SteDV di SteDV
Habilis 4202 punti

La Spagna di Filippo II

Il “siglo de oro”

La Spagna raggiunse l’apice della sua potenza sotto Filippo II, salito al trono nel 1556 in seguito all’abdicazione del padre, l’Imperatore Carlo V. Il regno spagnolo copriva domini immensi: non solo la penisola iberica, ma anche le colonie americane, parte dell’Italia, i Paesi Bassi e la Franca Contea. Anche il Portogallo fu annesso al regno, grazie alla crisi dinastica che lo colpì attorno alla metà del secolo.

Filippo II seguì la politica del padre e con un attento gioco di alleanze matrimoniali fece della Spagna la prima potenza marittima occidentale e il baluardo della cristianità. Alla base del suo potere vi era l’ingente traffico di risorse preziose, oro e argento, provenienti dalle colonie americane. Tuttavia l’economia spagnola nel cosiddetto siglo de oro (“secolo d’oro”) non era affatto progredita. La pesante tassazione sulle attività produttive e l’oziosità della casta nobiliare mantennero il regno in una condizione di arretratezza, mentre altri stati d’Europa (come l’Inghilterra) erano proiettati verso il rinnovamento. Il potere finanziario non preservò la Spagna dalle conseguenze delle spese incontrollate che sostenne nel tempo del suo massimo splendore: i costi militari e l’importazione massiccia di prodotti alimentari estinsero le casse del regno, che più volte dovette indebitarsi.

La Spagna del Cinquecento era comunque uno Stato fiorente sul piano artistico e culturale. Personaggi di spicco come i pittori Jeronimus Bosch, El Greco, Rubens e lo scrittore Miguel de Cervantes furono tra i più celebri interpreti della potenza del regno.

La politica di Filippo II

Filippo II condusse una politica fortemente assolutista e pur rispettando la Chiesa romana si riservò il diritto di nomina dei prelati. Il suo governo mal si addiceva all’eterogeneità delle terre controllate, che più volte si ribellarono (è il caso della rivolta antispagnola che condusse, lentamente, all’emancipazione dei Paesi Bassi). Nella stessa Spagna esistevano ancora particolari autonomie, che i numerosi Consigli territoriali faticavano a rappresentare o, d’altra parte, a reprimere. Le istituzioni governative di Filippo II, i Consigli dell’Inquisizione, delle Finanze, della Crociata e dello Stato, finivano spesso per ostacolarsi a vicenda. Il controllo periferico dell’Impero, affidato ai funzionari detti corregitores, era scadente per le scarse competenze di questi ultimi, la cui nomina era semplicemente acquistata dallo Stato. Infine, le Cortes fungevano da parlamenti occasionali in rappresentanza delle diverse province imperiali e rispettavano l’antica ripartizione in clero, nobiltà e classe popolare.

Repressione religiosa e lotta contro i turchi

Sotto Filippo II la difesa dell’unità religiosa era un problema particolarmente sentito, poiché rappresentava il principale motivo di coesione dell’Impero spagnolo. Per questo si attuò la ferma repressione dei movimenti non cristiani ed in particolare dei conversos, gli ebrei convertiti con la Reconquista, e dei moriscos, i musulmani. I primi furono perseguitati a causa dei dubbi che lo Stato nutriva nei confronti della loro nuova fede cristiana; i secondi, limitati da una serie di proibizioni civili e spirituali, furono combattuti, emarginati e infine espulsi dal paese.

Ma l’avversione della Spagna nei confronti degli antichi occupatori turchi si concretizzò anche in una lotta al loro strapotere nel Mediterraneo. Gli ottomani controllavano il Medio Oriente e l’Africa settentrionale, conducevano commerci e azioni di pirateria contro gli Stati cristiani e nel 1570 sottrassero Cipro alla Repubblica veneziana. L’offensiva spagnola contro i turchi si risolse in un nulla di fatto, finché il papa Pio V non istituì la Lega santa di Spagna, Venezia, Genova e Malta perché contrastasse unitamente l’Impero ottomano. La battaglia navale di Lepanto (presso Corinto) fu vinta dalla Lega cristiana, che tuttavia non seppe approfittare del vantaggio acquisito: Venezia si sottrasse al conflitto e la stessa Spagna finì per firmare la pace con i turchi.

La rivolta dei Paesi Bassi

I Paesi Bassi spagnoli coprivano il territorio dell’attuale Benelux; divisi in diciassette province erano amministrati da altrettanti Statolder e da un governatore generale nominato da Madrid. Nonostante le differenze linguistiche, economiche e culturali che intercorrevano tra loro, le province dei Paesi Bassi si riunirono all’insegna del sentimento antispagnolo, nato da ragioni fiscali, politiche, ma soprattutto religiose. Nei Paesi Bassi si erano, infatti, trasferiti numerosi protestanti e calvinisti, che Filippo II volle reprimere estendendo la giurisdizione dell’Inquisizione spagnola ai loro territori.

Il popolo reagì duramente, saccheggiò chiese e monasteri, e provocò l’uccisione di alcuni ecclesiastici. Si pose a capo della rivolta il principe Guglielmo I d’Orange, detto il Taciturno, a cui si oppose il duca d’Alba, fidato collaboratore della Corona spagnola. In breve, lo scontro si tradusse in una guerra vera e propria, che vide contrapposte le province ribelli ai possedimenti controllati dalla Spagna. I Paesi Bassi, configurati nella Repubblica delle Province Unite, ottennero l’indipendenza nel 1581 dopo anni di conflitti, nei quali fu determinante il contributo offerto ai ribelli dall’Inghilterra elisabettiana. Il nuovo Stato, anche detto Olanda dal nome della provincia dominante, assunse un assetto a metà strada tra la monarchia e la repubblica e si accinse a diventare una potenza commerciale di assoluto rilievo.

Hai bisogno di aiuto in Storia Moderna?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email