CHIMICA ANALITICA
AA 2020-2021
01/03/21
Chimica analitica quantitativa: non ci interessa cosa c’è dentro ma quanto. Ogni misurazione ha un errore associato,
che dovremo saper calcolare.
L’esame è classificato come orale ma è presente un esercizio numerico in cui viene richiesto di costruire una curva di
titolazione. In seguito, si effettua la prova orale, che verterà sulla parte teorica del corso. È possibile fare scritto e orale
in appelli separati.
Errore in chimica analitica
L’analisi chimico – quantitativa è una procedura che porta, solitamente, alla determinazione della concentrazione di
un componente all’interno di una certa sostanza, detta campione. Dall’analisi otterremo un valore numerico soggetto
ad errore, a priori sconosciuto. Senza quest’ultimo, infatti, la misurazione perde di significato perché è indispensabile
per sapere il range all’interno del quale si trova il valore vero. Per determinare l’errore che affligge una misura
bisognerà ripetere l’analisi più volte, ovvero fare dei replicati (sempre se tempi e costi lo permettono), e trattare i dati
ottenuti con un approccio di tipo statistico: questo perché, in una situazione reale, le misurazioni effettuate forniranno
tutte valori differenti a causa della presenza dell’errore. Ripetendo quindi più volte la misurazione, riusciamo ad
estrapolare il valore di questo errore e dare così un senso al dato ricavato. L’errore sperimentale può essere di tre tipi,
ognuno con effetti diversi sul risultato del replicato:
• Errore sistematico (o determinabile): può non essere presente. È costante per ogni replicato e non influenza la
dispersione dei dati ma li sposta tutti di un certo valore rispetto al valore vero. Ha un origine definita, di tipo
strumentale (calibrazioni errate, misurazioni fatte a T diverse da quella di calibrazione, …), operativo
(disattenzione, soggettività su misurazioni visive, …) o di metodo (reazioni chimiche lente o incomplete, reazioni
secondarie indesiderate, …), e può essere ridotto/eliminato conoscendo a priori determinati fenomeni ed
effettuando considerazioni preliminari (es. solubilità dei precipitati). Bisogna perciò sapere il valore vero per poter
calcolare l’errore sistematico.
L’errore sistematico determina l’accuratezza della misurazione, ovvero la concordanza del risultato ottenuto
rispetto a quello vero. Si distinguono tre tipi di errore sistematico:
→ = ̅ −
o Errore assoluto E
̅ −
→ =
o Errore relativo E R
→ % = − 100%
o Errore relativo percentuale E %
R
L’errore assoluto è utile ma fino ad un certo punto, perché non ci dà nessuna informazione su che scala questo
errore colpisce (es. su due misurazioni con valori 5 e 200000, un errore di 1 ha molto impatto sul primo valore ma
non sul secondo). Per questo motivo è consigliato calcolare anche quello relativo, essendo il suo valore più
esaustivo. Una volta capita l’origine dell’errore si può andare ad eliminarlo/ridurlo all’origine o eventualmente si
modifica il valore finale a posteriori.
Valutando l’errore sistematico in dipendenza dalla quantità di analita si può risalire all’origine dell’errore stesso,
studiando diverse quantità di campioni o campioni simili tra di loro contenenti diverse concentrazioni di analita.
Dal grafico ricaviamo perciò che l’errore assoluto è indipendente dalla
concentrazione di analita, e agisce sempre sia per eccesso che per difetto. Inoltre,
quando non è presente errore sistematico il valore misurato coincide con quello
vero. Per ridurre l’importanza dell’errore si usano grandi quantità di analita, in
modo che l’errore relativo sia molto piccolo e abbia quindi meno impatto. Questo
tipo di errore viene definito errore sistematico
costante.
Se l’errore dipendesse invece dalla quantità di
analita l’errore prenderebbe il nome di errore
sistematico proporzionale, e in questo caso ciò che sarà indipendente dalla
quantità di analita nel campione sarà l’errore relativo. In questo caso, l’unico
modo per ridurre o eliminare l’errore sarebbe agire direttamente sulle cause.
Abbiamo detto che per poter calcolare l’errore sistematico abbiamo bisogno di
sapere il valore vero. Per poter conoscere esattamente il suo valore possiamo affidarci a quattro
tecniche/metodologie differenti:
o Acquisto di prodotti certificati a concentrazione nota (SRM);
o Preparazione artificiale di campioni, nel limite del possibile (non è possibile riprodurre un campione di
sangue);
o Utilizzo di campioni fortificati, ovvero aggiungere una certa quantità di analita ad un campione reale. Se
dopo la misurazione il valore ottenuto è uguale a quello aggiunto significa che non ne era presente a priori,
altrimenti si fa la differenza e si ottiene la quantità inizialmente presente (in assenza di errore sistematico);
o Riferimento in parallelo: analisi già certificate per quella determinata procedura. Se il valore della
misurazione sul campione da esaminare e quello di riferimento coincidono, allora non si avrà errore; vale
il contrario.
• Errore casuale (o indeterminabile): è sempre presente, non è eliminabile e causa una dispersione dei dati ricavati
da un’analisi. La distribuzione dei valori ottenuti genera una sorta di campana tipica di quest’errore.
Determina la precisione della misura, e non ci fornisce nessuna informazione riguardo all’errore casuale dato dalla
successiva misurazione. Possiamo però studiare il comportamento di quest’errore ripetendo più volte possibile la
misurazione e ottenendo così una rappresentanza maggiore. Il suo valore, infine, è dato da grandezze di tipo
statistico: 2
)
∑( −̅
√
→ =
o Deviazione standard s −1
→ =
o Deviazione standard relativa s R ̅
→ ⋅ 100%
o =
Coefficiente di variazione CV
Per individuare l’errore casuale, si analizza la distribuzione dei dati ottenuti dai vari replicati. Più valori ottengo,
più la stima dell’errore sarà migliore. L’errore casuale è dato da parametri che non siamo in grado di controllare,
come variazioni di P e T atmosferici, oscillazioni delle pesate, presenza di campi magnetici ecc…. Possiamo solo
cercare di ridurlo, ma non arriverà mai a 0. Questo tipo di errore viene calcolato su una popolazione di dati, ovvero
un insieme infinito di dati/misurazioni effettuat*. Si può assimilare l’errore casuale ad una somma di errori
microscopici che hanno uguale probabilità di essere positivi (+) o negativi (-); quando il numero di questi errori
tende ad infinito e il loro valore tende a 0, si ricava la curva Gaussiana, il quale descrive l’andamento dell’errore
casuale all’interno di una popolazione.
(-)(-) (-)(+) + (+)(-) (+)(+)
La distribuzione Gaussiana è data dalla rispettiva funzione di Gauss:
2
(−)
1 − 2
() = ⅇ 2
√2
1
dove il termine , detto indice di normalizzazione, ha lo scopo di rendere
√2 ,
l’area sottesa dalla curva unitaria. La funzione dipende da ovvero la media
,
della popolazione, e ovvero la deviazione standard della popolazione, che
determinano rispettivamente posizione e ampiezza della funzione stessa. Ha un
massimo in ed è simmetrica rispetto a tale valore. Ci sono casi in cui la
distribuzione gaussiana non può però essere utilizzata perché non possono
esserci errori negativi (es. contatore di radiazioni). In questi casi dovremo
utilizzare distribuzioni differenti come la distribuzione di Poisson, che
comprende valori di errore solo positivi e interi.
Dal punto di vista matematico, l’equazione della Gaussiana rappresenta una
densità di probabilità, e perciò la probabilità di ottenere un certo valore sarà data dall’area sottesa dalla curva
nell’intervallo di interesse. Per calcolarla, basterà quindi calcolare l’integrale definito nell’intervallo - :
1 2
2 2
(−)
1 −
) ∫ 2
( , = ⅇ ⅆ
2
1 2 √2
1
La curva non fornisce però un integrale definito, e dovranno perciò essere applicate opportune approssimazioni per
= 0 = 1,
renderla integrabile. Ci si riconduce ad una curva Gaussiana normale, dove e espressa in funzione di una
−
=
variabile adimensionale :
2
1
−
() = ⅇ
√2
Per passare dalla Gaussiana classica a quella normale si
trasferiscono su quest’ultima i valori di z corrispondenti a quelli
di e della curva di partenza.
• Errore grossolano: risultato di un errore commesso dall’operatore
(pesata, prelievo, volume osservato errato). È ridotto se l’operatore è
esperto. Ha un valore imprevedibile e solitamente lo si riconosce dalla
presenza di un valore molto diverso rispetto agli altri, definito outlier.
Essendo isolato rispetto agli altri valori, potrà essere scartato a priori.
Con un numero sufficiente di dati i vari parametri statistici forniranno il valore vero. In pratica, però, il numero di
replicati che possono essere effettuati è limitato per motivi di costi e tempo. Ciò significa che bisognerà lavorare con
un numero limitato di essi, definito campione (non superiore a 40 dati). Quando si effettua l’analisi di un campione,
questo può però non essere sempre rappresentativo di un’intera popolazione; di conseguenza, media e deviazione
standard potranno non coincidere tra popolazione e campione, ma diventeranno il più simili possibili all’avvicinarci dei
40 dati limite. POPOLAZIONE CAMPIONE
∑ ∑
= ̅ =
2 2
)
∑( − ) ∑( − ̅
=√ =√
−1
− 1),
s, essendo rapportato ai gradi di libertà ( fornirà una stima migliore rispetto a perché avrà un valore maggiore
e quindi un intervallo di errore più ampio. Combinando le deviazioni di più campioni differenti, ma della stessa
popolazione, si può calcolare la deviazione standard comune, la quale fornirà una stima dell’errore migliore rispetto
a quella data da un singolo campione: 2 2 2
∑( − ̅̅̅)
+ ∑( − ̅̅̅)
+ . . . +∑( − ̅̅̅)
1 2
√
=
+ + ⋯ + −
1 2 .
Essendo il campione non rappresentativo della popolazione, la sua media non coinciderà col valore vero Possiamo
però definire un intervallo, detto intervallo di fiducia (IF), centrato sulla media del campione e attorno al quale si ha
.
una certa probabilità di trovare il valore vero Questa probabilità è data dal livello di fiducia (LF), indispensabile per
sapere l’ampiezza dell’intervallo; più il LF aumenta, più probabilità avrò di ottenere il valore vero; allo stesso tempo,
però, si avrà sempre meno certezza nei confronti del suo valore perché avrò un range di valori possibili maggiore.
L’intervallo di fiducia è definito come:
() = ̅ ± √
dove t sta per parametro t di Student corrispondente ed equivalente ai gradi di libertà. Se al posto di s si conoscesse
,
direttamente l’intervallo si modifica:
() = ̅ ± √
→ ∞ = .
perché se allora L’intervallo di fiducia può essere utilizzato per capire se una tecnica analitica è
adatta/corretta o meno.
05/03/21
Test di significatività
Il confronto fra dati sperimentali è alla base del metodo scientifico, ma deve essere effettuato tenendo conto
dell’incertezza legata alla non rappresentatività del campione. Vengono quindi effettuati dei test di significatività, test
che indicano se, ad un certo LF stabilito, una differenza tra il valore sperimentale e quello vero è effettivamente
presente o è data semplicemente da errori di tipo casuale. Il test permette di stabilire la veridicità di due ipotesi:
• Ipotesi nulla H: le grandezze in esame sono effettivamente uguali ed è presente errore casuale;
• Ipotesi alternativa H : le grandezze in esame sono effettivamente diverse.
a
I test sono fatti in modo da essere molto semplici e funzionano per confronto: se il valore critico (teorico, di soglia) è
maggiore di quello sperimentale allora il test è positivo (vale H), mentre se fosse minore allora il test sarà negativo
(varrà H ).
a
I test possono essere classificati in due categorie:
• 1 coda: valuta solo se il valore sperimentale è maggiore o minore del valore vero. Si applica poco, e solo se si
conosce già il valore sperimentale e ciò a cui si vuole arrivare;
• 2 code: valuta solo se c’è una differenza tra i due valori, e quindi sia che sia maggiore che minore. È più utilizzato.
(100
= − )%),
Spesso si usa il livello di significatività p (
il quale indica la probabilità che il valore sperimentale sia
effettivamente vero. I valori minori indicano la probabilità
che la differenza tra due valori sia dato da errore casuale, e al
contrario LF indicherà la probabilità che il valore
sperimentale sia reale.
Test T
Test a due code. Ne esistono di tre tipi, a seconda dei dati che andiamo a confrontare:
1. Test T per confronto di un dato sperimentale e un dato atteso
Il dato sperimentale sarà dato dalla media su N misure, e il valore critico sarà dato dal parametro t di Student
relativo al LF scelto. | |√
− ̅
=
Confrontando il t tabulato e quello sperimentale posso concludere che:
• >
Se allora la differenza tra i valori sarà data da errori casuali;
• >
Se allora la differenza tra i valori sarà effettivamente presente.
2. Test T per confronto di dati sperimentali
I due dati sperimentali saranno dati dalla media su N e N misure, e il valore critico sarà dato dal parametro t di
1 2
Student relativo ai gradi di libertà (N + N – 2) e al LF scelto.
1 2
1 2
|̅ |√
− ̅
1 2 +
1 2
=
2 2
∑( − ̅̅̅)
+ ∑( − ̅̅̅)
1 2
√
=
+ − 2
1 2
3. Test T per confronto tra insiemi di dati accoppiati
I due insiemi devono avere lo stesso N e deve esistere una relazione tra i due insiemi di dati per ogni singolo dato.
Anziché ragionare in termini di medie possiamo lavorare sulle coppie di dati e le loro differenze: si avranno perciò
ⅆ
un numero N di differenze , che dovrò confrontare invece che confrontare i singoli dati.
|∆̅|√
=
∆
Test F
Test che permette di confrontare le deviazioni standard di due serie di dati N e N . Il valore critico è il parametro F,
1 2
tabulato a determinati livelli di fiducia e dal numero di dati che compongono le due serie (tabella a doppia entrata).
12
= 2
2
2
>
con = varianza, e .
1 2
Test G (di Grubbs)
Test che permette di determinare se un valore sospetto è effettivamente un outlier, e quindi da scartare, o meno.
̅ − − ̅
= =
̅ è calcolato comprendendo anche il valore sospetto. Il valore critico è il parametro G, tabulato secondo LF e gradi di
> >
libertà. Se , allora il dato è un outlier, mentre se il dato non va scartato.
Per stabilire il valore di un errore a livello analitico bisogna sapere in che modo è stato ottenuto il risultato e
considerare il tipo e il numero totale di misurazioni effettuate.:
• Quando si hanno un numero n di misurazioni, e quindi un’analisi in replicato, l'errore associato può essere ricavato
con i metodi visti finora;
• Quando si effettua una singola misura, l'errore si ricava sulla base dello strumento utilizzato. Gli errori stumentali
possono essere digitali (es. bilancia, pH-metro) o analogici (es. matraccio, buretta, pipette);
• Quando il risultato dell’analisi è ottenuto da un calcolo matematico (moltiplicazioni o divisioni), l'errore totale sarà
il risultato della combinazione di più errori dati dai singoli strumenti secondo una legge detta legge di
propagazione degli errori: 2 2
√ 2 2
( ) ( )
= + + ⋯
1 2
1 2
Questa legge afferma che l’errore totale è minore della somma dei vari errori ma è maggiore di ogni singolo errore.
08/03/21
L’errore può anche essere espresso implicitamente riportando il risultato usando solo le sue cifre significative, ovvero
le cifre certe pi
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