.
Le quattro colonie del New England (Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, New Hampshire), potevano godere di condizioni climatiche simili a quelle dell'Europa nord-occidentale che avevano favorito lo sviluppo di un'agricoltura fondata essenzialmente sulla coltivazione di cereali in piccole o medie imprese familiari raccolte attorno a villaggi rurali. Questo, però, non aveva frenato la nascita di importanti centri urbani, come Boston, dove fiorivano i commerci, la pesca e anche un'industria cantieristica molto importante.
Le cinque colonie del Sud (Virginia, North Carolina, South Carolina, Georgia, Maryland) avevano un'economia fondata sulla produzione del tabacco e, in alcune zone, del riso. Le piantagioni erano principalmente delle grandi proprietà terriere dove lavoravano gli schiavi provenienti dall'Africa. Nel sud i grandi centri urbani erano praticamente inesistenti.
Le quattro colonie del Centro (New York, New Jersey, Delaware, Pennsylvania) non costituivano un blocco omogeneo ma bensì una cerniera di collegamento tra il Nord e il Sud. Dal punto di vista economico il commercio era molto sviluppato e la proprietà terriera aveva caratteristiche distinte da quelle delle colonie del Nord. Più marcati erano gli squilibri sociali.
Relazioni economiche e politiche con la madrepatria
Nel complesso economico, le colonie erano strettamente legate con la madrepatria, in quanto con gli Atti di navigazione la Gran Bretagna si riservava il monopolio del commercio da e per le colonie d'oltremare. Inoltre, tutte le attività industriali a livello locale erano ostacolate, salvo quelle cantieristiche, per evitare che si mettessero in concorrenza con quelle della madrepatria.
A questa stretta dipendenza economica faceva riscontro una notevole autonomia sul piano politico. Tutte le colonie erano sottoposte al controllo di un governatore di nomina regia, affiancato nel suo lavoro da Consigli anch'essi nominati dall'alto. A questi Consigli si aggiungevano le Assemblee legislative che venivano elette dai cittadini delle colonie. Nel corso del tempo queste assemblee assunsero poteri sempre maggiori nella conduzione degli affari delle colonie, realizzando così esperienze rappresentative che non avevano eguali in nessun paese dell'epoca.
Forme molto ampie di autogoverno si realizzarono anche a livello delle comunità locali che godevano ovunque di larghissime autonomie.
Crescenti tensioni con l'Inghilterra
Fino agli anni '60 del XVIII secolo i vincoli dei coloni con la madrepatria erano stati sempre strettissimi, anche perché essi si sentivano innanzitutto sudditi della corona, rendendo così deboli i legami reciproci all'interno delle tredici colonie. Anche i contrasti col governo britannico erano resi meno drammatici dalla larga autonomia che godevano le colonie e dalla relativa facilità con cui riuscivano ad eludere i controlli sui traffici commerciali. D'altro canto, il sostegno militare inglese era indispensabile alle colonie, come si era visto nella guerra dei sette anni che avevano combattuto contro la Francia e le tribù indiane. Proprio questa guerra parve segnare il periodo di massima unione tra le colonie e la madrepatria. In realtà, fu proprio la guerra a porre le premesse per un divario che sarebbe risultato insanabile.
All'indomani della pace di Parigi del 1763 la Gran Bretagna si trovava a governare su un vasto impero che andava dal Canada alla Florida. Per garantire la pace e la stabilità dovette aumentare considerevolmente il suo contingente nelle colonie, e pensò bene di fare ricadere sulle colonie stesse il costo per la loro sicurezza. Nell'ottobre del 1763 re Giorgio III emanò un proclama nel quale si vietava ai coloni di spingersi oltre gli Appalachi e avocava alle autorità inglesi il compito di trattare con gli indiani. Nel 1764 fu emanata la legge sul commercio dello zucchero, che colpiva con forti dazi le importazioni di zucchero dai Caraibi francesi e inaspriva i relativi controlli.
Nel 1765 venne emanata la tassa da bollo sugli atti ufficiali e sulle pubblicazioni, tale tassa andava a colpire tutti gli strati sociali e intaccava la consolidata tradizione di autonomia delle colonie d'oltre Atlantico. Nel 1766 a causa delle proteste dei coloni e dell'opposizione liberale il Parlamento inglese revocò la tassa da bollo però introdusse numerosi dazi doganali sulla merce in entrata rendendo più efficaci i controlli doganali.
La protesta si fece più serrata tanto che vennero pubblicati degli opuscoli nei quali si faceva appello alla tradizione del Parlamento inglese secondo la quale non si potevano imporre tasse se i diritti dei tassati non fossero stati difesi all'interno dell'assemblea che approvava tale tassa. In base al principio "no taxation without representation" il Parlamento inglese, dove non erano rappresentati i coloni, non poteva imporre loro nessuna tassa. Nemmeno il ritiro nel 1770 dei dazi doganali fece rientrare la protesta, che anzi prendeva sempre più connotazioni radicali tanto da voler porre sullo stesso piano le assemblee legislative e il Parlamento britannico.
L'inizio della ribellione
A dare nuovo slancio alle correnti radicali fu un provvedimento del 1773 che assegnava il monopolio della vendita del tè alla Compagnia delle Indie, danneggiando così i commercianti locali. Nel dicembre del 1773 un gruppo di Figli della Libertà travestiti da indiani assalì una nave della compagnia nel porto di Boston e gettò il carico in mare. La risposta del governo inglese non si fece attendere. Nel 1774 il porto di Boston venne chiuso, il Massachusetts perdé tutti i suoi privilegi, i giudici americani vennero sostituiti da funzionari britannici e venne bloccata l'avanzata dei pionieri nella valle dell'Ohio annettendo questa provincia al Québec.
Da quel momento in poi la ribellione divenne aperta. Nel settembre del 1774 a Philadelphia si riunì il primo congresso continentale nel quale i rappresentanti di tutte le colonie, esclusa la Georgia, si accordarono per continuare i boicottaggi. Il governo inglese rispose avanzando delle proposte di conciliazione, ma nello stesso tempo continuò la sua repressione nel Massachusetts.
La guerra d'indipendenza
Lo scontro armato fu inevitabile, i primi si ebbero nel 1775 a Lexington e a Concord. In maggio, Philadelphia si riunì nuovamente il congresso continentale e decise di formare un esercito comune guidato dal generale George Washington. Lo scontro tra la Gran Bretagna e le colonie apparve subito come uno scontro impari, infatti a combattere contro uno degli eserciti più grandi e potenti del mondo c'era solo un piccolo esercito di volontari poco addestrati e poco abituati alla disciplina militare.
La stessa opinione pubblica, che si era mostrata compatta quando si era trattato di sostenere la protesta, si divise al momento in cui si passò allo scontro armato. Molti coloni, soprattutto i ceti più agiati, assunsero atteggiamenti lealisti e combatterono al fianco degli inglesi, dando così una connotazione di guerra civile alla guerra d'indipendenza. La tesi indipendentista era sostenuta dagli intellettuali e dai ceti inferiori, per lo più schierati su posizioni democratiche e organizzati in battagliere associazioni politiche. Tra i due schieramenti opposti vi era una corrente moderata che avrebbe voluto trovare un compromesso pacifico capace di far salvare l'autonomia delle colonie pur mantenendo il legame con la corona britannica.
L'atteggiamento intransigente di Giorgio III, che nell'agosto del 1775 aveva dichiarato ribelli tutti i coloni, fece fallire ogni ipotesi moderata e diede più slancio agli indipendentisti. Il 4 luglio 1776 il Congresso Continentale approvò la Dichiarazione d'Indipendenza redatta da Thomas Jefferson, che può essere considerata come l'atto di nascita degli Stati Uniti d'America. Nella Dichiarazione venivano risaltati i principi del pensiero illuminista e ne facevano, per la prima volta, la base per un concreto progetto politico. Contemporaneamente i vari Stati discutevano ed approvavano delle Costituzioni proprie.
La conclusione della guerra
Dal punto di vista militare le prime fasi del conflitto furono sfavorevoli ai coloni. Nel 1775-1776 fallì il tentativo di attaccare il Canada, e gli inglesi assunsero stabilmente l'iniziativa. Nel 1776 occuparono New York. Gli americani devono il buon esito della guerra alla tattica di Washington, che non cercava scontri campali ma logorava il nemico con azioni di guerriglia. La prima seria sconfitta per gli inglesi giunse nell'ottobre del 1777 a Saratoga. Nonostante questa vittoria la posizione dei coloni restava comunque precaria.
Non meno grave era la situazione finanziaria: l'interruzione di traffici con la Gran Bretagna aveva sconvolto l'economia delle colonie, costrette a sostenere i costi della guerra tramite l'imposizione di imposte straordinarie e la confisca dei beni ai lealisti. Un altro grave problema era dato dall'inflazione provocata dall'emissione sconsiderata di carta moneta dal Congresso continentale per pagare le spese della guerra.
A favore degli indipendentisti si schierò buona parte dell'opinione pubblica europea e molti furono i volontari che partirono per combattere al fianco dei coloni ribelli, tra tutti ricordiamo il marchese di La Fayette. Ma l'aiuto più importante agli insorti venne dalle potenze europee rivali dell'Inghilterra. Francia, Spagna e Olanda fornirono ingenti prestiti agli insorti e, cosa più importante, si sostituirono alla Gran Bretagna nel ruolo di partner commerciali.
Nel 1777 la Francia riconobbe l'indipendenza americana e nel 1778 firmò con le ex colonie un trattato di alleanza militare. L'intervento della Francia non capovolse subito l'esito del conflitto, ma la Gran Bretagna cominciò a trovarsi in serie difficoltà. Nel 1781 all'arrivo della flotta francese i coloni passarono al contrattacco assediando Yorktown. Con la resa di Yorktown nell'ottobre del 1781 la guerra poteva considerarsi conclusa. La pace venne firmata nel 1783 a Versailles, la Gran Bretagna riconosceva l'indipendenza delle colonie e conservava pressoché invariato il suo impero coloniale.
La formazione di uno stato nazionale
Una volta raggiunta l'indipendenza le tredici colonie dovettero affrontare i problemi relativi alla formazione di uno stato nazionale. Per tutta la durata della guerra solo il Congresso continentale e l'esercito erano stati espressione delle tredici colonie, per il resto ognuna di esse aveva un proprio ordinamento e una propria costituzione.
Una sorta di costituzione provvisoria erano stati gli Atti di Confederazione redatti nel 1777 ed entrati in vigore nel 1781. A guerra conclusa la mancanza di un potere centrale si fece sentire in termini sempre più acuti. La mancanza di una moneta forte, i controlli sui mercati, i contrasti tra i vari stati per la spartizione dei territori dell'Ovest e la mancanza di purità del Congresso continentale per imporsi sui tredici stati, furono la causa di tensioni sociali e movimenti di protesta. Si giunse così alla convocazione di una Convenzione costituzionale, che si aprì il 15 maggio del 1787 a Philadelphia, presieduta da George Washington.
La Costituzione degli Stati Uniti
La Convenzione emanò una Costituzione che si ispirava al principio della divisione e del reciproco equilibrio dei poteri. La Costituzione sanciva la nascita di organi federali che potevano agire su tutti i cittadini dell'Unione. Il potere legislativo era nelle mani di due camere. La Camera dei rappresentanti, che aveva competenze finanziarie e veniva eletta in proporzione al numero di abitanti, e il Senato che aveva competenze sulla politica estera, era composto da due rappresentanti per ogni stato.
Il potere giudiziario era posto sotto il controllo della Corte Suprema, composta da giudici vitalizi nominati dal Presidente della Repubblica con l'assenso del Senato. Il potere esecutivo era accentrato nelle mani del Presidente della Repubblica. Eletto ogni 4 anni con voto indiretto era indipendente dal potere legislativo ed ha amplissimi poteri, come per esempio il comando delle forze armate e la possibilità di nominare i giudici della Corte Suprema. Il Congresso può mettere sotto accusa il presidente se questi si fosse reso colpevole di violazioni della legge.
I lavori della commissione furono rapidissimi. Si conclusero nel settembre del 1787. Ma la carta costituzionale doveva ancora essere approvata dai singoli stati. E fu proprio in questa fase che si accese un aspro dibattito. Da un lato c'erano i padri della rivoluzione appoggiati dai ceti più conservatori che volevano uno Stato federalista, perché speravano di trovare in un esecutivo forte la migliore garanzia contro il disordine sociale e le tendenze radicali. Sull'altro fronte c'erano i ceti medio-bassi che invece avevano delle idee antifederaliste, perché credevano che lo Stato centrale potesse cadere in mano alle oligarchie finanziarie. Alla fine prevalsero le idee federaliste e la Costituzione venne approvata da 11 stati su 13 e venne ratificata dal Congresso Continentale del 1788. Nel febbraio del 1789 si tennero le prime elezioni e Washington veniva eletto alla carica di presidente.
Tra il 1789 e 1791 le istanze antifederaliste riuscirono a far aggiungere alla Costituzione 10 emendamenti che ribadivano i diritti dei cittadini e le prerogative dei singoli stati. Il governo federale fu diviso in dipartimenti o ministeri. Il dipartimento del tesoro venne affidato ad Hamilton, leader dei federalisti, che risanò le finanze dell'Unione tramite l'introduzione di nuove imposte federali e la riorganizzazione del sistema creditizio attorno alla Banca degli Stati Uniti.
La politica di Hamilton suscitò l'opposizione dei proprietari del Sud e dei coloni dell'Ovest, che trovarono un punto di riferimento.
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