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I Longobardi e la frammentazione dell’Italia​

I Longobardi sono una popolazione di origine germanica, inizialmente

nomade e priva di una vera tradizione architettonica monumentale.

Quando arrivano in Italia nel 568, guidati da Alboino, si trovano

improvvisamente a governare un territorio che conserva ancora

infrastrutture, città e modelli costruttivi di matrice romana e

tardoantica. Per questo motivo è corretto dire che servono almeno due

generazioni prima che l’architettura longobarda assuma una fisionomia

riconoscibile. L’Italia di questo periodo è fortemente frammentata. Da una parte

ci sono i territori ancora controllati dall’Impero bizantino, dall’altra quelli

conquistati dai Longobardi. Si crea così una distinzione politica e geografica

fondamentale: la Langobardia Maior, che comprende grosso modo la Pianura

Padana con capitale Pavia, e la Langobardia Minor, che si estende a sud,

includendo il ducato di Spoleto e quello di Benevento. Tra queste due aree corre il

cosiddetto corridoio bizantino, una fascia di territorio che dalla Romagna arriva

fino a Roma, mantenendo un collegamento diretto tra Ravenna e il Lazio. Non a

caso la Romagna prende il nome dai “Romani”, cioè dai Romani d’Oriente, i

Bizantini, che continuano a controllarla. Il risultato è un’Italia

spezzata in più entità

politiche e culturali,

dove convivono

tradizioni costruttive

diverse: quella

romano-bizantina,

ancora molto

sofisticata, e quella

longobarda,

inizialmente più rozza

ma progressivamente

sempre più consapevole.

Le prime chiese longobarde: assimilazione

dei modelli ravennati​

Quando i Longobardi iniziano a costruire edifici religiosi, non

inventano tutto da zero. Al contrario, assimilano modelli già esistenti, soprattutto quelli ravennati e

tardoantichi, reinterpretandoli in modo più semplice e talvolta più energico. Un esempio precoce è la

chiesa di Sant’Alessandro a Fara Gera d’Adda, databile intorno al 585. Siamo già alla seconda generazione

longobarda, e infatti compaiono formule che conosciamo bene: una pianta tendenzialmente quadratica,

un’abside circolare all’interno e poligonale all’esterno, l’uso del mattone con rinforzi agli spigoli, e una

scansione muraria ottenuta tramite lesene. Si tratta di soluzioni di derivazione tardoantica, probabilmente

apprese da maestranze locali. Oggi resta poco di questo edificio, ma è importante perché dimostra come i

Longobardi non siano affatto estranei al dialogo con l’architettura precedente.

Queste prime chiese non sono ancora particolarmente innovative, ma segnano

un passaggio fondamentale: l’architettura diventa uno strumento di radicamento

sul territorio e di legittimazione del potere.

La grande sperimentazione di Pavia​

Il vero salto di qualità avviene quando l’architettura diventa espressione diretta della committenza regia,

soprattutto nella capitale del regno longobardo, Pavia. Qui, tra VII e VIII secolo, vengono costruiti edifici di

grande ambizione, oggi in gran parte perduti, ma noti attraverso fonti scritte e ricostruzioni grafiche. Uno di

questi edifici – probabilmente legato alla corte reale – ha affascinato molto gli storici dell’architettura

proprio per la sua struttura inedita. Si trattava con ogni probabilità di un edificio a pianta centrale, di forma

poligonale, con un deambulatorio che circondava uno spazio centrale molto elevato. Questo schema

richiama esperienze

tardoantiche e bizantine, ma viene rielaborato in modo originale. Ciò che colpisce è la complessità del

rapporto tra interno ed esterno: il numero dei sostegni interni non corrisponde agli spigoli del poligono

esterno, creando una relazione strutturale non immediata. Le campate sembrano avere una certa

autonomia formale, e lungo le pareti si aprono nicchie che articolano ulteriormente lo spazio. Ne risulta

una composizione dinamica, in cui non esiste una corrispondenza rigida tra geometria esterna e

articolazione interna. Non è chiaro se la copertura fosse a tetto ligneo o a volte, e le fonti non sono

concordi, ma proprio questa incertezza testimonia quanto l’edificio fosse sperimentale. È un’architettura

che non copia semplicemente Ravenna o Costantinopoli, ma cerca una propria strada, mescolando

centralità, verticalità e articolazione muraria.

Significato dell’architettura longobarda​

L’architettura longobarda non va letta come una versione impoverita di quella romana o bizantina. Al

contrario, rappresenta una nuova fase vitale, in cui modelli complessi vengono semplificati, rielaborati e

talvolta resi più espressivi. La mancanza iniziale di una tradizione costruttiva diventa, col tempo, uno

stimolo alla sperimentazione. In questo senso, gli edifici longobardi costituiscono un ponte fondamentale

tra il mondo tardoantico e l’alto Medioevo, preparando il terreno per le grandi architetture romaniche.

Centralità, deambulatorio, articolazione delle masse murarie e rapporto complesso tra interno ed esterno

sono temi che non si perderanno più. Il Tempietto del Clitunno: libertà

compositiva e riuso dell’antico nella

Langobardia minor​

Dopo le grandi sperimentazioni della Langobardia maior,

soprattutto nell’area padana, è nella Langobardia minor,

e in particolare nell’area di Spoleto, che si manifesta con

maggiore evidenza una libertà combinatoria nell’uso del

repertorio classico e bizantino. Qui l’architettura

longobarda non cerca più di imitare fedelmente i modelli romani, ma li smonta, ricompone e carica di

nuovi significati simbolici. Un esempio straordinario è il cosiddetto Tempietto del Clitunno, costruito su

una piccola altura che domina le fonti del fiume Clitunno, un luogo già sacro in età romana e legato a

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Ingegneria civile e Architettura ICAR/18 Storia dell'architettura

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