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Calcolo del profitto e sua disponibilità. Cerchiamo di rispondere ai seguenti quesiti:

L’impresa filantropica può conseguire il profitto?

1-

2- Se sì, lo può distribuire?

A tal fine bisogna ricordare le teorie che riguardano il profitto sono tre:

- A profitto = intero surplus o generica eccedenza dei ricavi sui costi;

- B profitto = parte del reddito che coincide con il compenso base;

- C profitto = parte del reddito che eccede la congrua remunerazione.

Immaginiamo di avere i seguenti dati:

 CP=1.000€, è l’unico fattore in posizione residuale;

 Reddito medio prospettico (o stimato) = Rm=160€;

 Ke=4%, è il compenso base per l’uso del CP;

 π=5%, premio per il rischio.

A seconda della teoria di profitto adottata avremo:

A. Teoria 1, Profitto P=r-C=Rm=160€, il profitto coincide con l’intera eccedenza dei ricavi sui

costi, quindi con il reddito medio prospettico, cioè con un extra oltre la congrua

remunerazione;

B. Teoria 2, P=Rm-Ke*CP=160€-0,04*1.000€=120€, il profitto coincide con il reddito che

il compenso base per l’uso del fattore che è 40€;

eccede a remunerazione residuale

C. Teoria 3, P=Rm-Ke*CP+π*CP=160€-0,04*1.000+0,05*1.000=40+50=160€-90€=70€, dove

π*CP

Ke*CP è il compenso base, la congrua remunerazione è data da Ke*CP+π*CP=90€,

rappresenta il premio per il rischio. In questo caso il profitto è ciò che eccede la congrua

remunerazione.

l’impresa filantropica può conseguire profitto, che tuttavia varierà a seconda della teoria

Quindi,

adottata.

Passiamo al secondo quesito: lo si può distribuire? Sì, ma ponendo dei limiti, perché stiamo

parlando sempre di entità non profit. Abbiamo tre ipotesi di distribuzione del profitto:

Distribuiamo tra 0 e 160€, assegnazione dell’intera eccedenza dei ricavi sui costi, non è

A. ammissibile. Distribuire più di 90€ significherebbe ammettere l’extra oltre la congrua

remunerazione, e ciò non coincide con i caratteri di una azienda non profit quale può essere

un’impresa filantropica; tra 0 e 40€, assegnazione

B. Distribuiamo una quota di reddito che coincide con il compenso

base (4% di CP=1.000€), è ammissibile; assegnazione

C. Distribuiamo una porzione di reddito tra 0 e <90€, entro la congrua

remunerazione, ma senza raggiungerla, perché se si arriva alla congrua remunerazione allora

si perde lo status di impresa filantropica per conseguire quello di impresa. Pertanto è

ammissibile entro tale limite.

Distribuibilità del reddito nell’impresa filantropica in presenza di atti di liberalità. Gli atti di

liberalità possono derivare da risorse finanziarie e in natura; dal punto di vista contabile possono

avere due destinazioni: possono essere destinati al Conto Economico, aumentando le componenti

positive di reddito, oppure possono essere destinati al Patrimonio. Brevemente:

 Risorse finanziarie:

a. Nel CE avremo un incremento dei ricavi, ciò comporta che una parte dei ricavi

d’esercizio deriva da queste risorse, che parteciperanno alla copertura dei costi di

periodo;

b. Nello SP avremo un incremento del Patrimonio, le risorse finanziarie ricevute come

verranno iscritte in un’apposita riserva.

donazione

Se le risorse in natura sono imputate al CE, concorrendo alla

formazione del reddito d’esercizio, dopo aver valutato questo

reddito devo esaminare le singole componenti che vi hanno

contribuito e verificare la presenza di eventuali atti di liberalità,

che dovranno essere scomputati dalla determinazione del reddito.

Se, invece, le risorse finanziarie sono state imputate a riserva

nello SP, l’atto di liberalità risulta già investito nell’attività

istituzionale proprio perché va ad incremento del Patrimonio. Ma anche in questo caso è del

tutto evidente che tali risorse, in qualche modo, contribuiscono alla formazione del Reddito

d’esercizio, seppur in via indiretta: aumento l’investimento in titoli di Stato che generano

d’esercizio;

interessi attivi, che transitano nel CE aumentando il Reddito incremento la

produzione, che a sua volta comporta un aumento delle vendite e quindi un incremento dei

ricavi derivanti da queste. Basta ricordare che gli investimenti sono per definizione costi in

vista di un’utilità futura, quindi hanno un effetto positivo sul Reddito.

In ogni caso un’attività gratuita produce effetti sul reddito, tal volta visibili tal volta meno.

 Risorse in natura, possiamo avere:

a. Iscrizione nello SP, nel caso in cui si tratti di beni, cespiti aziendali, attrezzature che

posso utilizzare per la produzione. In questo caso avremo un aumento degli investimenti

nell’ATIVO di SP e in contropartita un aumento del PN, e non un aumento dei debiti

come accade nelle imprese, perché nel nostro caso il bene è stato ricevuto gratuitamente

e non è stato acquistato. Per questa risorsa valgono le medesime cose dette per le

donazioni finanziarie iscritte in Conto capitale (SP);

b. Iscrizione nel CE, nel caso in cui si tratti di volontariato, perché

questo comporta, ceteris paribus, minori costi di produzione. Il

volontariato andrebbe monetizzato, ma anche se non viene

evidenziato contabilmente comunque ha contribuito alla

formazione del Reddito d’esercizio, proprio come nel caso di

risorse finanziarie iscritte nel CE, solo che in questo caso

contribuisce dal lato opposto, il volontariato contribuisce alla

formazione del Reddito riducendo i costi o, a parità di costi, incrementando la

produzione e quindi le vendite. Pertanto, anche in questo caso come per le risorse

finanziarie iscritte in CE, dal Reddito va scomputata la componente relativa agli atti di

volontariato ricevuti, nella valutazione della distribuibilità dello stesso.

Nell’esempio ho un R=160€ in entrambi i casi, ma nel primo caso ho denaro che mi è stato donato

per 20€, che concorre ad incrementare i ricavi, nel secondo ho atti di volontariato che riducono i

costi e che valuto per 20€. Questa ultima valutazione dipende dal tipo di atto di liberalità che ricevo;

se, ad esempio, ricevo del lavoro volontario allora posso quantificarlo considerando le ore di

prestazioni gratuite ricevute per la retribuzione media in base al ruolo svolto, se, invece, ho il

volontariato d’impresa è un po’ più complesso perché devo conoscere il costo unitario di

produzione di quelle unità specifiche realizzate con l’impiego della struttura produttiva dell’impresa

In entrambi i casi dal R=160€ devo scomputare gli atti di liberalità, allora

donante. avremo che il

Reddito distribuibile è: 160€-20€=140€.

Attenzione, gli effetti del volontariato sulla formazione del reddito, e quindi la loro presenza nel

dal Bilancio d’esercizio bensì da una valutazione extra-contabile.

CE, non si evincono

gli ultimi due quesiti riguardanti l’impresa filantropica:

Riassumendo

1. Può conseguire il profitto? Sì!

2. Può distribuire il profitto? Dipende:

a) Dipende dalla teoria di profitto alla quale mi ispiro. Se vi chiedo se potete distribuire il

profitto avete bisogno di capire cosa intendo per profitto, quindi se non vi specifico che cosa

intendo per profitto voi non mi date risposte oppure mi dite che dipende dalla teoria di

profitto alla quale mi ispiro: secondo le teorie del profitto come compenso base o come

congrua remunerazione posso distribuirlo, entro questi limiti, mentre se mi ispiro alla teoria

di profitto inteso come extra non lo posso mai distribuire. Il limite è in ogni caso la congrua

remunerazione (comunque non pienamente raggiungibile);

b) Devo vedere se sono presenti atti di liberalità che influenzano direttamente o non il CE: o

aumentando i proventi con donazioni in denaro, o riducendo i costi in presenza di

volontariato, dal lato di influenza diretta; quando aumentano gli investimenti influenzando il

R solo indirettamente attraverso interessi attivi, nel caso di investimenti mobiliari che

generano frutti, o attraverso l’aumento diretto del PN che genera maggiori investimenti, che

per definizione sono dei costi in vista di un’utilità futura;

limite alla distribuzione del Reddito in un’impresa filantropica

c) Un altro è rappresentato

dall’autofinanziamento, che potrebbe essere necessario anziché opzionale;

fattore da considerare nell’ambito della distribuibilità del reddito d’esercizio

d) Un ultimo

nell’impresa filantropica riguarda i vincoli fiscali e giuridici imposti dal Legislatore. D.lgs.

nell’art.3 si prevede il sostanziale

155/2006, "Disciplina dell'impresa sociale”, divieto di

distribuzione degli utili ai soci, sia in forma diretta che indiretta. Gli avanzi di gestione

dovranno essere utilizzati o per incrementare il patrimonio o per svolgere l’attività statutaria.

Legge 381/1991, “Disciplina delle cooperative sociali”, all’art.3 stabilisce gli obblighi e i

divieti facendo riferimento all’art.26 del D.lgs. 1577/1947, “Provvedimenti per la

cooperazione”, che definisce i requisiti mutualistici, da cui si evince che affinché si possa

beneficiare di alcuni effetti tributari è fatto divieto di distribuire dividendi superiori agli

interessi legali ragguagliati al capitale effettivamente versato. Pertanto, anche dal punto di

vista normativo, non è del tutto vietata la distribuzione di utili, lo è solo entro certi limiti e

per determinati fini di tipo tributario. dal momento che l’impresa filantropica può

Qual è la destinazione del reddito non distribuito,

distribuire il profitto solo entro certi limiti? La destinazione del Reddito non distribuito è legata al

fine istituzionale: la ragione per cui il reddito non viene interamente distribuito sotto forma di

profitto (ipotesi dell’extra) sta proprio nel fatto che si vuole impiegarlo nell’attività istituzionale.

Ma più che di impiego bisogna parlare di “non monetizzazione” del Reddito, perché questo risulta

già impiegato nell’attività produttiva. Il Reddito è già investito nella nostra azienda, è più corretto

dire che non distribuendolo, in realtà, non lo vogliamo disinvestire dandolo a soggetti quali:

azionisti, soci e imprenditori.

il Reddito non distribuito viene impiegato per svolgere l’attività istituzionale,

Pertanto in diversi

modi:

 Aumentando la produzione, se la nostra impresa filantropica produce beni e/o servizi con il

fine di coprire una fetta debole del mercato, oppure riducendo i prezzi di vendita;

 Aumentando il numero di lavoratori, se il fine istituzionale è quello di dare occupazione a

persone svantaggiate, oppure aumentando le retribuzioni;

 Espandendo l’attività aziendale/istituzionale, quale essa sia, senza indebitamento attraverso

il fenomeno dell’autofinanziamento.

Economicità aziendale e meccanismi di valutazione economica. Gli aspetti che configurano

l’economicità aziendale sono:

L’equilibrio economico-finanziario, l’equilibrio economico-

1. anche se non è il fine ultimo,

finanziario è condizione imprescindibile, non si può immaginare un modello aziendale che

non operi in equilibrio: è condizione necessaria alla sopravvivenza dell’azienda, ma non è

condizione sufficiente a valutare l’economicità aziendale e a valutare la capacità

in tempo indefinito,

dell’azienda almeno per le aziende non profit. Lo strumento principale

che ci permette di esprimere un giudizio su tale equilibrio è il bilancio d’esercizio, al quale

si affianca, nel caso di impresa filantropica, il bilancio sociale;

L’efficienza, riguarda l’impiego delle risorse a disposizione. L’efficienza

2. permette di

verificare che l’azienda ha utilizzato le risorse disponibili in modo razionale, riducendo al

L’efficienza si

massimo gli sprechi e valorizzando per quanto possibile le risorse utilizzate.

l’analisi dei costi,

controllo attraverso: che osserva ed esamina i costi di produzione e il loro

mutare nel tempo, in funzione del prezzo finale di vendita, con il fine di rilevare

sull’andamento economico; l’analisi dei rendimenti dei fattori produttivi,

informazioni utili

che esamina come varia la produttività dei fattori impiegati nella produzione, con la

In un’unica parola attraverso il

medesima finalità del punto precedente. controllo di

gestione;

L’efficacia,

3. è il conseguimento del fine aziendale; la sua verifica è collegata alla

realizzazione dell’equilibrio economico-finanziario in quanto la realizzazione degli obiettivi

aziendali passa necessariamente per la gestione economica.

Analisi dell’equilibrio nell’impresa filantropica,

economico-finanziario dal punto di vista

L’equilibrio economico è stato raggiunto anche grazie agli atti di liberalità,

economico R=C. essi

sono risorse per l’impresa, integrano i ricavi. La gestione dell’impresa filantropica non è limitata

unicamente ai ricavi, ma deve considerare tanto i ricavi quanto i proventi derivanti da atti di

liberalità. Quando questi proventi non sono stati contabilizzati bisogna ricordare che in ogni caso

producono effetti sulla gestione. Trascurando questi effetti si potrebbe giudicare una realtà in

equilibrio economico quando, invece, nell’immediato futuro potrebbe essere in squilibrio. Se l’atto

di liberalità è stato contabilizzato

si ha un elemento in più per

riconoscerlo, perché si trova in

Se in bilancio c’è

bilancio.

un’attrezzatura o un impianto che è

stato donato, è possibile leggere in

bilancio l’attrezzatura ma non si

riconosce immediatamente che

deriva da una donazione. Si può

notare ciò facendo il confronto tra

a confronto la situazione del patrimonio e degli investimenti dell’anno

due bilanci: mettendo

precedente. Se c’è un aumento degli investimenti e un aumento del patrimonio è possibile intuire

che c’è un’attrezzatura ricevuta in donazione. A seconda di una o di altra cosa si capisce se

l’immobile è stato comprato o acquisito gratuitamente. L’aumento, in caso si riferisca al PN,

potrebbe andare nel CS ma solitamente va nelle riserve indisponibili poiché aumentare il CS

comporta la modifica dello statuto e la ridefinizione delle quote. Naturalmente anche nel Conto

Economico si evidenzia la presenza di atti di liberalità, se contabilizzati: la donazione in denaro nel

CE figura come sopravvenienza, come ricavi straordinari.

se, tuttavia, non viene contabilizzato l’atto di

Cosa succede liberalità? È il caso del volontariato,

che pur passando per il bilancio, in particolare nel CE, non può essere contabilizzato: c’è ma non si

vede. Allora la valorizzazione del volontariato viene fatta extra-contabilmente: prendendo la paga

oraria della mansione e moltiplicandola per il numero di ore erogate dal volontario; oppure il costo

di quelle unità specifiche realizzate con l’impiego della

medio unitario di produzione (CMU)

struttura produttiva dell’impresa donante, nel caso di volontariato d’impresa. Quando l’equilibrio

economico è realizzato attraverso risorse gratuite non contabilizzate, in particolar modo il

volontariato, bisogna fare attenzione: se c’è equilibrio economico ottenuto con risorse volontarie

allora potrebbe, nel tempo, trasformarsi in squilibrio perché se il volontariato viene meno quello che

era un equilibrio potrebbe diventare uno squilibrio, a meno che non si riduca l’attività istituzionale,

diventando meno efficaci.

Il volontario è un controllore, colui che cede gratuitamente le proprio risorse (denaro o lavoro)

diventa automaticamente un controllore dell’azienda perché il soggetto che dona una risorsa ha

sostenuto un onere e lo ha fatto volentieri per un certo fine, ma vuole essere sicuro che quella

risorsa venga impiegata per quel dato fine, e non che sia sprecata. Gli atti di liberalità diventano

dell’equilibrio economico, dall’altro

da un lato elementi valutativi ai fini elementi valutativi

dell’efficacia aziendale: la loro variazione nel tempo può comportare uno squilibrio economico e

testimoniare l’incapacità dell’azienda di operare

potrebbe per i fini per i quali è nata (un trend

negativo starebbe ad indicare l’incapacità dell’azienda di conseguir il fine).

Tra gli indicatori di efficacia, oltre il volontariato, diventa importante il bilancio sociale, è lo

strumento attraverso il quale l’impresa filantropica dichiara all’esterno qual è la sua capacità di

per i quali è stata istituita (non che la capacità di conseguire l’equilibrio,

raggiungere gli obiettivi

passando l’efficacia necessariamente per l’equilibrio di gestione) in quanto integra i dati economici

del bilancio con dati extra-economici. Il bilancio sociale è la sede dove evidenziare gli atti di

liberalità e le risorse non contabilizzate.

Quali altri indicatori di efficacia ci sono oltre gli atti di liberalità? Non è possibile guardare il

risultato economico poiché esso è totalmente inattendibile, perché nasconde tra le proprie righe cose

non evidenziate e visibili solo extra-contabilmente. Bisogna trovare degli indicatori che siano

testimonianza del fine dell’impresa filantropica. A tal fine uno può essere il numero di soggetti

svantaggiati occupati, il numero in senso assoluto ma anche il trend (variazione nel tempo).

Un’impresa filantropica che ha occupato un numero di lavoratori svantaggiati pari al 30% della

forza lavoro, che tipo di risultato ottiene? È sufficiente? Ci viene in aiuto la normativa: le imprese

che hanno come fine l’inserimento di soggetti svantaggiati devono impiegarne un numero pari al

30%. Aver raggiunto la soglia di legge è un indicatore di efficacia, ma forse confrontato con

un’altra realtà, avente ben il 50% di impiegati svantaggiati, ci dà un indicatore in più (indicatore per

comparazione). Bisogna tener conto anche dello svantaggio del lavoratore, ad esempio: il numero di

malati psichici più difficilmente raggiungerà la quota del 30%, al contrario del numero di lavoratori

ex-detenuti. Non bisogna mai rendere assoluti questi dati.

Se il fine dell’impresa è erogare servizi di assistenza domiciliare, quale sarà un indicatore di

efficacia? Può diventare per esempio il trend dei ricavi, oppure il numero di soggetti assistiti. Ad

mai limitare l’analisi

esempio: per un asilo nido il numero dei bambini ospitati. Ma attenzione,

all’aspetto quantitativo, è fuorviante, bisogna sempre tener conto anche della qualità resa. Può

accadere, a tal proposito, che l’impresa non aumenti nel tempo il numero dei soggetti assistiti,

tuttavia può aver puntato sul miglioramento della qualità del servizio erogato.

l’incremento della domanda,

Un altro indicatore, rispetto al trend dei ricavi, può essere cioè il

flusso dei ricavi non derivante dal prezzo ma da un aumento della domanda. Questo ci può dire che

gli utenti apprezzano il servizio reso. In questa realtà i principali controllori sono gli utenti, essi

testimoniano il gradimento della struttura. Le imprese filantropiche, infatti, operano sul mercato,

entrano in concorrenza con imprese equivalenti. L’efficacia delle loro azioni è lo strumento anche

per raggiungere l’equilibrio economico. Se non raggiungono il fine perdono quote di mercato. Un

Un’impresa filantropica è

utente non soddisfatto causa un effetto domino sugli altri utenti.

un’impresa, quindi ha i suoi fornitori, finanziatori e così via, quindi gli effetti ricadono sui suoi

collegamenti diretti e indiretti. che l’impresa ha

Un altro aspetto interessante rispetto ai ricavi è la dipendenza: il rapporto con la

Pubblica Amministrazione. Le imprese filantropiche operano in stretto contatto con la PA. Questo

stretto rapporto con la PA le rende le principali erogatrici di quei servizi che lo Stato in passato

erogava direttamente (outsourcing da parte della PA). La PA si avvale di strutture con certe

caratteristiche che per suo conto erogano la prestazione. L’utente beneficia del servizio secondo

diverse modalità:

 Non sostiene affatto l’onere;

 Lo sostiene in funzione del proprio reddito (ISEE);

 Sostiene interamente l’onere.

Nei primi due casi, la differenza che esiste tra prezzo corrisposto dall’utente e costo dell’operazione

deve essere coperto dalla PA. I ricavi propri dell’impresa filantropica sono dati da:

(Ricavi) R = prezzo * quantità venduta (erogata). Il flusso di ricavi può derivare dalla PA, è il caso

copre interamente il costo del servizio (l’utente non

in cui sostiene alcun onere), dagli utenti e dalla

PA nella situazione intermedia, oppure solo dagli utenti privati. Il mix con il quale si combinano

queste forme di ricavi (derivanti dalla PA e derivanti dai privati) evidenzia un indice di

Da un lato è un indicatore di efficacia, dall’altro è un

indipendenza dalla Pubblica Amministrazione.

indicatore di vita indefinita.

Esempio.

IMPRESA FILANTROPICA A

RICAVI = 100:

 80% PA;

 20% PRIVATI.

IMPRESA FILANTROPICA B

RICAVI = 100:

 20% PA;

 80% PRIVATI.

imprese realizzano l’equilibrio economico, quindi hanno costi uguali a 100=Ricavi.

Entrambe le

A prima vista quale giudizio si dà alla capacità delle aziende di operare in equilibrio

L’ente è un ente accreditato poiché entrambe le aziende hanno una partecipazione

economico?

ai ricavi dell’impresa.

pubblica Solo che la prima vede prevalere i ricavi derivanti dalla PA. Gli

non sa

aspetti positivi derivanti da questa situazione è che la PA è un cliente sicuro: l’impresa

quando, ma riuscirà con certezza a incassare i crediti (quei ricavi finché non vengono monetizzati

ritardi cronici (l’Italia è condannata

sono dei crediti). Il tempo incerto è il primo aspetto negativo: i

costantemente dall’UE) nel pagamento dell’estinzione dei debiti della PA sono un aspetto

Questo può presentare anche un ostacolo all’ottenimento

fondamentale. di finanziamenti esterni. Le

imprese filantropiche su cui grava questa situazione, ritardo cronico della PA, chiedono alle banche

l’anticipazione del credito, cioè cedono il credito che vantano nei confronti della PA (credito sicuro,

quindi la cessione avviene sicuramente), alla banca che, però, trattiene uno sconto (un quid che è

determinato sulla base del tempo che intercorre tra cessione del credito e prevista data di incasso).

Qual è la conseguenza? Ad un certo punto lo sconto può diventare eccessivamente oneroso per

l’impresa filantropica (la banca, visti i ritardi cronici della PA, pratica uno sconto troppo alto),

quindi l’impresa o non accetta lo sconto oppure l’accetta, tuttavia avendo meno risorse per pagare

gli altri costi (dipendenti, fornitori e così via).

In linea generale, quando c’è una situazione simile A, in cui l’80% dei ricavi

a quella dell’impresa

provengono da un unico cliente, il rischio che si corre è che se l’unico cliente viene meno

all’impegno assunto lo squilibrio economico è garantito. In generale, le imprese mono cliente sono

molto rischiose, da un lato possono stabilizzare i propri ricavi, ma è anche vero che se il cliente

viene meno esse vengono private dell’unica fonte di copertura dei costi (ricordiamo che in

economia, e non solo, non esiste il rischio zero, nemmeno con riferimento ai Titoli di Stato, basti

pensare alla Grecia 2015).

Nei giudizi sulla sopravvivenza a tempo indefinito delle imprese filantropiche, negli studi più

valorizzazione dell’indipendenza dell’ente rispetto la PA.

recenti, si punta alla Essere troppo legati

si sono un po’ abbandonate

alla PA da un lato ha portato una sorta di lassismo, le imprese sociali e

hanno perso la qualità nella prestazione che avevano, da un lato le rende molto esposte al rischio

ragione, determina l’incapacità dell’impresa

perché il venir meno del committente, per qualsivoglia

di avere un volume di ricavi tali da consentire di coprire i costi. Laddove il committente pubblico

meno c’è il rischio che l’utente, che non ha più nessuno che gli copre il costo, non si

venisse

rivolgerà all’impresa A ma si rivolgerà verso l’impresa B che nel tempo si è strutturata e ha creato

un mercato. I privati sono dei potenti controllori. Le imprese sono in competizione e quando la

vince l’impresa più

competizione è lasciata al mercato efficiente: colei che rende un servizio di

qualità al giusto prezzo.

Il fabbisogno finanziario e sua quantificazione. Il fabbisogno finanziario è la necessità di

denaro, di cui l’azienda ha bisogno per onorare gli impegni assunti.

capitale, Il Fabbisogno

finanziario può essere misurato attraverso due procedimenti:

1. Metodo diretto, è un metodo analitico idoneo per le previsioni di breve periodo, che noi non

consideriamo;

Metodo indiretto, muove dall’analisi degli investimenti, quindi dall’ammontare delle

2. di cui deve essere dotata l’azienda

immobilizzazioni o anche Capitale fisso, per poter

produrre. Tali investimenti sono ingenti, specialmente quelli inziali, allora non è detto che

vengano necessariamente effettuati tutti al primo anno di vita dell’azienda.

Cosa succede quando ho compiuto l’investimento iniziale e comincio a produrre al fabbisogno

finanziario iniziale? Le immobilizzazioni che hanno determinato il fabbisogno iniziale cominciano

a scontare l’ammortamento. L’ammortamento esplica i suoi effetti sotto tre profili:

 Dal punto di vista contabile è il procedimento tecnico atto alla ripartizione di un costo a

durata pluriennale negli esercizi di competenza, secondo una percentuale prestabilita.

L’ammortamento è il procedimento tecnico contabile per la ripartizione da un punto di vista

economico di un costo che è stato già sostenuto in relazione ad un bene che, fornendo utilità

in più periodi amministrativi, deve partecipare al risultato economico di gestione di tutti i

periodi amministrativi in cui è produttivo;

 dell’esercizio poiché

Dal punto di vista economico influenza il risultato economico

l’ammortamento partecipa alla determinazione del costo complessivo di produzione.

L’ammortamento rappresenta il recupero degli investimenti ed è un costo imputato a CE, a

fronte del quale non abbiamo l’uscita di denaro ma solo proventi (ricavi nelle imprese) che

si contrappongono a questo costo, e a tutti i costi che configurano il costo complessivo di

produzione;

 è l’operazione inversa all’investimento: mentre con

Dal punto di vista finanziario

l’investimento sto immobilizzando delle risorse nell’azienda, con l’ammortamento, invece,

Con l’investimento immobilizzo delle risorse finanziarie, le impiego in modo

le libero.

stabile, con l’ammortamento, invece, le libero, è come se riconvertissi gli immobili in

denaro.

Ad esempio: se io uso proventi per 100 vuol dire che i costi che ho sostenuto erano pari a 100. E le

uscite? I proventi erano 100, i costi erano 100, ma le uscite, ipotizzando che l’ammortamento fosse

pari a 20, solamente 80. Questo vuol dire che la nostra azienda ha incassato, ha monetizzato per 20

l’investimento che aveva sostenuto.

Quando determino le tariffe queste sono fissate tendendo conto del costo complessivo di produzione,

quando però queste tariffe si traducono in denaro devono servire a coprire tutti i costi eccetto

l’ammortamento, che è una posta di tipo contabile. Ecco dunque che comprendiamo come queste 20

rappresentano risorse liquide che io ho a disposizione per estinguere i debiti, per pagare i fornitori, i

ad un fabbisogno di 1.000€

dipendenti e i futuri acquisti. Ecco, allora, che rispetto grazie a questa

procedura, man mano che la produzione si svolge, il mio fabbisogno è decrescente perché le risorse

finanziarie che si liberano grazie all’ammortamento rappresentano liquidità, disponibilità che

possono essere utilizzate dall’azienda per estinguere e assolvere gli impegni assunti, determinando

un effetto decrescente del fabbisogno.

Assistiamo ad un andamento tendenzialmente decrescente del fabbisogno, ma che poi torna ad

aumentare in corrispondenza della prima epoca di rinnovo: quando sostituisco il primo blocco degli

investimenti, per poi tornare nuovamente a diminuire fino a quando non effettuo nuovamente le

sostituzioni. L’ammortamento determina un effetto riduttivo del fabbisogno fino a quando non

Se, ad esempio, abbiamo 3 bene uno con vita utile di 2 anni, l’altro con 3 e

iniziano le sostituzioni.

l’altro con 5, il rinnovo di tutto il blocco di investimenti, ciò che fa tornare il fabbisogno allo stato

iniziale, si avrà facendo il minimo comune multiplo della loro vita utile: 2*3*5=30. Dopo 30 anni il

Fabbisogno finanziario aumenterà nuovamente, ma fino ad allora sarà decrescente.

Se io volessi rappresentare nel tempo un fabbisogno di andamento costante dovrei ipotizzare

ammortamenti in misura pari alle sostituzioni, allora i due effetti si bilancerebbero. Se io vi dicessi

che già a partire dal primo anno cominciano le sostituzioni e ho un ammortamento di 20, se le

a quello dell’ammortamento

sostituzioni fossero di importo pari il mio fabbisogno resterebbe sempre

li recupero con l’ammortamento

1.000€, perché 20 ma altri 20 sono i nuovi investimenti, quindi i due

l’effetto è nullo). Il mio fabbisogno risulterebbe tendenzialmente

effetti si compensano (-20+20

costante. Questa è la semplificazione che spesso si fa nei nostri esercizi poiché quello che ci interessa

è l’andamento del fabbisogno quanto nonché l’effetto

non è tanto qual che conosciate il fabbisogno,

del fabbisogno annuo nella gestione (decisioni in merito alla sua copertura).

Calcolo del fabbisogno finanziario:

 Ff=Ii-Am+Ri-Dc, questo è il Fabbisogno finanziario generato dal Capitale fisso, è pari alla

somma algebrica degli investimenti iniziali, dell’ammortamento, dei rinnovi e dei debiti verso

fornitori di beni strumentali;

 Ff=Rm+Cr-Dc questo è il Fabbisogno finanziario generato dal Capitale circolante netto (al

netto dei debiti), ed è pari alla somma algebrica della rimanenze di magazzino, dei crediti e

dei debiti commerciali.

Il capitale circolante è rappresentato da quei beni con turn over rapido, tipicamente rimanenze di

prodotti dall’azienda o fattori produttivi

magazzino e crediti. Le rimanenze di magazzino sono beni

inutilizzati, per i quali l’azienda ha sostenuto dei costi e finché non li vende o li utilizza generando

dei ricavi questi concorrono alla formazione del Fabbisogno finanziario. I crediti, invece, concorrono

ad incrementare il Fabbisogno finanziario in quanto rappresentano dei ricavi realizzati ma non ancora

incassati, quindi che non sono stati monetizzati e pertanto, avendo meno risorse finanziarie per far

fronte ai miei debiti, ecco che aumenta il Fabbisogno finanziario. I debiti, al contrario, riducono il

Fabbisogno in quanto rappresentano un mancato esborso di denaro, sono costi realizzati ma non

ancora liquidati.

Quindi, possiamo suddividere l’analisi del Fabbisogno finanziario in diverse fasi:

1. La prima fase è la sua quantificazione;

2. La seconda fase è la verifica del suo andamento, con il fine di evidenziare le forme di copertura

di tale Fabbisogno (capitale proprio e capitale di credito).

Partecipazione al Fondo comune (CP) da parte degli associati di un’azienda di autoproduzione.

stabilire se in un’azienda di autoproduzione sia necessario l’apporto

Anzitutto, per di CP devo

considerare alcuni elementi:

1. Devo stimare il fabbisogno finanziario in base la complessità della struttura produttiva

adottata;

2. Successivamente definisco il diritto di recesso dei soci, più è stringente minori saranno i rischi

per l’azienda, quindi minore sarà la necessità di CP per fornire le adeguate garanzie di

solvibilità;

3. Valutazione del rischio, che è sostanzialmente legata ai precedenti due elementi: più è

complessa la struttura produttiva e maggiore sarà il rischio (struttura composta da molto

capitale fisso); più ampio sarà il diritto di recesso in capo agli associati e maggiore sarà il

d’impresa che ricade sull’azienda. In questi due casi l’ammontare di CP o Fc

rischio

necessario a svolgere funzioni di garanzia sarà maggiore rispetto i casi opposti.

Quindi, la complessità della struttura produttiva e del diritto di recesso sono due elementi che vanno

letti insieme per determinare l’ammontare di CP necessario all’azienda.

Partecipazione al Fondo comune: quali criteri di definizione della partecipazione si possono

utilizzare?

Ora, se nelle aziende filantropiche ci interessano i proventi e la loro spendibilità, nelle imprese

filantropiche abbiamo visto il profitto e la distribuzione, nelle aziende di autoproduzione il tema che

a noi interessa è il riparto dei costi tra gli associati. Tenete conto che gli associati partecipano alle

aziende di autoproduzione in due modi:

1. Partecipando al capitale;

2. Partecipando ai costi.

Partecipano al capitale che comunque è sempre un elemento necessario, ma come viene ripartito

questo capitale tra i vari associati?

Supponiamo che:

 Il fabbisogno finanziario sia pari a 1.000€;

 Coperto per l’80% con CP;

 Coperto con il 20% con CC.

[Verosimile è anche l’ipotesi in cui questo FF (Fabbisogno Finanziario) sia coperto interamente da

CP, inverosimile l’ipotesi opposta, in cui sia coperto al 100% da CC. Nel nostro caso è coperto per

l’80% da CP e il 20% da CC], cosa potrebbe spingerci ad adottare tale struttura finanziaria?

Ricordiamo che la partecipazione è legata al diritto di recesso, e in questo caso vi sarà ampia libertà

di recesso. Infatti, se io posso recedere agevolmente dall’associazione vuol dire che il rischio ricade

sul PN (o CP), ecco perché posso recedere. Se, invece, io non potessi recedere oppure avessi vincoli

associati. Il Capitale conferito all’associazione divine di

pressanti, il rischio ricadrebbe sugli

proprietà dell’associazione. Pensate che vi sono delle forme giuridiche che vietano agli associati il

riparto del capitale tra gli stessi in caso di recesso. Noi abbiamo legato il diritto di recesso al rischio

e abbiamo detto che nell’azienda di autoproduzione il rischio ricade sugli associati perché si

impegnano a far fluire nell’azienda tutte le risorse di cui abbisogna, infatti è un’azienda che nasce

con una sorta di equilibrio economico garantito. Tuttavia, per contro, abbiamo un effetto opposto

sul CP: se mi impegno alla copertura dei costi il rischio non si scarica sul CP bensì sull’associato, il

quale una volta conferito il capitale all’azienda, ne perde la proprietà, la titolarità. Se, invece, io

associato posso recedere facilmente, allora il CP dovrà aumentare perché devo fornire all’azienda

risorse necessarie alla copertura dei costi (in un raggio prospettico più ampio) qualora dovesse venir

Gli associati si impegnano a fornire all’azienda

meno, per qualsivoglia motivo, una partecipazione.

le risorse necessarie alla copertura dei costi, perché? Perché l’azienda di autoproduzione non

produce per il mercato, sono gli associati stessi i destinatari della produzione e finché rimangono

all’azienda le risorse necessarie. È questo che fa cambiare la valutazione del rischio

tali forniscono

nelle aziende di autoproduzione rispetto le imprese, che invece producono per il mercato. Il rischio,

nell’azienda di autoproduzione, ricade sugli associati stessi e non sul Capitale, al contrario di quanto

accade nelle imprese, e ciò è vero quanto più è forte il vincolo all’esercizio del diritto di recesso: nel

caso limite in cui non sia ammesso diritto di recesso, a meno che non trovi un sostituto, il rischio è

massimo, io associato rimango incastrato nell’azienda e dovrò sempre sostenerne i costi. Se, invece,

io associato posso recedere facilmente, chi se lo accolla questo rischio? Ed ecco che entra in gioco il

CP, che garantisce l’esecuzione dei contratti, quindi maggiore è il CP che io apporto, maggiori

risorse avrà a disposizione l’azienda di autoproduzione e più facile sarà esercitare il diritto di

recesso. Io posso recedere dall’azienda nella misura in cui vi sia sufficiente Capitale proprio tale da

garantire le obbligazioni contrattuali.

Torniamo all’esercizio. Quindi, supponendo di:

 Aver quantificato il fabbisogno finanziario di una struttura produttiva complessa;

 Abbiamo osservato anche che questo è generato da investimenti in capitale fisso (esempio

scorso);

 Se tutto ciò è vero, allora il rischio è certamente elevato;

 A questo punto aggiungo l’analisi sul diritto di recesso, stabilendo i vincoli al diritto di

recesso;

 Sulla base di questi elementi configuro il Fondo comune che va conferito dagli associati;

 A questo punto devo capire la quota di partecipazione al Fondo comune conferita da ciascun

associato. Quali sono i criteri che posso utilizzare?

 1.000€ e che gli

Supponiamo che il Fondo comune stimato a seconda del fabbisogno sia di

Attenzione: se l’esercizio ci fornisce il FF e poi dice che una

associati potenziali siano100.

parte è coperto da CP e un’altra parte da CC, la quota di partecipazione va calcolata

esclusivamente sul CP e non sull’intero Fabbisogno. Quali criteri possiamo adottare per il

conferimento del Fondo comune?

Ci sono diverse ipotesi per rispondere al quesito:

1. Prima ipotesi, prendo il valore del Fondo comune ipotizzato e lo divido per il numero degli

associati. In questo modo tutti concorrono al Fondo nella stessa misura:

capo.

q1=Fc/N°as.=1.000€/100=10€/pro Si tratta di un criterio molto solidale, in cui tutti

partecipano al Fondo comune indipendentemente dall’utilizzo che fanno della struttura

produttiva e quindi degli effettivi benefici (soggettivi) che traggono da tale investimento;

considero l’utilizzo della struttura da parte degli associati potenziali, il cui

2. Seconda ipotesi,

numero è superiore al semplice numero di associati perché vanno considerati anche i

(generalmente l’utilizzo

componenti della famiglia di ciascun singolo associato della

struttura è esteso anche ai familiari degli associati). La rispettiva quota di partecipazione,

quindi, sarà data dal rapporto tra ammontare del Fondo comune previsto sul numero degli

associati potenziali moltiplicato i componenti familiari del singolo associato:

q2=Fc/N°as.pot.*n°fam=1.000€/200*5=25€. Tale criterio è preferibile al primo dal punto

di vista della razionalità economica, infatti chi potenzialmente potrà sfruttare maggiormente

questo tiene conto dell’uso effettivo

la struttura sostiene costi maggiori. Tuttavia nemmeno

della struttura da parte dei singoli associati in quanto non ne valuta le condizioni soggettive

(soggettività della prestazione o del beneficio) per le quali potrebbe accadere che, in una

struttura sanitaria un associato anziano sfrutterà maggiormente la produzione.

Adesso valutiamo la partecipazione degli associati ai costi di produzione: in che modo gli associati

partecipano alla ripartizione dei costi di produzione? Quale criterio utilizzo per ripartire i costi

di produzione tra gli associati? La prima cosa da valutare è il tipo di produzione erogata, in

particolare potremo avere:

 Produzione di beni divisibili, per i quali è possibile conoscere la quantità richiesta dal

singolo soggetto, quindi la domanda specifica;

 Produzione di beni indivisibili, in questo caso non è possibile conoscere la domanda

specifica in quanto il bene o servizio viene erogato a favore di tutti gli aderenti all’iniziativa:

si pensi alle associazioni di categoria come Confcommercio, CISL, UIL, Confartigianato.

A seconda del tipo di produzione potremmo preferire un criterio piuttosto che un altro. Ma vediamo

quali sono questi criteri.

I criteri di ripartizione dei costi per accedere alla struttura, o sistema di tariffe adottabili, possono

essere suddivisi in due macro categorie:

1. Tariffa fissa;

2. Tariffa doppia o binomia.

è rappresentata da un’unica quota somministrabile e possiamo avere i seguenti

La tariffa fissa

criteri:

a. Rapporto il costo complessivo alla quantità prodotta ed erogata in un certo periodo, a

seconda del budget costruito. Ad esempio:

 CT=150€=Pr (Proventi);

 Q=1.000u, possono essere giorni di degenza o giorni di apertura della struttura, nel

caso di azienda sanitaria;

 è il costo unitario

(Tariffa) T=CT/Q*qx-i=150€/1.000u=0,15€, di produzione, che

moltiplicato per la quantità consumata dal x soggetto i-esimo ci dice quanto questo

dovrà pagare.

Si tratta di un criterio che tiene conto dell’utilizzo della struttura, infatti considera le unità

prodotte ed erogate in un ceto periodo. indipendentemente dall’utilizzo che

b. Rapporto il costo complessivo al numero di associati,

ciascuno fa della struttura: T=CT/N°. In alternativa posso considerare il numero di utenti

potenziali, allora avrò T=CT/N°ut.potenziali*ut.i-esimo, è certamente una tariffa meno

solidale, ma pur sempre si sposa bene ad una realtà non profit. Pagherà una tariffa più alta la

famiglia con un maggior numero di utenti potenziali, tale criterio, pertanto, tiene conto del

utilizzo potenziale della struttura e non di quello soggettivo (come nel caso a.).

Entrambi i criteri sopportano dei limiti:


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Gianl89

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia aziendale
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gianl89 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia delle aziende non profit e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cosentino Antonietta.

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