Dal sistema europeo alla comunità mondiale: volume I e II
Capitolo 1: Rivoluzione industriale e industrializzazione
Il passaggio da età moderna a contemporanea è caratterizzato da mutamenti profondi in tutto l’Occidente, in campo politico, economico e sociale; tanto da essere definito l’epoca delle rivoluzioni (1776-1849). In questi anni si colloca anche la rivoluzione industriale, considerata l’impulso originario che ha portato alla trasformazione radicale della società, degli stati e della comunità internazionale: una “rivoluzione drammaticamente rivoluzionaria” al pari di nessun’altra prima.
1. La rivoluzione industriale inglese e industrializzazione dell’Occidente
La rivoluzione industriale inizia nella seconda metà del 1700 e si conclude nella prima metà del 1800 in Inghilterra. L’Inghilterra del '700 è considerata il “punto di partenza” della trasformazione del mondo, che porterà lo sviluppo di iniziative industriali, fondate sull’applicazione di nuove tecnologie produttive, anche sul continente europeo a partire dal primo '800.
Ciò che differenzia la rivoluzione industriale in Inghilterra rispetto a quella Europea, è “l’esclusiva drammaticità” della prima, che viene a mancare nella traslazione al Continente Europeo di tecnologia, esperti e capitali. Se per l’Inghilterra si parla di rivoluzione industriale infatti, per l’Europa si parla di processo di industrializzazione, reso possibile da una rivoluzione effettiva già avvenuta e che ha consentito l’utilizzo dei suoi risultati tecnologici ed economico-finanziari.
Inizialmente, il processo di industrializzazione coinvolge i paesi più vicini all’Inghilterra che ne condividono vita economica, cultura ed organizzazione sociale; solo in una seconda fase si estenderà a paesi più lontani. I primi paesi quindi che compiono questo processo si collocano nell’Europa Centro-Settentrionale e nell’America Settentrionale (USA); i quali presentano svantaggi e vantaggi comuni. Lo svantaggio è la schiacciante superiorità inglese (nel campo della tecnologia, della produzione e della distribuzione). Mentre i vantaggi riguardano:
- Avere nell’Inghilterra e nella sua organizzazione un modello
- Ottenere forniture di macchinari e prestito di tecnici che sanno utilizzarle e insegnarne il funzionamento
- Poter disporre di capitali internazionali per iniziative industriali assai più rilevanti dei mezzi finanziari a disposizione della maggioranza delle imprese inglesi nella prima fase della rivoluzione
- Il ruolo attivo delle banche
- Disporre di una forza lavoro più preparata
Il processo di industrializzazione si concluderà solo durante il 1800, presentando una varietà di aspetti generali e particolari che gli tolgono qualsiasi uniformità. Considerando gli aspetti “particolari” emerge la complessità e la varietà dell’industrializzazione del 1800:
- Lo sviluppo della seconda fase della rivoluzione industriale inglese in connessione al processo di industrializzazione nell’Europa nordoccidentale; che evidenzia differenze tra i paesi in rapporto alla distanza geografica di ciascuno di essi dall’Inghilterra e all’affinità economica e culturale delle rispettive società con quella inglese.
- L’industrializzazione degli Stati Uniti che rappresenta nell’ambito dell’industrializzazione dell’Occidente un processo eccezionale (per la sua situazione geografica, le sue risorse, condizioni sociali ecc..); e che precede la “seconda” rivoluzione industriale, la cui base di riferimento sarà appunto l’America.
- L’esigenza della storia economica di affiancare all’esame dell’industrializzazione “per stati” quello dell’industrializzazione “per regioni economiche”, che rientrino o meno nei confini degli stati stessi.
- L’industrializzazione del Giappone è considerata un evento di grande portata: non solo per le relazioni internazionali ma, in generale, in riferimento alla situazione economica e le conseguenze che essa avrà nella seconda metà del 1900.
- Diventa sempre più evidente, soprattutto nella seconda metà del XIX secolo, il coinvolgimento degli imperi coloniali e del mondo extraeuropeo in forte dipendenza dall’industrializzazione occidentale.
2. Una o più rivoluzioni industriali?
Il processo di industrializzazione è reso più rapido dall’impatto di altre rivoluzioni industriali. La rivoluzione inglese viene considerata il punto di partenza, o meglio la “rivoluzione vera e propria” ma nel corso del processo di industrializzazione si sono individuate altre 3 fasi in cui si compiono “balzi in avanti” rivoluzionari sotto l’impulso di tre rispettive innovazioni:
- 1° Rivoluzione industriale inglese (1700): avvia il processo di industrializzazione e diffonde la macchina a vapore per usi fissi nell’industria tessile e meccanica;
- 2° rivoluzione industriale (seconda metà 800’): dominata dalla macchina a vapore per usi mobili (ferrovie e navi a vapore);
- 3° rivoluzione industriale (prima metà del XX secolo): fondata su una maggiore varietà di innovazioni (elettricità, motore a scoppio, chimica) e sullo sfruttamento sempre più intenso di nuove fonti di energia (come il petrolio). Da alcuni questa non è considerata una rivoluzione in sé, ma più una continuazione delle trasformazioni avvenute nel secolo precedente, un prolungamento della 2°.
Si parla poi di una successiva 4° Rivoluzione industriale dopo il secondo conflitto mondiale, caratterizzata dalla rivoluzione dell’energia atomica, dell’informatica e del trasporto aereo.
3. Le “zone industriali traenti” dell’Europa
Prima di essere l’“officina del mondo” l’Inghilterra è l’“officina d’Europa”: dai primi decenni dell’800, si sviluppano sul continente Europeo iniziative industriali fondate sull’applicazione di nuove tecnologie già sperimentate in Inghilterra nella seconda metà del 1700. Le regioni più vicine all’Inghilterra e più aperte alle nuove tecnologie, ai capitali inglesi e alle iniziative industriali, erano terreno fertile per attivare le nuove iniziative industriali. In particolare, grazie anche alla disponibilità di fonti di energia, nella regione carbonifera che va dalla Francia del Nord al Belgio fino alla Germania Occidentale, divisa da conflitti politici ed oggetto di rivalità tra Francia ed Impero Asburgico, si trovano le “regioni industriali traenti” dell’Europa continentale:
- Zona che comprende le province del Sambre-Meuse e valle della Schelda (tra Francia e parte belga del Regno dei Paesi Bassi). La parte belga è più ricca di carbone e conosce uno sviluppo che comprende i settori più importanti della fase iniziale dell’industrializzazione (ferro, meccanica, cotone, lana) nonché alcune produzioni specializzate basate sulla tecnologia avanzata (vetro e chimica). Il Belgio diventa il paese più industrializzato del continente nel 1800, e acquista, nel corso del secolo e in quello successivo, una posizione strategica che lo vede al centro della politica internazionale per varie ragioni: una tradizione secolare di esperienza commerciale e produttiva, risorse naturali (ferro, legname, lino, lana, energia idraulica), posizione geografica vicino a Inghilterra e posizione ravvicinata rispetto alle regioni avanzate della Francia, Germania e Olanda.
- Zona della Renania-Westfalia (che comprende la Ruhr); nella Renania, già esistevano nel 1700 delle industrie siderurgiche e tessili. Dopo la caduta dell’Impero francese, imprenditori e uomini d’affari avevano guardato all’Inghilterra imitandone lo sviluppo. Tuttavia il processo di industrializzazione inizialmente procedette con difficoltà a causa della concorrenza tra Inghilterra e Belgio. Ad operare un cambiamento, furono il carbone coke e lo sviluppo delle ferrovie, che consentirono di portare via terra, in quantità rilevanti ed a prezzi accettabili, sia il carbone ai consumatori più lontani, sia il ferro alle regioni carbonifere renane. Nello stesso tempo, tale regione poté evitare gli errori di quelle che l’avevano preceduta, essendosi sviluppata in ritardo. Fra la metà dell’800 e la WWI si verifica una crescita impressionante della produzione di carbone della Ruhr, in cui si sviluppa e perfeziona’ industria siderurgica, tanto da renderla la regione a maggior concentrazione industriale in Europa prima della guerra.
4. Europa interna ed Europa esterna
L’analisi delle regioni industriali traenti, ci fa capire fino a che punto l’industrializzazione dell’Europa abbia privilegiato settori precisi e limitati. Questo ha indotto la storia economica a sostenere che l’industrializzazione dell’Europa si debba ricostruire per regioni economiche e non guardando agli stati; ma in realtà questo ragionamento non ha molto senso nella prospettiva della storia delle relazioni internazionali.
Il 1800, prende in considerazione una realtà dominata dalle relazioni tra stati. La localizzazione delle “regioni industriali traenti” deve dunque fare sempre riferimento agli Stati entro cui queste regioni si trovano. Proprio per questo sono gli stati che gestiscono la politica internazionale, ed il fatto che durante la rivoluzione industriale uno stato abbia raggiunto grande industrializzazione conta molto e nel lungo periodo sarà fondamentale sul piano di rapporti di potenza.
Ad esempio, conta molto che l’Impero tedesco diventi, a cavallo dei due secoli, la maggiore potenza industriale d’Europa in rapporto anche alla finalizzazione militare delle sue industrie; ma conta poco che tale sviluppo sia più o meno concentrato in una regione, quando le decisioni a riguardo sono prese a Berlino.
Altro esempio riguarda l’Italia unita che presenta, rispetto agli altri stati Europei, risultati economici modesti che condizionano le sue capacità militari. Il fatto che questi dati mostrino uno squilibrio enorme tra Nord e Sud conta molto poco al fine della politica estera italiana in quanto Stato.
Il discorso cambia se riferito al 1900: la crescita dell’efficienza dei mezzi bellici, soprattutto l’arma aerea, ha attribuito importanza alla collocazione delle regioni industriali necessarie ad assicurare la potenza militare di uno stato. Ad esempio, la concentrazione dell’industria sovietica al di là degli Urali tra i due conflitti mondiali aveva lo scopo preciso di garantirne la sicurezza da eventuali attacchi occidentali. L’individuazione di “regioni industriali traenti” contribuisce a definire la linea immaginaria che separa:
- Europa “interna”, industrializzata, che corrisponde all’Europa nord-occidentale;
- Europa “esterna”, sostanzialmente agricola, che corrisponde all’Europa sud-occidentale (in particolare Italia e Spagna) e che si estende poi da Danzica fino a Trieste, ampliando ancora di più questa parte di Europa in una così detta zona “periferica” che si estende fino alla Russia.
Quest’idea di Europa suggerisce la presenza di una diversità di sviluppo economico e sociale, che coincide con altre distinzioni più tradizionali (Nord-Sud, Ovest-Est) radicate nella storia moderna europea. Tanto è vero che il decollo economico nei paesi europei segue l’andamento da Nord a Sud e da Ovest a Est.
5. La rivoluzione dei trasporti via terra: le ferrovie
Le ferrovie rappresentano il risultato singolo della rivoluzione industriale che ha prodotto le conseguenze più profonde del XIX secolo, tanto da arrivare a parlare di “epoca della ferrovia”, a indicare la rivoluzione nella rivoluzione che esse ha rappresentato.
Va detto che le ferrovie avevano bisogno di capitali maggiori di quanti fossero necessari nelle altre imprese industriali. Per finanziarsi dovevano ricorrere agli stati, perché banche ed ai mercati finanziari erano incapaci o riluttanti ad anticipare crediti così cospicui. Gli stati erano quindi coinvolti nel promuovere le linee ferroviarie per venire incontro alle forze economiche e politiche interne; per assicurare le comunicazioni con ragioni lontane e/o isolate; per dotarsi di un mezzo di trasporto militare rapido ed efficiente e per collegare tra loro vasti imperi coloniali garantendone lo sfruttamento economico ed il controllo strategico.
Oltre alle esigenze di finanziamenti, le ferrovie chiedevano di disporre di attrezzature e prodotti forniti da altri tipi di industrie (combustibile e personale tecnico). Dal “risultato singolo”, la creazione della ferrovia in sé durante la rivoluzione industriale, nacquero così delle “conseguenze complessive” che influenzarono quasi tutti i settori della società: il sistema bancario, l’istruzione, il governo, il commercio, i viaggi e l’industria.
Ci sono aspetti delle ferrovie che incidono maggiormente e in modo più diretto sulle relazioni internazionali:
- Le ferrovie hanno un ruolo strategico militare per tutta la WWI;
- Negli anni 60-70, la costruzione delle linee transcontinentali americane accorcia le distanze interne agli USA, e parallelamente li avvicina all’Europa. L’apertura verso il Pacifico che ne deriva fa diventare “più piccolo” il mondo alla fine del XIX secolo.
- Vengono realizzate, sul modello USA, altre linee transcontinentali come la Transiberiana e la Transcanadese ed altre ferrovie progettate da Francia ed Inghilterra attraverso l’Africa.
- Vengono concesse alle potenze europee e agli USA delle concessioni ferroviarie in paesi del Terzo Mondo come l’America Latina, il Marocco e la Cina. Lo sviluppo delle ferrovie indiane, in particolare, rientra nella storia dell’imperialismo europeo ma con conseguenze che ne superano i confini.
L’ambito territoriale nel quale le ferrovie vengono introdotte è rappresentato dal mondo intero, anche se gli specialisti distinguono 3 aree economico geografiche ben distinte:
- Regioni industrializzate d’Europa nordoccidentale ed USA orientali, con reti ferroviarie fitte
- Regioni meno industrializzate e meno popolate dell’America del nordoccidentale, Russia, Australia, America Latina, India
- Zone dell’Africa e dell’Asia dotate di linee isolate che vanno dai porti a regioni interne agricole, e lasciandone prive di collegamenti città importanti ed interi territori.
Particolarmente ricco di casi dimostrativi è l’argomento strategico militare, che non riguarda i primi paesi industrializzati al mondo ovvero l’Inghilterra ed il Belgio, in cui lo sviluppo del trasporto ferroviario è motivato da calcoli economici e sostenuto dall’iniziativa privata.
La Francia, invece, al momento dell’introduzione delle ferrovie possedeva già una fitta rete di canali e di collegamenti fluviali. Essa acquista però la consapevolezza che, se sul piano economico le comunicazioni interne (via acqua) presentavano ancora notevoli vantaggi, i trasporti militari avrebbero beneficiato della rapidità del mezzo ferroviario, e progetto quindi il controllo delle ferrovie belghe. Ciò suscitò lo sdegno inglese, emerso in particolare in occasione della guerra franco-prussiana. Nel conflitto fu comunque la Prussia a dotarsi di una rete ferroviaria strategica che le ha consentito di trasferire rapidamente le sue forze armate in territorio francese. Anche nella WWI, le truppe tedesche si servirono del trasporto ferroviario per raggiungere il fronte russo. Essenzialmente strategica fu anche la realizzazione della “ferrovia di Bagdad”, nel primo anteguerra, con cui la Germania intendeva procurarsi una linea di espansione verso il Medio Oriente.
Per l’imperialismo occidentale le comunicazioni ed i trasporti ferroviari nei territori coloniali costituiscono uno strumento irresistibile per varie ragioni: per profitto commerciale, per controllo strategico, per promozione della civiltà. In questo contesto si articola il caso dell’India Britannica. La rete ferroviaria indiana fu il più costoso progetto di costruzione intrapreso da una potenza coloniale in uno dei propri possedimenti. Allo scoppio della WWI la rete ferroviaria indiana poteva contare un’estensione di 60.000 km, di poco inferiore a quella Russa o Tedesca.
Il risultato era ancor più rilevante per via del coinvolgimento di entrambe i governi, inglese e indiano. Per l’Inghilterra la costruzione della rete ferroviaria era importante per il trasferimento di risorse e di prodotti, mentre in India venne enfatizzata la necessità di un mezzo che potesse garantire maggiore sicurezza a basso costo e di avere un mezzo che potesse far affluire i pregiati prodotti indiani nei porti dell’Oceano Indiano. Inoltre, vi era l’obiettivo di trasferire la tecnologia nella duplice speranza di realizzare un guadagno e di essere d’aiuto ai sudditi indiani, rendendoli partecipi della più grande invenzione dei tempi moderni. Così, con l’appoggio degli industriali cotonieri inglesi che coltivavano con la prospettiva di far arrivare in patria il cotone grezzo indiano; con quello dell’industria meccanica, che sperava in un più vasto mercato indiano; con quello delle compagnie di navigazione si arrivò negli anni ’50 del’800 alla costruzione delle prime linee di una rete di grandi proporzioni.
6. La rivoluzione dei trasporti marittimi
Le ferrovie rappresentano dunque l’espressione più concreta della rivoluzione industriale e l’innovazione tecnologica che maggiormente influì nella trasformazione sociale ed economica del XIX secolo.
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