
Architettura, si replica! Ma il bis, in questo caso, non è un fatto positivo. Perché, per il secondo anno consecutivo, con l’uscita dei primi risultati (anonimi) sui test d’ingresso alle facoltà a numero chiuso nazionale – tra cui c’è anche Architettura - ci troviamo di fronte a un mondo dal doppio volto.
Per alcuni corsi la concorrenza è spietata: è il caso di Medicina, dove anche nel 2019/2020 entrerà solo 1 candidato su 5. Per altri, è proprio il caso di Architettura, ci sono più posti che aspiranti matricole: alle ultime prove d’accesso si sono presentati 6.897 studenti per 6.802 posti ma, alla fine, solo 5.730 sono risultati idonei (quelli che hanno ottenuto il punteggio minimo per entrare in graduatoria, venti punti), lasciando scoperte oltre mille caselle (1.072, per la precisione) tra quelle stabilite dal Miur.
-
Guarda anche:
- Migliori università architettura: classifica università italiane 2019
- Soluzioni test Architettura 2019: domande, risposte, risultati
- Risultati Test ingresso Architettura 2019: pubblicazione Miur
Professioni architetto: un lento declino
Ma, come detto, i dati appena elencati servono più che altro a confermare lo scarso appeal che ormai esercita la professione di architetto nelle nuove generazioni. Dodici mesi fa, infatti, le proporzioni furono simili. Anzi, peggiori: a entrare in graduatoria furono 5.720 idonei. I posti? Molti di più: 7.200. Stavolta solo l’intervento del Ministero, con il taglio di quasi 400 unità alla dotazione degli atenei, ha reso il dislivello meno evidente. Il punto di non ritorno di un trend negativo che si trascina da anni: già nel 2016 i candidati furono 8.397 per 6.991 posti, nel 2017 gli idonei erano già settecento in meno (7.704) a fronte di 6.873 posti. Davvero pochi i delusi rimasti fuori.
In futuro le nostre ‘archistar’ saranno una rarità?
Una situazione che, applicata all’Italia, suona come un paradosso. Succede proprio da noi, che nell’elenco delle personalità di spicco a livello mondiale, possiamo vantare più di un rappresentante di questa categoria. Alcuni nomi? Renzo Piano, Stefano Boeri, Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas. Gente che con i suoi progetti ha fatto e sta facendo parlare della maestria della scuola italiana. Come spiegare, allora, la crisi di ‘vocazioni’? Tante le ragioni che potrebbero averla generata. Una di queste, forse, è legata alle prospettive lavorative che oggi un giovane architetto trova sulla sua strada (almeno all’interno dei confini nazionali).
Una laurea che non dà più lavoro
A valutarle ci può aiutare l’ultimo Rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati (anno di indagine, il 2018). Ad esempio, a un anno dal conseguimento dal titolo, solo il 51% di chi sceglie il percorso magistrale a ciclo unico – quello che, appunto, prevede il test d’ingresso unico – ha un lavoro. Non basta: tra loro, meno di 1 su 10 ha un contratto a tempo indeterminato (9,5%). Gli altri sono soprattutto lavoratori autonomi (28,9%), con contratti atipici (19,6%) o lavoratori occasionali (16,2%).
Maggiori chance con le nuove professioni del disegno
E a cinque anni dalla laurea non è che le cose migliorino di tanto. È vero che l’occupazione sale all’81,8% ma i contratti a tempo indeterminato restano una pietra rara (ce l’ha solo 1 su 4). Il resto continua a barcamenarsi come libero professionista o comunque lavoratore autonomo: sono la maggioranza (51,6%). Alta anche la quota dei contratti non standard (13,1%). Molto meno precaria, a confronto, la vita di chi, nella stessa facoltà, sceglie i percorsi 3+2, prendendo una magistrale biennale (come quelle in Design o Architettura del paesaggio): dopo un anno lavora già il 57,8% dei laureati (il 13,2% a tempo indeterminato), dopo cinque anni gli occupati arrivano all’86% (Più di 1 su 3 a tempo indeterminato).