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LABORATORIO DI

CRIMINOLOGIA

ELEMENTI DI SUICIDIOLOGIA E OMICIDIOLOGIA:

FOCUS SUL TEMA DEL SUICIDIO ▪ Il padre della suicidiologia è Edwin Shneidman, il quale,

a partire dal 1964, analizza il suicidio ritenendolo come

un tentativo estremo di riprendere il controllo di fronte

a un dolore mentale insopportabile. Il fine del suicidio

non sembra il non voler più vivere, bensì il voler

spegnere la coscienza e con essa il dolore. E' come se

attraverso il suicidio la persona si autoaffermasse nella

sua dimensione liberatoria. In altre parole, il soggetto si

LA VISIONE trova a vivere una situazione di dolore talmente

insostenibile dalla quale solo la morte può liberarlo. Il

TUNNEL gesto del suicidio viene riscontrato in una condizione

denominata "visione tunnel". Spesso il suicidio nasce

da un gesto impulsivo che libera il soggetto da uno stato

mentale rigido, costrittivo e intollerabile.

▪ Oltre a Shneidman dobbiamo menzionare

lo studioso Maurizio Pompili. Entrambi hanno

analizzato il suicidio ed hanno messo in luce che, dal

punto di vista psicologico, il suicida è caratterizzato da 3

elementi:

▪ 1. ambivalenza: fino alla fine il soggetto è combattuto tra la vita e la morte per cui fino a che il gesto

nell’ambivalenza

non si concretizza, il suicida si trova tra la volontà e il ripensamento;

▪ 2. impulsività: il gesto suicidario viene eseguito dando spazio a un impulso che porta il soggetto ad auto

annientarsi;

▪ 3. rigidità e pensiero limitato: è proprio in questa caratteristica che rientra la visione tunnel, in cui lo

stato mentale pre-suicidario è descritto come alterato e dissociato, mentre durante il periodo precedente è

stata osservata una visione rigida e alterata connessa alla visione pessimistica della vita e di tutto ciò che

vi è connesso.

▪ Da alcuni studi è stato evidenziato come due terzi dei suicidari lascino dei segnali da prendere sul serio

(soprattutto in età adulta). E' maggiormente consono definire lo stato mentale come disperato, rispetto a

depressivo, e il comune denominatore è sicuramente la visione negativa verso il futuro.

I motivi per cui un suicida stesse accarezzando l’idea di farlo possono essere diversi:

▪ 1. non avrebbe avuto nulla dalla vita;

▪ 2. si considerava un fallito senza successo;

▪ 3. non aveva raggiunto obiettivi ritenuti importanti.

▪ Non avere più il controllo degli eventi è uno dei motivi per il quale il suicidio diventa come un atto conscio di

autoannientamento, ossia uno stato di malessere auto generato in un individuo bisognoso, alle prese con un

problema che porta a ritenere il suicidio come la soluzione migliore.

▪ La suicidiologia si divide in classica e moderna.

▪ Nella visione classica il suicidio è visto come un

tentativo estremo e inadeguato di porre fine al

dell’individuo. Questo dolore

dolore insopportabile

converge in uno stato perturbato nel quale si ritrova

l’angoscia estrema, la perdita delle aspettative future e

la visione del dolore come irrisolvibile. Si parla di dolore

mentale per esprimere il dramma del suicida nel quale

la colpa, la vergogna, la solitudine, la paura e l’ansia

sono caratteristiche facilmente identificabili.

LA SUICIDIOLOGIA ▪ Il rischio diviene grave quando quel soggetto lo

considera come l'unica soluzione per mettere a tacere

CLASSICA il dolore psicologico. Non è una scelta estemporanea,

bensì si passa attraverso il tunnel, sperimentando prima

uno stato di costrizione psicologica dove si presenta un

restringimento delle opzioni disponibili ed emerge il

pensiero dicotomico, infatti il soggetto si trova di fronte

a due soli rimedi: da un lato riuscire a trovare la

soluzione al suo problema (qualcosa di irraggiungibile) e

dall’altro porre fine al problema con la morte.

▪ C'è da sottolineare che il suicidio non è un desiderio di

morte ma può essere inteso in termini di cessazione

del flusso delle idee, ossia mettere fine al proprio stato

di coscienza.

▪ Shneidman, nel 1996, ha affermato che per lui il suicidio non sia nient'altro che il risultato di un dialogo interiore

in cui la menta passa in rassegna tutte le opzioni: si pensa al suicidio ma allo stesso tempo lo si rifiuta per

si potrebbe allontanare l’idea

vedere altre soluzioni possibili. Si riscontra un dolore mentale che se venisse risolto

del suicidio. In questo senso Pompili conferisce particolare importanza al dolore mentale come elemento di

diagnosi, la sua tesi infatti si configura nell'idea che questo elemento rappresenti il punto chiave, il sintomo da

ricercare per eseguire una corretta formulazione del rischio suicidario. Si sa per certo che valutare il

compito difficile, per cui, quest’analisi complessa ha portato

rischio suicidario è un alla constatazione che i fattori

di rischio da cui sia possibile dedurre un eventuale evento suicidario sono molto deboli e imprecisi.

▪ Secondo Shneidman ci sono 10 elementi presenti in almeno il 95% dei suicidari:

▪ 1. Lo scopo è trovare una soluzione: infatti il suicidio non è mai un atto privo di fine e chi decide di farlo, lo fa col

solo fine di voler uscire da una crisi che genera dolore psicologico;

▪ 2. Il fine è quello della cessazione della coscienza: il suicidio viene visto come atto che abolisce la coscienza

dell’individuo dove alberga il dolore mentale insopportabile, per cui uccidersi significherebbe far cessare quel

pensiero opprimente di cui il soggetto è dominato. Questo comporterà che il soggetto, non trovando altre soluzioni,

inizierà ad organizzare l’atto letale; se la cessazione della coscienza è ciò che l’individuo cerca di ottenere, il

▪ 3. Il dolore psicologico è lo stimolo:

dolore psicologico è ciò da cui cerca di fuggire. Si va incontro alla combinazione tra il volere la cessazione della

coscienza e l’allontanamento dal dolore psicologico;

▪ 4. Lo stress: spesso si riferisce ai bisogni psicologici insoddisfatti e si tenta la carta del suicidio per soddisfare

rimasti frustrati. Ciò che fa la differenza rispetto alla morte naturale è che non c’è una

suddetti bisogni vitali

motivazione, mentre nel suicidio la morte riflette questi bisogni insoddisfatti;

si afferma che non c’è nulla da fare oltre al suicidio, non c’è

▪ 5. Lo stato emotivo riferibile alla mancanza di felicità:

nessuno che possa aiutare. La mancanza di uno stato di benessere è alla base del pensiero suicidario, come se il

anche se potrebbe interpretarsi come una mancata richiesta d’aiuto;

soggetto non avesse più speranze;

Lo stato primitivo è l’ambivalenza: soggetti suicidi sono caratterizzati da un’ambivalenza che oscilla tra la vita e

▪ 6. i

la morte fino al compimento dell’atto letale, e sebbene si apprestino alla morte, desiderano di essere salvati;

▪ 7. Lo stato di costrizione mentale: il suicidio può essere compreso come uno stato di costrizione psicologica

transitoria che coinvolge l’intelletto e le emozioni. I soggetti suicidi affermano che “non c’è altro che

fare”(richiamando sempre la visione tunnel); vi è un restringimento delle opzioni disponibili dove la mente

potessi

si sintonizza sui due lati già menzionati;

di fronte al problema che si vive, questa è l’unica uscita da qualcosa di angosciante;

▪ 8. La fuga:

La comunicazione dell’intenzione di

▪ 9. suicidarsi: dalle prime biopsie psicologiche, è emerso che nelle morti

veniva comunicato l’intento in modo più o meno

equivoche esplicito, infatti piuttosto che comunicare ostilità,

rabbia e depressione, comunicavano verbalmente o col proprio comportamento il futuro atto;

▪ 10. Gli aspetti della sua vita: osservando come una persona si è comportata in altri momenti difficili della

vita, possiamo prevedere come si comporta verso il suicidio (ad esempio se sviluppa il pensiero dicotomico e la

fuga dal dolore). Sebbene il suicidio sia un evento mai sperimentato in precedenza, possiamo indagare nella

mente dei soggetti analizzando come si siano comportati durante un lutto o una separazione.

▪ Essi devono comunicare per gestire la crisi, e chi li ascolta

deve:

▪ A) ascoltare con calma;

B) comprendere i sentimenti dell’altro con empatia;

▪ C) emettere segnali non verbali di accettazione e rispetto;

▪ D) esprimere rispetto per le opinioni e i valori della persona

in crisi;

▪ E) parlare onestamente e con semplicità;

▪ F) esprimere la propria preoccupazione;

SUGGERIMENTI ▪ G) accudimento;

DEGLI ESPERTI ▪ H) solidarietà;

▪ I) concentrarsi sui sentimenti della persona in crisi;

▪ Al contrario, esistono anche dei modi sbagliati di

comunicare:

▪ a) esprimere il proprio disagio;

▪ b) interrompere troppo spesso;

c) dare sempre l

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gaiag31 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Perugia o del prof Mattesini Enzo.
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