Equilibri di Complessazione
La teoria di Lewis definisce:
Acido di Lewis: una specie chimica capace di accettare un doppietto elettronico.
• Base di Lewis: una specie chimica in grado di donare un doppietto elettronico non condiviso.
•
Gli equilibri di complessazione riguardano principalmente (ma non esclusivamente) cationi metallici
dei metalli di transizione, ovvero elementi appartenenti al blocco d della tavola periodica.
Complesso di coordinazione
I composti di coordinazione, o complessi, sono sostanze chimiche formate da uno ione o atomo
metallico centrale che lega attorno a sé un certo numero di molecole neutre o ioni negativi,
chiamati leganti, tramite legami dativi (o di coordinazione). Questi legami si formano quando i
leganti donano un doppietto elettronico al metallo, che lo accetta agendo da acido di Lewis. Il
metallo utilizza i propri orbitali d per formare queste interazioni con gli orbitali s e p dei leganti.
Il numero di coordinazione è il numero di leganti che l’atomo metallico può accogliere attorno a sé.
Questo valore dipende dalla dimensione del metallo, dalla sua carica e dalla natura dei leganti, e
determina anche la geometria del complesso. I valori più comuni sono:
2 → geometria lineare
• 3 → geometria trigonale planare o piramidale
• 4 → geometria tetraedrica o planare quadrata
• 6 → geometria ottaedrica
•
I complessi formati possono essere cationici, anionici o neutri.
Costante di formazione
Come tutte le reazioni chimiche, anche la formazione di complessi è regolata da una costante di
equilibrio, chiamata costante di formazione (Kf). Il reciproco della costante di formazione prende il
nome di costante di instabilità.
Importanza biologica, farmacologica e ambientale
I complessi di coordinazione svolgono un ruolo fondamentale in molti processi:
Emoglobina: complesso tra il gruppo eme e Fe²⁺, trasporta ossigeno nel sangue.
• Clorofilla: struttura simile all’eme, ma con ione Mg²⁺ al centro.
• Cisplatino: complesso di platino con due molecole di NH₃ e due ioni Cl⁻. Forma legami con
• il DNA delle cellule tumorali, bloccandone la replicazione.
Scambio di ligandi
Se in soluzione sono presenti leganti diversi, può avvenire una reazione di scambio;
un nuovo ligando può sostituire quello già coordinato se ha una maggiore affinità per il metallo (cioè
una costante di formazione più alta). Ogni singola sostituzione ha una costante di equilibrio
parziale. La costante globale di formazione del complesso finale è il prodotto delle costanti dei
singoli passaggi.
Leganti monodentati e polidentati
I leganti (o ligandi) sono molecole o ioni che si legano a un metallo centrale (di solito un catione)
donando uno o più doppietti elettronici attraverso un legame dativo (cioè un legame in cui entrambi
gli elettroni sono forniti dal legante). I leganti possono essere:
Monodentati: donano un solo doppietto elettronico (es. NH₃, H₂O, Cl⁻).
• Polidentati (chelanti): possono donare più di un doppietto formando anelli stabili con il
• metallo (es. EDTA).
Titolazioni complessometriche
Le reazioni di formazione di complessi stabili possono essere utilizzate per la determinazione di
cationi metallici in miscele incognite. Le titolazioni di complessazione consistono nella
determinazione della concentrazione di un metallo, aggiungendo volumi crescenti di una soluzione
di legante di concentrazione nota. Per le analisi quantitative si preferiscono leganti chelanti,
molecole in grado di formare complessi 1:1 con lo ione metallico. Il più utilizzato è l’EDTA (acido
etilendiamminotetraacetico) che presenta sei atomi donatori:
Due atomi di azoto con doppietti elettronici.
• Quattro gruppi carbossilici con atomi di ossigeno donatori.
•
La molecola di EDTA, nella sua forma completamente deprotonata (Y⁴⁻), può abbracciare
completamente lo ione metallico centrale, formando un complesso molto stabile detto chelato (dal
greco "chele", come le chele di un granchio).
Caratteristiche principali dell’EDTA
L’EDTA è un acido esaprotico con sei protoni acidi: quattro sui gruppi –COOH e due sugli atomi di
azoto (a pH molto acidi). Ha sei costanti di dissociazione acida (pKa₁ – pKa₆) con valori compresi tra
circa 0 e 10. La forma attiva che partecipa alla complessazione è quella completamente
deprotonata (Y⁴⁻) che prevale a pH > 10. In laboratorio, l’EDTA è usato in forma di sale sodico che
si dissocia in acqua e partecipa ad equilibri acido-base per produrre la forma attiva. La reazione di
complessazione con uno ione metallico Mn⁺ può essere rappresentata come:
n-4
Mn⁺ + Y⁴⁻ MY
⇌
Se si scioglie il sale sodico dell’EDTA in soluzione acquosa e si porta il pH a valori superiori a pKa₆,
la forma predominante in soluzione sarà quella completamente deprotonata (Y⁴⁻), ovvero la forma
attiva in grado di partecipare efficacemente alla formazione di complessi con ioni metallici. Tuttavia,
grazie alle elevate costanti di formazione tra l’EDTA e molti ioni metallici, è possibile eseguire le
titolazioni anche a pH inferiori a 10. In questi casi, si introduce il concetto di costante di formazione
condizionale (K'f), che tiene conto:
della costante di formazione del complesso metallico-EDTA (Kf),
• della frazione molare (α ) della forma attiva dell’EDTA presente in soluzione al pH
• Y⁴⁻
considerato. I valori di α_Y⁴⁻ in funzione del pH sono disponibili in tabelle specifiche.
Ad esempio, a pH compresi tra 11 e 14, oltre l’80% dell’EDTA è presente come Y⁴⁻ (α ≥ 0,8),
rendendo la reazione di complessazione altamente efficiente. Al di sotto di pH 10, la frazione della
forma attiva diminuisce rapidamente, influenzando negativamente l’equilibrio di complessazione.
Curva di titolazione con EDTA
curva di titolazione assume un andamento a “S”, simile a quello
La
osservato nelle titolazioni di precipitazione. Il punto equivalente si
raggiunge quando le moli di EDTA aggiunte sono esattamente uguali
a quelle del metallo presente inizialmente in soluzione:
Prima del punto equivalente → eccesso di ione metallico
• Dopo il punto equivalente → eccesso di EDTA
•
Affinché una reazione sia idonea per una titolazione, essa deve
essere quantitativa, ovvero caratterizzata da una costante di
formazione molto elevata (Kf). Più alto è il valore della costante di
formazione, più netto sarà il salto della curva in corrispondenza del
punto equivalente, facilitando così l’identificazione del punto finale.
Tra gli ioni metallici, il calcio (Ca²⁺) presenta una costante di
formazione relativamente bassa, mentre quella del ferro (Fe³⁺) è tra le più elevate. Questi valori
sono disponibili in tabelle chimiche.
Applicazioni dell’EDTA
L’EDTA è utilizzato per:
1. Titolazioni complesso-metriche per determinare la concentrazione di ioni metallici, come nel
caso della durezza dell’acqua.
2. Anticoagulante nei prelievi ematici. L’EDTA complessa gli ioni calcio, impedendo la
coagulazione del sangue. Viene usato nei tubi da laboratorio per analisi ematologiche.
3. Additivo alimentare (E385). Utilizzato come sequestrante, antiossidante e conservante,
soprattutto nei prodotti in scatola per mantenere colore e sapore.
4. Antidoto per intossicazioni da metalli pesanti. In forma di CaNa₂–EDTA, viene impiegato per
trattare avvelenamenti da piombo, rame, mercurio, e altri metalli tossici.
5. Cosmetici e detergenti. Migliora l’efficacia dei tensioattivi riducendo la durezza dell’acqua, e
stabilizza le formulazioni.
Potenziometria
La potenziometria è una tecnica di analisi appartenente alla classe dei metodi elettrochimici e si
basa sulla misura del potenziale elettrico in una cella elettrochimica in assenza di passaggio di
corrente (cioè a circuito aperto). Questo tipo di approccio si fonda su reazioni redox e ha
un'importanza fondamentale per il pH-metro, ovvero l’elettrodo a vetro usato per misurare il pH
delle soluzioni.
Reazione redox
Una reazione redox può essere suddivisa in due semireazioni, ciascuna delle quali può essere
rappresentata da una semicella di una cella elettrochimica. Nei metodi potenziometrici, ogni
semicella corrisponde ad un elettrodo. Per eseguire una misura potenziometrica, si costruisce una
cella elettrochimica formata da due elettrodi:
l’elettrodo di riferimento, il cui potenziale è noto, costante e indipendente dalla
• concentrazione dell’analita;
l’elettrodo indicatore, che è immerso nella soluzione da analizzare e il cui potenziale varia
• in funzione dell’attività dell’analita (approssimabile con la sua concentrazione).
Per convenzione, l’elettrodo di riferimento si rappresenta a sinistra nella cella, mentre l’elettrodo
indicatore a destra. Per consentire la comunicazione ionica tra i due compartimenti, ma senza
mescolarli completamente, si utilizza un ponte salino. Questo dispositivo permette il passaggio di
ioni e mantiene il contatto elettrochimico tra i due elettrodi. I due elettrodi vengono collegati a un
voltmetro, uno strumento che misura la differenza di potenziale elettrico tra di essi. Poiché il circuito
non è chiuso da un conduttore metallico, non avviene passaggio di corrente: non circolano elettroni
e la misura avviene quindi in condizioni di circuito aperto.
Elettrodo di riferimento
Gli elettrodi di riferimento forniscono un potenziale elettrico costante e noto, indipendente dalla
concentrazione dell’analita nella soluzione. Questo permette di confrontare il potenziale variabile
dell’elettrodo indicatore e quindi di calcolare la concentrazione della specie analizzata. Le due
principali tipologie di elettrodi di riferimento sono:
Elettrodo a cloruro d’argento (Ag/AgCl). L’elettrodo
• Ag/AgCl è il più comune. Si tratta di un tubo di vetro o
plastica contenente un filo di argento (Ag) rivestito da
una sottile patina di cloruro d’argento (AgCl). Il tubo è
riempito con una soluzione contenente cloruri a
concentrazione nota, solitamente una soluzione satura di
KCl oppure NaCl 3 M. La concentrazione nota dei cloruri
consente di determinare con precisione il potenziale
dell’elettrodo tramite l’equazione di Nernst. Alla base
dell’elettrodo è presente un setto poroso (in vetro o
ceramica) impregnato con la stessa soluzione salina.
Questo setto permette il passaggio controllato di ioni tra
l’elettrodo di riferimento e la soluzione in esame: è qui che
si realizza il ponte salino, che assicura la continuità
elettrochimica tra i due elettrodi della cella. L’elettrodo è
infine collegato, tramite cavi elettrici, a un voltmetro che
misura la differenza di potenziale rispetto all’elettrodo indicatore.
Elettrodo a calomelano saturo (SCE – Saturated Calomel Electrode). Quest’ultimo
• garantisce una maggiore stabilità e riproducibilità del potenziale, ma oggi è poco
utilizzato perché contiene mercurio, una sostanza tossica e soggetta a restrizioni ambientali
e sanitarie.
Elettrodi indicatori
Gli elettrodi indicatori sono strumenti fondamentali nella potenziometria perché permettono di
misurare la concentrazione di una specie chimica in soluzione, detta analita. Il potenziale elettrico
che generano dipende direttamente dalla concentrazione (più precisamente dall’attività) dello ione
da determinare. Questi elettrodi si dividono in due grandi categorie: elettrodi metallici ed elettrodi
a membrana (o ionoselettivi) che si basano su principi di funzionamento differenti.
Elettrodi metallici
Gli elettrodi metallici si basano sull'interazione tra un metallo e una specie redox presente nella
soluzione. A seconda della modalità con cui si stabilisce l’equilibrio elettrochimico, si distinguono in
tre sottotipi principali:
1. Elettrodi di prima specie. Vengono anche chiamati “elettrodi metallo catione del metallo”.
Sono costituiti da un metallo puro immerso in una soluzione che contiene il catione di quel
metallo (es. elettrodo Ag/AgCl).
2. Elettrodi di seconda specie, che permettono di misurare la concentrazione di anioni che
formano sali o complessi poco solubili con il catione corrispondente.
3. Elettrodi redox, costituiti da un conduttore inerte (filo metallico in platino, oro o carbone)
che non partecipa direttamente alla reazione chimica, ma serve a trasferire elettroni tra una
coppia redox presente in soluzione. La misura del potenziale riflette il rapporto tra la forma
ossidata e quella ridotta della coppia. Un esempio tipico è il sistema Fe³⁺/Fe²⁺, dove il
potenziale misurato dipende dal loro rapporto di concentrazione.
Elettrodi a membrana (ionoselettivi)
Gli elettrodi a membrana, detti anche ionoselettivi, sono progettati per rispondere selettivamente
alla presenza di uno ione specifico. Il principio di funzionamento si basa sulla presenza di una
membrana semipermeabile che lascia passare solo lo ione target, impedendo il passaggio degli altri
ioni presenti in soluzione. Immaginiamo di avere due soluzioni contenenti lo stesso ione, ma a
concentrazioni diverse, separate da una membrana selettiva. Lo ione tende naturalmente a
diffondersi dalla zona più concentrata a quella meno concentrata. Tuttavia, poiché la membrana
lascia passare solo gli anioni o solo i cationi, il movimento di cariche crea rapidamente uno squilibrio
elettrico tra le due parti. Questo squilibrio genera una differenza di potenziale detta potenziale di
membrana proporzionale alla differenza di concentrazione tra le due soluzioni.
L’elettrodo ionoselettivo è composto da un tubo il cui fondo è chiuso da una membrana
semipermeabile allo ione di interesse. All’interno del tubo si trova una soluzione a concentrazione
nota dello ione e un elettrodo di riferimento interno. L’elettrodo viene immerso nella soluzione da
analizzare e, tramite un voltmetro, viene misurata la differenza di potenziale tra l’elettrodo interno
e un secondo elettrodo di riferimento esterno. La misura finale (ΔE) dipende da vari contributi, ma
l’unica incognita rimane la concentrazione dello ione nella soluzione esterna. Tutti gli altri termini
possono essere raggruppati in una costante K e si ottiene così una relazione tra il potenziale
misurato e il logaritmo della concentrazione dell’analita.
Calibrazione e misura dell’analita
In teoria, la concentrazione dell’analita potrebbe essere ricavata direttamente dall’equazione di
Nernst. Tuttavia, nella pratica si verificano fenomeni che possono alterare la risposta teorica
dell’elettrodo per cui si preferisce procedere a una calibrazione sperimentale. Si parte da
una soluzione standard certificata dell’analita e si preparano diverse soluzioni a concentrazione
nota tramite diluizione. Si misura il potenziale per ciascuna di esse, registrando il valore di ΔE. Si crea
così una tabella con i valori di concentrazione, il loro logaritmo e i corrispondenti potenziali. Questi
dati vengono poi riportati in un grafico e si costruisce una retta di calibrazione. Una volta nota questa
relazione sperimentale, si può misurare il ΔE della soluzione incognita e, tramite il grafico, risalire
alla concentrazione dell’analita.
Elettrodo a vetro per la misura del pH
Un elettrodo ionoselettivo molto usato è l’elettrodo a vetro, impiegato per la misura del pH. Questo
tipo di elettrodo è sensibile alla concentrazione di ioni H⁺, quindi al pH della soluzi
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