13 La gestione strategica delle persone nelle istituzioni pubbliche
13.1 Chi sono i dipendenti pubblici?
Nella vita quotidiana i membri di una comunità si interfacciano soventemente con persone
che lavorano per le istituzioni pubbliche: insegnante di scuola media, magistrata, medico di
base, funzionaria comunale che si occupa dei servizi sociali, chimico che rileva la qualità
dell'aria, diplomatica che negozia accordi internazionali, educatore che accompagna il
percorso di recupero dei detenuti, poliziotta, dirigente regionale responsabile
dell'internazionalizzazione delle imprese.
Nonostante l'eterogeneità degli impieghi esemplificati, il lavoro nel settore pubblico ha
caratteristiche specifiche che lo contraddistinguono rispetto a quello nel privato. Queste
caratteristiche saranno evidenziate, insieme con l'evoluzione storica del lavoro pubblico, nel
Paragrafo 13.2. Proprio in virtù della presenza di queste specificità, l'insieme dei lavoratori e
delle lavoratrici che hanno come datore di lavoro un'amministrazione pubblica, che sia un
comune o un ospedale, un ministero o un centro di ricerca, costituisce ciò che viene
comunemente definito «il pubblico impiego». Seguendo una definizione di Elio Borgonovi, il
pubblico impiego, infatti, non è solo l'insieme dei dipendenti pubblici, ma anche l'insieme
delle specificità che caratterizzano questo settore del lavoro da quello privato.
Una delle più consolidate misure dell'ampiezza dell'impiego pubblico a livello nazionale è la
quota di spesa pubblica destinata ai salari. In generale, come evidenziato dalla Figura 13.1, i
paesi occidentali impiegano annualmente tra il 5% (Giappone) e il 15% (Norvegia) del PIL
per remunerare il personale delle amministrazioni pubbliche. Occorre sottolineare che
l'incidenza della spesa per salari sul PIL può essere spiegata in molti modi, spesso
indipendenti dall'estensione stessa dell'intervento pubblico.
Il numero di dipendenti pubblici in una determinata area geografica è influenzato da
molteplici fattori, prime fra tutti le scelte relative al perimetro dell'azione pubblica (cfr. Capitoli
2, 3 e 4). Per esempio, sistemi in cui l'intervento pubblico è limitato, come gli Stati Uniti,
avranno livelli ridotti di personale rispetto alla popolazione; viceversa, sistemi in cui
l'intervento dello Stato nell'economia e nella società è profondo, come buona parte degli
Stati europei, presenteranno un numero di dipendenti pubblici maggiore.
Tuttavia, a parità di estensione dell'intervento dello Stato, altri fattori possono aumentare o
diminuire il numero di dipendenti pubblici: per esempio, sistemi in cui il ricorso
all'esternalizzazione dei servizi a imprese private (profit o non profit) è maggiore avranno un
minor numero di dipendenti pubblici, mentre paesi con un reddito pro capite maggiore
possono destinare maggiori risorse al personale delle amministrazioni pubbliche. Inoltre, il
processo di corporatization, ovvero la trasformazione di porzioni di amministrazioni
pubbliche in imprese a totale o parziale controllo pubblico, seppur in regime di diritto privato,
rendono il confine tra lavoratori pubblici e privati più fluido. La percentuale di dipendenti
pubblici in senso stretto rispetto all'occupazione totale è riportata nella Figura 13.2.
Il numero di dipendenti pubblici, come evidenziato nel Paragrafo 13.2, ha registrato una
diminuzione negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, presto diventata in alcuni
paesi europei anche una crisi della finanza pubblica, e all'inizio di politiche di austerità, per
poi tornare ad aumentare durante e dopo la pandemia da Covid-19.
Un secondo elemento di differenziazione tra paesi nei modelli di pubblico impiego è la
sussidiarietà verticale, che determina a quale livello di governo debba essere allocato il
personale, nazionale o locale (cfr. Capitolo 3), come comuni e regioni. La distribuzione tra
centro e periferia è evidenziata nella Figura 13.3.
Occorre sempre rammentare che gli uffici e i dipendenti delle amministrazioni centrali sono
distribuiti fisiologicamente su tutto il territorio nazionale. Si pensi per esempio al Ministero
della Difesa: sebbene l'istituzione sia di pertinenza del livello centrale, solo una porzione
ridotta di dipendenti è impiegata negli uffici della Capitale, mentre la maggior parte sarà
distribuita in caserme e uffici situati su tutto il territorio nazionale. Lo stesso vale per gli
insegnanti della scuola pubblica, dipendenti del Ministero dell'Istruzione in Italia e in servizio
presso gli istituti scolastici in tutto il territorio. La distribuzione territoriale dei dipendenti
pubblici in Italia, illustrata nella Figura 13.4, mostra una ripartizione relativamente omogenea
nelle diverse regioni.
Un terzo elemento di differenziazione a livello internazionale è la distribuzione tra settori
pubblici. Settori legati all'erogazione dei servizi, come la scuola e la sanità, quando di
pertinenza del settore pubblico, sono solitamente ambiti di impiego di una parte rilevante del
personale. La Figura 13.5 mostra che i settori sanitario e scolastico occupano più della metà
del personale complessivo.
13.2 Una prospettiva storia del lavoro pubblico
Nonostante le diversità dei sistemi amministrativi, si possono identificare alcune tendenze
generali di evoluzione del pubblico impiego a livello internazionale.
La prima tendenza riguarda le misure finalizzate ad armonizzare lavoro pubblico e privato,
con riferimento soprattutto ai sistemi amministrativi di tipo napoleonico, dove la differenza tra
pubblico e privato era maggiore.
L'origine di queste differenze deve essere ricondotta al modello tradizionale di impianto
burocratico dell'amministrazione pubblica (cfr. Capitolo 4). Il dipendente pubblico esercita
nelle proprie funzioni il ruolo di pubblico ufficiale, da cui derivavano poteri sovraordinati e
responsabilità nei confronti della collettività. Si pensi alle prime funzioni svolte
dall'amministrazione pubblica, come la riscossione delle tasse, l'amministrazione della
giustizia, la tutela della sicurezza nazionale e dell'ordine pubblico. Per questo il pubblico
impiego è regolato da un ordinamento giuridico speciale, diverso rispetto a quello del lavoro
privato, volto a tutelare la terzietà della funzione, la trasparenza dei meccanismi di accesso
e dei sistemi di carriera e retribuzione. Ma con l'espansione del settore pubblico, dopo la
Seconda guerra mondiale, si sono ampliate e diversificate le funzioni pubbliche e con esse
le professionalità al suo interno. Molte di queste non comportano l'esercizio del ruolo di
pubblico ufficiale overo l'esercizio di poteri sovraordinati: anzi, in molti casi i lavori pubblici
sono per una parte crescente assimilabili a quelli privati. Si pensi, per esempio, alla
sovrapponibilità dei contenuti del lavoro svolto da un infermiere assunto da un ospedale
pubblico e da uno privato. In alcuni paesi, infatti, si distingue tra civil servant (persona che
esercita funzioni e poteri sovraordinati tipici del settore pubblico, come un diplomatico, un
magistrato, ma anche un'assistente sociale, che possono adottare provvedimenti volti alla
tutela delle persone fragili, o un ispettore del lavoro, che verifica che i diritti dei lavoratori
siano rispettati) e public employee o public worker (lavoratore pubblico che non esercita
poteri e funzioni sovraordinati, come gli educatori, i ricercatori, gli infermieri, ma anche molte
funzioni amministrative di supporto). In Italia non esiste una netta separazione tra civil
servant e public employee: il processo di contrattualizzazione del rapporto di lavoro pubblico
(cfr. Box 13.1) ha riguardato una larghissima parte dei dipendenti pubblici a livello centrale e
locale, inclusi i ruoli che esercitano funzioni pubbliche. Da un lato, tale processo non ha
superato la presenza di un apparato di regole specifiche per i dipendenti pubblici (Testo
Unico del Pubblico Impiego), dall'altro, attraverso successive ondate di riforma, sono stati
introdotte progressivamente e in modo crescente logiche e strumenti tipici del lavoro privato
per i sistemi di selezione, retribuzione e carriera, che definiscono un confine netto tra i due
mondi del lavoro.
La seconda tendenza di riforma riguarda la progressiva riduzione del numero dei dipendenti
pubblici negli enti territoriali (Stato, regioni, comuni) in molti paesi dell'area OCSE, seguendo
le logiche del NPM. La riduzione è stata frutto di una crescente esternalizzazione dei servizi
pubblici ad aziende pubbliche specializzate o ad aziende private profit o non profit. In molti
paesi, per esempio, tutte le funzioni di supporto tecnico e alberghiero (sistemi informativi,
manutenzione edifici, pulizie, ristorazione) sono state esternalizzate, richiedendo in questo
modo meno dipendenti pubblici direttamente assunti nel settore pubblico. Si sono usate tre
leve per ridurre i dipendenti pubblici, soprattutto degli enti territoriali:
• lo strumento della fine anticipata del rapporto di lavoro ha caratterizzato una minoranza di
paesi, dove in genere era presente un mercato del lavoro più flessibile, come Australia,
Finlandia e Stati Uniti;
• il blocco del turnover ha previsto, a fronte delle cessazioni per pensionamenti, il
congelamento delle nuove assunzioni ed è stato
usato in modo sistematico in Italia (Box 13.2);
• il cambio dell'inquadramento contrattuale dei dipendenti impiegati in enti soggetti a
processi di corporatization e privatizzazione che ha permesso di ridurre contabilmente il
volume del personale pubblico (il numero degli addetti è rimasto lo stesso ma da dipendenti
pubblici sono diventati dipendenti privati, in quanto hanno cambiato contratto).
In generale, un tratto comune di questi processi di razionalizzazione o downsizing è
l'approccio basato su tagli lineari del personale pubblico, anche sotto la pressione di istituti
internazionali come la Banca Mondiale e l'OCSE, finalizzato a migliorare gli indicatori di
bilancio sulla spesa corrente, più che orientato al rinnovamento del modello organizzativo o
alla riqualificazione delle competenza del settore pubblico.
Una terza tendenza di riforma include le azioni volte a rispondere a una critica tipica del
modello burocratico (cfr. Capitolo 4) ovvero il rischio di autoreferenzialità del pubblico
impiego («a chi risponde il dipendente pubblico, in un modello di corporate governance dove
fisiologicamente non c'è la proprietà?») e a migliorare la qualità dell'azione pubblica
attraverso l'introduzione di meccanismi di responsabilizzazione sui risultati, quali per
esempio i sistemi di management per obiettivi e remunerazioni basate sui risultati. A partire
dagli anni Novanta del secolo scorso, secondo le logiche del NPM, questi cambiamenti
avevano l'obiettivo di migliorare le performance individuali anche attraverso la leva
dell'incentivo economico. Questo ha comportato l'introduzione di alcune componenti
aggiuntive della retribuzione, dette accessorie, collegate da un lato alla rilevanza della
posizione organizzativa (indennità di posizione) e dall'altra ai risultati raggiunti sia a livello di
équipe sia a livello individuale. A questo si è aggiunta la riforma dei percorsi di carriera, resi
più flessibili e con minori automatismi legati all'anzianità di servizio. Tali strumenti hanno
avuto una diffusione molto vasta in tutti i paesi europei, anche se molti studi hanno messo in
dubbio l'efficacia dei soli incentivi economici allinterno del contesto pubblico, soprattutto con
riferimento all'impatto motivazione: le ricerche pubblicate dimostrano infatti che il desiderio di
generare benefici per la società e avere un impatto sulla propria comunità sono fattori
motivazionali determinanti per la scelta del lavoro pubblico e per l'impegno nel ruolo. Questi
sono tuttavia spesso sottostimati e non sono sostituibili da semplici incentivi economici.
Questo significa dover lavorare contemporaneamente sul senso e sul significato della
funzione pubblica esercitata a cui abbinare riconoscimenti economici correlati al beneficio
sociale determinato dall'azione del lavoratore (per esempio, la motivazione di un insegnante
o di un medico ha delle radici più profonde rispetto alla sola ricerca del beneficio economico
individuale). Le motivazioni pro sociali del dipendente pubblico devono pertanto essere
valorizzate, riconoscendole e determinando un senso di gratificazione a partire dai risultati
collettivi raggiunti mediante i quali aumentare il senso di appartenenza.
Una quarta linea di riforma ha riguardato la decentralizzazione delle politiche di gestione del
personale. A questo scopo, si è generalmente proceduto al trasferimento della gestione del
personale da uffici centrali ai singoli dipartimenti locali all'interno delle istituzioni pubbliche, al
fine di rendere più diffusa e capillare la gestione delle persone. Agli organi centrali (come nel
caso del Cabine Office del Regno Unito o del Dipartimento della Funzione Pubblica in Italia)
sono rimaste la definizione delle politiche generali, come le politiche retributive e le regole di
condotta e disciplina, come le politiche per le pari opportunità. In Italia questa riforma si è
tradotta nel conferire una maggiore autonomia ad alcune articolazioni territoriali di
amministrazioni statali. Si pensi agli istituti scolastici: il processo di conferimento di maggiore
autonomia alle scuole ha consentito di ampliare, per quanto entro limiti piuttosto stringenti, il
potere gestionale del dirigente nei confronti degli insegnanti assegnati. Per quanto riguarda
gli enti locali e le aziende sanitarie, invece, queste classi di amministrazioni pubbliche
dispongono di amplissimi poteri di gestione del personale: dalla firma di contratti integrativi
sulla base di ogni singolo ente, all'autonomia del gestire i concorsi pubblici e le politiche di
incentivazione.
Una quinta tendenza internazionale di riforma riguarda l'introduzione di misure più flessibili
nell'organizzazione e nella gestione lavoro. Da decenni molti paesi hanno definito un quadro
normativo per favorire l'utilizzo di nuove forme di lavoro, introducendo esempio contratti e
tempo determinato e altre forme di collaborazione a cui dare avvio con forme più agili e
flessibili del corso pubblico, anche per funzioni dirigenziali o apicali. Si tratta di misure che
sono state a lungo contestate in quanto siderate forme poco trasparenti e, quindi,
progressivamente ridimensionate. In Italia, in tempi recenti, le necessità di realizzare
investimenti previsti dal PNRR ha re-introdotto nuove forme di collaborazione a tempo
determinato. Oltre alle forme contrattuali i collaborazione, un fronte di sviluppo dei modelli di
flessibilità del lavoro pubblico riguarda la possibilità di scegliere luogo e orari orativi.
Tuttavia, solo un numero limitato di organizzazioni e dipendenti ha sperimentato regimi di
lavoro flessibili, che sono stati ottati prevalentemente in circostanze eccezionali. La
situazione è radicalmente cambiata con la pandemia da Covid-19: il lavoro a tanza è spesso
diventato una modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa, anche dopo la
fase emergenziale, ne leva per conciliare vita privata e lavoro oltre che per innovare i modelli
di organizzazione del lavoro nel settore pubblico.
13.3 Le specificità della gestione del personale nel settore pubblico
Le istituzioni pubbliche sono generalmente organizzazioni labour-intensive, per cui il lavoro è
il fattore produttivo più rilevante.
Questa caratteristica implica che l'efficacia delle strategie, (cfr. Capitolo 5), la progettazione
dei servizi (cfr. Capitolo 7) e la performance (cfr. Capitolo 9) sono intrinsecamente legate alla
quantità, alla qualità e alla motivazione del personale disponibile. Un esempio emblematico
è il settore dell'istruzione, che trova nel corpo docente e nella sua qualità, quantità e
motivazione il perno della sua esistenza.
Inoltre, come mostrato nel Paragrafo 13.1, il settore pubblico contribuisce in modo
significativo all'occupazione complessiva, tanto che le scelte legate alla gestione del
personale nelle istituzioni pubbliche riverberano i propri effetti su un vasto numero di
individui, influenzando complessivamente il mercato del lavoro generale. Inoltre, le risorse
utilizzate per la remunerazione del personale rappresentano una parte consistente della
spesa pubblica, sottolineando l'importanza di una gestione efficace ed efficiente di queste
risorse.
Occorre infine considerare che è proprio il personale pubblico a implementare le scelte di
policy nelle situazioni concrete. Si pensi, per esempio, a una politica pubblica come il reddito
di cittadinanza, che prevedeva un sostegno economico per individui o famiglie in difficoltà.
Dopo l'approvazione legislativa, l'amministrazione pubblica definisce dettagliatamente i
meccanismi operativi per la distribuzione del sostegno, coinvolgendo numerosi dipendenti
pubblici nelle diverse fasi del processo, dalla verifica della eleggibilità alla ricezione del
beneficio da parte della cittadinanza, alla costruzione del piano individuale di reinserimento
sociale (per le persone di estrema fragilità non occupabili) o di reinserimento professionali
(per le persone occupabili).
La riflessione accademica ha infatti riconosciuto un ruolo di particolare importanza agli
street-level bureaucrats. Secondo gli studiosi di questo fenomeno, il personale che è a
diretto contatto con l'utenza e la cittadinanza, cioè «al livello della strada», non si limita ad
applicare in modo impersonale le regole stabilite dalle politiche, ma ha nei fatti un certo
margine di discrezionalità nell'applicare le disposizioni di policy perché queste sono
fisiologicamente e inesorabilmente ambigue nell'applicazione al caso concreto. Tale
discrezionalità è stata interpretata sia in termini negativi, per la mancanza di meccan
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