Tradurre
Breve storia di un termine
La traduzione è un'attività molto antica. A partire dagli albori della civiltà occidentale e fino all'epoca alessandrina, i greci legarono l'operazione del tradurre a fini pratici (scambi commerciali, rapporti politici), nel sostanziale disinteresse culturale per le lingue degli altri popoli, definiti generalmente barbaroi (barbari). È facile comprendere, quindi, come la terminologia sul tradurre non fosse né così precisa né così tecnicamente formulata da richiamare le condizioni di una consapevole operazione culturale in tale ambito.
Si riscontra, tuttavia, in quell'area, la presenza di alcuni termini che definiscono l'ermeneuo (ermeneus, sostanziale bipartizione tra traduzione orale, come metafero (da cui il latino transferre), e traduzione scritta, come metafrazo (parafrasare, tradurre) e metagrafo (trascrivere, tradurre).
Ben più ricca, variegata e complessa diviene la terminologia nel mondo latino, che ebbe nei confronti della traduzione un rapporto di stretta necessità culturale e politica. La consistenza degli scambi economici con popolazioni diverse, data l'enorme espansione dell'impero romano, e lo stretto rapporto con la cultura greca favorirono riflessioni sul processo traduttivo nella sempre maggiore consapevolezza che gli strumenti messi in campo per tradurre avrebbero portato a un arricchimento della lingua e della letteratura latina.
Legati al campo semantico della traduzione orale si trovano termini come interpres, interpretatio e interpretor (modellato su ermeneno). Per la traduzione scritta la terminologia si fa più complessa nel tentativo di definire il concetto originale di traduzione artistico-letteraria. L'operazione traduttiva non era solo finalizzata alla divulgazione dei testi, ma era intesa come esercizio di tipo retorico, in cui l'attenzione del traduttore si sposta dal puro valore strumentale della corrispondenza dei termini, ai fini della mera comprensione, alla considerazione di tutta la struttura del periodo, con intenti stilistici.
Da un'operazione riferita principalmente al piano dell'elocutio (la scelta delle parole) si passa al piano della dispositio (l'ordine e la combinazione più opportuna dei termini), arrivando a un testo non solo portatore di significati, ma anche stilisticamente accurato. Per la traduzione letteraria e poetica si coniano, termini come verto, converto (transverto, imitari), in cui si trasmette il senso di un'operazione che ponga una particolare attenzione al testo della lingua d'arrivo.
Nel suo saggio De optimo genere oratorum, Marco Tullio Cicerone mostra di aver elaborato con grande consapevolezza quella che diverrà la distinzione capitale tra interpres (chi traduce alla lettera) e orator (chi traduce come oratore/autore).
Un altro grande poeta latino che ha lasciato testimonianze sul problema del tradurre è Quinto Orazio Flacco. Nell'Ars poetica riconosce il valore di opera d'arte a una traduzione che abbia alcuni requisiti: sia capace di cogliere il senso del testo, sia in grado di assolvere il compito di arricchire la lingua e venga compresa nel contesto culturale al quale è destinata. Affinché ciò sia possibile, il buon traduttore non deve essere troppo legato alla lettera del testo di partenza.
Alla ricca terminologia elaborata in età imperiale si deve aggiungere il termine mutare, usato da due grandi retori quali Seneca e Quintiliano e ripreso da Dante (trasmutare) dopo secoli di totale abbandono. In Quintiliano il termine più usato è transferre nel senso proprio di tradurre dal greco in latino. Verbo da cui derivano translatio, che indica l'oggetto del tradurre (nomen actionis), e translator, con il quale si designa il soggetto del tradurre (nomen agents), con una distinzione che diverrà fondamentale per gli studi sulla traduzione.
Un momento fondamentale per la riflessione traduttologica è legato all'avvento del cristianesimo e alla diffusione della parola e del messaggio di Cristo. Un terreno fertile per l'elaborazione di teorie traduttive è, infatti, quello della versione della Bibbia. La traduzione del testo sacro occupa una posizione di rilievo nella storia della cultura occidentale poiché contribuisce in maniera determinante all'affermarsi delle lingue volgari e alla nascita e allo sviluppo dell'ermeneutica (teoria dell'interpretazione dei testi).
La prima traduzione in greco del Vecchio Testamento risale al III secolo a.C., ma la traduzione destinata a divenire canonica per il mondo occidentale è quella latina della Bibbia di San Gerolamo, tratta direttamente dall'ebraico. Il traduttore biblico lasciò importanti riflessioni sul problema della traduzione nell'Epistola ad Pammachium, Liber de optimo genere interpretandi. Gerolamo vi distingue due modi di tradurre: per i testi laici rivendica una traduzione interpretativa, che permette al traduttore di esprimere il senso dell'originale senza restare necessariamente fedele all'ordine delle parole. Diversa, tuttavia, è la concezione legata alla prassi traduttiva dei testi sacri, che, secondo Gerolamo, deve essere letterale per conservare il mistero (mysterium dei) che l'ordine stesso delle parole (ordo verborum) racchiude.
La fine della latinità sancisce una distinzione ancora più netta tra l'interprete che opera sulla lingua orale e il traduttore che opera su quella scritta. Viene fondata una nuova terminologia, funzionale all'incremento dell'attività traduttiva, in relazione alle grandi trasformazioni culturali e sociali. Nel Medioevo i problemi legati all'operazione del tradurre assumono una complessità nuova. Il diffondersi della cultura e degli scambi tra popoli e il fenomeno dell'evangelizzazione (diffusione della parola dei testi sacri) vedono il moltiplicarsi delle traduzioni nelle lingue volgari.
Molte sono le voci verbali in uso che si riferiscono alla traduzione scritta e che si rifanno, al termine latino transfero: translatare, translater, al francese trasladar. Il percorso etimologico del termine traduzione (traduzione scritta) si conclude con la comparsa di tradurre, che trova vasta accoglienza nelle lingue romanze portando all'italiano tradurre, al francese traduire, allo spagnolo traducir.
In Italia, accanto a tradurre si afferma il tecnicismo volgarizzare, parimenti alle locuzioni verbali mettere, recare, ridurre, porre, sporre (in volgare). A interpres (chi traduce oralmente) si sovrappone nell'italiano il termine di origine araba turcimanno, trucimanno, (turguman) giunto per tramite veneziano. Nella lingua inglese si affermano forme che sopravvivono fino ai nostri giorni: translate, translation. Interpres riemerge in epoca moderna, in italiano e spagnolo (interprete), in francese (interprète), in inglese (interpreter).
Teoria e storia del tradurre
L'ars vertendi degli antichi (arte del tradurre)
Sin dall'antichità è stato compreso come la traduzione fosse necessaria alla trasmissione, ma anche alla sopravvivenza delle grandi opere. Storia della traduzione è dunque storia della cultura, attraverso la quale, precisa Bassnett-McGuire (1993), è possibile comprendere come all'operazione del tradurre sia debitrice la storia letteraria dell'umanità.
Le figure dell'interprete (che traduceva oralmente) e del traduttore (che agiva sulla lingua scritta) sono presenti già nelle civiltà arcaiche. Nell'Asia Minore e nell'antico Egitto restano testimonianze di liste bilingui di parole e glossari bilingui e plurilingui. Il documento più famoso dell'antichità è la stele di Rosetta del II secolo a.C., che permise di decifrare i geroglifici egiziani grazie alla traduzione greca che vi sottostava.
Il ruolo del traduttore nella Grecia antica non era tenuto in gran conto, in quanto il rapporto dei greci con le culture altre era di tipo eminentemente strumentale: si imparavano le lingue degli altri popoli per fini commerciali o pratici (militari).
Alla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) inizia una fervida attività di traduzione proprio nei paesi da lui ellenizzati e principalmente ad Alessandria d'Egitto. Nella grande capitale culturale viene curata la prima edizione critica dei poemi omerici e prodotta la prima traduzione greca del Vecchio Testamento (II secolo a.C.) per impulso del re d'Egitto Tolomeo Filadelfo che incoraggia 70 filosofi a tradurre il vecchio testamento dall'ebraico o dall'aramaico in greco per questo viene chiamata: traduzione dei 70 e sotto il quale ebbero grande sviluppo la Biblioteca e il Museo d'Alessandria.
La letteratura in questa prima fase è ancora tenuta fuori, la traduzione è ancora una pratica orale usate per fini economici e commerciali. Con la conquista definitiva dell'Egitto da parte dei romani (30 a.C) il centro della cultura si sposta a Roma, dove si sviluppa la letteratura di ascendenza ellenistica e più tardi quella cristiana (I secolo d.C.). Questa situazione di ibridismo linguistico avrebbe creato necessariamente un sempre maggiore scompenso tra latino scritto e latino parlato, fino alla nascita delle lingue romanze.
Grazie a quest'opera di osmosi nei confronti dei modelli culturali dei popoli conquistati, i romani si considerano gli ideali eredi dei greci. I rapporti culturali del mondo latino con il mondo greco si caratterizzano per l'assunzione di forme letterarie e linguistiche già codificate dal mondo greco, fino alla vera e propria contaminatio, nel senso di riproposizione in latino di opere greche attraverso rimaneggiamenti. Altro principio su cui si fonda la traduzione in latino dei grandi autori greci è quello di imitatio, ovvero, imitare o cercare di imitare nella maniera più fedele i grandi modelli della traduzione greca, non rimaneggiandoli in maniera libera. Cercare di essere quanto più fedeli all'origine.
Aemulatio, invece, offriva la possibilità di un contributo o di un intervento creativo da parte dei traduttori, si poteva aggiungere liberamente, intervenire con considerazioni proprie. Dal II secolo a.C. si assiste a una programmatica operazione di fusione di elementi culturali greci e latini. I primi grandi autori (Livio Andronico, Ennio, Nevio, fino a Plauto e Terenzio) si formarono, infatti, nei centri di cultura greca, in rapporto strettissimo con un'attività del tradurre basata su presupposti assolutamente nuovi e originali.
Livio Andronico, arricchito alla gens Livia, è considerato il primo traduttore: ci ha lasciato alcuni frammenti di una traduzione latina dell'Odissea (Odyssia). La romanizzazione di quest'opera greca avviene con delle significative trasformazioni dei nomi come quelli di alcune divinità o personaggi. Anche da un punto di vista di genere l'Odissea e Iliade sono scritti in esametro omerico. Livio quando traduce la sua versione dell'Odissea usa il verso saturnio perché è il metro che precede l'esametro nella tradizione latina e perché è il verso più importante, l'autore si preoccupa di trovare un verso che per autorevolezza sia riconoscibile nella tradizione latina.
Ennio, bilingue alla nascita (parla l'osco e il greco della colonia dorica di Taranto), diviene trilingue con l'apprendimento del latino. Il poeta traduce alcune tragedie di Euripide e un'opera in prosa (Euhemerus) di Evemero di Messina, nella quale si elabora una teoria interpretativa del mito, detta evemerismo, secondo la quale gli dei non erano che antichi sovrani o eroi divinizzati. Da Augusto ciò diventa il contrario c'è un processo di divinizzazione, chi diventa imperatore diventa automaticamente dio alla sua morte.
Grande importanza viene attribuita al commediografo umbro Plauto, che romanizza il modello della commedia greca e contribuisce alla nascita della letteratura latina.
Con Cicerone, che diverrà il modello per la prosa latina umanistica, vengono gettate le basi teoriche della problematica del tradurre. Molto importante è una delle opere retoriche ciceroniane del periodo della maturità, intitolata De optimo genere oratorum, in cui Cicerone afferma che il traduttore non deve rendere parola per parola, ma riprodurre il senso dell'originale. Egli rivendica la fedeltà al senso e non alla lettera, offrendo un modello di traduzione che porti il testo verso il lettore attraverso una lingua adatta («verbis ad nostram consuetudinem aptis») [attraverso parole adatte alla nostra forma]. Vi si enuncia anche il principio della traduzione d'autore, sorretta da principi estetici, quindi con interesse anche allo stile e alla creatività.
Nell'Ars poetica, Orazio parla del tradurre e ribadisce il valore della traduzione artistica: sconsiglia l'imitazione troppo rigida dell'originale e, come Cicerone, considera il tradurre un lavoro fondamentalmente ermeneutico sul testo di partenza al fine di produrre un'opera in sintonia con il mondo culturale cui è destinata («nec verbum verbo curabis reddere duis interpres» [avrai cura di non rendere parola per parola, da semplice interprete]).
Altro grande teorico della traduzione è San Gerolamo (protettore dei traduttori), traduce in latino la storia universale (Chronicon) dello scrittore bizantino Eusebio di Cesarea, il cui originale è andato perduto. Si è conservata una traduzione armena completa e (limitatamente alla seconda parte) la versione latina di San Gerolamo. Le opere più importanti di Gerolamo sono legate ai testi sacri: compie una revisione delle antiche versioni latine del Nuovo e Vecchio Testamento sulla traduzione greca dei "Settanta". Porta a termine la traduzione del Vecchio Testamento direttamente dal testo ebraico nel 406. Tale versione prende il nome di Vulgata e verrà riconosciuta dal Concilio di Trento come testo ufficiale dalla Chiesa.
Nella prefazione al Chronicon e nell'Epistola ad Pammachium De optimo genere interpretandi [sulla maniera migliore di tradurre], Gerolamo prende ad esempio le traduzioni latine di Omero dichiarando che bisogna tradurre «non verba, sed sententias», cioè non parole, ma concetti. Questo significa che una buona traduzione non deve necessariamente ripetere l'ordine delle parole, ma deve avere come scopo la correttezza del contenuto ("senso dell'originale") e la grazia dello stile. Per Gerolamo, tuttavia, altra cosa è la metodologia del tradurre sacro in cui tutto deve rimanere fedele all'originale;, compreso l'ordine delle parole. Citiamo dal De optimo genere interpretandi:
- Io per me non solo confesso, ma dichiaro a gran voce che nelle mie traduzioni dal greco in latino, eccezion fatta per le sacre scritture, dove anche l'ordine delle parole racchiude un mistero, non miro a rendere parola per parola, ma a riprodurre integralmente il senso dell'originale.
- Non si permetterà di spostare l'ordine delle parole, e non le tradurrà mai alla lettera cercherà di conservare il senso, perché quello è dato da Dio
L'editto di Costantino (313), che riconosce il cristianesimo come religio licita (si può professare liberamente il cristianesimo) e stabilisce la libertà di culto. Nel corso del V secolo la formazione di regni romano-barbarici determina la caduta dell'impero romano d'Occidente (476) e la totale disgregazione dell'organizzazione politico-economica e culturale romana. Viene destabilizzata la struttura statale unitaria e vengono creati fattori di differenziazione che porteranno all'autonomia culturale e politica di quelle che saranno le nazioni dell'epoca moderna.
Venendo a mancare l'unità linguistica (il latino non è più utilizzato in molti ambiti se non nella diplomazia, ad esempio), che l'impero aveva strenuamente favorito, si accelera il processo di trasformazione delle lingue parlate nei dialetti del vulgus (volgari). Tali lingue neolatine o romanze, diverse nelle varie aree d'Europa, si diffondono prima oralmente, contrapponendosi al latino classico (lingua scritta).
In questo periodo la Chiesa ricopre un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura mentre la letteratura assume un carattere soprattutto religioso. A fronte di un analfabetismo quasi totale, la Chiesa diviene l'unica custode della diffusione dei testi sacri e della cultura scritta, praticata nelle sedi vescovili e nelle biblioteche dei monasteri (scriptoria).
Grazie all'opera dei copisti (amanuensi) si conservano e si tramandano testi classici latini e greci e quelli degli scrittori cristiani della tarda latinità, che presentano una sintesi tra cultura classica e cristianesimo (San Gerolamo e Sant'Agostino). Nei secoli VIII e IX sono i monaci traduttori - come Beda (detto il Venerabile), religioso anglosassone originario della Northumbria, e Norker I (detto Balbulus) monaco a San Gallo in Svizzera - che hanno il compito di tramandare la cultura latina e di diffondere le opere letterarie e storiche.
Fondamentali per la diffusione del cristianesimo nei territori slavi e per la nascita del paleoslavo come lingua letteraria sono le traduzioni in slavo di testi evangelici volute da vescovi bizantini Cirillo e Metodio: operazione che difende la tradizione classica e contribuisce alla diffusione del cristianesimo. Eruditi come il Re Alfredo il Grande traducono e fanno tradurre in anglosassone numerose opere latine. Nel Medioevo si definiranno sempre più nettamente le due tipologie traduttive: da una parte la traduzione letteraria in generale (poetica in particolare) in cui ci si rifà al metodo ciceroniano e oraziano con un'operazione creativa, dall'altra la traduzione sacra, fedele all'originale.
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