Le condizioni della ripresa economica
Le condizioni che rendono possibile la ripartenza non sono
improvvise, ma maturano lentamente già nel X secolo. La
prima componente è economica, e dipende da una serie di
innovazioni tecniche fondamentali:
– la diffusione del mulino ad acqua (e in alcune aree del mulino
a vento), – il perfezionamento dell’aratro
pesante a versoio, adatto ai
terreni argillosi del nord
Europa,
– l’introduzione del giogo rigido per i bovini, che aumenta
enormemente la capacità di trazione.
Qui va corretta una cosa importante: nel periodo più critico dell’alto
medioevo il rapporto di resa agricola era spesso 1:2 o 1:3, cioè da un
chicco seminato se ne ottenevano due o tre. Questo significa che
bastava un’annata negativa per provocare carestia e mortalità. Con le innovazioni dell’XI secolo il
rapporto può arrivare anche a 1:5 o 1:6, un salto enorme che consente finalmente surplus, scambi,
accumulo di ricchezza.
Clima e demografia
A questi fattori tecnici si affianca un elemento naturale decisivo: il miglioramento climatico medievale
(circa X–XIII secolo). Inverni meno rigidi e stagioni agricole più lunghe favoriscono la produzione, e la
produzione favorisce l’aumento demografico.
Più popolazione significa:
– più forza lavoro,
– più domanda di beni,
– più necessità di infrastrutture,
– più potere economico per chiese, abbazie e città.
È su questa base che diventa nuovamente possibile investire in architettura monumentale.
La riforma della Chiesa
Un altro fattore decisivo è la riforma della Chiesa, che avviene in due grandi fasi. La prima, all’inizio
dell’XI secolo, nasce da una volontà diffusa di rinnovamento morale: lotta contro la simonia, il
concubinato del clero, il degrado delle istituzioni ecclesiastiche. Il centro simbolico di questa riforma è
Cluny, ma il fenomeno è europeo. La seconda fase, nella seconda metà dell’XI secolo, è più conflittuale
e politica: la Chiesa rivendica una autonomia reale dal potere imperiale, culminando nella lotta per le
investiture. Questa tensione produce una straordinaria attività edilizia: riformare la Chiesa significa anche
rifondarla nello spazio, costruendo nuove chiese, nuovi monasteri, nuovi santuari.
La rinascita dell’Impero: Ottone I
In parallelo si assiste alla rinascita dell’Impero. Ottone I di Sassonia riesce prima, con la forza militare e
l’abilità politica, a riunire i grandi principi tedeschi, poi a scendere in Italia e a ottenere la corona imperiale
nel 962 (non 961: l’incoronazione imperiale avviene a Roma nel 962). Nasce così quello che chiamiamo
Sacro Romano Impero, o più correttamente Impero romano-germanico. Come ogni nuovo regime, ha
bisogno di legittimazione culturale, e questa passa anche dall’architettura. Lo scopo è chiaro: collegare
l’esperienza ottoniana alle grandi tradizioni precedenti – l’Impero romano antico, quello carolingio e
quello bizantino.
Il problema delle autonomie locali
Qui Ottone si trova di fronte a una situazione completamente diversa da quella carolingia. Durante il
secolo di crisi seguito alla dissoluzione dell’impero carolingio si sono formate fortissime autonomie
locali:
– i vescovi nelle città,
– i conti e i marchesi nelle campagne,
– gli abati nei grandi complessi monastici.
Questi poteri locali non sono un ostacolo casuale, ma il risultato di strutture che hanno garantito
sopravvivenza economica e sociale alle comunità in assenza di un’autorità centrale forte. È in questo
contesto che nascono e si consolidano anche le lingue volgari, le tradizioni locali e, sul piano artistico e
architettonico, modi costruttivi differenziati.
Le scuole regionali romaniche
Per questo, parlando di architettura romanica, non si può parlare di uno stile unico, ma di scuole
regionali: lombarda, toscana, renana, borgognona, normanna, iberica, ecc. Cambiano i materiali, le
tecniche murarie, le proporzioni, le decorazioni, l’uso della scultura e persino il modo di concepire lo
spazio. Ciò che tiene insieme queste realtà non è l’uniformità stilistica, ma:
– l’Impero, come quadro istituzionale,
– le strade, soprattutto quelle di origine romana e i grandi itinerari di pellegrinaggio.
La comunicazione non si interrompe mai: uomini, idee, maestranze, modelli architettonici circolano
costantemente. È proprio questa rete di scambi, più che un centro unico, a rendere possibile la
straordinaria fioritura dell’architettura romanica.
La percezione di una rinascita
Questa ripresa generale, che coinvolge anche l’architettura, non è una costruzione storiografica
posteriore, ma è testimoniata da chi visse direttamente quel periodo. Un autore fondamentale è Rodolfo il
Glabro, monaco e cronista dell’XI secolo, che racconta come l’Europa, nel giro di pochi decenni, sembri
improvvisamente ricoprirsi di una “bianca tunica di chiese”. L’immagine è potentissima e tutt’altro che
astratta: il bianco della pietra, soprattutto del calcare utilizzato in vaste aree della Francia e della
Germania, si staglia con forza sul paesaggio agricolo, dominato dai toni scuri e terrosi dei campi coltivati.
È una visione che ha anche un evidente valore simbolico: il bianco richiama il battesimo, la purificazione,
l’idea di un’Europa che si rinnova spiritualmente e materialmente attraverso l’architettura sacra.
La rinascenza ottoniana
I protagonisti di questo rinnovamento sono senza dubbio gli imperatori della
dinastia ottoniana: Ottone I, Ottone II e Ottone III. Si parla infatti di rinascenza
ottoniana, in continuità con l’esperienza carolingia ma con caratteristiche proprie.
La simbologia del potere è chiarissima anche sul piano iconografico: la corona
imperiale riunisce in sé i tre poteri fondamentali. Il diadema rappresenta il potere
regale, la croce quello sacerdotale, la cresta dell’elmo quello militare.
L’imperatore non è solo un sovrano politico, ma una figura che concentra in sé
autorità religiosa e forza armata, secondo una concezione fortemente unitaria del
potere. Gernrode: un modello
fondativo
L’architettura che gli Ottoni propongono è
leggibile fin dagli anni immediatamente
successivi all’ascesa imperiale di Ottone I, incoronato imperatore nel 962. Uno degli edifici meglio
conservati e più significativi è la chiesa di San Ciriaco a Gernrode, fondata poco prima ma pienamente
inserita nel nuovo clima culturale. In pianta, nonostante una certa irregolarità geometrica negli angoli,
l’organizzazione dello spazio è chiarissima e mostra una netta divisione in due poli. A occidente
troviamo un corpo con funzione di coro occidentale e transetto sporgente; a oriente si sviluppa il
presbiterio, dotato di cripta e affiancato da due corpi scali che permettono l’accesso ai matronei delle
navate laterali. La presenza della cripta comporta l’innalzamento del presbiterio, che diventa una vera e
propria terrazza liturgica su cui è collocato l’altare. Sul lato opposto, il coro occidentale costituisce un
secondo polo, secondo una concezione spaziale che deriva direttamente dall’architettura carolingia, ma
viene ora semplificata e resa più leggibile.
Dal westwerk al westbau
In questo passaggio è significativo notare che il westwerk carolingio, nella sua forma più complessa e
monumentale, scompare, ma non scompare l’idea di un organismo occidentale autonomo. La
storiografia parla infatti di westbau ottoniano: una costruzione occidentale meno
articolata, ma caratterizzata da una maggiore verticalità. Le torri assumono un
ruolo centrale, non solo come elementi di facciata ma anche come torri di
crociera, collocate in corrispondenza dell’incrocio tra navata e transetto. La
facciata non è più uno schermo monumentale, ma un sistema volumetrico che
cresce in altezza e segnala l’edificio da lontano.
La basilica come spazio di collegamento
La parte basilicale, cioè il corpo longitudinale centrale, perde definitivamente il
suo carattere di spazio unitario e dominante. Diventa piuttosto un elemento di
collegamento tra i due poli liturgici opposti, quello
orientale e quello occidentale. Questa concezione
ribalta l’idea tardoantica e paleocristiana della
basilica come luogo primario dell’assemblea. A
Gernrode questa nuova mentalità si coglie molto
bene anche nell’articolazione interna. Già nella
navata centrale compare un ritmo strutturale
alternato: pilastri e colonne si susseguono
secondo uno schema che non è puramente
ripetitivo. Al centro della navata un pilastro
interrompe la sequenza delle colonne, segnando
una scansione forte dello spazio. Ancora più
interessante è il rapporto tra i livelli verticali. Il
cleristorio, ovvero il terzo livello con le finestre
alte, sviluppa un ritmo autonomo rispetto a quello sottostante: le aperture non corrispondono ai pieni
strutturali inferiori, ma si collocano spesso in asse con i vuoti. Questo scarto genera, a livello visivo, un
flusso dinamico, una vibrazione dello spazio che accompagna il movimento del fedele lungo la navata.
Il concetto di ritmo nelle basiliche
Una delle grandi novità introdotte nell’architettura ottoniana è il
concetto di ritmo. Lo spazio non è più percepito come un insieme
indifferenziato, ma come una sequenza organiz
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Architettura romanica
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