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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino


Erano due giudici palermitani che lottavano per la loro città e per patria. Il loro avversario era la mafia, la criminalità organizzata, che ancora oggi vuole imporre il suo potere parallelo a quello dello stato, usando violenza, terrore e corruzione.

Loro sapevano di rischiare la propria vita ma comunque continuavano la lotta. Palermo, come tante altre città, era stata segnata dalla "guerra di mafia".
Da una parte c'era la criminalità organizzata, quella fitta rete di criminali che espandeva il suo potere corrompendo funzionari del governo, trafficando merci illegali, ricattando, estorcendo ed eliminando chiunque si mettesse sulla loro strada. Dall'altra parte c'era lo stato, che provava a combattere ma era costantemente ostacolato dalla corruzione dilagante.

Qui entrano in gioco persone come Falcone e Borsellino, che lottavano apertamente. Facevano parte del cosiddetto "Pool Antimafia", un'organizzazione fondata da Rocco Chinnici, composta da giudici e poliziotti che svolgevano indagini contro questi criminali. Mano a mano, quasi tutte le persone che facevano parte del Poool furono uccise. Ma gli altri, pur consapevoli del pericolo, non si diedero per vinti. Anzi, trovarono nuove piste per le indagini anche grazie a Tommaso Buscetta, un mafioso pentito. Per via delle lotte interne della mafia, quasi tutta la sua famiglia era stata uccisa e lui si era dissociato. Grazie alle informazioni raccolte fu possibile organizzare il famoso "Maxiprocesso", svolto in un'aula-bunker. Qui furono arrestati moltissimi criminali associati alla mafia, anche alcuni boss.

Dopodichè, Falcone fu chiamato per assumere un incarico al ministero della giustizia, a Roma. Non poteva rifiutare, o avrebbe perso anche la carica di magistrato. Quindi, accettò la proposta e si trasferì nella capitale.

Un giorno però volle recarsi in visita a Palermo, la sua città natale. Arrivato all'aereoporto di Punta Raisi, proseguì in macchina. Ma in autostrada, vicino all'uscita per Capaci, era atteso da qualcuno. Questo qualcuno era proprio un mafioso, (detto tra l'altro "lo scannacristiani"). Proprio in quel punto fece seplodere 500 Kg di tritolo, uccidendo Falcone, sua moglie e gran parte della sua scorta. Giusto poco tempo prima, Borsellino aveva detto:

-Si muore perché si è soli o perché si è entrati in un affare troppo grande [...]-

Proprio quello che successe.

Borsellino era consapevole di essere il prossimo obiettivo. Infatti, tenne un discorso per incoraggiare la popolazione a portare avanti la l'opera sua e di Falcone.

A 57 giorni dalla morte del collega, Borsellino va a trovare sua madre in via D'Amelio. Ha una scorta di 6 persone. 5 di loro si dispongono intorno a lui e un altro, Salvatore Vullo, si allontana in retroguardia. A un certo punto, dall'alto del monte Pellegrino, parte il comando che attiva l'esplosione di 300 Kg di tritolo, posti dentro una Fiat 126 parcheggiata in via D'Amelio. Muoiono tutti eccetto Vullo.

La notizia della morte di Borsellino, come quella di Falcone, si propaga per un'Italia incredula e scoraggiata. Quei due giudici erano servitori dello stato che lo stesso stato non aveva saputo difendere. La mafia aveva fatto passare il messaggio che chiunque avesse provato a ostacolarla non sarebbe stato ripermiato. Passò il messaggio che nemmeno due Falcone e Borsellino potevano sconfiggerla.

Ma a questo punto il popolo italiano non resta fermo: nascono moltissime organizzazioni che portano il nome dei due giudici. La morte di Falcone e Borsellino ha risvegliato l'Italia, ha suscitato maggior interesse e consapevolezza nelle questioni riguardanti la mafia. Vediamo la nascita di un telegiornale antimafia e di manifestazioni in onore di chi portò avanti questa lotta. Sempre più persone influenti si schierarono contro la criminalità organizzata.

Nella Piazza principale di Palermo sono ritratti i volti di molte vittime della mafia; e, davanti alla vecchia casa di Falcone, sono piantati due alberi: in onore dei due giudici che hanno fatto la storia della lotta alla mafia.

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