Biomateriali
Temperatura di transizione vetrosa
Vi è una grande differenza tra la struttura dei solidi cristallini e quella dei solidi amorfi.
I cristalli presentano strutture più compatte e sono intrinsecamente anisotropi, ovvero i valori
delle grandezze che li caratterizzano variano con la direzione. Pertanto le loro proprietà
fisiche (dilatazione termica, resistenza meccanica, conduzione elettrica, magnetizzazione,
indice di rifrazione, …) variano con la direzione.
Gli aggregati di microcristalli (metalli, granito, …) risultano isotropi, ovvero non presentano
differenze di comportamento dipendenti dalla direzione in cui si sperimenta, su scala
macroscopica perché i microcristalli o grani sono orientati in ogni modo possibile.
I materiali amorfi (vetri e la maggior parte dei polimeri) hanno strutture meno compatte e
sono sempre isotropi perché il disordine molecolare è statisticamente riproducibile in ogni
direzione.
Un’altra caratteristica propria dei solidi cristallini che li differenzia da quelli amorfi altrettanto
nettamente quanto l’anisotropia delle proprietà fisiche, è il loro punto di fusione ben definito
T
f.
Quando una sostanza cristallina viene riscaldata, essa conserva la sua struttura regolare,
con alterazioni relativamente piccole delle distanze interatomiche e delle proprietà
meccaniche fino ad una determinata temperatura, alla quale si verifica d’improvviso il
collasso della struttura cristallina ed il passaggio allo stato liquido.
Riscaldando una sostanza amorfa, si osserva un graduale rammollimento ed una
progressiva diminuzione della viscosità, senza che si possa individuare una netta
temperatura di fusione, perché la sostanza solida, dapprima rigida, gradualmente fluidifica
entro un più o meno esteso intervallo di temperatura (non avendo tutti i legami di uguale
energia, si rompono prima i più deboli e poi i più forti).
Tale comportamento viene indicato come transizione vetrosa. La temperatura alla quale si
verifica viene detta temperatura di transizione vetrosa e indicata con T . La transizione
g
vetrosa è la manifestazione dell’incapacità del sistema a trasformarsi secondo stati di
equilibrio.
La T è un dato di grande interesse tecnologico ed applicativo. Il valore di T rispetto a
g g
T definisce il comportamento meccanico del polimero a temperatura ambiente e quindi
ambiente
le sue applicazioni industriali.
Polimeri con T particolarmente bassa si comporteranno a T come delle gomme (modesta
g amb
rigidità, capaci di sopportare deformazioni fino al 100%).
Polimeri con T superiore a T saranno vetrosi (molto rigidi, scarsamente deformabili e
g amb
quindi fragili).
Nel caso di polimeri a contatto con il corpo umano occorre sapere se la T è superiore o
g
inferiore a 37°C.
Difetti
Nei materiali di comune impiego esistono alcune imperfezioni della struttura cristallina. Le
imperfezioni possono essere di natura diversa, ma comunque si tratta di zone più o meno
estese in cui viene meno la periodicità della struttura complessiva Le imperfezioni possono
essere localizzate in un punto, oppure lungo una linea o addirittura estendersi ad una
superficie.
I difetti nei cristalli possono essere di due tipi:
● difetti stechiometrici: che variano la composizione del cristallo (presenza di
elementi estranei nella struttura);
● difetti non stechiometrici: che non variano la composizione del cristallo (es. manca
un atomo).
I difetti possono essere puntuali o estesi a seconda che coinvolgano uno o più siti reticolari.
I difetti variano alcune proprietà dei cristalli come la conducibilità, il colore e le proprietà
meccaniche.
I difetti reticolari dei cristalli si suddividono in:
● difetti puntuali: influenzano la mobilità atomica. La presenza di difetti puntiformi
permette il movimento degli atomi o degli ioni all’interno dei solidi, senza apprezzabili
distorsioni di reticolo.
Quando gli atomi o le molecole di natura diversa si muovono gli uni rispetto agli altri
si ha il fenomeno della diffusione. La diffusione di un liquido in un altro avviene
piuttosto rapidamente ed è relativamente facile da visualizzare. La diffusione si
determina anche allo stato solido, ma è difficile da apprezzare dato che procede
molto lentamente. Ciò è dovuto al fatto che a “spingere” atomi o ioni attraverso il
reticolo di un cristallo perfetto richiede una quantità di energia molto alta. Per rendere
praticamente possibile la diffusione è necessaria la presenza di difetti puntiformi
(vacanze) oltre ad un apporto di energia dall’esterno.
La formulazione matematica di questo processo è espressa dalla legge di Fick, che
dice che il flusso di atomi secondo la direzione x è dovuto al gradiente di
concentrazione e al gradiente di diffusione D. La legge di fick ha validità
C/x
generale e descrive la diffusione sia nello stato solido, sia nel liquido, sia nei gas.
Esempi di difetti puntiformi:
vacanza: assenza di un atomo dal suo reticolo cristallino;
atomo interstiziale: presenza di un atomo in un sito spurio (posizione non
reticolare);
difetto di Frenkel: la combinazione di questi due difetti e cioè la presenza di un sito
lasciato vuoto da un atomo che si è portato in un sito interstiziale;
Schottky: doppia lacuna catione-anione;
impurezza sostituzionale: atomi estranei che prendono il posto di atomi nel reticolo
cristallino;
impurezza interstiziale: atomi che si posizionano negli spazi vuoti degli atomi del
reticolo.
● difetti lineari:
○ dislocazione a spigolo: si crea quando un piano atomico extra viene inserito
nel reticolo, creando uno "spigolo" e una dislocazione con il vettore di Burgers
perpendicolare alla linea della dislocazione.
○ dislocazione a vite: si forma a causa di un movimento di taglio che fa
avvolgere i piani atomici a spirale attorno a un asse, e il suo vettore di
Burgers è parallelo alla linea di dislocazione.
Sono dovute a sollecitazioni meccaniche durante i processi di produzione che hanno portato
ad una deformazione del cristallo.
Il vettore di Burger ha il compito di individuare queste dislocazioni e risolverle. Si costruisce
un circuito reticolare chiuso in un reticolo perfetto e lo si riporta in un reticolo che contiene la
dislocazione. A questo punto il circuito non è più chiuso e per chiuderlo occorre aggiungere
un vettore che unisca il punto finale con il punto iniziale. Il modulo del vettore di Burgers ha
come valore un numero intero di distanze reticolari. Vettore e circuito giacciono sullo stesso
piano nel caso di una dislocazione a spigolo (perpendicolare al vettore) quando invece
giacciono su piani perpendicolari la dislocazione è a vite (parallela al vettore).
● difetti superficiali:
○ agglomerati interstiziali: per un tratto si ha la successione di atomi
interstiziali che modificano la struttura cristallina così come per i cluster di
vacanze;
○ difetti di orientazione: in cui è presente un angolo di tilt tra due zone
adiacenti del cristallo;
○ bordo di grano: In un materiale policristallino i singoli grani cristallini sono
orientati in modo diverso e le deformazioni dei diversi grani devono potersi
adattare in corrispondenza dei bordi di grano. La deformazione plastica di un
grano cristallino è ostacolata dai grani vicini, orientati in modo diverso. Quindi
un materiale policristallino è più resistente (sforzo di snervamento più
s
elevato) alla deformazione plastica rispetto a un monocristallo.
● difetti di volume: il reticolo cristallino è considerato come un impilamento regolare di
piani a massima densità atomica. Sono difetti di impilamento dovuti alle irregolarità
nella sequenza di impilamento dei piani.
Proprietà meccaniche
Curva sforzo - deformazione
Le proprietà meccaniche descrivono il comportamento di un solido sottoposto
all’applicazione di una forza, che può essere rappresentata dal suo stesso peso o da una
sollecitazione esterna che può essere statica o dinamica. In tutti i casi l’applicazione di una
forza crea uno stato di sollecitazione che causa nella struttura una deformazione (elastica e
plastica).
Quasi tutte le applicazioni dei materiali richiedono la conoscenza del comportamento sotto
carico.
In generale un materiale sottoposto ad una sollecitazione modesta si deforma in modo
reversibile e pertanto se la sollecitazione viene eliminata il materiale recupera la sua
geometria iniziale. Questo comportamento è definito elastico e la deformazione associata è
la deformazione elastica. Esiste un valore detto limite elastico (tensione di snervamento)
oltre il quale il materiale assume un comportamento detto plastico e la deformazione che
assume è detta deformazione plastica
La curva sforzo-deformazione rappresenta uno degli strumenti fondamentali per descrivere il
comportamento meccanico dei materiali quando vengono sottoposti a una forza. Essa mette
in relazione lo sforzo applicato (σ in MPa), cioè la forza per unità di superficie, con la
deformazione (ε in %), ovvero la variazione relativa di lunghezza del materiale (L-L0/L0).
Il primo tratto del grafico σ-ε è spesso approssimabile ad una retta; in questo caso il
materiale presenta un comportamento detto lineare-elastico nel quale le deformazioni
misurate sono direttamente proporzionali alle tensioni agenti (secondo la legge di Hooke
σ=E*ε) e le deformazioni si annullano al cessare del carico. Il rapporto tra tensione applicata
e deformazione è una costante tipica del materiale che prende il nome di modulo di Young.
La deformazione elastica è legata all’allungamento, accorciamento dei legami e alla
variazione degli angoli di legame. E (=modulo elastico, dipende dal materiale), indice della
rigidità del materiale, è legato alla forza del legame chimico e non può essere modificato con
le lavorazioni. Se si diminuisce il carico il punto rappresentativo sul diagramma σ-ε ripercorre
il tracciato a ritroso sino all’origine degli assi evidenziando l’assenza di deformazioni residue.
Nel caso di comportamento elastico lineare, nel corso della deformazione il materiale
immagazzina energia di tipo elastico. La progressiva riduzione dello sforzo applicato
provoca la corrispondente diminuzione della deformazione, fino al suo annullamento nel
momento in cui lo sforzo è completamente rimosso e l’energia elastica immagazzinata viene
integralmente restituita.
Mentre i materiali metallici ed i ceramici sono caratterizzati da comportamento elastico
lineare, gli elastomeri, quali le gomme naturali ed artificiali, possono deformarsi molto di più,
ma dopo una deformazione elastica lineare, manifestano un comportamento elastico non
lineare Dati gli altissimi valori di deformazione che possono raggiungere, gli elastomeri sono
in grado di immagazzinare e restituire quantità elevate di energia elastica.
La maggior parte dei materiali in pratica non è capace di restituire integralmente l’energia
fornita durante la deformazione; la curva sforzo-deformazione presenta generalmente
un’isterèsi più o meno evidente e l’area compresa tra le due curve rappresenta la frazione di
energia non restituita. Questa proprietà, detta anelasticità, abbastanza spiccata in materiali
quali gomme e ghisa, viene sfruttata per esempio per smorzare le vibrazioni o per assorbire
le onde acustiche.
Per molti materiali si nota un valore di tensione in corrispondenza del quale la deformazione
comincia ad aumentare molto rapidamente senza un equivalente incremento di tensione.
Tale tensione è definita tensione di snervamento e caratterizza il passaggio del materiale
s
dallo stato elastico a quello plastico. Superato questo limite, il materiale entra nella zona
plastica, dove la deformazione diventa permanente: una volta rimosso il carico, il materiale
non recupera più completamente la forma iniziale.
Per i materiali duttili (metalli) il punto di snervamento si identifica facilmente grazie al fatto
che, in corrispondenza ad esso, la tensione rimane costante.
Per i materiali fragili (ceramici) invece non si nota una brusca variazione della pendenza nel
diagramma tensione-deformazione, per cui la tensione di snervamento non è facilmente
identificabile. In questo caso, convenzionalmente si utilizza il valore della tensione che si
ottiene dall’intersezione tra il diagramma tensione-deformazione e una retta parallela al
tratto rettilineo del diagramma stesso, spostata di un valore di deformazione prefissato, pari
a 0.1%-0.2%, che deve essere indicato.
Tutti i materiali, se sottoposti a sforzi maggiori di quello corrispondente al limite del
comportamento elastico, o arrivano a frattura senza ulteriore deformazione, come avviene
per i materiali ceramici, o prima della frattura, subiscono una deformazione irreversibile,
detta deformazione plastica, come nel caso dei materiali metallici.
Nei metalli, la curva sforzo-deformazione plastica mostra tipicamente un primo tratto di
snervamento (dove iniziano le dislocazioni), una zono di incrudimento in cui la tensione
necessaria per continuare la deformazione aumenta, un massimo della tensione chiamata
tensione ultima, una successiva diminuzione fino alla frattura (in corrispondenza del neck)
dovuta alla localizzazione della deformazione in un’unica zona (strizione).
Le plastiche, prima di arrivare alla rottura, subiscono in corrispondenza del neck un’ulteriore
deformazione chiamata drawing (il provino continua a deformarsi grazie allo srotolamento
delle catene polimeriche sotto l’azione di uno sforzo superiore a quello sopportabile dal
materiale).
Se si vuole aumentare la resistenza alla deformazione plastica di un materiale cristallino
(ovvero la resistenza di snervamento) si deve cercare di diminuire il numero delle
dislocazioni, oppure si deve aumentare la forza necessaria per metterle in movimento. Per
esempio si possono creare ostacoli (composti o fasi diverse precipitate all’interno del
reticolo) per rendere difficile o bloccare il movimento delle dislocazioni: processi di
indurimento (aumento della durezza e della resistenza del materiale e di incrudimento
(aumento della densità di dislocazioni dovuto alla deformazione plastica).
La tenacità rappresenta la quantità di energia che un materiale è in grado di immagazzinare
sotto un carico statico prima di arrivare a rottura (è rappresentata da tutta l’area sottostante
-3
la curva pertanto è data da un’energia per unità di volume e si misura in J*m ). Un
/,
materiale tenace ha alta resistenza a frattura.
Il comportamento dei materiali nei confronti della deformazione plastica è descritto anche
dalla durezza. La durezza è una proprietà degli strati superficiali di un materiale, viene
definita come la resistenza che la superficie oppone alla scalfitura, all’abrasione e alla
deformazione plastica per compressione.
Sollecitazioni a fatica degli stress ciclici
Un materiale quando è sottoposto ad una sollecitazione continua nel tempo tende ad
indebolirsi. Per esempio durante la corsa le gambe ed i muscoli sono sottoposti a fatica, che
li indebolisce nel tempo, diminuendo le prestazioni in uscita.
Quindi quando un materiale è sottoposto a cicli di stress, su un lungo intervallo di tempo,
presenta prestazioni meccaniche inferiori, rispetto al materiale non sollecitato; possono
insorgere microcrak interni o superficiali che possono condurre alla rottura del materiale.
Si definisce fatica il degrado della resistenza meccanica subito da un materiale quando è
sottoposto ad uno sforzo ciclico. Questo fenomeno costituisce la causa principale di rottura
di componenti in esercizio, sia perché la ripetizione dello sforzo porta a rottura in presenza di
sollecitazioni inferiori al carico di rottura, sia perché molto spesso non si rilevano in tempo i
segni premonitori che la accompagnano.
Si hanno tre tipi di sollecitazione che possono provocare una rottura a fatica:
● Assiale → si applica una forza lungo l’asse del componente.
○ Può essere di trazione (tirare) o di compressione (schiacciare).
● Torsionale → si applica un momento torcente, cioè una rotazione intorno all’asse.
● Flessorio → si applica un momento flettente, cioè una forza perpendicolare all’asse
che tende a piegare il componente.
Applicando sollecitazioni cicliche, la rottura può avvenire per condizioni di carico inferiori al
valore di resistenza a rottura determinato per un carico statico.
La rottura a fatica è di tipo fragile anche in materiali che normalmente hanno un
comportamento di tipo duttile, quindi è improvvisa e catastrofica.
La rottura a fatica avviene seguendo tre fasi distinte:
● Crack initiation: nella zona di concentrazione dello stress, ovvero zona di innesco
del crack. La rottura ha origine da una o più microcrepe localizzate in regioni nelle
quali sono presenti irregolarità superficiali.
● Propagazione del crack: le microcrepe diventano macrocrepe che formano
superfici di frattura simili ad altopiani, separati da creste longitudinali. Di solito gli
altopiani sono lisci e normali alla direzione della tensione principale massima. Queste
superfici vengono chiamate linee di spiaggia e, durante il ciclo di carico, si aprono e
si chiudono sfregando tra loro.Il crack si propaga perpendicolarmente alla direzione
di applicazione della tensione.
● Rottura: il materiale non riesce più a reggere lo sforzo e quindi si ha una rottura di
schianto. E’ una rottura improvvisa e catastrofica, indipendentemente dal fatto che il
materiale sia duttile o fragile.
Dal punto di vista morfologico le rotture per fatica si differenziano dalle altre per la loro
superficie caratterizzata dalla presenza di due zone distinte: una
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