Italo Svevo: il letterato del
‘900
Italo Svevo nasce nel 1861 da una agiata famiglia ebrea. Il suo vero nome, Ettore
Schmitz, è stato intellettualmente sostituito da Italo Svevo a causa della sua duplicità
culturale, che lo vedeva per metà italiano e per metà svevo o tedesco.
Nella sua città natia, Trieste (città voluta libera dall’autore a causa dell’occupazione
austro-ungarica), egli compie i primi passi di formazione letteraria, scrivendo i primi
romanzi. Tuttavia, il rapporto con la letteratura non fu del tutto rose e fiori: egli molto
spesso applicò il cosiddetto “silenzio letterario”, decidendo di abbandonare così la
letteratura frequentemente, ma poi ricercandola.
I suoi studi commerciali derivanti dal padre iniziano a Baviera, dove egli acquisisce
una perfetta conoscenza della lingua tedesca. Chiaramente egli ebbe una formazione
culturale diversa dai grandi classici (non conosceva né il greco né il latino). Tornato a
Trieste, completò in questa città gli studi, interessandosi con il fratello Elio anche di
musica e letteratura, appassionandosi particolarmente al violino.
A partire dal 1880 egli dovette iniziare a lavorare in una banca triestina. Nello stesso
tempo legge molti romanzi francesi e italiani (Guicciardini, Machiavelli e Bocaccio).
Oltre che seguire la nuova passione per il teatro, Svevo si affianca anche alle leggi di
Darwin e al socialismo.
Nel 1892 muore il padre e Svevo, nello stesso anno, si sposa con la cugina Lidia
Veneziani, di cui il padre era proprietario di una famosa azienda produttrice di vernici
per navi. Ella appartiene dunque ad una famiglia nobile e borghese di cui Svevo
follemente è attratto, anche se la sua mente e il suo cuore sono sempre più lontani
dalla letteratura. Il primo annuncio: abbandono
alla letteratura:
Nel 1899, Italo Svevo annuncia pubblicamente le sue dimissioni come intellettuale
d’epoca. A Trieste conosce James Joyce e si affianca molto alla filosofia di Freud.
Nel 1919 Italo Svevo era di nuovo alle prese con la letteratura e, oltre alla stesura di
romanzi minori, egli scrive e pubblica La coscienza di Zeno. Due critici parigini di quei
tempi si interessarono molto alla poetica di Svevo, tanto che alcuni suoi romanzi e
idee intellettuali vennero pubblicate in prima pagina su un famoso giornale francese.
“Le Navire d’Argent”. Morì nel 1928 in seguito a complicazioni cardio-respiratorie
dovute ad un incidente d’auto.
Svevo: cultura e poetica
La scelta poetica e culturale di Svevo si avvicina a molti filoni letterari di vari autori,
come Freud, Nietzsche, Marx e Schopenhauer, tutti aventi grandi competenze in
questione. Non solo, molte furono le opere che Svevo scrisse ispirandosi alle loro
ideologie, tra le collaborazioni giornalistiche, la stesura incompiuta di saggi (tra cui
quello Darwiniano) e l’apologo politico La tribù (ricordiamo che Svevo era molto
scettico nelle soluzioni politiche).
Per questo motivo, egli si affianca al marxismo, alla lezione di Darwin, al positivismo,
al pensiero di Schopenhauer e di Nietzsche. Quanto alla psicoanalisi di Freud,
riscontriamo un dualismo: in essa c’è l’esigenza di ricondurre chiarezza scientifica
nello studio dell’inconscio che riconduce al positivismo, ma anche la sottolineatura dei
limiti della ragione e della volontà rispetto al potere delle pulsioni vitali, argomenti
strettamente collegati al periodo in cui visse Svevo: L’analisi dell’evoluzione
dell’umanità induce Svevo a considerare i limiti della condizione umana, la difficoltà
degli uomini a controllare gli ordigni di cui sono dotati per adattarsi all’ambiente, la
possibilità stessa della distruzione dell’umanità.
La tribù
Nell’ apologo scritto da Svevo, intitolato La Tribù, protagonista della storia è un eroe
proveniente da una tribù asiatica, chiamato Achmed. Quest’ultimo era stato incaricato
di conquistare la sapienza politica in Europa. Al suo ritorno, egli accettò la proposta
della conquista del capitalismo e una strada per la rivoluzione, lunga e tortuosa, che
passi attraverso l’organizzazione economica e sociale dominante in Europa. Ma il
vecchio Hussein non accetta tale proposta e volle iniziare subito dalla rivoluzione
rifiutando le soluzioni di Achmed. Quest’ultimo è pertanto cacciato dalla tribù.
Il rapporto tra Svevo e i “filosofi
ispiratori”
Con Schopenhauer, egli non accetta il raggiungimento della saggezza tramite le
pulsioni e gli istinti vitali, né tanto meno attraverso la rinuncia alla volontà. Da lui,
Svevo acquisisce la capacità di cogliere gli autoinganni e il carattere effimero
dell’uomo e dei suoi desideri.
Con Nietzsche, egli accetta la spietata critica dei valori borghesi, e non quelli
dionisiaci. Infatti, Svevo, essendo un autodidatta che cera di reagire alle imprese del
mondo borghese (in cui il letterato veniva considerato un essere inferiore), egli
proclama le sue proposte e i suoi ideali.
Con Freud, egli accetta la psicoanalisi come tecnica di conoscenza, ma la respinge sia
come visione totalizzante della vita, che come terapia medica.
La rivalutazione
dell’inettitudine
Con l’inettitudine, Svevo rovescia i canoni. Egli difende i diritti dei cosiddetti
“ammalati” rispetto ai sani. L’ammalato è colui che vuole rinunciare alla forza del
desiderio. L’inettitudine per Svevo è una forma di difesa contro l’alienazione
circostante. Infatti, in alcune sue opere è possibile identificare un elogio dell’uomo-
abbozzo, o uomo-inetto.
La necessità di narrare la
vita
La letteratura per Svevo viene vista come una soluzione di evasione da questo mondo,
recupero e salvaguardia della vita. “Morta” è soltanto la vita che non viene raccontata
o narrata. Soltanto se viene scritta, essa può fuggire dall’orrido mondo vero. Infatti,
per il letterato, la penna è un oggetto di evasione perché l’individuo può così
affermarsi e distinguersi dal padre, che lavora come impiegato, e dal mondo esterno,
dominato dall’economia corrotta.
I maestri letterari: a chi si ispirò
Svevo?
Chiaramente egli si ispirò a molti autori come Zola, Balzac e Flaubert (i naturalisti)
oltre che la letteratura inglese con Swift e James Joyce, dal quale deriva una spinta alla
profonda analisi dell’io e a un rinnovamento radicale delle strutture narrative (com’è
riportato in Ulysses, da Joyce scritto).
Al centro della ricerca di Svevo (così come è evidente nei suoi tre scritti: La coscienza
di Zeno, Una vita e Senilità), la coscienza è definita in diversi modi. Tutti e tre gli scritti
hanno come obiettivo la ricerca degli autoinganni.
In Una vita e Senilità, si intravede un giudice istruttore (Debenedetti) esterno alla
narrazione: la voce narrante è in terza persona e il pensiero del narratore è
certamente contrario a quello del protagonista: ci troviamo di fronte a due pensieri e
opinioni opposte che guardano la realtà differentemente. In La coscienza di Zeno,
invece, si ha una confessione in prima persona in cui la distanza tra l’io narrante e io
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