SECONDA PARTE DEL CORSO – L’ABORTO
Lezione 02-04 – prima lezione LA STORIA DELLE DONNE
Non è semplicemente la storia dell’aborto a livello di leggi ecc…, ma è a livello sociale. Si parla non solo di
storia delle donne, ma anche di genere.
La storia delle donne: come nasce e cos’è? Jane Austen: è stata una grande scrittrice, con vita breve a
cavallo tra fine 700 e inizio 800, si ricorda perché è una delle pioniere nel portare il mondo delle donne al
centro della narrazione di un romanzo, ci entrano portando la dimensione della loro vita quotidiani visto
che sono escluse dai processi sociali. In uno dei suoi romanzi meno noti n Italia, pubblicato postumo, mette
in bocca alla sua eroina nel romanzo, questa frase:
«Quanto alla storia vera e propria, la storia seria e solenne, non riesco a trovarla interessante (…). La leggo
un po’ per dovere, ma non mi dice niente che non mi irriti o mi annoi. Ad ogni pagina, litigi di papi e
imperatori, guerre e pestilenze. Gli uomini in genere sono dei buoni a nulla e le donne, praticamente, non ci
sono mai: è una noia terribile», L’abbazia di Northanger, 1818.
Esclusione delle donne dalla storia ufficiale Si evince la necessità di trovare nella storia la figura di una
donna, che si annoia a non ritrovare sé stessa nella storia, dato che non ci sono. È come se marcasse una
differenza tra la storia narrata dagli storici e dai libri di storia e quella che non è formale, ma che è narrata e
tramandata nelle famiglie. Si parla di potere “di papi e imperatori”, ma sempre maschile, che non implica le
donne. La necessità di scrivere una storia diversa, in cui le donne sono presenti, non solo di potere e di
figure di potere maschili.
Si deve quindi spostare lo sguardo, dalla storia dei grandi personaggi e delle istituzioni alla storia della
società, nascita di una storia sociale, ovvero che mette al centro le dinamiche sociali, le tradizioni popolari,
le persone comuni nelle loro attività ecc… Essa inizia ad essere conosciuta e “praticata” e si sviluppa nel
senso importante per la storia delle donne del 1960. È aperta all’interdisciplinarità, ovvero che attraversa i
diversi campi del sapere e della ricerca, che non usa solo gli strumenti interpretativi della società, ma anche
dell’antropologia o della sociologia per comprendere le dina miche sociali.
Altro elemento fondamentale è l’impulso che viene dal movimento femminista degli anni ’70, soprattutto
se pensiamo al panorama italiano (ad esempio in Inghilterra iniziano già prima); la prima cosa che esce è la
mancanza di donne nel panorama storico, con il bisogno di rivedere lo sguardo sul passato per mettere a
fuoco la figura della donna. Questo però non nasce solo da un bisogno conoscitivo, ma da un’istanza
politica, ovvero si vuole cambiare il ruolo politico e sociale; ciò si vede dalle prime ricercatrici negli anni 70,
ad esempio un focus sulle forme di oppressione che le donne hanno subito e subiscono (in questi anni). Le
prime ricerche sono sulla stregoneria, che veniva vista come forma tipica di oppressione nei confronti delle
donne, ad esempio che sono state diverse dalle altre, che hanno rotto i canoni della femminilità e sono
quindi state punite, oppure che accusate di essere di essere streghe e quindi bruciate. Secondo tema di
studio ricorrente è stato la rivalutazione del lavoro domestico, nel suo valore sociale perché consente alla
società di sopravvivere attraverso il lavoro di cura, affidato alla donna nello spazio interno della casa.
Iniziano anche gli studi sulla famiglia, perché essa è vista il luogo dove prende forma l’oppressione delle
donne. Dalla fine degli anni 70 le cose cominciano a cambiare, perché il movimento femminista nelle
strade, delle piazze e delle firme; inizia ad esaurirsi, iniziando a diventare un movimento culturale, esso si
trasforma e diventa altro, movimento che fa nascere ad esempio le librerie delle donne. Si arriva anche ad
un cambiamento dei campi di ricerca, la disciplina inizia a cambiare, ad espandersi, inizia soprattutto a
mettere delle solide basi metodologiche, non è più al servizio del progetto politico, ma vuole en trare nel
campo del sapere storico, una disciplina storica insegnata nelle scuole e nelle università.
Che cosa significa che la storia delle donne non vuole essere una storia aggiuntiva? La storia delle donne sin
dall’origine ha voluto essere qualcosa di diverso, partendo dal presupposto che la narrazione storica fatta
fin qui ha escluso le donne, c’è qualcosa in quella narrazione che non funziona, che si sono usati strumenti
metodologici incapaci di tenere dentro anche il soggetto femminile. Devo utilizzare quindi un elemento di
misura metodologica che mi permetta di tenere in confronto sia uomini che donne, non posso
semplicemente inserire la figura femminile, perché sarebbe come inserire dei pezzi di un puzzle che non
vanno, devo rifare tutto da capo: introdurre mutamenti, su molteplici piani, nella storia generale. Fin qua si
è pensato il maschile come neutro, come universale, anche se universale non è, perché non prende in
considerazione modi di essere e di pensare di uomini e donne = il falso universale. Vuole essere un modo
diverso di vedere la storia, non solo il “riquadro nel libro di storia”.
Joan Kelly: studiosa importante americana, scrive che l’obiettivo deve essere “non solo restituire le donne
alla storia ma la storia alle donne”. Ciò significa che le donne devono avere il potere di scrivere la storia,
visto che è, fino alla fine degli anni 70, quasi esclusivamente maschile, si parla infatti anche di potere del
sapere, in questo casi di scrittura della storia solo da parte di uomini, raccontare la storia da uno sguardo
differente.
Il terzo elemento è quello di individuare nuovi temi e fonti: per storia si intende:
- fonti scritte: quelle che si trovano negli archivi delle istituzioni, ma che non sono scritte dalle
donne, ma quelle dei “papi e imperatori”, oppure di donne raccontate da uno sguardo di uomo;
vanno quindi decostruite;
- fonti orali: servono a dare voce tutti quei soggetti che sono escluse dal racconto strico (sia donne
che classi subalterne);
- scritture femminili: epistolari, i diari, anche se solo appartenenti alle classi medio-alte, ma che
possono darci un aiuto nel cambiare le metodologie.
Introduzione della categoria di genere: quando si parla di genere si vuole introdurre una categoria che
prescinde dalla dimensione corporea, è slegata dal corpo, riguarda le aspettative sociali. Questa categoria
viene introdotta come strumento di ricerca, introdotta da Joan Scott: Il “genere”: un’utile categoria di
analisi storica (1986). Si deve studiare la costruzione storica del maschile e del femminile, cos’era
considerato femminile e cosa maschile? Cosa era considerato costume maschile e cosa femminile? Quali
erano i criteri di classificazione?
Il punto cruciale diventa di capire come questa dimensione corporea è entrata nella dimensione del genere,
anche perché la costruzione del genere ha tenuto conto anche della corporeità maschile o femminile.
Nuovi strumenti per l’insegnamento: si è cominciato a provare a cambiare i manuali per la scuola
dell’obbligo per insegnare la storia provando ad introdurre una produzione di genere, ovvero manuali con
diversi linguaggi per maschi e femmine.
Chi racconta la storia in questo libro? Margaret Ehrenberg, un’archeologa
che è realmente esistita, che si presenta e racconta di sé e il modo in cui è
diventata archeologa e quanto questo percorso, soprattutto per le donne
della sua epoca. Racconta perché ha voluto raccontare le storie di donne e
bambini dell’antichità: perché nessuno ne parla mai, si citano sempre e solo
gli “uomini preistorici”.
La vita di gruppo nel paleolitico l’attività principale per il
sostentamento: raccolta di frutti spontanei, che mette in discussione la
figura dell’uomo cacciatore. Nessuna differenza tra maschi e femmine, ma
il ruolo femminile era comunque la cura dei piccoli. Prima della scomparsa
del pelo e della postura eretta i piccoli erano aggrappati alla madre. Vivevano in piccoli gruppi nomadi nel
Paleolitico: cooperazione e uguaglianza tra maschi e femmine costituivano la prassi, la pratica che nessuno
metteva in discussione Il 90% dei popoli che hanno abitato il mondo hanno vissuto così.
LA QUESTIONE (introduzione al volume)
È possibile una histoire dépassionnée, una storia senza passione, di un tema connesso a dispute legate a
posizioni spesso considerate indiscutibili? Vera sfida: scrivere una storia dell’aborto che non sia connessa a
dei principi della chiesa, filosofiche ecc, in generale sottrare il tema non tanto alle passioni quanto alla
diffusa convinzione che appartenga a una dimensiono metastorica, impermeabile alle influenze del tempo e
delle persone coinvolte (scienziati, medici, istituzioni). È consueto inscrivere l'aborto in un quadro ai valori
netti, orientamenti e principi religiosi ed etico-filosofici immutabili, astorici, universali e assoluti (dibattito
del tempo presente). Il concetto dell’aborto quindi non è sempre stato normato allo stesso modo dentro i
contesti della storia.
Si deve partire dalla fine del ‘700, quando nascono gli stati moderni, adottando un’ottica di lungo periodo:
l’ottica di più lunga durata consente di osservare modificarsi - niente affatto lineare - non solo delle norme
ma anche delle pratiche, della loro diffusione, dell'interpretazione di liceità/illiceità delle pene, della
determinazione e percezione di gravità e colpa. Decostruire la separazione fra pubblico e privato: sono
strettamente collegate; NON considerare famiglia e riproduzione come questioni private, marginali,
separate dalla storia in generale e da quella politica in particolare.
PRIMO CAPITOLO DAL LIBRO – L’aborto volontario ha una storia appunti + libro
C’è tutta una prima parte precedente il fascismo, questo infatti sarà un turning point: nella seconda metà
del XVIII secolo il controllo della riproduzione, parto e la nascita divennero affari pubblici e politici, quindi il
periodo dell’illuminismo, che sarà una grande corrente storica e filosofica, che getta le basi per lo stato
"corpo sociale”, il cui prestigio Internazionale e la cui stabilità risultavano correlati al numero degli abitanti
e alla salute della sua popolazione. Il "corpo sociale" andava curato e potenziato, numericamente ampio e
sano. A chi spetta questo compito? Allo Stato stesso, che si deve occupare della società, quindi la questione
non è privat
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